Saggi

L’assenza di dio. Viaggio nel “Nuovo mondo” di Huxley

di Franco De Faveri*

Un caso assai curioso dell’estetica della ricezione è offerto dal romanzo di Aldous Huxley Brave New World (1932) o “nuovo bel mondo” (l’inglese “brave” però è intraducibile, come illustrano bene le tre traduzioni tedesche, ciascuna di esse rende “brave” in modo diverso). La critica s’accanisce col senno di poi a saggiare le capacità “profetiche” dell’autore il quale autore, nelle successive rivisitazioni che compie dell’opera (nella prefazione alla riedizione del ’46 e poi nel libretto del ’59: Brave New World Revisited), resta impigliato nelle maglie della critica ingenua nella sua malevola astuzia (gli venne rinfacciato di non aver previsto l’era atomica incombente e Huxley si mostrò punto sul vivo, come Venere cui si facesse notare il suo strabismo). Il punto è degno di rilievo perché la tematizzazione del “profetismo”, attraverso il concetto di utopia (certo invocato dallo stesso Huxley nella frase di Berdaieff posta in epigrafe), con la complicità di una tradizione letteraria, come quella inglese, in cui le utopie pullulano, distoglie l’attenzione del lettore dai valori autentici dell’opera, che è innanzi tutto un romanzo drammatico e anzi tragico, per quanto svolto sulla tonalità dell’humor che si radicalizza nel grottesco.

Il romanzo è concepito inizialmente sulla base della tecnica unanimistica o corale (da Jules Romain a Dos Passos al Sartres di Le sursis): una profusione di personaggi conduce avanti azioni parallele che solo dall’alto della visione dell’autore si compongono in unità. Tale tecnica viene utilizzata per la descrizione dell’ambiente narrativo, il dove e il quando: l’Inghilterra o meglio quasi esclusivamente Londra, nell’anno 632 di una nuova era che ha inizio con Ford (che è il nuovo Dio, grazie alla rima con “Lord”) e più esattamente col lancio del suo modello T nel 1912. La società è dunque quella inglese, certo, ma essa s’è intanto estesa al mondo che vive ormai come unità politica. La società è la nostra, ma come sarà “allora” nel futuro, quando ogni conflittualità verrà appianata. E questo in quale modo? Introducendo un’eguaglianza non più solo giuridica, ma sostanziale, ontologica, dell’uomo, in base a un concetto di giustizia che viene a patti con la realtà ineliminabile dei bisogni umani più elementari. Questi vanno soddisfatti e per farlo, nel nostro mondo retto dalla scarsità delle risorse, è indispensabile il lavoro e la divisione di esso, divisione che vuol dire disuguaglianza. L’antinomia tra eguaglianza e disuguaglianza sarebbe produttiva di conflitto, se non si ricorresse allo strumento di una differenza invalicabile– cioè alla casta. La società viene così divisa in caste declinate secondo le prime cinque lettere dell’Alfabeto greco e rese assolutamente stabili da un accorgimento suppletivo. Nostro Signore Ford ci ha insegnato la produzione a catena di montaggio degli oggetti, un genio fondatore del bel nuovo Mondo ha avuto l’idea d’applicare il processo suddetto alla produzione dell’uomo stesso. L’uomo ormai nasce in provetta, più esattamente in una sua materna bottiglietta, da cui dopo un periodo d’imbottigliamento scientificamente determinato, verrà “decantato”. Una condizione perché ciò possa avvenire è indispensabile: è stata abolita la Famiglia e anzi la stessa idea di essa ormai fa orrore, parole come madre, padre, figlio sono peggio che sconvenienti, puro turpiloquio. E’ questo un punto da notare perché sarà determinante per l’azione, diciamolo en passant già fin d’ora, l’arte di Huxley non sta tanto nell’immaginazione di un mondo “utopistico”, certo coerente in sé ma un po’ gratuito (come avviene per Wells) e che cerca allora appunto la sua giustificazione in un riscontro “profetico”, ma nell’utilizzazione dell’utopismo per la costruzione del destino del personaggio.

Dunque è stata abolita la Famiglia. Il modo della sua abolizione, che rende necessaria la procreazione meccanica in provetta e anzi in bottiglietta (i primi capitoli spiegano molto dettagliatamente come ciò avvenga e l’humor di Huxley si effonde in un surrealismo scientifico un po’ pedante), è insieme il modo di attuazione del sistema della caste. Questo grazie all’intervento di un altro genio, Bokanowsky. I futuri membri della classe dominante, gli Alfa (il Nuovo Mondo non può certo rinunciare a una classe dirigente), nascono come individui, nel senso etimologico della non divisibilità della persona, normali, per quanto imbottigliati. Le classi inferiori invece, i Gamma, i Delta e gli Epsilon (i Beta sono privilegiati come gli Alfa, ma a un livello inferiore), hanno subito il processo inventato dal grande Bokanowsky. Essi non sono più individui, ma specie o ceppi umani. S’è scoperto infatti che la morula, trattata in un certo modo (e sottoposta poi anche all’assunzione d’alcol, versato apposta nella materna bottiglietta in quantità scientificamente determinate) dà luogo a una gemmazione che perviene a produrre da un solo uovo fino a una novantina di cloni – tutti eguali. La cosa è molto utile, perché la moltiplicazione speculare di un individuo, ora non più tale, rende più facile e quindi produttiva la collaborazione sul luogo di lavoro; mentre d’altra parte l’alcol assorbito dal feto imbottigliato, producendo l’imbecillimento relativo, crea il servitore della macchina ideale. La specializzazione del lavoro crea così il lavoratore specializzato in un modo che se non è genetico si può ben dire paragenetico. Altri accorgimenti per favorire la produttività vengono creati a bizzeffe dalla fertile e sadica fantasia dell’autore: per certi lavori a grande altezza che richiede movimenti a testa in giù, si provvede a condizionare il lavoratore bokanowskizzato tenendo prolungatamente la sua bottiglietta orientata verso il basso…

