I libri migliori

“L’altra parte” di Alfred Kubin

di Luca Ormelli

L’altra parte di Alfred Kubin [Adelphi, Milano, 1965] è l’archetipo del libro Adelphi. Lo è perché apparve al numero 1 della collana “Biblioteca Adelphi” e perché, iniziando dalla fine, À rebours, si conclude con una dichiarazione d’intenti che ben si meriterebbe il titolo di epigrafe della produzione adelphiana più che di epilogo di un singolo, portentoso romanzo: «Il Demiurgo è un ibrido» [ibidem, p. 295].

Kubin è accreditato di aver scritto questa fantasmagoria narrativa (che, non a caso – ma niente come vedremo, appare per caso in quest’opera – reca come occhiello la dicitura “Un romanzo fantastico”) in seguito alla morte del padre, nel 1908. Illustratore e disegnatore acclamato il boemo lo era già. Ma la scomparsa del padre, tema questo che profuma di freudiano quant’altri mai (si rammenti che L’interpretazione dei sogni è del 1899) e la pubblicazione (nel 1903), in odore di scandalo ancorché accolto solo dagli spiriti più avvertiti e sensibili alla “psicopatologia” del quotidiano, delle Memorie di un malato di nervi del presidente Schreber (anch’esso edito – e lo ribadisco – non a caso in Italia da Adelphi – figura quella di Schreber e libro cui Mastro Calasso dedicherà una delle sue prime fatiche letterarie: L’impuro folle) daranno l’abbrivio alla (fugace) carriera letteraria del Nostro. Evento più unico che raro il successo di nicchia che arriderà al libro, corredato ab origine di 52 disegni (quel 52 che secondo la ghematria indica una delle possibili varianti numerologiche del tetragramma IHVH e corrisponde nell’albero delle Sephiroth alla decima di esse, Malkuth, associata con il “piano terreno” e quindi con il piede e con l’ano: «L’amore stesso ha il suo centro di gravità inter feces et urinas» dice propriamente Kubin in chiusa di libro, sempre a pagina 295) scatenerà la consacrazione dell’illustratore, autentico “traduttore” dell’inconscio, quale precursore e riconosciuto maestro del surrealismo e dell’espressionismo. La trama del romanzo è, all’apparenza, assai semplice (ma ciò che assume la semplicità a mantello racchiude le verità più ardue): due ex compagni di classe presso il ginnasio di Salisburgo, uno dei quali è il narratore, cogente alterego di Kubin, intraprenderà la carriera di «disegnatore e illustratore» (ibidem, p. 6), l’altro invece è «un monello rozzo e maleducato [...] dagli occhi un po’ sporgenti, grandissimi, color grigio chiaro» (ivi) di nome Claus Patera. Nella piena maturità del narratore, uomo sulla trentina e sposato irrompe «in un nebbioso pomeriggio di novembre» (ivi) uno sconosciuto che si presenterà in qualità di legato del pristino sodale divenuto con gli anni intercorsi Sovrano del Regno del Sogno, un Regno «separato dal mondo circostante per mezzo di un muro di cinta, e difeso contro qualsiasi attacco da poderose fortificazioni. Una sola porta permette l’entrata e l’uscita e rende facili i più severi controlli su persone e cose. Nel Regno del Sogno, rifugio per gli insoddisfatti della civiltà moderna, si provvede a tutti i bisogni materiali. [...] Bisogna considerare che ogni persona che viene accolta da noi vi è predestinata dalla nascita o dal destino successivo. [...] L’essenza dell’uomo del Sogno è caratterizzata proprio dal suo tendere verso il profondo. Tutto è impostato su una vita il più possibile spiritualizzata; i dolori e le gioie dei contemporanei sono estranei all’uomo del Sogno» (ibidem, p. 8). Superato l’iniziale sbigottimento il narratore accetta l’invito («Se lo vuoi, vieni!» – ibidem, p. 13 – si conclude il cartiglio scritto dalla mano del Sovrano) a trasferirsi nel Regno del Sogno che si colloca, verremo a sapere, nella semignota e fantastica Mongolia, in un territorio non meglio precisato come ad esso si conviene. Il Regno è realizzato con dispendio di ingenti capitali per l’acquisizione ed il trasporto di vestigia architettoniche ed urbanistiche risalenti alla prima metà del XIX secolo. Tutto deve risultare anacronistico, il nuovo vi è indefettibilmente bandito. E proprio l’irruzione del Nuovo sotto le spoglie dell’americano Hercules Bell, «re della carne in scatola» (ibidem, p. 182) comporterà il crollo e la definitiva scomparsa del Regno insieme alla morte pressoché totale dei