I libri migliori

Vertoiba 5

Per puro caso ho scoperto in internet, vera discarica del sapere, che esiste un romanzo di Alessandra D’Agostino, edito nel 2008, intitolato Vertoiba 5. Il fatto non avrebbe attirato, credo, la curiosità di molti altri internauti, se non che…. Se non che da un po’ di tempo, una manciata di mesi, vengo raggiunto dal passato con una frequenza un po’ inquietante, anche perché la regolarità, mi hanno insegnato, è nemica del caso. Dunque capita che all’improvviso mi si presenti, affiorando dalle insondabili profondità o superfici del Web, l’avatar di uno di quei solerti funzionari dello stato che, durante le guerre o in caso di incidenti, soprattutto nei film americani, bussano compunti alla porta di quelli che poi saranno vedove, fratelli, madri e figli inconsolabili, per notificare loro che…. Mi sono sempre chiesto cosa si provi in quei casi, e se il dolore più lancinante non consista nella disperata corsa a ritroso  per sapere cosa si stesse facendo nel preciso istante in cui…, alla ricerca  di una stolida e colpevole sincronia tra l’innocente gesto di portare una tazza di caffè alle labbra e lo schianto dell’osso perforato da un ottuso proiettile, o l’inutile urlo dei freni prima del colpo sordo che ha  sbalzato un corpo,  quel corpo, per sempre lontano da noi. In altre parole, il grande rammarico consiste forse nella constatazione che è esistito un tempo in cui la nostra vita è  stata lieve e affabile proprio mentre si  spalancava l’abisso, si lacerava in modo irreparabile il ganglio dei legami, e durante il quale anche dopo, magari a lungo, abbiamo vissuto in una sorta di terra di nessuno, dove regna una sinistra e spensierata indifferenza, come se noi fossimo stati via, senza sapere, adesso,  dove e con quale diritto. In queste ultime  settimane mi sono accaduti fatti simili anche se, ovviamente, molto meno dolorosi, dovuti al caso e alla smisurata, oscena, impudica onniscienza di Google, oltre che al naturale svolgersi della vita. Uno. Durante il servizio militare avevo stretto amicizia con un bergamasco, ruvido e impetuoso, poco più  grande di me, coltissimo e già toccato da una  solida fama (un articolo di Testori sul Corriere, negli anni sessanta, lo aveva consacrato,  rivelandone la precoce genialità di pittore). Giovanissimo, era una leggenda a Bergamo alta dove lo chiamavano il Gufo, per via della sua bizzarra inversione del giorno, durante il quale dormiva, con la notte, che trascorreva nelle bisbocce più indecorose. Incontenibile bevitore come Pantagruel, spaccamontagne e affabulatore delizioso quanto boccaccesco, a un tavolo delle Cantine d’Italia, antica osteria della periferia bolognese, mi aveva confidato le sue avventure, le sue passioni, la sua estrema e fragile sensibilità, che mascherava con una tracotanza capace di tenere  a bada gli altri e di rassicurare se stesso. Da lui avevo imparato ad amare la prosa densa e raffinata di Roberto Longhi e l’arte contemporanea da Tabusso a Bacon, che fino a quel momento per me non esistevano, trascorrendo intere sere e nottate a parlare e a bere, finendo ubriachi, non solo  di vino.