Il concetto di condizionamento, qui accennato, non si limita alla fisiologia. Esso diventa psicologico grazie alla scoperta di un terzo grande padre fondatore del Nuovo Mondo: l’ipnopedia, sempre scientifica. Tutta una scienza è stata infatti elaborata per “educare” gli individui e i dividui di ogni classe, nel sonno, a diventare esseri sociali, sociali in senso forte e poi fortissimo. La prima cosa che essi devono apprendere è che nessuno appartiene a sé ma appartiene alla Società che l’ha letteralmente prodotto imbottigliandolo. Ad essa egli deve dedicare tutto se stesso e l’ipnopedia gli insegna le norme del galateo sociale: ognuno, grazie al condizionamento, è felice della classe o casta cui appartiene e del lavoro che in essa svolge, il Gamma o Delta ecc. sa che gli Alfa che serve gli sono superiori, ma li serve con orgoglio e dignità, per nulla al mondo vorrebbe essere un Alfa, la divisa che porta (di diversi colori secondo la classe cui appartiene) ha il colore di gran lunga più bello!

Alla sua morte, ciascuno dà poi il suo corpo stesso. Questo verrà ridotto in fumo presso il pubblico Crematorio, le cui ciminiere culminano in una macchina che raccoglie il prezioso fosforo e ne evita l’increscioso spreco (Huxley precisa da buon narratore-ragioniere il peso ricavato e risparmiato: possiamo credere che la cifra che dà sia affidabile; notiamo che il romanzo venne pubblicato un anno prima della presa hitleriana del potere, se proprio vogliamo cercare “profezie”).

C’è poi l’appartenenza in senso fortissimo. Facile a dirsi, nessuno deve restare solo con se stesso, la sua finalizzazione agli altri implica il significato sessuale del termine; ciascuno cioè è di tutti anche sessualmente, la società anzi appare sessualizzata fin nei più intimi dettagli, la gomma da masticare è afrodisiaca e contiene ormoni, vai a ballare e l’orchestra si compone di sessofoni, e così via. Il sesso è diventato obbligatorio, opportuni riti settimanali a sfondo orgiastico provvedono a che non ci siano eccezioni o discriminazioni, mentre la sfera intima è scomparsa. Se il corteggiamento è abolito è abolita anche la coppia. A una fanciulla uscita come Alfa dalla sua bottiglia il galateo istillato dall’ipnopedia fa apparire come immoralità (la parola però è fuori uso), la frequentazione prolungata ed esclusiva d’un uomo solo. Se le sembra di trovarsi bene con qualcuno in particolare, la Società nella persona delle amiche la spinge a crearsi diversivi…

Abbiamo fino adesso parlato dell’aspetto unanimistico o corale del Nuovo Mondo nell’Era Ford. Qua si deve notare che il Dio Ford ha ciò che possiamo definire un’ipostasi dal nome Freud, un nome che Nostro Signor Ford adotta in certi casi per i suoi imperscrutabili motivi. Uno di questi non è la sessualità eretta a prassi sociale obbligatoria, tra l’altro emancipata dalla riproduzione (ogni brava donzella del Nuovo Mondo si porta in bella vista la cintura malthusiana piena di contraccettivi, oltre a compiere le necessarie pratiche, comprendenti una gravidanza artificiale e anche attacchi di passione, altrettanto artificiali, necessari all’equilibrio psico-fisico). Freud era un moralista intransigente e non vanno attribuite a lui le conseguenze dei  suoi principi (il pensiero va caso mai a Reich). Allora, perché Ford si chiamerà qualche volta anche Freud? La domanda invita ad un’ipotesi che si basa su un’osservazione chiarissima: il Nuovo Mondo è la società senza Padre, che ha ucciso il Padre come in terra così in cielo. In terra solo in modo implicito e indiretto con l’imbottigliamento di ciascuno, ma in cielo in modo esplicito e voluto. Dio, spiega Mustafà Mond (uno dei dodici Controllori che compongono il governo planetario), con tutta probabilità è esistenza. Noi, cioè il Nuovo Mondo, viviamo nell’epoca dell’assenza di Dio, diventato superfluo e anzi nocivo in quanto fattore di asocialità.

Ma a questo punto, dove viene affrontato il problema religioso e teologico dell’Assenza, il romanzo unanimistico e corale viene a imbricarsi nel romanzo a struttura più tradizionale, basato su quattro personaggi, essenzialmente, tre  che formano un triangolo di tipo specialissimo, di cui uno dei vertici è costituito da un Alfa disadattato a causa di uno stigma fisico (ha l’aspetto di un Gamma); il secondo vertice è costituito da un altro disadattato peculiare: è praticamente l’uomo d’oggi che venisse proiettato nel mondo di domani; il terzo vertice è dato invece da una superba e “pneumatica” giovane donna Alfa bene adattata alla società in cui vive. Dallo scontro tra disadattamento e adattamento scaturisce la tragedia in cui si esaurisce il romanzesco. Anche il quarto personaggio è un disadattato: è un intellettuale, figura non propriamente romanzesca, egli è necessario però a esplicitare il senso ultimo dell’opera che è: come si costruisce un romanzo quando il romanzesco è esaurito.

