Recensioni

“Artemisia” al crocevia dei tempi

Aurora Dell’Oro

Una donna pittrice vissuta a cavallo tra XVI e XVII secolo; una donna scrittrice e raffinata conoscitrice di pittura, testimone della Seconda guerra mondiale; un manoscritto, perso nella devastazione incomprensibile della rovina di una città.

È di questa materia che si sostanzia “Artemisia”, romanzo scritto da Anna Banti (pseudonimo per Lucia Lopresti) e pubblicato nel 1947.

Il racconto, come  facilmente arguibile dal titolo, gravita attorno alla vita di Artemisia Gentileschi, pittrice pisana nata a Roma da padre, Orazio Gentileschi , pure pittore.

Tuttavia, affermare che la storia si concentri esclusivamente sul dato biografico costituirebbe già un primo errore di comprensione del romanzo, che non è tanto, o soltanto, resoconto storico di una figura affascinante, discussa e tutto sommato ancora poco nota in Italia, quanto piuttosto  una stretta di mano in grado di superare la distanza di tre secoli.

Roma, luogo natale di Artemisia, è anche la città in cui Anna Banti si trova quando viene bombardata nel ‘44, seppellendo sotto le sue rovine anche la prima stesura del romanzo, di cui la seconda, e definitiva, si presenterà come una commemorazione e germinazione.

Le macerie, segno immutabile del tempo e del suo trascorrere, confondono secoli, storie e identità: è infatti in questa desolazione che, all’inizio del racconto,  si fa sentire la voce di Artemisia ragazzetta, affannosa e concitata dopo una di quelle corse pazze che solo i bambini sanno fare.

Il racconto è condotto, a tratti, dalla voce narrante della Banti, a tratti invece prende la parola Artemisia stessa, appropriandosi di un io che, tuttavia, anziché essere garanzia della veridicità e affidabilità della storia, rafforza il sospetto di una mancata, reale distinzione tra Anna e Artemisia.

La vita dell’una diventa lo spartito su cui l’altra innesta sensibilità e musicalità del tutto personali; dalla giovinezza fino alle soglie della partenza per l’Inghilterra la tenuta lirica è mirabile.

La lettura non può essere condotta se non ad alta voce: lo richiedono frasi che sono versi, versi che scivolano giù per la collina fin sul davanzale di Cecilia per sempre fanciulla, amica inventata e donata dalla scrittrice alla pittrice, a raffigurazione di Angelica, piccola sfollata di Roma atterrata; sono versi che si dibattono nella stanza scura in cui Artemisia adolescente si rinchiude, espiando con la pittura la vergogna dello stupro; sono i versi che risuonano come un pizzicato nel disegno sottile e appena tracciato del matrimonio con Antonio.

È forse proprio in queste pagine, in cui il tono si fa rarefatto, che la distanza fra le due donne si riduce fino alla sovrapposizione. La Banti dà voce a un sentimento senza testimonianze, andato irrimediabilmente perduto, se mai è stato reale, e lo fa con tutta la dolorosa consapevolezza di quanto sia impresa utopica richiamare in vita un’esistenza.

Non esistono documenti in grado di restituirla nella sua pienezza; non memorie, né testamenti, né atti giuridici o processuali.

Ciò che resta è un’eredità mal riconosciuta, che si tramanda per vie nascoste; è in nome di una tale eredità che Anna Banti parla per Artemisia figlia e sposa e poi per Artemisia di nuovo sola e in viaggio verso il padre.

Quest’ultimo, Orazio, è una figura sfuggente, la cui fisionomia appare per illuminazioni minute e veloci. Lontano e incomprensibile, dalle decisioni improvvise e irremovibili, appare e scompare nella vita di Artemisia mosso da ragioni imperscrutabili come quelle di un dio.

Senza spiegazioni parte per l’Inghilterra e senza spiegazioni chiama la figlia presso di sé, dopo lunghi anni.

Artemisia parte – come potrebbe non partire – sola, come è sempre stata.

Tutte le persone che sono entrate in relazione con lei, infatti, sembrano non avere lasciato alcuna traccia che non sia ricordo nostalgico e doloroso.

Cecilia, amica votata alla morte; Agostino Tassi, maestro di pittura e suo violentatore, ucciso innumerevoli volte da una Giuditta trionfante in quadri di misera rivincita; Antonio, marito leggero e silenzioso, non capito e incapace di comprendere, allo stesso modo del fratello devoto, Francesco, che Artemisia sembra sempre sforzarsi di tenere a una certa distanza, pur nell’affetto reciproco.

Gli uomini sono violenti o distanti; le donne sono complici, ma mai del tutto, sempre rinchiuse in solitudini a metà volontarie e a metà imposte, da convenienze e mariti.

E poi c’è Porziella, la figlia. Curioso che la Banti abbia così chiamato la figlia di Artemisia, che di figli ne ebbe quattro, e nemmeno uno di tal nome. Cercare di spiegare le ragioni di una scelta simile in questo luogo non sarebbe appropriato; ci sia sufficiente soffermarci su un rapporto difficile, su una figlia cresciuta in monasteri e aliena dalla pittura. L’atteggiamento di Artemisia nei confronti di Porzia è quello di una madre che cerca per la propria figlia una vita completamente diversa dalla propria. È difficile, a questo proposito, sforzarsi di capire se la ragione risieda nell’odio nei confronti del proprio destino e nella speranza che uno diverso, meno eccentrico, possa risultare più felice, oppure se è ancora quella stessa vocazione alla solitudine a spingere una madre ad allontanare da sé la figlia, quasi a volerla proteggere da se stessa.

Si diceva all’inizio che Artemisia non è la semplice storia di una vita, ma forse è proprio perché è questo, che il significato del romanzo ci si offre più come una sensazione che come una comprensione razionale.

Molto è non detto, sottaciuto nella descrizione di un colore, di una luce; molto rimane nell’ombra, di questa pittrice-scrittrice, accoccolata fra la cenere di Roma e speranzosa di una morte per mare nel viaggio verso il padre.

Probabilmente, è in questa frase “mi determinai partire per chiudere la vita e le opere vicino a mio padre”, pronunciata nel colloquio memorabile con Pietra Spinola, antica conoscente di Orazio, che si racchiude il senso dell’esistenza di Artemisia, per come ci viene raccontata da Anna Banti.

Nella lapidarietà della sentenza,  che ricorda certi versi danteschi (“Siena mi fe’, disfecemi Maremma…”), ci si offre il distillato di una ricerca affettiva, tradottasi in vocazione di vita.

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