Cinema/Recensioni

L’inferno della coppia: “Il dio del massacro” di Yasmina Reza

di Luca Ormelli

Leggo Il dio del massacro [Le dieu du carnage] in contemporanea con la première veneziana del film di Roman Polański – dal più conciso titolo di Carnage nonché dall’ambientazione trasposta dall’originaria Parigi a New York, nonostante a Parigi sia stato egualmente girato a causa delle restrizioni legali cui il regista è stato di recente sottoposto – tratto dalla pièce di Yasmina Reza. Il dramma, nato nel 2006, venne dapprima portato sulle scene della Schauspielhaus di Zurigo nel dicembre del 2006 per essere successivamente allestito al Teatro Antoine di Parigi [gennaio 2008, con la meravigliosamente seducente Isabelle Huppert nella parte di Véronique Houllié], a Londra e Broadway.

Il dio del massacro è un testo perfettamente pertinente a quel sottogenere così compiutamente borghese, tanto teatrale che cinematografico [arti, queste ultime, e rappresentazioni – epifanie – dello spirito borghese] di psicodramma coniugale, che ebbe come iniziatori gli scandinavi Ibsen e Strindberg [e, in particolare, di Danza di morte], l’austriaco Schnitzler [penso a Girotondo non meno che a quel Doppio sogno che Kubrick intese trasporre nel controverso Eyes wide shut] e che ben si attesta nella produzione di Tennessee Williams [Un tram che si chiama Desiderio], John Osborne [Ricorda con rabbia] e, in ambito filmato, del Bergman di Scene da un matrimonio nonché del suo tralignato erede Lars von Trier. E, naturalmente Polański, sin dagli albori della sua produzione polacca e britannica, da Il coltello nell’acqua a Repulsione e Cul-de-sac. Le vicende sono contrassegnate dalla più classica delle identità di tempo e di luogo del Kammerspiel e descrivono la conversazione che si svolge nell’abitazione di una delle due coppie di coniugi, gli Houllié, ospiti dei coniugi Reille; il pre-testo narrativo è la lite avvenuta in un giardino pubblico del XIV° arrondissement dove le coppie di perfettamente stereotipati “bobos” [bourgeois-bohème, tra i quaranta ed i cinquant’anni, segnatamente parigini] risiedono. Tutto, sin dalle indicazioni introduttive, deve contribuire a generare nel lettore/spettatore sentimenti di tolleranza e di conciliazione dove l’istinto e le pulsioni siano sottomesse alla kantiana vigilanza della ragione. Si legga quanto la Reza segnala a margine delle dramatis personae: «Si deve capire subito che si è in casa degli Houllié e che le due coppie hanno appena fatto conoscenza. Al centro, un tavolino basso con molti libri d’arte. Nel vaso due grandi mazzi di tulipani. Regna un’atmosfera compunta, cordiale e tollerante» [Yasmine Reza, Il dio del massacro, Adelphi, Milano, 2011, p. 9]. Gli Houllié sono una coppia decisamente sbilanciata, nel gioco di società, verso la donna, Véronique, radical-chic nel suo essere sia scrittrice di libri sulla cultura africana che impiegata part-time presso una libreria specializzata in arte e storia – «[Annette] Lei è un’appassionata di pittura vedo. [Véronique] Di pittura. Di fotografia. E’ un po’ il mio mestiere. [Annette] Anch’io adoro Bacon. [Véronique] Ah sì, Bacon. [Annette] (girando le pagine) … Crudeltà e splendore. [Véronique] Caos. Equilibrio. [Annette] Sì… [Véronique] Ferdinand (il figlio dei Reille, nota di chi scrive) s’interessa all’arte? [Annette] Non quanto dovrebbe… I suoi figli sì? [Véronique] Tentiamo. Tentiamo di compensare le carenze dell’insegnamento scolastico in queste materie. [Annette] Già… [Véronique] Tentiamo di farli leggere. Di portarli ai concerti, alle mostre. Forse sbagliamo, ma crediamo al potere pacificante della cultura!» – pp. 27-28. Il di lei marito, Michel, è grossista di casalinghi, intellettualmente subordinato alla moglie, edonista represso e consapevole del proprio ruolo subalterno. I Reille, Annette ed Alain, sono invece una coppia a forte dominante maschile: lui, avvocato di una multinazionale farmaceutica, costantemente al telefono cellulare [ed in questo si distingue dal grottesco antecedente di Tony Roberts in Provaci ancora Sam, costretto a farsi inseguire di telefono fisso in telefono fisso] nel tentativo di orchestrare una strenua difesa contro l’imminente class action intentata per il risarcimento dei danni dovuti agli effetti indesiderati di un medicinale dalla sua azienda cliente commerciato; Alain è cinico ed al secondo matrimonio, lei, Annette, una consulente patrimoniale nonché moglie inappagata. Come si sarà facilmente intuito le premesse di reciproca comprensione vacillano sin dalle prime battute per culminare in un parossismo di nevrosi, di sociopatia e misoginia a stento soffocate. La violenza cui siamo tenuti ad assistere [sia essa perpetrata, innocentemente, dai nostri figli o che ci giunge mediata dagli strumenti di comunicazione di massa], sembra volerci dire la Reza [il dio del massacro – «[Alain] Véronique, io credo nel dio del massacro. E’ il solo che ci governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi» – p. 72], l’Es freudiano, l’Ombra di Jung, gli istinti più ancestrali, quelli che tanto affascinano i ragionevoli occidentali nella selvaticità dell’africano] è il solo specchio che ci possa restituire una immagine fedele ancorché distorta dell’uomo, nella sua autentica complessità, non svilita dalla unidimensionalità della civiltà mercatista: «[Alain] La morale ci prescrive di dominare i nostri impulsi ma qualche volta è giusto non dominarli. Uno non ha mica voglia di scopare cantando l’Agnus Dei» – p. 75] ovvero obnubilato dalle false lusinghe dell’etica della responsabilità e della consuetudine al diritto: «[Alain] Véronique, davvero pensa che ci si interessi ad altro che a se stessi? Vorremmo tutti credere a un possibile cambiamento. Di cui saremmo gli artefici e che non sarebbe legato al nostro personale vantaggio. Ma le pare possibile? Ci sono uomini indolenti, sono fatti così, altri che non vogliono perdere un solo attimo di tempo, e si danno da fare, che differenza c’è? Gli uomini si agitano fino a quando non muoiono. L’educazione, i mali del mondo… Lei scrive un libro sul Darfur, okay, capisco, che uno pensi, prendo un bel massacro, ce ne sono quantità nella storia, e ci scrivo sopra un bel libro. Ognuno si salva come può. […] Le ricordo che all’origine il diritto è la forza» – pp. 64-65 e p. 71]. All’egocentrismo faustiano di Alain si accorda l’umore atri-biliare di Michel, esausto del ménage familiare e portavoce del nichilismo più risentito: «[Michel] Io credo una cosa, la coppia è la prova più terribile che Dio possa infliggerci» e poco oltre: «[…] I figli fagocitano la nostra vita, e la sgretolano. I figli ci portano alla rovina, è una legge. Quando vedi le coppie che convolano a giuste nozze col sorriso sulle labbra, tu pensi, non lo sanno, non sanno niente poveracci, sono tutti contenti. Nessuno vi dice niente prima. […] I dieci, quindici anni decenti che ci restano prima del cancro o dell’infarto vuoi romperti le palle con un marmocchio?» – pp. 66-67]. E’ il demone della coppia, l’unico e solo diavolo [διαβάλλω – separare] che spezza e frantuma il primigenio androgine [l’Animus/Anima di Jung] ed induce persino l’eterno femminino di cui è latrice Annette ad affermare: «[Annette] Per mio marito, tutto quello che riguarda casa, scuola, giardino tocca a me. [Alain] Ma no! [Annette] Come no. E ti capisco. E’ micidiale tutto questo. Micidiale. [Véronique] Se è così micidiale perché mettere al mondo dei figli?» [pp. 39-40]. Quella medesima Véronique che, vero motore dell’azione e paladina intemerata del buon senso sarà dappoi la prima a naufragare nella violenza dell’istinto malrimosso aggredendo il consorte, reo di non averne suffragato gli intenti di novella Eloisa rousseauiana. La pièce si avvia così a conclusione con un ultimo schiaffo all’ipocrisia, con un’ambizione di potlach della presunta superiorità morale occidentale: «[Annette] Questi trattano tuo figlio da carnefice, e tu non fai una piega! Veniamo qui per sistemare le cose e questi ci insultano, ci strapazzano, e ci fanno lezioni di cittadinanza planetaria, nostro figlio ha fatto bene a riempire di botte il vostro, e con i vostri diritti dell’uomo mi ci pulisco il culo!» [p. 86]. L’inferno non sono gli altri, l’inferno è l’Altro [da-Sé]. E la distanza maggiore che separa una coppia muove dal centro del letto a dividerne le due metà.