Diciamo intanto che nell’avere formulato l’impossibilità del romanzo, nell’avere rappresentato nel modo più palpabile le ragioni di questa impossibilità e nell’essere riuscito a comporre proprio di ciò un romanzo riuscito, sta il pregio dell’arte di Huxley in Brave New World. Le ragioni di questa impossibilità stanno nella morte dei sentimenti, radicati tutti in modo più o meno esplicito, nell’amore. Lo spazio sociale del Nuovo Mondo inaridisce le fonti stesse del sentimento: non esiste più la vita famigliare, nessuno più quindi né deve né può formarsi una famiglia, trovarsi la compagna o il compagno giusto, mettere al mondo una prole da accudire e guidare verso l’indipendenza. E’ morto Edipo, perché sono morti Laio e Giocasta. La nuova etica esige da ciascuno che sia spontaneamente anzi “infantilmente” aperto ai nuovi contatti e al piacere diventato una doverosa abitudine ma nell’assenza dell’amore, che è proscritto. Questa è la nuova normalità. E’ chiaro allora che un romanzo così può nascere solo da un caleidoscopio di anormalità o eccezionalità, di casi unici. Il primo di questi è dato da Bernard Marx (tra parentesi, i nomi propri qui non hanno nessun significato: essi non sono che etichette incollate alla “bottiglietta” del feto, scelti di volta in volta tra 10000; “Marx” dunque non è che un mero segno identificativo cui nulla può celarsi dietro, dunque un segno innocente, certo scelto con trionfante ironia). L’eccezionalità del Marx è puramente casuale, dato da un infortunio più unico che raro nella indefettibile struttura della società: durante il suo sviluppo fetale gli è stata somministrata una dose d’alcol destinata probabilmente a un Gamma. In ogni caso ha un aspetto da Gamma. Ciò gli crea complessi e timidezze nei confronti delle bellissime ragazze Alfa con le quali non tanto vorrebbe, quanto deve aver rapporti. Ciò lo spinge a sublimare e la sublimazione è madre d’amore. Bernard Marx s’innamora quindi della bellissima Lenina Crowe. Ciò genera l’infrazione alla regola, necessaria a far scattare il romanzesco. Lenina Crowe è esemplare della meglio riuscita banalità quotidiana del Nuovo Mondo. L’eccezionalità di Bernard Marx, fisica all’inizio, s’interiorizza, diventa psicologica, assume toni intimistici e romantici; Bernard è assetato di una impossibile esclusività amorosa, una richiesta che fa a pugni con la normalità assoluta di Lenina. Ciò costringe Bernard a procurarsi la compagnia di lei in una condizione che lo metta al sicuro da ogni concorrenza, altrimenti la bellissima e normale Lenina accetterebbe di passare il tempo libero serale con qualsiasi altro Alfa pronto a chiederlo. Per impossibile che paia, uno spazio di eccezionalità come quello richiesto, esiste: è un brandello del passato, conservato per ragioni filologiche, una specie di riserva indiana. L’importante per la struttura del romanzo è che  permanga  qualcosa del nostro vecchio mondo, e il teorema nascosto nelle pieghe del testo, proprio grazie a questo accorgimento, risulterà dimostrabile. L’accorgimento in parola sta nel far incontrare alla normale Lenina la terza persona del triangolo amoroso, uno la cui psicologia sarebbe per noi normale. Lo scontro tra le normalità tanto diverse, la nostra e quella del Nuovo Mondo fa esplodere il dramma che darà luogo alla catastrofe finale. Notiamo che la catastrofe stessa è ferreamente motivata, secondo le leggi più classiche del tragico: viene creata un’alternativa le cui strade conducono a un esito egualmente impossibile.

La vittima di tale impossibilità è il signor Selvaggio, il figlio di un’Alfa e di una Beta venuti vent’anni prima del tempo in cui si svolge il romanzo a fare un’escursione di piacere nella riserva indiana. La ragazza Beta, per un caso unicissimo (il romanzesco di Brave New World si nutre di tale improbabile casualità), si scopre incinta. Per lei è impensabile il ritorno e dà quindi alla luce il bambino nella riserva, cioè nel vecchio mondo. Strutturalmente importante è solo il fatto della normalità psicologica (rispetto a noi) del signor Selvaggio che esalta il proprio amore per Lenina leggendo Romeo e Giulietta (tutta l’antica letteratura è stata distrutta nel Nuovo Mondo come fattore di instabilità sociale), proiettando Lenina in Giulietta. Il povero Selvaggio innamorato della bellissima Lenina s’accorge presto di quanto questa sia diversa da Giulietta. Egli scopre insieme la ragione per cui, mentre la vita nella riserva indiana è impossibile, impossibile per lui è anche la vita nel “brave new world” da lui salutato, quando non lo conosceva, con le ironiche parole che Shakespeare mette in bocca all’ingenua Mafalda della Tempesta. Non c’è quindi luogo al mondo dove Selvaggio possa vivere e la situazione tragica è con ciò perfettamente costruita. Neanche l’alternativa della solitudine è però possibile nel Nuovo Mondo: ciascuno appartiene a tutti e tutti sono pronti a richiedere il loro diritto a chi vorrebbe sottrarsi alla promiscuità trionfante. A Selvaggio non resta dunque che il suicidio, ciò che completa appunto la tragedia.

C’è infatti da un lato la peripezia, esprimente il punto della favola in cui la situazione che pareva felice si trasforma in infelice, col che ci si avvia alla catastrofe; questo avviene quando  Selvaggio scopre Lenina (che egli in un primo momento pensava impegnata con Bernard con cui lei viaggia, chissà forse in viaggio di nozze?). Il povero Selvaggio ragiona infatti con la psicologia della riserva indiana, in cui vige ancora il rapporto monogamico, e quando scopre Lenina fin troppo corriva, arresta le espansioni di lei che non comprendendo il comportamento di lui, vuole sedurlo. Lui la ricaccia a schiaffi.

