Poesia/Saggi

Poesia, solitudine e readings

di Alessandro Polcri

Vedo che si è diffusa una febbre che stenta a passare. Non c’è angolo d’Italia che non abbia un po’ di luci e uno o più musicisti su un palco (posto in una piazza o in un angolo di un locale) invitati dagli organizzatori o dallo stesso poeta per creare uno spettacolo di intrattenimento intorno alla parola poetica (a volte addirittura accompagnato anche da degustazioni di vini o da altre amenità).

La riflessione che deriva da tale osservazione è che la parola poetica, pronunciata da sola sul nudo palco o – ancora di più – letta in silenzio (e circondata da silenzio prima e dopo la lettura), è diventata troppo dura da digerire. In altre parole: la poesia ha ora bisogno di essere accompagnata dalla musica e/o da qualche evento collaterale che non la rendano noiosa. A mio modo di vedere, la parola ne viene fortemente sconfitta. È, infatti, evidente che da sola non ce la fa a farsi ascoltare e, appunto, come dicevo, aiutata da alcuni effetti speciali, deve per forza diventare intrattenimento (cosa che la poesia non potrà mai essere, se è poesia).

Non vorrei però essere frainteso. Riconosco quanto musica e poesia siano fortemente legate e non sto dicendo che in sé è sbagliato leggere poesie all’interno di un evento più o meno musicale. Sto, invece, cercando di riflettere su quello che è un abuso e una spettacolarizzazione di tale formula. È evidente che la profondità della poesia fa paura e che, dunque, vada attenuata, di fatto realizzando l’esatto contrario di quanto giustamente Oscar Wilde affermava («Now art should never try to be popular. The public should try to make itself artistic») e, dunque, condannando la poesia a rimanere solo un’attività e un’arte del tutto marginale.

Per esempio, in Italia non sarebbe possibile avere per una elezione politica un Inaugural poet. Invece Obama (e prima di lui altri tre presidenti[1]) ha invitato al suo giuramento Elizabeth Alexander a leggere una poesia da lei composta per l’occasione. E, si badi bene, si tratta di una poetessa che è anche professoressa di ‘African American Studies and English Literature’ alla Yale University. La partecipazione di un poeta a un evento storico di quel livello ha di fatto ribadito, almeno in America, che il poeta ha ancora un mandato sociale ben preciso e riconosciuto[2]. Al contrario, in Italia il poeta è un emarginato vero e proprio e non conta nulla: basta osservare di passata che non esistono cattedre universitarie di poesia e nessun poeta è invitato come poeta in residence nelle nostre Università dove addirittura il poeta professore è ancora ignorato come poeta (e, anzi, la sua presenza crea un certo imbarazzo) e dove, da secoli, non esistono più nemmeno i poeti laureati (una bella tradizione che ci siamo fatti fregare e che è ora ben radicata nel mondo anglosassone dove il Poet laureate è molto importante, mentre da noi, dopo Petrarca, non ha avuto una vera fortuna moderna). In Italia, al massimo i poeti, quando va bene, ricevono funerali di stato, come è accaduto a Alda Merini – diventata famosa solo grazie al Maurizio Costanzo Show e grazie alla spettacolarizzazione della sua difficile storia personale – o vengono nominati senatori a vita quando sono già ‘in odore mortis’,come accadde a Mario Luzi. Se, invece, i poeti ricevessero le attenzioni, le cure e il mandato sociale che ricevono altrove, forse avremmo anche un pubblico di lettori più maturi[3].

Il libro di poesia non esiste

Ma allora non è che sta accadendo qualcosa di errato? Non sarebbe forse il caso di prendere consapevolezza che la poesia è prima di tutto un’esperienza solitaria e un’arte che richiede pazienza, solitudine, cultura e concentrazione? Temo invece che le troppe readings-spettacolino con musica e altri effetti speciali stiano diffondendo una idea sbagliata della poesia che è diventata un evento ‘fuori casa’, un momento di distrazione con aggiuntiva infarinatura culturale (meglio se poi la poesia è facile, capibile, scritta con lingua quotidiana sulle micro paturnie del poeta). Evidentemente è ormai più importante provare la sensazione di avere partecipato a un evento culturale in cui la parola è solo una delle componenti. E, infatti, se le readings musicate e recitate sono affollate di appasionati uditori, poi pochissimi di loro vanno anche in libreria a comperare il libro, segno evidente che l’ascolto è una esperienza che prevale sulla lettura: il tempo di una reading è spendibile perché, che tu capisca oppure no, comunque hai la sensazione di essere parte di qualcosa di condiviso che ti soddisfa, mentre quello di una lettura silenziosa (la poesia, dicevo, richiede solitudine pensante, che fa paura) nella propria cameretta esige sforzo, non è condiviso (non è una outdoor experience) e diviene semplicemente improponibile (per non dire poi dei 10 euro circa che costa il volume!).