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3 thoughts on “L’inferno della coppia: “Il dio del massacro” di Yasmina Reza

  1. Ho letto il libro di Yasmina Reza da poco e ne sono rimasto subito affascinato per lo stile o meglio per il ritmo quasi scientificamente psicologico che riesce ad esprimere in queste poche pagine. Quell’ineluttabile scoppio di violenza è in realtà un processo lineare, con diversi “semi” buttati all’inizio dell’opera (compresa “l’atmosfera compunta, cordiale e tollerante”, vero punto zero del psicodramma) che germogliano e crescono con lo scorrere brillante delle pagine, all’interno di una tensione che più che scoppiare sembra quasi sciogliersi in un epilogo, se non naturale, necessario (in quanto punto di approdo).
    Insomma un minitrattato semifilosofico di psicologia/psicanalisi, travestito da leggerezza teatrale: corrosivo, cinico, più che “politicamente” direi “psicologicamente” scorretto, dove anche i buoni sentimenti e la “perfezione” morale vengono messi alla prova demolitrice dell’insensatezza del vivere.
    Diceva Tolstoj (e non solo lui): “Tout comprende c’est tout pardonner”; ebbene per Reza l’essere umano non perdona perché non sa comprendere, ma cerca soltanto ed egoisticamente di “salvarsi come può”.

  2. Pingback: Radiografia cuplului multiplicată în piese de puzzle defecte - ”Fericiți cei fericiți”, de Yasmina Reza | Bookaholic

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