Ma anche l’agnizione della teoria aristotelica è qui presente: Selvaggio ricondotto in patria in compagnia della madre viene portato ad incontrare il padre dal machiavellico Bernard che si vendica così di un nemico. Il padre di Selvaggio è il re della bottiglia, per così dire, cioè il direttore dell’istituto che produce in serie, in modo fordiano, secondo la domanda di forza lavoro, i nuovi pargoli. Il titolo di padre che gli applica Selvaggio è più ancora che un’offesa e un turpiloquio, è un dileggio. Egli non resiste al ridicolo e si condanna alla morte sociale; abbiamo qui certo un’icastica eco, sul piano di figure individuate, della tematica generale del romanzo: la morte del padre. In tale figura viene a sintetizzarsi il mondo di ieri, il mondo ancora per un poco nostro. E chi muore col padre è anche l’arte, di cui è sineddoche, pars pro toto, il romanzo.

Ciò si esplicita attraverso la quarta figura cui s’accennava o Helmoltz Watson, l’intellettuale. Questi è un super dotato e per questo la sua integrazione è difettosa. E’ creatore dell’arte per imbecilli, la sola ammessa dal pubblico di massa del Nuovo Mondo, diamone un esempio. Vengono offerti al pubblico suddetto film di disarmante povertà (un negro per un difetto di condizionatura si innamora di una fantastica bionda e la sequestra, un gruppo di salvatori corre a liberarla per diventarne i collettivi amanti). La pochezza di significato si integra e compensa mediante il potenziamento dei sensi, il tatto, l’olfatto e il gusto. L’ouverture del film è data da una “sinfonia d’odori” (già inventata da Huysmans), descritta in modo da porne ben in risalto tutte le ridicole squisitezze. Segue, nel film stesso, l’esaltazione della tattilità: le scene d’amore, molto carnali, ogni censura essendo qui impensabile, si svolgono in particolare sulla pelle d’una belva, di cui lo spettatore è in grado di “sentire ogni pelo”. Anche il gusto è direttamente stimolato: i baci vengono avvertiti da chi guarda il film come tali. Allo spettacolo così sommariamente descritto Lenina conduce una sera il signor Selvaggio che naturalmente ne resta inorridito. La sua etica è amare una sola volta nella vita e compiere per lei speciali prodezze, come ad esempio l’uccisione d’un leone. Tutte cose sommamente ridicole nel Nuovo Mondo, come ridicola appare poi a Helmoltz Watson (amico e compagno di sventura di Bernard Marx che lo mette in contatto col signor Selvaggio) la lettura di “Giulietta e Romeo” che il signor Selvaggio gli legge ad alta voce, immedesimandosi con Romeo di fronte a Lenina. Helmoltz, che conosce Lenina, scoppia in una risata fragorosa, di cui la vera vittima non è Shakaspeare, quanto il signor Selvaggio. Immaginiamo il don Rodrigo manzoniano alle prese con una Lucia-Lenina e ci rendiamo forse meglio ragione della risata di Helmholtz: o il romanzo finirebbe prima d’iniziare o tutto il meccanismo narrativo diverrebbe parodistico e grottesco. Con la fine del mondo di ieri e l’essiccazione galoppante del sentimento, anche il dramma e il romanzo sono destinati a finire? Parrebbe questo il messaggio vero di Brave New World o se si vuole la sua “profezia”. Non manca una parola di speranza: Helmoltz Watson, colpevole di poca arrendevolezza alle leggi della totale alienazione, viene condannato all’esilio nelle isole dove vengono a confinati gli insubordinati come lui. Troverà dunque finalmente compagnia, qualcuno con cui parlare e che lo ascolti, ma soprattutto la possibilità di mettersi tranquillamente in contatto con la voce del profondo che lo tormenta. E questa è la voce della poesia.