Il risultato è che la parola poetica non si identifica più con la parola stampata e pubblicata nel libro di quel particolare poeta, ma è confusa con il corpo, la faccia e la bocca che la declama sul palco. E su questo punto vorrei citare Verlyn Kinkenborg che ha scritto di recente riguardo all’importanza del leggere ad alta voce in un articolo molto interessante pubblicato sul New York Times del 16 maggio 2009 e intitolato Some Thoughts on the Lost Art of Reading Aloud(lo trovate qui: http://www.nytimes.com/2009/05/16/opinion/16sat4.html?_r=1&em):

But listening aloud, valuable as it is, isn’t the same as reading aloud. Both require a great deal of attention. Both are good ways to learn something important about the rhythms of language. But one of the most basic tests of comprehension is to ask someone to read aloud from a book. It reveals far more than whether the reader understands the words. It reveals how far into the words — and the pattern of the words — the reader really sees. Reading aloud recaptures the physicality of words. To read with your lungs and diaphragm, with your tongue and lips, is very different than reading with your eyes alone. The language becomes a part of the body, which is why there is always a curious tenderness, almost an erotic quality, in those 18th- and 19th-century literary scenes where a book is being read aloud in mixed company. The words are not mere words. They are the breath and mind, perhaps even the soul, of the person who is reading.

Tutto vero, ma a me pare che quanto sta accadendo ora in Italia sia una esasperazione di tale realtà fisica descritta nell’articolo. La poesia è infatti così tanto confusa con «the breath and mind, perhaps, even the soul, of the person who is reading» che chi va alle readings, non comprando e non leggendo i libri, dimostra di identificare la parola poetica  ‘solo con il poeta’ e non più solo con il suo libro (che, appunto, come conseguenza dell’ascolto, dovrebbe essere cercato in libreria dove invece, come dicevo, nessuno di fatto va). E, così, il poeta, non è il mezzo attraverso cui la poesia si manifesta, ma è diventato la poesia stessa.

Leggere ad alta voce deve invece tornare ad essere una arte intensa e profonda che richiede all’uditorio concentrazione, fatica e non certo bisogno di essere intrattenuti. L’intrattenimento, lo si sarà capito, è per me un monstrum da bandire.

Anche se amo poco le letture poetiche (penso che leggere sia attività più profonda del semplice ascoltare), tuttavia ne riconosco l’importanza[4] quando sono sobrie come quelle che spesso avvengono qui in America al completo servizio appunto della parola e dove davvero quella declamata e quella scritta coincidono nell’assoluto silenzio intorno alla pronuncia e, quasi sempre, nella semplicità senza protagonismo del poeta che sale su un palco vuoto (nudo come la parola scritta, quando è vera), parla pochissimo, legge e se ne va a firmare  le copie vendute lì sul posto o portate dagli spettatori (ricordo ancora con entusiasmo due belle letture di Rae Armantrout e di Mark Strand a New York, con una lunga fila di persone che avevano comperato i loro libri prima di venire alla lettura e che volevano la firma del poeta – chi va alle readings è generalmente un uditore-lettore-compratore di poesia). Per farsi una idea della sobrietà di cui parlo, si veda (anzi si ascolti) questa lettura di Jorie Graham presa a caso tra le molte disponibili (http://www.youtube.com/watch?v=V_qofMFbNNM).

Leggere-studiare

Non riesco proprio a pensare di essere intrattenuto da una poesia, al contrario mi aspetto che mi ‘rovini’ la vita, mi distrugga la certezze, mi faccia ridiscutere le sicurezze su cui ho fondato la mia esistenza, mi riveli l’umano e il non-umano come non li ho mai pensati prima. Queste sono esperienze che si fanno solamente stando isolati a leggere e molto meno partecipando ad una lettura pubblica (per quanto seriamente essa sia fatta) perché non si ha la possibilità di tornare indietro a riascoltare il passo non chiaro, a ripensare e ad analizzare il tutto. Insomma non si ha la possibilità di studiare. La lettura poetica per me è solo lectio cioè lettura meditata e la poesia, come diceva Mario Martelli (un grande critico da poco scomparso), va sempre studiata e non semplicemente letta[5]. Sono parole che richiamano alla mente quelle di una bella lettera in cui Petrarca descrive il lettore (e non l’uditore) che lui auspicava per le sue poesie:

Volo ego ut lector meus, quisquis sit, me unum, non filie nuptias non amice noctem non hostis insidias non vadimonium non domum aut agrum aut thesaurum suum cogitet, et saltem dum legit, volo mecum sit. Si negotiis urgetur, lectionem differat; ubi ad legendum accesserit, negotiorum pondus et curam rei familiaris abiciat, inque ea que sub oculis sunt, animum intendat. Si conditio non placet, inutilibus scriptis abstineat; nolo ego pariter negotietur et studeat, nolo sine ullo labore percipiat que sine labore non scripsi.