Gianfranco Bonetti, 1991

Poi, come capita, con la fine di quell’interminabile anno e mezzo non ci  eravamo più rivisti, la mia vita non contemplava allora il disordine e  l’eccesso della sua, per quanto grandi fossero l’affetto e la stima. Ma nel corso degli anni avevo  continuato a seguirlo da lontano, mostre, cataloghi, articoli. Stimato dalla critica più severa e molto amato dai collezionisti, Gianfranco Bonetti si era affermato come uno dei migliori pittori italiani, nonostante il carattere divenuto con gli anni, a quanto pare,  sempre più scostante, e la distruttiva tendenza a bere, la lunatica stravaganza che ne facevano un romantico incontrollabile e incontrollato. Quando, rovistando appunto su internet, mi  sono imbattuto nel suo nome,  sono rimasto subito folgorato da quelle dannate parentesi che racchiudono, elegante  trasposizione grafica della nostra labile sorte, le due fatali cifre della nascita e della morte. Ho così sperimentato lo smarrimento che afferra quando ti comunicano… E l’impossibilità di far combaciare l’immagine serbata per  decenni del giovane robusto, guascone, pieno di vitalità, curioso e impertinente, con quella di un vecchio, o quasi, che, stando alle cronache, si trascinava da un bar all’altro, sproloquiando,  parlando a se stesso, forse dimentico del suo valore. Io, che non l’avevo più rivisto, cullandomi però con l’idea che prima o poi ci saremmo incontrati e riconosciuti, ho fatto così in tempo ad essere presente, a un anno dalla morte,  a una bella retrospettiva della sua carriera, in una sede prestigiosa, con il pubblico che conta, le autorità, le damazze gaddiane ingioiellate, studiosi e giornalisti, discorsi  e pontificali che già  discettavano del maestro, uno a cui, certamente, avrebbero dedicato una strada o una piazza. Perso in quella folla estranea, non ho potuto fare a meno di vederlo avanzare barcollante (aveva una spalla più alta dell’altra che gli dava un’andatura da marinaio), facendomi un gesto ironico e  amichevole da una parte all’altra del piazzale della caserma, tra una batteria di cannoni e l’altra, in una qualunque, greve mattina d’estate, con una gran voglia che gli parlassi di sant’Agostino o di Sartre, pensieroso, con il volto aggrottato, e subito dopo pronto a scoppiare in una risata beffarda, per un guizzo, un’idea oscena, un pensiero balordo che gli attraversava la mente. Come avrebbe irriso, pensavo, a quelle esequie intellettuali da parte di una città che lo temeva forse più di quanto lo amasse, cosa avrebbe detto di quella commemorazione con i pennacchi, i fotografi, i critici dotti che si alternavano al microfono, di quei suoi dipinti ordinati, lustri e non gettati in mucchio in fondo allo studio colmo di bottiglie e cianfrusaglie, incorniciati e illuminati dai faretti, sotto lo sguardo di tutti quei borghesi soddisfatti e per bene.

Due. Spinto dalla curiosità, in una sera di meritato ozio, ho digitato il nome di un antico compagno d’università, un trentino con cui, per almeno due anni,  avevo fatto coppia fissa, al punto che i professori ci scambiavano uno per l’altro. Viveva in una stanza in affitto a Milano, dalle parti di porta Genova, presso una vecchia a cui rubava sistematicamente dal frigorifero, e in quella stanza, nella luce fioca di una lampadina che pendeva dal filo attorcigliato, discutevamo, studiavamo (poco), e facevamo interminabili partire a scacchi, quasi sempre da me perse, dal momento che lui era un giocatore vero, campione provinciale, e quando pattavo, una volta su cinque, mi sentivo già un piccolo  campione anch’io. Rubare era la sua neppure tanto segreta mania, la sua follia incontenibile. Se andavamo in un caffè, rubava le caramelle, i cioccolatini, le sigarette. Conduceva poi una vita parallela, di cui non faceva mistero almeno con me, e che per il mio spirito invincibilmente cattolico, appariva non poco discutibile. Si faceva mantenere da un vecchio, e non osavo allora pensare a cosa dovesse dare in cambio e nemmeno volevo saperlo. Ma ciò che mi affascinava, a parte gli scacchi e  la sottile intelligenza, era proprio la sua assoluta amoralità, non esibita o rivendicativa, che in quegli anni di licenza diffusa sarebbe stata una merce anche troppo comune, ma, per così dire, naturale, e, a modo suo, innocente (come sarebbe stata quella del rapinatore romano mio compagno di caserma, uomo terribile e dal coltello facile, che il giorno del mio congedo, abbracciandomi, si  sarebbe messo a piangere….). Non capiva perché non avrebbe dovuto rubare, se non si faceva scoprire, e tanto meno perché avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi che il vecchio gli procurava con i soldi e i viaggi, per così poco… Io a mia volta non capivo come il giovane che poteva leggere e studiare con  acume il voluminoso saggio di Taylor su Platone, di cui avevamo riferito in un affollato seminario, potesse essere lo stesso che si comportava con tanta incosciente disinvoltura. Un fatto spiacevole, legato alla sua cleptomania, ci allontanò in modo irreparabile. Digitando il suo nome, ho appreso dunque che era morto da molti anni, ancora giovane, in un incidente stradale, e che la comunità cittadina in cui viveva ne serbava un grato ricordo, anzi lo  aveva ritenuto degno di intitolargli una biblioteca, cosa di cui mi sono sentito incredibilmente fiero, riappacificato, contento che alla fine avesse vinto la parte migliore di lui, di noi, della nostra gioventù.