Caso ha voluto, vent’anni e passa nella preistoria del racconto, che un giovane Alfa pieno d’avvenire (diventato poi infatti potentissimo, direttore dell’istituzione londinese che fabbrica gli umani con la catena di montaggio), invitasse un’avvenente Beta a visitare con lui la riserva indiana. Ma ne tornò solo, l’avvenente Beta era sparita. Sparita e perduta, intanto  a causa d’una caduta, e poi perché messa in incinta: ogni ragazza in BNW per prima cosa viene educata alla sterilità volontaria (a meno che non venga proprio sterilizzata o non dedichi le sue ovaia alla Società); poi, si provvede di una “cintura malthisiana”, un sontuoso similcuoio di contraccettivi. Eppure, ecco l’orribile verità, la povera avvenente Beta  aspetta un bambino dal suddetto Direttore. Va notato che i termini “figlio” e tanto più “madre” e “padre” sono  tabù e perfino osceni in BNW. Il punto è importante per l’intreccio narrativo perché permette di motivare il seguito: Bernard conduce, in una specie di viaggio di impossibili nozze, la curiosa Lenina nella riserva indiana. Qui il caso diventa un intero grappolo di casi: il frutto del seno dell’avvenente Beta data per dispersa incontra Lenina e se ne innamora (è il vero protagonista del racconto, di nome “il signor Selvaggio”). Il motivo banale si riscatta però strutturalmente in vari modi: intanto dà l’idea a Bernard di condurre con sé a Londra sia Selvaggio che la madre (per i suoi egoistici scopi: gli serviranno a svergognare mediante l’agnizione il padre di Selvaggio, suo superiore e persecutore). La scena che ne segue ha il carattere di scena madre a due livelli, nel testo e nel metatesto: nel testo il Direttore è distrutto socialmente dalla rivelazione in pubblico della sua identità di padre. Nel metatesto perché abbiamo la rivelazione della funzione strutturale di Selvaggio. Egli è il rappresentante del mondo vecchio nell’inospitale per lui e per noi BNW: è uno di noi, ha non tanto sentimenti come noi, ma, semplicemente, sentimenti. Ed è qui che comincia la tragedia. Per tutta l’infanzia ha sognato una normale famiglia, o almeno simile alla nostra, con un padre che lo difendesse e una madre come tutti, che lo coccolasse. Ma l’avvenente Beta, condizionata ad appartenere a tutti, procura intanto a quest’ultimo un eccesso di padri, mentre è inorridita d’averlo come figlio. Per il povero Selvaggio il mondo della riserva è quindi inospitale. Si difende col sogno: cioè sognando, in base ai racconti della madre, la più perfetta della società: BNW . Qui, come un ritornello nelle esclamazioni di Selvaggio, ritorna il verso che Shakespeare pone in bocca a Mafalda nella Tempesta e che Huxley usa come titolo del romanzo. Un sentimento che BNW non ha pensato a distruggere è la curiosità e la curiosità è, proverbialmente, donna. Lenina ne cade vittima e lo sarà nel senso forte del termine: non per nulla BNW è una tragedia, prima d’essere un’utopia (la critica naturalmente, sempre ferma alla superficie, indugia specialmente a analizzare la natura di questa utopicità di BNW: è utopia o non piuttosto satira e se utopia, è utopia negativa o antiutopia o più propriamente distopia?).

Dunque, la curiosità. BNW fa il possibile perché l’eccezione sia assente dai suoi confini, dunque non c’è molto in esso che possa stimolare la curiosità, tutto è banale e lo dev’essere, ogni esperienza essendo circondata sempre dalla folla: la curiosità è un brandello del nostro vecchio mondo, certo un brandello eccezionale anche per noi, una riserva indiana che vivrà nel 2600 con tutti i vizi dell’origine (estirpati nel mondo nuovo, non occorre dirlo, e sostituiti dall’assoluta perfezione igienistica al nichel-cromo). La riserva indiana in questione ha dunque l’esistenza del residuo, la sue identità è annullata nel mondo nuovo, il mondo che ha sostituito la Storia con la Stabilità (facciamolo notare di sfuggita: come tema, la fine della storia è già presente). La riserva indiana conserva, a brandelli, la sua storia, conserva specialmente il cristianesimo sincretizzato con miti indiani. Da qui, per quel che può, incastrata nella Stabilità, la Storia cercherà di vendicarsi. Lo farà intanto con il Caso potenziato dal Tempo – che nella riserva indiana si conserva sotto le specie del caso.
La delusione del contatto con la brutalità del reale, risparmiata da Shakespeare alla figlia di Prospero, non viene risparmiata al Selvaggio: che perde il padre nel momento stesso che lo trova, perde quasi nello stesso la madre (che s’avvelena con i tranquillanti necessari a sopportare la normale condizione umana, per una donna invecchiata e imbruttita e per di più madre, in un mondo di perfetti sterili) e perde l’amore prima ancora di trovarlo. Lenina è infatti fin troppo corriva alla chiamata amorosa che parte dal Selvaggio. E’ cioè pronta all’amore fisico immediato, istantaneo, senza passione né identità né storia, come deve essere in BNW. Ma non è questo che ricerca il Selvaggio che vuole intanto esser degno del suo amore, guadagnarselo a fatica, nel che sta la dignità sua, dell’amata e dell’amore. Tutte cose che Lenina non gli può dare. Il rapporto genera quindi la frustrazione reciproca, nell’attrazione pur tuttavia permanente. Una frustrazione che in Lenina, priva d’interiorità (l’anima di Lenina, come quella di tutti gli abitanti di BNW, è un’eco o meglio un insieme d’echi ipnopedici: “tutti sono felici al giorno d’oggi”, “noi siamo della comunità” ecc.), si trasforma nell’eccezionalità d’una passione, eccezionalità ahimé mal ripagata dal Selvaggio che vede in lei una figura del male e la riceve a frustate, specie d’assassinio vicario, per cancellare l’attrazione sempre viva.

Il termine di tragedia, usato in limine per designare il romanzo di Huxley, non è generico o metaforico, ma tecnico in modo abbastanza rigoroso. Della tragedia infatti troviamo in esso, non come ammennicoli, ma quali elementi portanti, strutturali, gli elementi individuati come essenziali dalla teoria aristotelica: l’esposizione con l’intreccio o il nodo, l’agnizione, la peripezia, la catastrofe e persino la catarsi e l’elemento essenziale tra tutti, il Destino, qui nascosto sotto le spoglie del caso. Il concetto di Destino conduce con sé quello della necessità (materializzantesi o nell’assenza d’ogni alternativa all’operato, o alla presenza d’alternative spurie cioè apparenti o dilemmatiche, strade diverse che menano alla morte ineluttabile). Tutti questi elementi strutturali del tragico sono presenti nel romanzo che studiamo.

L’esposizione si prepara lentamente a trasformarsi in vero e proprio nodo, nella trappola tragica di cui cadrà come innocente vittima Selvaggio: una ipostasi di Edipo a ben guardare, che ritrova il proprio padre (ecco l’agnizione) e nell’istante che lo trova, l’uccide, almeno socialmente. Questa è la prima peripezia del personaggio, peripezia positiva (dall’orribile esilio nello zoo umano della riserva alla terra promessa e decantata dalla madre del Nuovo Mondo), cui due altre seguiranno, ma negative, che lo condurranno alla catastrofe, al suicidio.