Voglio che chi mi legge, chiunque sia, pensi a me soltanto, non alle nozze della figliuola, alle notti con l’amica, alle insidie del nemico, alle liti, alla sua casa, al suo podere, al suo tesoro; e almeno mentre mi legge, sia con me. Se è oppresso dagli affari, differisca la lettura; ma quando si mette a leggere, deponga il peso degli affari e le cure del patrimonio, e dedichi la mente a ciò che ha sotto gli occhi. Se questa condizione non gli piace, lasci stare i miei scritti per lui inutili; non voglio ch’egli insieme traffichi e studi, né voglio che senza fatica si goda quanto non senza fatica io scrissi.[6]

La frase conclusiva la stamperei obbligatoriamente in ogni libro di poesia. Quello, credo, è il lettore che molti pigri spettatori di readings dovrebbero diventare.


[1] Una eccezione fu George W. Bush la cui decisione fu significativamente salutata da David Lehman in Salon«a bleak omen of his administration’s attitude toward culture».

[2] Tema affascinante a cui è stato dedicato un recente bel numero della rivista Semicerchio (xxxv, 2006, 2 Il trovatore stanco. Sul mandato sociale del poeta).

[3] Ma la non rappresentatività dell’intellettuale e dell’artista è fenomeno complesso, e rimando ad una recente interessante analisi di Romano Luperini, Posmodernità e ruolo dell’intellettuale, in «Letteratura e letterature», 1 (2007) pp. 153-162.

[4] Soprattutto di quelle organizzate per gli studenti all’estero dove l’esperienza della recitazione rende la lingua viva per chi non la sente parlare quotidianamente e la presenza fisica del poeta avvicina un mondo lontano: per questo motivo, per esempio, organizzerò readings a New York alla Fordham University. Quanto all’Italia, ci sono, ovviamente, delle eccezioni, come quelle di alcuni poeti la cui lettura è davvero un necessario e illuminante gesto critico di interpretazione del testo: penso a Tiziano Scarpa che legge Groppi d’amore nella scuraglia (Torino, Einaudi, 2005), a Giovanna Marmo che legge il suo recente libro Occhio da cui tutto ride (Torino, No reply, 2009) oppure a Tiziana Cera Rosco; ma anche altri sono i nomi che si possono fare, di contro a quelli di molti poeti performers improvvisati e noiosissimi da ascoltare.

[5] Se ne vedano le belle riflessioni in un saggio importante dedicato a Gianni A. Papini un notevole poeta che meriterebbe molta attenzione: Mario Martelli, Le “Vanità” di Gianni A. Papini, in «Versants», 1995, n. 27, pp. 41-65.

[6] Fam., xiii, 5, 23; ed. a cura di V. Rossi, Firenze, Sansoni, 1933-1942, 4 voll., iii, p. 71. trad. di Enrico Bianchi, in F. Petrarca, Opere, a cura di M. Martelli, Firenze, Sansoni, 1975, p. 780 (ma cito dal saggio di F. Bausi, Classicismo e umanesimo nella poesia carducciana, in «Studi Italiani», 2007-2008, p. 60).

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24 thoughts on “Poesia, solitudine e readings

  1. Articolo spettacolare, Alessandro, sono d’accordo pressoché su tutto. Mi sembra che il succo si concentri nella meravigliosa frase di Wilde. È il lettore che deve impadronirsi della poesia, sentirla interpretarla – anche ultra autorem!!! – e farla propria, mentre si tende sempre più (leggendola, accompagnandola, ingabbiandola) a farne un precotto, aggirando con voci musiche e rinfreschi l’attenzione per la sostanza. Questo perché manca nel lettore il tempo, l’educazione alla rimuginazione, la componente di sfida che l’ignoto dovrebbe dare: oggi se non capisco subito, scarto e passo ad altro…

    un saluto
    RRC

  2. Complimenti, Ale, articolo bellissimo.
    Come insegnante di Inglese non posso fare altro che condividere, perché oggi è necessario fare tornare i giovani sul terreno dello studio inteso come silenzio e fatica.
    Tuttavia, come Amministratore, e dunque come organizzatore di quelle serate che tu critichi così tanto (e giustamente,se non sono proposte con equilibrio), posso solo dire che in una Italia dove la cultura è ormai solo “un prodotto di nicchia”, ben vengano delle occasioni che tengono la gente lontana dai quiz e dai realities! Chi si contenta gode!

  3. Caro Alessandro, concordo con chi mi ha preceduto: è un articolo scritto con il cuore e con la testa (e ti assicuro che non si tratta dello scimmiottamento di una vecchia pubblicità della grappa). Battute a parte, hai reso omaggio, con ironia ma anche con argomenti precisi, dettagliati e documentati, a ciò che la poesia può e deve ancora dire, con voce autentica e non imbellettata ed edulcorata, o, peggio che mai, messa sullo stesso piano di un cocktail o di patatine fritte e noccioline, sponsorizzate o meno. E’ ancora espressione di esistenza e resistenza nei confronti del becero e del brutto, la poesia. Complimenti per la passione e la forza con cui hai reso palese questo concetto. Un saluto cordiale, Ivano

  4. @ Tiziana, grazie! te lo spedisco subito e spero che tu possa condividere qui i risultati della discussione.