Tre. Qualche settimana fa, mentre riordinavo gli scaffali degli infiniti libricini di poesia, che nel corso del tempo ho accumulato con svariate dediche di cui non ricordo più assolutamente le circostanze (salvo scoprire, con una punta di  sgomento, che in anni lontanissimi ho premiato due ragazze, una che avrebbe assunto la terza carica dello stato, l’altra che si sarebbe  affermata come brava scrittrice, da me frequentata in seguito in quanto moglie di un amico, senza minimamente ricordare l’episodio, né io, né, credo, lei…), mi sono ritrovato tra le mani diverse raccolte di un vecchio poeta, a cui ero stato legato negli anni ottanta da legami di stima reciproca e affetto, e che avevo quasi dimenticato.  Ho scoperto così dal temibile Mercurio del Web che Vico Faggi se n’era andato, molto vecchio, in gran silenzio, da un anno esatto. Poeta, alto magistrato e traduttore di classici, uomo affabile, arguto  e modesto, sempre disponibile, che mai avresti detto ricoprisse un ruolo  così  austero (non a caso firmava i suoi libri sempre  e solo con uno pseudonimo) e che, al nostro primo incontro,  era venuto a prendermi alla stazione di Genova, tra un’udienza e l’altra, per ricevere da me le correzioni a certe bozze che altrimenti non mi avrebbero fatto dormire. Nel corso degli anni ci eravamo incontrati di nuovo, oltre a scriverci e a sentirci per telefono, a Milano, dove, allora, si era stupito dalla mia voracità a tavola in un ristorante brasiliano! Lui, altissimo, magrissimo, con una venatura di malinconia corretta dal buon senso e dal sorriso, continuava la sua vita, tra le aule dei tribunali e la storica rivista di poesia che dirigeva, come un ragazzo, con la stessa dinoccolata fiducia, lo stesso rigore, la stessa generosità che a vent’anni lo avevano spinto in montagna con i partigiani. Dopo la morte della moglie, a cui era molto affezionato, non ci eravamo più sentiti, avevo avuto l’impressione che  volesse appartarsi, che  stesse prendendo garbatamente le distanze dalla vita e ritenevo che fosse giusto rispettare la sua scelta.