La prima peripezia negativa è data dall’incontro-scontro con Lenina. Selvaggio ha una concezione dell’amore da troubadour, ascetica persino (non esita a punire le tentazioni flagellandosi). Lenina invece è una tipica rappresentante del buon senso imperante, del libito non solo concesso, ma obbligatorio. Tutti si amano, in quanto obbligati a farlo; non possono però amarsi per amore, cosa proibita, con l’isolamento che questo comporterebbe. L’individualità è la vera colpa e paga il fio anche col tradimento di se stesso. Abbiamo qui vari esempi di questo tradimento: il primo è dato da Lenina che, tendenzialmente monogamica, si presta alla promiscuità perché “si deve”, ne va dell’onore d’una ragazza inglese (si noti la squisita ironia) far copia di sé a chiunque lo domandi. Lei è orgogliosa d’essere apprezzata come “pneumatica”, orgogliosa che le venga palpeggiato il sederino pubblicamente; innamorata poi del signor Selvaggio, si presta senza protestare alle onorevoli proposte amorose di un grande dignitario del rito fordiano. Il positivo si converte immediatamente nel suo opposto, con una specie di ironia oggettiva.

Più crudele ancora e definitiva è la terza peripezia che conduce immediatamente alla catastrofe. Restato solo di fronte al Nuovo Mondo,  Selvaggio sembra avere un moto di speranza: vivrà come Robinson ai margini della civiltà che lo nega e che lui nega. Egli, che ha bisogni consumistici prossimi a zero (proponendosi di vivere di caccia), ne ha un solo imprescindibile, la solitudine, l’essere se stesso. E’ qui che il conflitto, inevitabile, si acuisce fino alla tragedia:  Selvaggio, il difensore dell’essere se stesso, nega totalmente il Nuovo Mondo per il quale l’Io è, al massimo, un’eco (pensiamo alla moltiplicazione per novanta di ogni Io) e un’eco che va in ogni caso esorcizzata con tutti gli opportuni riti. Il Nuovo Mondo scopre “per caso” (un ultimo intervento del Caso, intervento imprescindibile per il resto) Selvaggio nel domicilio robinsoniano che s’è scelto, in una specie di faro abbandonato; l’identità che si nasconde, quanto più si nasconde, tanto più suscita la curiosità dell’Io vuoto. Migliaio di Io vuoti si accalcheranno dunque attorno al rifugio dell’Io pieno e troppo pieno di se stesso, per spiarlo e coinvolgerlo nella vita vuota, ultima messaggera della vita vuota, interverrà anche Lenina a tentare l’Io solitario e ascetico (che ricorre anche a pratiche d’autoflagellazione, imitate subito dagli Io vuoti ghiotti d’esperienze stimolanti). La fine è il suicidio per impiccagione, sul quale termina il libro.

Ma la tragedia ha come ulteriore elemento essenziale la catarsi, concetto tradizionale di ben difficile interpretazione, di cui tutto ciò che con sicurezza si può dire, è che ha rapporto con i sentimenti. Di quale catarsi si potrà parlare in questo Nuovo Mondo in cui il sentimento è negato e anzi proibito? In un mondo nel quale la comunicazione si riduce a scambio di segnali, l’arte a balbettio, un mondo di domani che il nostro oggi galoppa per raggiungere? E’ una domanda cui si può rispondere con l’aiuto del personaggio più enigmatico del romanzo, Mustafà Mond. Questo è da un lato il portavoce del narratore a cui egli pone in bocca le spiegazioni più didascaliche per comprendere l’astruso Nuovo Mondo, la sua anatomia politico sociale. Però Mustafà Mond è un vero personaggio, provvisto di un’interessante biografia, essendo un disadattato convertito e, rientrato nei ranghi, compensato con un posto nella somma gerarchia del Nuovo Mondo. Bisogna tener conto di tale biografia quando leggiamo le didascalie che Mustafà ci fornisce sul Nuovo Mondo: esse sono ideologiche in sommo grado. Proprio per questo hanno valore le concessioni che egli verbalmente fa, uno degli elementi basilari del suo credo è l’ateismo. Nonostante ciò, egli dà come assai probabile l’esistenza di un Dio la cui negazione è dovuta solo a necessità d’autodifesa della società su base, a ben guardare, schiavistica. Dunque: o Dio, per quanto assente, o la Torre di Babele? Ciò toglie ineluttabilità all’avvento della Torre, nel che forse consiste il momento catartico del libro.

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*Franco De Faveri, nato Venezia  nel 1936, ha insegnato per  trentacinque anni presso l’Università Georgia Augusta di Göttingen. Nel 1977 ha pubblicato per Marsilio il romanzo Venezia bianca [su cui vedi la rec. di Bruno Nacci qui su Samgha],  in seguito si è dedicato prevalentemente a studi di estetica, pubblicando saggi su Celan, Manzoni, Ungaretti, Rilke e Backman. Ha pubblicato Sublimità e bellezza (Città studi, 1992) , dedicato alla nascita dell’arte astratta dallo spirito della filosofia, e Essere e bellezza (Morcelliana, 1993) sul pensiero estetico di Rosmini nel contesto europeo.

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12 thoughts on “L’assenza di dio. Viaggio nel “Nuovo mondo” di Huxley

  1. Non trovo corretto tacciare l’opera di Aldous Huxley di scarso valore letterario o rinfacciare all’autore una limitata perspicacia rispetto all’avvento dell’era atomica. Alla lunga la sua lungimiranza sembra averla spuntata sulla faciloneria di una certa critica letteraria, asservita alle esigenze dell’ideologia, e sull’inutilità del suo contributo artistico.