    @ Maria Cristina, Grazie per avere trovato il tempo di leggere questo testo…hai ragione che chi organizza serate culturali — e tu lo sai bene come assessore alla cultura di Monterchi– deve avere a che fare con un pubblico svogliato e immaturo, ma spero che si trovi un modo che gradualmente faccia crescere gli spettatori delle readings di poesia trasformandoli da passivi uditori in attivi lettori e compratori dei libri. E magari tu hai delle idee su come questo potrebbe avvenire praticamente. Io ho fatto un discorso che si limita a riconoscere la malattia, dobbiamo lavorare tutti insieme per trovare la cura….la cosa a mio modo di vedere è seria.

  5. Grazie Ivano per le tue parole. Essere “espressione di esistenza e resistenza nei confronti del becero e del brutto” e’ in effetti uno dei poteri e una delle responsabilità della poesia. Per me l’ambiente fisico e psichico che deve essere creato intorno all’ascolto pubblico o alla lettura privata di una poesia è sacro, quasi liturgico. Chi la spaccia, la poesia, per qualcosa di facile da ammannire in tutte le salse, la impoverisce, la priva dell’aura.
    Un caro saluto e a presto
    Alessandro

  6. Credo che l’articolo di Alessandro abbia ben esposto con toni e argomenti perfettamente condivisibili “una malattia”, come dice lui stesso nei commenti.
    Spesso questi discorsi, anche ampliati alla percezione della letteratura in generale, vengono tacciati dai comunicatori del nostro tempo come discorsi romantici, discorsi che propongono un’idea “mitica” del poeta o dello scrittore. Io, ovviamente non sono d’accordo e mi sento molto vicino a quello che ha sintetizzato così bene Alessandro.
    A me pare che si confonda la possibilità di fruizione di qualcosa con la sostanza di quel qualcosa. Si assume il fatto che una poesia sia “bella” perché fruibile e godibile al contatto, un libro sia bello perchè “intrattiene”
    Io personalmente credo invece che sia “bello” ciò che si manifesta come proprietà “emergenti” di noi, che emergono grazie al contatto con qualche stimolo che le scatena. Sarebbe un discorso molto lungo ma ciò che “istantaneamente” viene da noi percepito in una forma e in una sostanza (ma forma e sostanza sono la stessa cosa in letteratura…)immediatamente interpretabili come un piano univoco di sensazioni soddisfacenti è un qualcosa che non scatena processi, che non muove tempi e spazi, che intrattiene ma nasce già morto in noi perché “già presente”. Può essere bello perché consola, diverte, piace come riflesso di noi, ma a mio avviso non è letteratura e non è poesia e chi ha scritto non ha niente da dire a chi ha letto.
    Scusate le troppe virgolette e le frasi un po’ troppo definitive, ma in poche righe non è facile esprimere una serie di concetti e sensazioni a cui bisognerebbe dedicare un altro saggio sulla letteratura e la modernità magari….quanto alla cura, io sono sempre dell’idea che la prima responsabilità sia sulle spalle di chi scrive per essere letto da altri.

  7. Simone hai toccato un punto nevralgico del discorso. La parola poetica (come la parola in prosa o la prosapoesia) non deve intrattenere perché se intrattiene non fa altro che confermarti nelle aspettative che tu ti sei già costruito come lettore/uditore. In altre parole molti autori piacciono perché il pubblico trova se stesso in quelle parole..e questo diviene un processo estetico e ermeneutico molto confortante perché è una conferma di come ci vediamo e di come pensiamo di essere…. ecco io (come te) vorrei il contrario esatto di questo. Come dicevo nell’articolo vorrei che quando leggo/ascolto qualcosa di nuovo e di inaspettato mi fosse rivelato di me stesso e degli uomini in generale. È per questo che spesso (non sempre: ovviamente ci sono e ci sono state eccezioni) i veri poeti sono incompresi o faticano a essere capiti subito. Forse davvero il grande innovatore è destinato a essere un autore postumo.

  8. Come non essere dalla parte della poesia, dalla parte delle parole che scrivi?
    La poesia, come dice bene oggi Patrizia Valduga è linguaggio di specialisti, è davvero inutile pensare alla sua diffusione “popolare”, da qui il teatrino itinerante che sono diventate le turné dei poeti. Poi temo che il poeta che va a leggere le poesie ai congressi americani dell’era obamiana muti i suoi versi in una specie di canzone del tempo, che possa essere seguita come parola di Mika (con tutto il rispetto per il cantante). Così come Alda Merini è mutata dagli anni 50 al MCShow, trasformandosi da quella grande poetessa che era a un evento mediatico/folkloristico.

