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Henri-Frédéric Amiel o Dell’Indifferenza

di Luca Ormelli*

«Non tengo ad avere lettori; desidero soltanto meritare d’esser letto»
[8 febbraio 1871].

Miguel de Unamuno e Guido Morselli. Che cosa mai possono avere in comune autori così lontani vuoi per cronologia vuoi per biografia vuoi, soprattutto, per intensità devozionale? Henri-Frédéric Amiel. Chi era costui? Attingo alla prefazione del prezioso volume che in Italia, per i tipi benemeriti della Longo Editore di Ravenna, Pino Mensi curatore dello stesso con ammirevole zelo e ricchissima perizia ha offerto nel 2000 al lettore indigeno:

«La vita di Henri-Frédéric Amiel è povera di avvenimenti esteriori e si può riassumere in poche righe: è nato il 27 settembre 1821 a Ginevra. Suo padre Henri, negoziante, caduto in una profonda depressione per la perdita della moglie Caroline Brandt, morta di tubercolosi nel 1832, si suicida nel 1834 gettandosi nel Rodano. [...] Nel 1844 si iscrive all’Università di Berlino e vi segue con entusiasmo i corsi di filosofia, estetica, teologia [...] tenuti dai grandi nomi dell’epoca. [...] Torna nel dicembre 1848 a Ginevra dove vince il concorso per la cattedra universitaria di Letteratura francese ed Estetica. [...] Le delusioni accademiche e le incomprensioni di colleghi e superiori cominciano subito: nel 1850 deve coprire anche la cattedra di Filosofia, per la quale si sente meno preparato, e nel 1854, soppressa la cattedra di Estetica è definitivamente chiamato a quella di Filosofia, che tiene, non sempre pago degli esiti ma con indefessa scrupolosità, fino alla morte, avvenuta dopo anni di graduale e dolorosa decadenza fisica, l’11 maggio 1881» [1].

Una esistenza alquanto trista, come si evince dalle righe succitate. Eppure questa esistenza tanto trista e, a tutta prima, “ordinaria” fu capace di un Diario intimo la cui edizione integrale uscita a Losanna tra il 1976 e il 1994 è costituita da ben 12 volumi di mille pagine l’uno. Un autore dunque “monumentale” fu Amiel la cui opera lui-vivente passò quasi inosservata alla società degli spiriti eletti della seconda metà del XIX secolo, ove pure ed a buon diritto avrebbe meritato di figurare accanto a coloro che lo stesso pensatore (si eviti la “leggerezza” della definizione di filosofo; si veda in proposito la nota di Domenica 5 febbraio 1854 “Accettando la cattedra di filosofia” – nel volume in esame a pag.175 -: «Ricevuta la nomina alla cattedra di filosofia. [...] Questa responsabilità davanti alla quale cinque anni or sono mi tiravo indietro, ora l’accetto. Ma ne sento tutto il peso») non si perita di definire (Lunedì 8 marzo 1851 – pag. 108) «fratelli in ispirito». Un «triste Amleto ginevrino» venne chiamato dallo scrittore uruguayano José Enrique Rodó. Unamuno lo incluse nella propria lista di «uomini di carne ed ossa [...] che possiedono il sentimento tragico della vita. Ricordo qui Marco Aurelio, sant’Agostino, Pascal, Rousseau, [...] Leopardi, [...] Kleist, Amiel, [...] Kierkegaard, uomini ripieni di sapienza più che di scienza [2]» – e poco dopo il Nostro viene nuovamente chiamato in causa: «[...] il protestante Amiel che lo (Renan, ndr) accusò di non dare la dovuta importanza al peccato [3]». Morselli così lo menziona «[...] tremulo Marcel Proust, e il belante Frédéric Amiel, pesi massimi (e noiosi eroi) dell’introversione [4]».

Fu, Amiel, un pensatore ossessivo e squisito, un sismologo della psiche prima che di quest’ultima provvedesse la psicanalisi a fare insanabile scempio, un Pascal protestante e riformato privo però dell’eroismo fervido del giansenista, un appassionato lettore del trascendentalismo di Emerson e per questo precursore dell’aristocratismo superomistico d’un Nietzsche. Si prenda a titolo esemplificativo la pagina di Lunedì 12 giugno 1871:

«La saggezza è un equilibrio, quindi si trova soltanto negli individui. La Democrazia, conferendo il dominio alle masse, dà la preponderanza all’istinto, alla natura, alle passioni, cioè all’impulso cieco, all’elementare gravitazione, alla generica fatalità. L’oscillazione perpetua tra i contrari diventa il suo unico modo di avanzamento: perché è la forma infantile, stupida e semplice della mente limitata, che si infatua e si disamora, adora e maledice, sempre con la stessa avventatezza. La successione delle opposte sciocchezze le dà l’impressione del cambiamento, ch’essa identifica col miglioramento. [...] Alla stupidità di Demos è pari soltanto la sua presunzione. [...] Non nego il diritto della Democrazia; ma non ho illusioni sull’uso che farà del suo diritto, finché scarseggerà la saggezza e abbonderà l’orgoglio. Il numero fa la legge; ma il bene non ha nulla a che fare con le cifre. Ogni finzione si espia, e la Democrazia poggia su una finzione legale, cioè che la maggioranza ha non solo la forza, ma la ragione; che possiede la saggezza insieme col diritto. [...] Le masse saranno sempre al di sotto della media».