    ALDOUS HUXLEY E IL PARADOSSO MECCANICISTA
    Inanellare le felici rappresentazioni di Huxley in BNW comporta uno sforzo di ricerca assai modesto dal momento che i suoi scritti conservano un serbatoio illimitato di dati e reperti Narrativi. Ciònonostante vorrei soffermarmi su un forte e preciso richiamo all’ attualità del suo pensiero, ben raffigurato nel discorso di Mustapha Mond alla classe in visita agli stabilimenti procreativi. Nel brano in questione il super-direttore, sostituiendosi al professore (educatore della scolaresca) tenta di enunciare una dottrina discriminante fra presente e passato, fase temporale, quest’ ultima, di cui gli allievi non hanno esperienza nè memoria. Siamo alla critica aperta verso la concettualizzazione della virtualità e alla contestazione del formalismo scientifico accademico tradizionale (meglio noto come meccanicismo) dal quale deriva l’espediente di un’unica chiave di lettura e di indagine della realtà. Il romanzo è permeato da uno scetticismo di fondo verso la visione apologetica della società meccanicista e della cultura del deduttivismo polarizzata da una concezione riduttiva dello sviluppo economico e sociale nel quale i futuri cittadini del nuovo mondo si disporranno ad analizzare il contesto storico e la struttura complessa
    della vita in misura totalmente virtualistica. Nella sua analisi (Immaginazione e scienza in Frankestein, Brave New World e Never let me go – cuec editore) Irene Meloni, docente di Lingue e letterature straniere presso l’ateneo di Cagliari, afferma che
    l’avvento della ‘nuova scienza’ ha scisso il Sapere in due branche, non riconosciute dall’educazione scolastica che continua a poggiare la sua dialettica su un impianto formativo monolitico, pregiu-dizialmente rivolto ad un solo principio analitico. Persino Werner Heisenberg, nel suo celebre testo ‘Fisica e filosofia’ (i Saggiatore Ed.),
    richiama la cultura moderna ad uno sforzo di ri-adeguamento filosofico verso la rivoluzione scientifica di cui si è fatto primo interprete.
    L’opera di Huxley parla quindi implicitamente anche della struttura deduttiva dell’induzione matematica che rompe le relazioni fra le cose, criticandone – parallelamente ad alcune avanguardie pittoriche come il cubismo, e l’espressionismo – la funzione formativa ed educativa nei confronti della coscienza analitica individuale. Ovviamente Huxley componeva (e pubblicava) il suo romanzo in un’epoca in cui, sebbene anticipati dalla prospettiva artistica, determinati concetti della ‘nuova scienza’ (La rivoluz. scientifica dei quanta, l’indeterminazione dell’ elettrone) non erano ancora stati interiorizzati. Erano gli anni in cui il principale artefice di questo corso scientifico veniva insignito del premio Nobel (1932). Questo dato storico depone a favore della genialità dello scrittore Huxley e di quegli autori che, come lui, ambivano ad una riforma teorica nei confronti del vecchio corso del Sapere, sui cui postulati si costruivano per l’appunto le teorizzazioni, romanzate e no, della società ‘perfetta’. Il valore profetico dell’opera è perciò dato dal fatto che ancora oggi, tale indirizzo, nonostante gli sviluppi e le innovazioni tecnologiche successive alla formulazione quantistica,
    non sia stato ancora superato.

  2. Già, eppure fatico molto a trovare interlocutori, specie per ciò che riguarda le avanguardie pittoriche e le straordinarie anticipazioni che hanno contraddistinto l’opera dei loro autori più rappresentativi .

  3. Be’…se hai voglia di scrivere al riguardo, magari se prepari un qualcosa di saggistico che esponga le tue tesi lo possiamo pubblicare su samgha e magari qualche interlocutore lo troviamo….

  4. Mi chiedi un impegno, caro Simone, per il quale non sono così sicuro di avere le necessarie competenze. Posso provarci, naturalmente, però mi premeva conoscere la tua/vostra posizione in merito al problema di cui parlo. Mi domando se ho esposto la questione con la necessaria chiarezza. Tu come la vedi? , vorrei domandarti, con la battuta presa in prestito da un vecchio tormentone televisivo.

  5. Infatti Fabio…ti chiedevo se avevi voglia di scriverne in dettaglio perché non mi era del tutto chiaro il collegamento Huxley avanguardie pittoriche..mentre mi pareva di concordare quando parlavi delle questioni scientifiche..però appunto…dicevo dell’articolo proprio per capire di più il tuo punto di vista che qui non mi è chiarissimo a dire il vero visto la vastità dei temi e dei collegamenti…solo questo…

  6. Bene Simone,tenterò allora un piccolo approfondimento, però non aspettarti un prospetto definitivo arricchito da citazioni o precisi riferim. bibliografici. In fede ad un modello espositivo che mi è parso abbiate ricordato qualche post fa, con l’opera di Lichtenberg, cercherò di avvalermi solamente di un ragionamento compiuto del tutto ripulito da ridondanze accademiche e citazionismo di maniera, al quale peraltro potrei comodamente
    appoggiarmi.