  9. Ricevo via email da Bruno Nacci queste belle e interessanti considerazioni che meglio definiscono il problema in termini anche storici. Sono d’accordo con lui. In particolare ha ragione anche a segnalare che forse il mio testo potrebbe fare pensare che io sia un laudator temporis acti. In realtà la questione è più complessa, come Bruno giustamente nota (e solo questo punto meriterebbe un convegno). Terrò conto di tutte le osservazioni sue e vostre al momento di pubblicare questo articolo come editoriale su Italian Poetry Review 2009. Ecco il testo di Bruno (che ringrazio per avermi autorizzato a postarlo):

    Chi ha vissuto la stagione poetica (parlo degli anni sessanta e settanta), apparentemente opposta a quella che stiamo vivendo e nella quale Alessandro Polcri vede il pericolo di una riduzione della poesia a “intrattenimento”, non può fare a meno di notare come il pendolo storico, nella sua monotonia, segni sempre un tempo infausto. Se ripenso al generoso entusiasmo di chi si sforzava allora di avvicinare la poesia al popolo (sì, al popolo), mi viene subito in mente un personaggio quasi leggendario, Toni Comello, che con il Trebbo, a Milano (ma negli anni cinquanta batteva tutta l’Italia, dagli sperduti paesini emiliani alle piazze delle grandi città, forte del sodalizio con poeti come Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Caproni, Montale, Sereni ecc), ha costituito per decenni un punto d’incontro tra le generazioni, facendo conoscere la poesia, antica e moderna, e i poeti, ai bambini delle scuole elementari, agli operai, a chiunque avesse il gusto o anche solo la curiosità per un mondo diverso, allora come oggi. Eppure anche il Trebbo, come altre iniziative simili, è stato costretto col passare degli anni, a ridurre la sua forza evocativa, ricorrendo agli “eventi” che Polcri lamenta, sostituendo la nuda espressività della parola (sorretta solo dal gesto teatrale) a contorni più o meno allettanti (non ultimo quello politico o le “feste” di primavera ecc) non perché venisse meno la poesia, ma perché il pubblico di quella poesia stava lentamente scomparendo. Ci fu poi un ritorno di fiamma, sostanzialmente gli anni settanta e parte degli anni ottanta, quando una certa editoria, fiutando l’affare, promosse letture e pubblicazioni, con un seguito (questa volta meno “popolo” e più ceto borghese, studentesco) di riviste e rivistine, spettacoli affollatissimi durante i quali i poeti non si risparmiavano vere e proprie azioni spettacolari di sapore tardo futurista. E dietro a tutto questo sorsero locali (il Caffé dei poeti, il ristorante della Poesia, il pasticciere amico dei poeti… ecc), intere foreste andarono al disboscamento per riviste e rivistine, si moltiplicarono salotti in cui i poeti laureati e laureandi discettavano e, soprattutto, si facevano conoscere e selezionare dai guru di allora: indimenticabile fu la sferzante descrizione che Hans Magnus Enzensberger fece di uno di quei raduni salottieri. Anche quella stagione è tramontata nel disfacimento collettivo, o meglio nella decomposizione dei due decenni successivi. Dopo la scomparsa del “popolo”, abbiamo assistito al riflusso intellettuale, alla indifferenza nei confronti della parola poetica (e della parola in genere), che sopravvive, appunto, o come orfismo all’interno di cenacoli ristretti e autoreferenziali, o come ballerina di terza fila durante le settimane culturali organizzate da volonterosi assessori alla cultura. Che dire? Io direi che forse non dobbiamo dimenticare come è nata la poesia, la sua storia, e come il suo rapporto con la società e il potere sia sempre stato problematico (il poeta vate, il poeta pitocco ecc), passando dalla tentazione di recitare un ruolo primario (e così spesso è diventata cortigiana, sia pure di grande livello) a quella di sciogliersi nel corrotto accusando l’incomprensione del mondo. Intendo dire che non mi sembra l’attuale stagione diversa dalle altre, secondo, ripeto, una semicircolarità, un ritorno pendolare da un estremo all’altro, da un effimero trionfo a un altrettanto effimero oblio. La parola è sempre stata e sarà una forma decisiva del potere di trasformare le cose e gli uomini, ai poeti spetta l’impossibile compito di riportare la parola alla sua verità, o alla sua approssimazione di verità, distogliendola dalla tentazione del potere. Ci si può meravigliare che la società diffidi dei poeti? Che preferisca non ascoltarli? O che riservi loro il ruolo del buffone? Polcri mette il dito su una delle piaghe attuali, ma non vorrei che in questo modo si coltivasse l’illusione di un tempo felice (concordo con lui sul fatto che la parola poetica è troppo dura, mi permetto di dissentire quando sembra limitare l’osservazione al presente: “è diventata…”): il lamento di Hölderlin nei confronti dei tempi di povertà mi sembra sempre attuale, anche se chi vive la poesia e rispetta la parola si illude che quei tempi cessino o siano solo il frutto di una sciagurata congiuntura.
    Bruno Nacci

