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Gli autori invisibili

da sinistra a destra: Elena Rolla, Ilide Carmignani, Rossella Bernascone e Susanna Basso

di Paola Ghigo

Ilide Carmignani, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa Editrice, 2008, prefazione di Ernesto Ferrero, 179 pp, 14 euro.

Ilide Carmignani – docente e traduttrice dallo spagnolo, che da dieci anni organizza gli incontri dell’autore invisibile al Salone del libro di Torino e le giornate della traduzione letteraria di Urbino – fra il 2000 e il 2006 ha raccolto 25 interviste ad autori invisibili: i traduttori letterari, quelli che di rado vengono citati sulle copertine, nelle recensioni, sui cataloghi OPAC.
Non si tratta di un “manuale” sulla traduzione come l’ABC della traduzione letteraria di Rossella Bernascone (Tirrenia Stampatori 1994), Pareti di cristallo di Barbara Lanati (uscito nella stessa collana, Astrolabio, di Besa) – che raccoglie le esperienze ricavate traducendo Angela Carter, Emily Dickinson, Gertrude Stein – o il recentissimo Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti di Susanna Basso (Bruno Mondadori) dei quali parlerò diffusamente un’altra volta, ma è un testo altrettanto importante, ricco di aneddoti interessanti sul mestiere del traduttore.
È curioso scoprire quando e come traduttori che ricoprono o hanno ricoperto importanti ruoli nelle case editrici o qualche cattedra accademica si sono avvicinati alla traduzione, e come è cambiata la situazione dell’editoria negli ultimi anni.
Vincenzo Mantovani descrive l’enorme entusiasmo di quando ha cominciato a tradurre per Feltrinelli, come gli venivano mostrate le bozze degli autori dell’école du regard con la stessa reverenza con cui gli avrebbero fatto vedere uno dei rotoli del Mar Morto. Renata Colorni, responsabile della collana “I Meridiani”, racconta di come nel 1973 Paolo Boringhieri potesse assumerla come redattrice per curare l’edizione italiana delle opere di Sigmund Freud e che quella full immersion, durata sei anni, le abbia permesso di immedesimarsi nel mondo di quell’autore ponendole il problema di dargli voce.
Oggi invece, che le case editrici si avvalgono soprattutto di collaboratori esterni, i traduttori appartengono a una categoria professionale non sufficientemente apprezzata e mal retribuita. Spesso i recensori, citando lunghi brani di traduzione, si dimenticano di menzionare il nome del traduttore (come se si potesse parlare dell’esecuzione di un brano musicale senza citare l’interprete!) e l’aspetto “schiavistico” di questo lavoro non è cambiato. Inevitabile l’accenno alle signore dal doppio cognome alle quali Valentino Bompiani affidava volentieri le traduzioni (di cui ho sentito parlare per la prima volta alla SETL – la Scuola Europea di Traduzione Letteraria, fondata e diretta da Magda Olivetti – che ho avuto la fortuna di frequentare nel 1996) o all’aneddoto riportato da Delfina Vezzoli di un suo colloquio con Roberto Calasso (“dovevo essere ricca di famiglia. In realtà ero pazza di mio”).
C’è un punto, però, su cui sono davvero tutti d’accordo: una buona traduzione è fondamentale e può essere decisiva per il successo di un libro; viceversa, una cattiva traduzione può decretare la sordità del pubblico nei confronti di autori e libri di grande qualità. Eppure la maggior parte degli autori – per non dire tutti – sconsiglierebbe ai giovani di intraprendere questo lavoro, e qualcuno arriva persino a suggerire di non leggere il contratto di traduzione, o quantomeno a cedere all’editore solo i diritti per la stampa (il compianto Angelo Morino, che ha scritto bellissime pagine sulla traduzione in Quando internet non c’era, uscito da poco per Sellerio). Martina Testa, direttore editoriale di minimum fax, accenna al fatto che non conosce traduttori che si mantengano solo con questo lavoro. Mi viene da pensare a Pier Francesco Paolini, che solo con le traduzioni (di più di cento autori angloamericani) ha sempre mantenuto moglie e figli, ma lui costituisce davvero un’eccezione.
Uno degli argomenti preminenti delle interviste riguarda le doti necessarie a un bravo traduttore: deve conoscere bene la lingua di partenza ma anche la materia, dev’essere disposto a far tabula rasa di se stesso e delle proprie doti espressive. Poiché la sua opera è un’esecuzione, deve traghettare i contenuti e le forme in un altro universo musicale, prestandogli una voce nella propria lingua per trovare uno stile nella lingua d’arrivo e, per farlo, dev’essere un po’ scrittore. È necessario che si allontani dalla lettera del testo per realizzare una fedeltà allo spirito, al tono, allo stile e dunque all’arte dell’autore. Un altro punto cruciale è quello che riguarda il difficile rapporto fra traduttore e revisore. Per cominciare – secondo Renata Colorni – il traduttore dovrebbe accettare di sottoporsi a una prova per vedere se è in consonanza con un certo testo. Il revisore, da parte sua, dovrebbe essere un bravo traduttore ed essere in grado di inserirsi negli interstizi fra la voce dello scrittore e quella del traduttore, nell’interesse del libro. Il traduttore è spesso frustrato perché si sente la persona più autorevole, più autorizzata ad avere l’ultima parola, ma spesso questa spetta all’editore. Nessuno l’ha espresso meglio di Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Bompiani 2003): “il traduttore deve negoziare con il fantasma di un autore sovente scomparso, con la presenza invadente del testo fonte, con l’immagine ancora indeterminata del lettore per cui sta traducendo e talora anche con l’editore”.
A differenza del passato, oggi ci sono molte scuole di traduzione. Quello che si può insegnare è il serio e maniacale artigianato, l’accanita consultazione di dizionari, l’importanza della lettura di autori italiani coevi all’autore, senza dimenticare quell’enorme risorsa che è Internet, che mette a disposizione un patrimonio infinito di informazioni: oggi i traduttori sono diventati anche “controllori dei fatti” (ormai siamo lontani anni luce dalla situazione del redattore descritta da McInerney in Bright Lights, Big City e da Brodkey in This Wild Darkness) e possono confrontarsi su liste come Biblit, che fornisce strumenti utilissimi.
Alcuni traduttori sono poi anche autori che vengono a loro volta tradotti all’estero. Claudio Magris ha l’abitudine di scrivere una lettera lunghissima, maniacale, in cui indica le citazioni nascoste, ma in altri casi questo non capita. Peccato che il Cahier des charges de la Vie mode d’emploi, nel quale le citazioni che Perec si era imposto erano esplicitate, sia uscito solo nel 1993.
Vorrei concludere con il rapporto fra traduzione e scrittura in proprio. Per Franca Cavagnoli fra tradurre e scrivere c’è lo stesso rapporto che c’è fra allenarsi e fare una gara; Angelo Morino menziona una perversione in chi traduce, una sorta di ancoraggio al già scritto per impossibilità di accedere allo scrivere; per Susanna Basso tradurre è un po’ come pregare, per la devozione che richiede, mentre scrivere invece è un po’ cantare.

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Un pensiero su “Gli autori invisibili

  1. Ottimo articolo. Da quando vivo all’estero ho imparato ad apprezzare ancora di piu’ il lavoro dei traduttori. In realta’, secondo me, si tratta di due arti in una: si tratta di essere prima di tutto scrittori, e poi di conoscere le due lingue. E’ un po’ come un attore che deve entrare completamente nella parte per essere credibile. E purtroppo bisogna anche ammettere che non tutti sono all’altezza.

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