    Devo dire di esser rimasto felicemente sorpreso per il fatto che non avessi nulla da obiettare sul versante tecnico del mio commento, una vera rarità!. Non mi sorprende invece la tua perplessità di fronte ai collegamenti fra Arte e Scienza da me richiamati. Sono convinto che le due materie siano intimamente legate dagli stessi significati e cche, attraverso questi, si possa giungere ad una classificazione coerente dell’autenticità del materiale che artisti e scienziati si sforzano continuamente si sottoporre all’attenzione comune. Le parole ‘tecnologia’ e ‘arte’, coincidono infatti nella loro radice
    etimologica e ciò dovrebbe indurci a una riflessione di fondo o a un percorso di severa auto-analisi quando ci vengono meno i rapporti di questo fondamentale collegamento. Per quanto riguarda la storia della pittura e delle sue avanguardie, partirei quindi dalla premessa che vuole, alla base di ogni pulsione, un chiaro intento degli artisti di ‘mettere a disposizione’ della comunità il bagaglio di risorse e di cultura che gli scienziati (quelli veri) individuano secondo un percorso spesso aspramente in controtendenza rispetto le conoscenze comuni e le
    acquisizioni che per vari motivi si sono radicate, o sono state inoculate, nella coscienza o nell’immaginario popolare. Ed è a tutti infatti che la pittura si rivolge, indistintamente. Proprio per questa ragione, nei vari corsi storici,
    è stata oggetto di manipolazione, come oggi lo è ‘ l’arte letteraria’. Tuttavia credo esista ancora la possibilità di ristabilire una corretta gerarchia di valori e per riappropriarci culturalmente del contenuto e dei significati
    artistici delle opere. Credo che ciò sia connesso al problema prettamente artistico della ‘forma’ e in ambito scientifico a quello del ‘divenire’ (della mutazione o dello spostamento delle particelle, per la fisica). Questa convinzione parte dall’idea che gli artisti siano i primi recettori dei risultati e dei significati dell’ innovazione in generale ed in special modo di quella scientifica e che si facciano poi veicoli della divulgazione che, senza il loro apporto, rimarrebbe vincolata alle capacità comunicative degli scienziati, notoriamente e non pregiudizialmete, ritenute a ragione assai limitate come lo è il linguaggio della creatività che come vedremo più avanti non si rivolge alla capacità intuitiva dell’intelletto. Penso all’impressionismo e alle correnti in cui si è suddiviso, penso alla furiosa critica verso i principi dei principi di ottica classica che gli impressionisti, hanno contribuito a diffondere e spiegare assieme alla critica verso i criteri del paradigma dominante ancora una volta piegato all’approssimazione del meccanicismo newtoniano.

  7. Detto ciò, riprenderei il discorso dal ‘titolo’ del mio primo commento a questo post.
    Col concetto di ‘paradosso meccanicista’ intendevo proprio porre in evidenza il preciso (ordinato, matematico) schema su cui è fondata la ‘società perfetta’ del nuovo mondo. Le caratteristiche del criterio meccanicista, come la programmazione politico-economica della Londra utpistica di Huxley, ci sono tutte: Scienza atea, società omologante, istintualità repressa, pianificazione genetista, ordine (di classe), abolizione del ‘disordine’ e quindi delle pulsioni istintuali di pari passo con la soppressione di quelle artistiche. La ‘distopia’ (rappresentazione criticamente utopistica) è dunque abbondantemente raffigurata nello stile di Huxley in tutte, o quasi, le sue possibili varianti,
    il cui risultato porta inevitblmnt al principio termodinamico dell’omologazione (sistemi aperti e chiusi- Y.Prigogine – La nuova alleanza. Einaudi Ed. 1993).
    Attualmente i rischi di un sapere ‘standardizzato’, ci portano a riflettere (purtroppo non in misura sufficiente) sui problema insito nel perseguimento di tali modelli di sviluppo. La critica del meccanicismo newtoniano, qui paradossalmente e magistralmnte disegnata, vuole porci il problema (tecnico non ideale) del ‘divenire’ affrontato secondo parametri omologanti che, in altri termini, significa concepire tutte le antinomie di una visione della realtà concepita secondo l’induzione matematica dei piani euclidei e della precisa geometrizzazione delle dinamiche fenomeniche che la modernità ci ha presentato come risolutive. [continua…]

    Mi scuso, ma mi serve un po’ di tempo per organizzare le conclusioni. Spero possa pazientare una ventina di ore. Per il momento ti saluto e ti ringrazio per l’opportunità che mi hai/avete concesso.

    • fabio..possiamo pazientare anche venti giorni..quello che intendevo io e di scrivere con calma un breve saggio, poi lo puoi inviare alla mail della rivista e poi lo pubblichiamo a tuo nome come articolo di samgha ex novo..e da lì prendiamo il via della discussione…nei commenti non va bene affrontare una discussione così ampia…diciamo che tu proponi il tuo discorso argomentato in un bel post e così poi chi vuole, io per primo, poi ti può rispondere nei commenti al tuo post e controargomentare o fare domande..sennò così facciamo confusione….

  8. Infatti, anche per me stava diventando piuttosto problematico operare una sintesi efficace. Allora facciamo così, riprendo e completo queste considerazioni, (putroppo chiamarle ‘saggio’ mi sembra eccessivo) le spedisco alla redazione e poi vedi/vedete tu/voi che farne. Io mi accontenterei anche di una replica in forma privata, una piccola e-mail dove poter individuare i punti deboli della mia costruzione (se ce ne sono). Ti ringrazio . A presto.

  9. Ecco Simone, ho spedito alla redazione di Samgha il mio contributo. Ho messo insieme un pensiero piuttosto compiuto sull’oggetto abbozzato nei commenti qui sopra. In effetti, a rileggermi, ho individuato alcune inesattezze che spero di aver sviluppato meglio nel pezzo che ti ho appena inviato. Fatemi sapere. Ti/vi saluto

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