  10. Grazie Elio condivido le parole della Valduga. Quando ai poeti americani, sono invece molto seri e come dico hanno in America un mandato sociale che noi ci sogniamo in Italia. Il poeta è una figura che conta ed è un intellettuale. Non si tratta di congressi, ma della cerimonia di giuramento di alcuni — pochissimi — presidenti (ultimo Obama): una cerimonia estremamente simbolica e importante dove il poeta ha un ruolo di grande valore mentre la nazione si riconosce unita (in particolare accadde quando giurò Obama). La poesia ha avuto in quella occasione un ruolo unificante e di stimolo a condividere una appartenenza e una identità. Le parole sono bene pesate e tutt’altro che semplificate.

  11. La disattenzione delle istituzioni nei confronti dei poeti, oltre ai limiti intellettuali di chi ci rappresenta, più che evidenti, va ricercata però, secondo il mio modesto parere, anche nell’atteggiamento dei poeti stessi nei confronti della società in cui si trovano a vivere. Più che partendo dall’addossare colpe ad altri, cosa fin troppo facile, bisognerebbe chiedersi se vi sia, nei poeti italiani, un vero desiderio di sentirsi parte attiva nella vita sociale del nostro paese. Se vi sia, davvero, un profondo desiderio di comunicare a tutte le persone, al di là della loro formazione culturale, attraverso la poesia, i valori più alti verso cui dovrebbe tendere la nostra nazione. Per far questo – se si è interessati a far questo – bisognerebbe come Pasolini, Walcott o altri grandi esponenti della poesia internazionale, decidere di scrivere una poesia non dico elementare ma, in buona parte almeno, potenzialmente comprensibile dal maestro di scuola fino a chi lavora nella catena di montaggio e che non ha avuto la possibilità di studiare.
    Leggo molta poesia, da sempre, e da sempre l’impressione è quella che in Italia i poeti (ovviamente non tutti) abbiano rinunciato da decenni a sperare di influenzare, anche in minima parte, la vita civile. O, semplicemente, della massa (della possibilità di riscattarla dai veli dell’ignoranza, dei preconcetti attraverso la poesia) non si curano affatto. Senza un’adeguata preparazione, del resto, è quasi impossibile per un non addetto ai lavori capire di cosa parla la stragrande maggioranza dei testi pubblicati. Molti libri, pieni di riferimenti e allusioni sfuggenti all’opera di altri autori più o meno contemporanei, frappongono una distanza tra chi scrive e chi legge pari a quella di un manuale di calcoli per ingegneri. Per me che scrivo principalmente nel mio idioma nativo, parlato da quelche decina di migliaia di persone, e che amo da sempre Char o Celan, il problema della comprensibilità immediata dei testi non è, ovviamente, la mia principale preoccupazione. Però il problema esiste. Sta di fatto che in Italia, anche a sinistra, si preferisce chiamare Fossati o De Gregori (grandissimi musicisti per carità) piuttosto che Sanguineti o Zanzotto se proprio si deve portare un po’ di cultura in un comizio. E non solo perché sono più famosi – credo – ma anche perché le parole dei loro testi, secondo me, sono nate con l’intento di comunicare, in modo chiaro e diretto, al maggior numero di persone possibile le loro idee, i loro sentimenti e svolgono perfettamente questa funzione. Non si può pretendere di avere senza dare. Se non si va incontro alla gente difficilmente la gente ti verrà a cercare. E non puoi andar per strada parlando in sanscrito e pretendendo che la gente ti applauda per ciò che stai dicendo. Non si può scrivere poesia autoreferenziale, intimistica, scollegata totalmente dalle dinamiche che investono la nostra società e lamentarsi, poi, della scarsa attenzione, da parte delle istituzioni e dei media, nei confronti della propria produzione poetica. Perché dovrebbero interessarsi alle nevrosi di X o ai ricordi di Y, se in quelle nevrosi o in quei ricordi non si riesce a trovare nulla da condividere? Da proporre come modello o esempio da seguire? Quindi o si continua a scrivere ciò che ci si sente di scrivere, indifferenti a gratificazioni di ogni tipo, accogliendo con piacere eventuali riconoscimenti e con altrettanta serenità l’indifferenza o l’ostilità, oppure bisogna confrontarsi seriamente con chi ci circonda, dagli assessori alle associazioni, dall’impiegato al panettiere. Elaborando un linguaggio maggiormente fruibile ma non necessariamente, ripeto, banale. Solo così i poeti potranno tornare anche qui, come accade si dice in America ma anche nei paesi slavi a noi vicini (basti pensare alla vicina Slovenia), ad essere ascoltati e chiamati nei grandi raduni politici come nelle feste più importanti. Aprirsi, andare incontro all’altro, porsi al suo livello per poi condurlo, via via, verso problematiche sempre più complesse. Nel mondo anglosassone, basti pensare alla grande critica d’arte, la capacità di farsi capire da tutti è sempre stata vista come un segno di grandezza. Da noi accade, di solito, il contrario. Con il risultato, però, che i testi critici dei nostri studiosi si leggono solo nelle università o da pochi iniziati mentre le opere di Gombrich – che sono le opere di un uomo, si badi bene, di sconfinata cultura e rara capacità di analisi – si continuano a ristampare da decenni. Sono cose su cui riflettere. La cultura italiana, nei vari campi, oggi più che mai patisce questa antica separazione tra la massa e gli intellettuali. Ma poiché non ci sono più prìncipi a proteggere e sostenere economicamente gli artisti, ma è in quella massa oscura che si celano i possibili fruitori dell’opera, coloro che possono porla su di un piedistallo o consegnarla all’oblio, bisogna rendersi conto che è necessario cambiare atteggiamento, liberarsi da tanti pregiudizi di fondo. Allora, forse, capiterà anche qui di ascoltare un poeta parlare alla nazione. O, molto più semplicemente, cosa da noi comunque impensabile oggi, di vederlo stipendiato da qualche ente o università per occuparsi soltanto di poesia.