suoi abitanti ad eccezione del narratore il quale riuscirà, da sopravvissuto (a prezzo però di una persistente allucinazione: «La realtà mi sembrava una ripugnante caricatura dello Stato del Sogno» appunterà infatti a pagina 294), a trascriverne il tramonto e la fine. Quello che informa il libro è la commistione perfetta di topoi pertinenti alla fiorente, ancorché giovane, scienza della psiche come pure all’occultismo, al paganesimo, allo gnosticismo ed in primis allo gnosticismo di Carpocrate che predicava la redenzione attraverso il peccato. Un trattato di “morfologia” del sommerso che in quanto tale verrà letto da alcuni celebri indagatori della psiche come Jung. Molteplici sono i riferimenti, ad esempio, all’alchimia: i colori del sancta sanctorum del Regno, un tempio che distava da Perla (la capitale) «una buona giornata di viaggio, ed era situato sul lago del Sogno» (ibidem, pagina 84; quanti rimandi si potrebbero enumerare per l’elemento primordiale femminile per eccellenza, l’acqua, dalla quale affiora come dall’inconscio, dall’indistinto, la vita?) sono il marrone, il verde e il grigio, i colori di Hermes, lo psicopompo la cui pietra veniva riconosciuta nello smeraldo il quale era utilizzato nella medicina paracelsiana, lo spagirismo, per sanare gli occhi; la vista dunque quale senso privilegiato per giungere alla “visione”. Ma di “chiavi di accesso” ai recessi dell’anima il testo è disseminato come ha da essere ogni buon viatico. L’onomastica: il nome del Sovrano del Regno del Sogno è il già menzionato Claus Patera e dunque Claus-us, luogo chiuso, inaccessibile ma anche, forse, Clavis, chiave; dappoi Patera che può sottintendere il vaso rituale con cui si libava agli dèi, la patera appunto o la variante femminile del greco-latino Pater. O l’americano che assai argutamente (ma di arguzie e molteplici piani di lettura, lo si sarà oramai compreso, il libro è costellato) l’Autore qualifica come «re delle carni in scatola» a dichiarare l’avversione che un illustre cittadino e testimone della finis Austriae*, un amico di Kafka (che molto gli dovette per le atmosfere malate de Il castello) quale fu Kubin non poteva non nutrire verso il paradigma elevato a religione che proveniendo da oltreoceano massificava gli individui che in una società, imperfetta certo ma dal volto umano come l’Impero degli Absburgo, ancora conducevano esistenze degne di essere appellate tali. L’americano, si diceva, un Ercole dietro il cui fittizio cognome si adombra il famigerato Campbell le cui scatole verranno serigrafate da Warhol e che come Ercole decreterà l’inizio dell’età degli Eroi a discapito della teocrazia precedente. Un Ercole che con la forza del numero tenterà e riuscirà nella più ardua delle sue imprese, fallita persino dal saggio Prometeo: lo smascheramento dapprima ed il rovesciamento poi degli dèi in un crescendo di turpitudini, di efferatezze, di sconcezze e bagliori corruschi adeguati ad una Apocalisse della modernità, da nave dei folli boschiana, in un ultimo ciclopico ballo Excelsior che avrà termine con la detonazione di Sarajevo e di cui L’altra parte è insostituibile documento e lascito. Ad oggi, quasi un reperto, un trattato sulla dissoluzione e la patologia mentale sì ma vergato con squisita maestria affabulatoria.

*: si legga quanto, a pagina 179 ma con accenti profetici, Kubin con l’espediente della descrizione del lento ma inesorabile declino del Regno del Sogno imputerà alla realtà a lui ben presente: «In seguito ai bagordi e alle gozzoviglie, il logorio nervoso era diventato terribile nel Paese del Sogno. Le ben note malattie mentali e nervose, il ballo di San Vito, l’epilessia e l’isterismo, si manifestavano come fenomeni di massa. Quasi ogni persona aveva un tic nervoso o soffriva di un’idea fissa. L’agorafobia, le allucinazioni, le depressioni, gli attacchi di paralisi aumentavano in maniera preoccupante, ma ci si continuava a dare alla pazza gioia, e quanto più si moltiplicavano i suicidi più raccapriccianti, tanto più i sopravvissuti si scatenavano… Nelle osterie avvenivano sanguinose zuffe a coltellate. [...] La sfrenatezza cresceva e non ci si arrestava più dinanzi a nulla» [Alfred Kubin, L'altra parte, cit., p. 179 - corsivo dell'Autore].

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