Opera di Gianfranco Bonetti

Quattro. Qualche giorno fa, morso  a questo punto dalla tarantola di sapere che ne era stato di certe persone a me care e mai più incontrate, ho digitato un nome giapponese, imperioso come uno schiocco,  che affiorava in me di quando in quando con la sfrontata baldanza dei ricordi giovanili immortalati in certe foto di un lontano torneo, per  apprendere che era scomparso negli anni novanta (Valéry: Mes morts si douloureusement nombreux).  Tadashi Koike è stato il mio maestro di judo, non uno qualunque, il solito ex atleta ritiratosi a insegnare in una palestra di periferia, ma un autentico e leggendario maestro, un guerriero invincibile sul tatami, in seguito, pare, offeso dalle mille piccinerie e viltà di un mondo già votato allora alle tristi guerre tra funzionari, ai primati delle società, alla caccia di  incarichi senza esclusione di colpi, al conteggio delle medaglie, un mondo che irrideva al suo culto religioso della forma, alla sua purezza di samurai. Con che pena e sgomento ho pensato a lui vinto dalla malattia (alcune foto degli ultimi anni lo ritraggono con gli occhiali, anche questo dettaglio mi ha sbalordito, perché ricordavo il suo volto impenetrabile, le immobili fessure degli occhi, su cui un oggetto incongruo come gli occhiali aggiungeva qualcosa di assurdo), lui con le spalle a terra! Ma tutto questo cosa c’entra con Vertoiba 5? Il fatto è che il passato torna da noi non solo per annunciare la scomparsa di persone care che abbiamo perso di vista nel turbine del tempo, ma anche in modi più curiosi e divertenti. Vertoiba  si trova nel Carso, sede di furiosi combattimenti durante la prima guerra mondiale, ma è anche il nome della via milanese in cui i miei genitori si sono trasferiti quando avevo due anni e nella quale sono  vissuto per quasi quaranta, al numero civico 2, proprio di fronte al 5, di cui parla il romanzo. La voce narrante racconta una vicenda che vede coinvolti gli inquilini della casa in cui vive e di cui la madre è portinaia, questa circostanza e alcuni personaggi descritti mi hanno fatto credere che, in qualche misura, non si tratti solo di finzione, ma che realmente la scrittrice sia la figlia della portinaia di un tempo. Fatterello curioso, che mi rimanda come uno specchio la capacità che insospettabili persone, pietose e crudeli, si aggirino tra noi annotando, riflettendo, e prontamente infilando volti e paesaggi che incontrano in quelle scatole magiche che sono le pagine di un libro. Più volte mi sono poi trovato a  considerare lo strano caso per cui in un rettangolo di vie, tra cui la via Vertoiba, appunto,  prospiciente un grande piazzale, sono nate o vissute nello stesso  arco temporale tante persone che avrebbero fatto parlare di sé, nel bene o nel male. Un quartiere piccolo borghese sorto subito dopo la guerra, grandi parallelepipedi allineati e bianchi, poi verniciati di verde o di marrone, scale e pianerottoli, buie cantine, tetti e solai in cui  da bambini abbiamo giocato, divertendoci a sfidare almeno la metà delle mille regole a cui ci educavano con una pedanteria non priva di sadismo. Un corteo di volti e di  caratteri il cui esito allora era, come sempre, indecifrabile: l’alto manager bancario, straordinario disegnatore di  battaglie e mio compagno di banco alle elementari, che a suo tempo, in silenzio e con la schiena diritta, si oppose a un noto mafioso morto impiccato, qualche furfante di strada, un  feroce terrorista, un bravo concertista e direttore d’orchestra che sarebbe diventato mio cognato, il fondatore di una celebre band e di una altrettanto celebre rivista, gran giocatore di carte e tombeur de femmes, lo stimato direttore editoriale di una grande casa editrice, anche lui accanito giocatore di poker e frequentatore di pianerottoli, il direttore generale di una antica associazione di turismo, buon suonatore di chitarra e caro compagno di liceo e della spedizione a Firenze alluvionata, i temibili fratelli… di cui uno ferito gravemente in uno scontro di piazza (un giornalista scrisse che la madre assomigliava a Florinda Bolkan), studiosi universitari, fondatori di comunità religiose ecc. Voci infantili, grida a perdifiato (per citare l’amato Sinisgalli), lunghi pomeriggi, miti serate degli anni cinquanta. Tutto questo ho rivisto nel titolo di un libro, tra parentesi un discreto libro d’esordio, che ho ordinato e letto con piacere, perché anche se la scrittrice appartiene a un paio di generazioni dopo  la mia, ho ritrovato grazie a lei il sapore di quelle strade, di quelle portinerie, di quegli amici, e il conforto di sapere che qualcuno ci osserva, sempre, e mettendo in fila, pazientemente, le lettere dell’alfabeto, ci promette un meno distratto passaggio, ci fa sperare che non tutto scivoli via, o non subito.

Bruno Nacci

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3 pensieri su “Vertoiba 5

  1. Caro Bruno,non sapevo che avessi fatto judo,ma avrei giurato sugli scacchi. Che la tua sensibilità ti spingesse a frequentare artisti veri, inquieti, non mi meraviglia. Ma che tu abbia premiato la terza carica dello Stato( questo?) …insomma, forse è davvero la sorpresa.
    Scherzi a parte, quello che scrivi è tremendo, è avvolgente, e scorre dopo averci toccato nel profondo, proprio come il tempo che passa.Un bacio emilia

  2. Letto d’un fiato in una sonnolenta mattina domenicale che s’illumina all’improvviso. Rivivono il Gufo, personaggio bizzarro, spaccone e terribilmente romantico,l’amico dall’amoralità innocente,il magistrato malinconico e solitario, il maestro di judo e di saggezza…Vibra la figura di Bruno Nacci, passionale sotto la sua vernice di equilibrio,a tratti caustico e irridente nei confronti di quel mondo che pure lo vuole e che ha come orizzonte l’apparenza, sempre interrogativo e profondissimo nella ricerca dell’anello d’oro di una vita -per tutti- di ferro. A quando un suo romanzo?

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