    Ivan Crico

  12. Sono consapevole, Alessandro, di arrivare nella discussione con notevole ritardo, ma vorrei anch’io dire qualcosa sul malvezzo italiano contro il quale giustamente nel tuo articolo hai scritto parole molto chiare.
    Mi sono spesso ritrovato a dovere dire un secco ‘no’ nel caso di offerte avanzate da organizzatori che avrebbero voluto alternare le letture di mie poesie a brani musicali. Perché sono stato sempre convinto che o l’ascoltatore viene ‘catturato’ da ciò che ho scritto – e, come tutti, l’ho scritto, con fatica e tempo, non solo per me, ma anche perché comunichi qualcosa a chi legge o ascolta – oppure non c’è musica che tenga. Non sarà certamente la musica e la bravura dell’esecutore a migliorare la ‘cattura’ mancata dell’ascoltatore da parte della mia poesia. Anzi, come metti ben in luce, tutto ciò si trasforma in un equivoco di massa: che la poesia sia intrattenimento, che la parola poetica in sé non abbia valore, se non è inserita in un contesto esterno ad essa, costruito per intrattenere chi altrimenti se ne andrebbe a fare qualunque altra cosa.
    Hai ragione anche quando dici che le parole del Petrarca da te citate dovrebbero essere stampate in esergo ad ogni libro di poesia.
    Condivido anche ciò che dici riguardo alla lettura ad alta voce. L’ascoltatore non può tornare indietro a rileggere e a riflettere su ciò che soltanto dopo essere andato oltre può comprendere appieno. La lettura ad alta voce, anche se conferisce ai versi una sonorità talvolta ‘ammaliante’, è insufficiente ad una comprensione completa del testo poetico, che, dunque deve essere riletto e studiato nel silenzio della propria calma.
    Vorrei dire anch’io che riguardo alla sonorità ‘ammaliante’ della lettura altrui ad alta voce, il ‘fascino’ in questione non può consistere nella ‘recitazione’ più o meno enfatica di un attore più o meno professionista.
    La voce deve essere ‘normale’, equilibrata, attenta ai segni diacritici lasciati sulla carta dal poeta, senza forzature e ‘abbellimenti’ di sorta.
    Alberto Mancini

  13. Pingback: La Poesia nella Rete: Samgha - Alessandro Polcri | Poesia 2.0

  14. Una bella lettura, Alessandro, che mi induce a condividere un’esperienza ‘personale’.
    Mettere la ‘persona’ in sospeso, come ho fatto ora per mezzo della punteggiatura, è compito della poesia, se ha da parlare turbando in profondità lo stato delle cose.
    Qualche mese fa partecipai ad una piccola gara poetica che consisteva nella lettura pubblica delle proprie operette e nel relativo giudizio di una giuria. Vinsi ex aequo e mi colpì, della collega che condivise il podio, la bravura nel saper far dimenticare ogni singolo verso che aveva letto, dietro una cortina fatta di performativi di ogni genere, dalla bella presenza, agli abiti svolazzanti, alla voce (calda e suadente), ai movimenti delle mani. Non fui l’unico ad avere questa sconcertante impressione. Dove è finita la poesia, mi chiesi? Dove?

    Un carissimo saluto.

  15. Pingback: Poesia, solitudine e readings | All'orizzonte prendo figura

  16. Lancio una provocazione: magari c’entra anche la qualità dei poeti italiani contemporanei.. Grazie, bel contributo.
    V.S.