Un Nietzsche che però, con ogni probabilità, non avrebbe mancato di tacciare il ginevrino di décadence ottenebrato com’era quest’ultimo dall’urgenza della salvazione e della redenzione (anche e soprattutto attraverso le opere, da autentico evangelico; è Amiel stesso a sentenziare il 15 dicembre 1863: «Quello che hai creato dà la tua misura; e la tua opera è l’espressione del tuo vero valore»), diuturnamente minacciato dalle tentazioni, accerchiato dall’involgarimento, uno spirito misantropo non meno che misogino, penna raffinatissima (il Diario è costellato di versi autografi) e sensibile al limite della nevrastenia ai seppur minimi mutamenti della società a lui contemporanea, un Dostoevskij che avrebbe voluto nascere Tolstoj, autore fragile ed incline all’apatia ed all’autocommiserazione, più kierkegaardiano che emulo di Kant, ragione questa per cui solo una forma “espressiva” frammentaria ma metodicizzante, condensatoria e consolatoria come un “Diario” avrebbe potuto perfettamente calzare; un pensatore del quale il Diario intimo pur nella versione antologizzata con eccellenza che qui si sottopone al Vostro giudizio di curiosi lettori non temo di collocare al fianco dello Zibaldone leopardiano per ampiezza di temi e vastità di riflessione (ma come ben conoscono i sapienti «La sola cosa essenziale da conoscere è l’uomo», 16 Novembre 1860) o alle meno conosciute Note azzurre dello scapigliato Carlo Dossi.

Bastino a canonizzarne la singolarità, l’eccezionalità le due seguenti, espunte, perle:

«La sensibilità estetica è una sorgente di dispiaceri e perfino di pene ancor più inesaurbile della sensibilità del cuore; giacché ci sono più cuori buoni che persone di gusto, e più persone buone che spiriti delicati» [3 febbraio 1857].

«C’è una massoneria delle intelligenze. Chi non ha gustato Raffaello, Beethoven, Dante, Shakespeare, Goethe e Schleiermacher è solo un incolto, con cui non ci si intende quasi su nulla» [9 aprile 1870].

Ed eccezionalmente ignorato, per il lettore italiano, Amiel lo è tuttora. Solo il primissimo novecento ha provato meritoria attrazione per la statura del pensatore ginevrino. Quanto ad oggi, eccettuata l’edizione su cui verte il presente articolo in lingua del la lungimirante editoria nostrana annovera solamente una ulteriore “riduzione” del Diario intimo: Philine. Frammenti del diario intimo (Dadò Editore, Locarno, 2005). Non per caso di matrice elvetica. Prima e dopo il diluvio. Ma tant’è. Egli stesso ci ammonisce: «Preferisco tacere piuttosto che parlare all’indifferenza» [4 Febbraio 1871]. Henri-Frédéric Amiel, il Carneade della filosofia europea ottocentesca, colui che mai volle dirsi filosofo ma che filosofo fu a pieno titolo, emulo dei moralisti immortali a la Montaigne, della cinica civetteria di un La Rochefoucauld o di un Chamfort, un delicato philosophe capace «di scolpire solo epitaffi» [25 Agosto 1868].


*Luca Ormelli, nato a Padova nel 1974, ha frequentato la locale Università studiando con Cesare Galimberti e Franco Volpi. Attualmente si occupa di terziario avanzato o, come sarebbe preferibile dire secondo lui dopo la crisi, di quel che del terziaro è avanzato lo trova ancora occupato.

[1] Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo, Longo Editore, Ravenna, 2000.

[2] Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita, Piemme Edizioni, Casale Monferrato, 2004, p. 61.

[3] Ivi, p. 101.

[4] Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 2006, p. 68.

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2 pensieri su “Henri-Frédéric Amiel o Dell’Indifferenza

  1. Un autore raffinato che merita un approfondimento.
    Dalla lettura degli aforismi sparsi sul web (e dalla lettura di questo completo e altrettanto raffinato articolo) non mi sembra tuttavia assimilabile allo Zibaldone leopardiano, a differenza di tutti gli altri autori citati.
    Il mio giudizio tuttavia è limitato dalla lettura di una goccia nel mare sterminato dell’opera di Amiel, per cui sollecito il gentile intervento in questa sede di Luca Ormelli.

    • Caro Giuseppe,
      ti ringrazio del graditissimo commento. E’ parzialmente corretto quanto affermi laddove segnali che, ad una tua prima lettura, registri numerose differenze tra lo “Zibaldone” leopardiano e le monumentali annotazioni di Amiel. A Leopardi mi sento di comparare il ginevrino per l’afflato sentimentale e lo struggimento romantico. Assai diverso è l’orientamento: laddove Amiel è un philosophe alla Montaigne che culla ambizioni di poesia [in questo rassomigliando alquanto a Nietzsche il quale sosteneva che le opere per le quali sarebbe di certo stato tramandato alla posterità erano le sue partiture musicali] Leopardi è latore di una poetica che non può prescindere dall’intuizione filosofica. Leopardi è un filosofo alla maniera dei presocratici, di Empedocle, di Lucrezio o di Virgilio. Amiel è un Montaigne privato della senechiana tranquillitas del grande “moralista” francese, avvicinabile al mio concittadino Andrea Emo per la metodica imponenza dei suoi taccuini e per la sua estraneità al gran mondo dell’Accademia. Leitmotiv del “Diario” è l’inadeguatezza del pensatore alla sormontante modernità massificante [civiltà quella contemporanea che Guénon chiamava il "regno della quantità"] che travolge l’isolamento in cui sola e proficua balugina la verità dell’essere e l’esistenza autenticamente sorretta. E’ una lettura consigliatissima questa “riduzione” pubblicata dalla Longo, da affiancare alla lettura dell’altro fin troppo trascurato grande irregolare della prima metà del XIX secolo, Friedrich Hebbel, per il quale ti rimando al mio articolo monografico.
      Un saluto,
      L.

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