  17. Caro Alessandro, condivido in toto la tua osservazione che, alla luce dei fatti che avvengono, risulta d’una certa importanza per coloro che hanno a cuore la vera poesia. Ti confesso che mi è capitato di essere stato invitato per delle letture, ma è tutta una cabala, non sai cosa e chi ti aspetta e alla fine rimane sempre qualche punta di amaro perché pensi di non aver reso, insieme ad altri, un buon servizio alla poesia stessa. Però se pensi bene, in quella che è la ciclicità degli atteggiamenti, verso la fine del secolo scorso s’inneggiava al “poeta in piazza”, alla poesia che come la montagna doveva andare da Maometto, ma la tua disamina comunque resta ferma e convincente come caposaldo della fruizione poetica. Grazie.

  18. Gentile Alessandro, grazie per questo articolo che mi conforta non poco. Per me la poesia è un piacere intellettuale ed emozionale, va bene la lettura ma che sia per un pubblico attento ed interessato, non per chi insegue l’evento mondano e mentre c’è chi legge sussurra e/o beve o sgranocchia. Recentemente ho avuto l’incarico di presentare un libro di poesia, ho accettato e me ne sono pentita per il manifesto disinteresse degli astanti. rimango del parere che la poesia deve restare prodotto di nicchia, elitario, non per snobismo ma perché è la sua stessa natura che lo richiede. Un saluto, Anna Maria Bonfiglio

  19. Dissento su alcuni punti dell’interessante e stimolante “dissertazione” di Alessandro Polcri sull’utilità dei reading poetici. Faccio notare, innanzitutto, che se si leggesse poesia come si mangia il pane (anche non necessariamente “quotidiano”) e, dunque, si acquistassero i libri, in cui la parola, i versi restano “imprigionati”; se fosse diffusa la cultura dell’ascolto silenzioso, allora sarebbe marginale e non del tutto necessario il servizio reso alla poesia (e a un pubblico) attraverso la recitazione o declamazione, ed esso sarebbe solo un puro intrattenimento. Ma sappiamo che in Italia si legge poco e che la poesia, soprattutto, è quasi bandita, o meglio, non è la vivanda prelibata con cui gli italiani imbandiscono la tavola. Allora, piuttosto che lasciare le parole “rilegate” tra le pagine di un libro, che solletica il gusto di pochi buongustai, trovo che sia proficuo e necessario tornare all’oralità della parola poetica, prediligerne ed esaltarne il suono, la “musica” (quella vera della poesia vera) che la genera, che le dà corpo e vita e che non può restare anima costretta nel “privato” di una stanza, di una voce silenziosa o anche sonora, ma che non le dà il giusto respiro. La poesia “in piazza” è un modo per renderla pubblica e, in qualche modo, “incisiva”, sì da lasciare anche una debole traccia in chi ascolta e il desiderio di venirne in possesso, di coglierne più pienamente il significato sulla pagina stampata o avvicinandosi al testo attraverso il contatto e il dialogo diretto con l’autore. La parola nasce sonora, come la nota musicale. L’una non sopporta il carattere da stampa, l’altra ha poco da spartire con gli spazi e le linee del pentagramma. Entrambe non possono restare in assoluto silenzio, devono prima o poi “abbandonare” il loro supporto cartaceo che sostituisce la memoria e facilita la loro diffusione. Da questo punto di vista, menestrelli, giullari e trovatori resero alla poesia e alla melodia (e, dunque, alla parola) un servizio “cortese” e d’intrattenimento, che, pur restando nell’ambito delle corti, ha finito per trovare la sua diffusione nella storia della letteratura mondiale! La poesia (quella vera), che oggi va in piazza, non ha giullari e non ha lo scopo d’intrattenere. Soprattutto, non vuole essere un fenomeno da letteratura, ma semmai sociale ed educativo, nel senso proprio di educare alla bellezza. La poesia, certo, può fare a meno dell’accompagnamento musicale se è la voce del poeta a farsi strumento melodico e a modulare ritmi e vibrazioni, ad esaltare le pause e i chiaroscuri, a colorare i toni e i sentimenti, ad estendere i suoni e le emozioni fino a toccare il dïàpaṡon e fare esplodere l’entusiasmo nel cuore degli ascoltatori. In mancanza di quest’arte, un sottofondo musicale non guasta “supplendo” alla voce monocorde del dicitore. Come considerare intrattenimento le performances di un Carmelo Bene? o le interpretazioni di Albertazzi, di Vittorio Gassman, di Pamela Villoresi?…Non hanno, forse, loro dato voce, sonorità alla parola, alla poesia portandola in teatro, in Tv, nelle sale d’incisione e, dunque, nei CD, e qualche volta nelle scuole e nelle piazze? E come non ricordare la voce profonda, roca, intensa di Ungaretti? Per concludere, sottolineo che la lettura silenziosa aiuta, senz’altro, la comprensione del testo, la quale, invece, può sfuggire nel tempo unico della recitazione. Ma la poesia recitata esalta la parola, la forma; porta la sua musica direttamente nel cuore della “piazza”! Ben vengano, dunque, i reading a rendere il servizio che la poesia merita, data l’assenza o la penuria dei lettori, con l’eccezione di un numero meno sparuto di “aficionados”!

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