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Il Qui e Ora nella scrittura: il buddismo e la letteratura

diDianella Bardelli*

Scrivere non è denominare le cose, dare loro dei nomi. Scrivere è prendere coscienza delle cose: cose percepite con i sensi, emozioni, ricordi, idee, ispirazioni. Nella Poesia e Prosa Spontanea esperienza e parola coincidono, ovvero si tende a fare in modo che coincidano. Come dire che avere esperienze significa, tramite la scrittura, averne coscienza, averne consapevolezza.

La tecnica della scrittura spontanea inventata da Kerouac è quella che si avvicina maggiormente, nell’ambito letterario, al concetto buddista di consapevolezza e presenza mentale. Al Qui e Ora. Sto in questa situazione (con questo stato d’animo, emozione, ispirazione ) e la scrivo. Non la descrivo o la nomino, ma la scrivo, la racconto, racconto cosa accade a me, qui e ora. Ecco perché, nella scrittura di consapevolezza o spirituale, bisogna prendere sempre appunti; bisogna annotare cosa accade ora, che è come dire bisogna esserne consapevoli.

Nel buddismo la consapevolezza di ciò che accade in questo momento ha lo scopo di tenere la mente ferma al momento presente, affinché non fugga nei ricordi o nelle aspettative. Serve anche a tenere lontana la paura, l’ansia, a tenere sotto controllo la mente. La stessa cosa accade nella scrittura: più mi calo in quello che accade, più ne sono consapevole, più il testo è ricco e interessante.

Essere consapevole nel buddismo e nella Poesia e Prosa Spontanea non significa aver razionalizzato una certa emozione o percezione; essere consapevole significa che riconosco ciò che accade, identifico ciò che accade, non lo copro con i pensieri razionalizzanti. Per prendere consapevolezza di ciò che accade bisogna vederlo, riconoscerlo, e questo lo può fare anche la scrittura, quella spontanea, che vede quel che accade e lo scrive senza prima porlo al vaglio del giudizio razionale. In questo senso la scrittura può diventare uno strumento di consapevolezza e presenza mentale.

Ci sono momenti pieni di suggestione, piccole cose, nostre reazioni a qualcosa che colpisce i nostri sensi o il nostro spirito; questi momenti non andrebbero lasciati correre, bisognerebbe scriverne. Sono momenti creativi, nel senso letterale del termine, momenti in cui noi creiamo partendo da questa suggestione, che è un rapporto particolare, intimo, che si crea qualche volta tra noi e un dettaglio del mondo esterno. A questa suggestione dobbiamo dare la nostra voce, che è una voce interiore, che si concretizza in parole, che non descrivono quella suggestione bensì la esprimono. In quel tipo di suggestione è come se le cose entrassero in contatto con noi, ci parlassero nel loro linguaggio muto (o comunque non verbale, come con la musica). Questo è un contatto spirituale tra noi e il mondo a cui possono corrispondere testi nati non per descrivere ma per esprimere, appunto dare voce.

La Poesia e la Prosa Spontanea, frutto di un’improvvisazione letteraria, si affidano al cosiddetto “caso”: volti, atteggiamenti, oggetti, foglie, nuvole, sole, pioggia, uno sguardo, un’ombra, un filo d’erba…., tutto ciò insomma che cade sotto i nostri sensi e la nostra attenzione. È il caso quindi a creare la bellezza di un’opera. C’è un noi stessi nella forma casuale (spontanea) che non conosciamo: qualcosa si rivela dietro la patina della razionalità: lì comincia l’arte, da lì può nascere una forma artistica; il “caso” è il nostro archivio sconosciuto, misterioso, ma immensamente ricco. Il pittore Francis Bacon chiamava il suo incontro d’artista con il caso “incidente”, lo scrittore André Breton usava i  termini di “esca”, “labirinto”, “foresta di indizi”, per James Joyce si trattava di “epifanie”.

Meditazione e scrittura

«La meditazione cos’è? E’ sedersi con se stessi, stare con se stessi e comprendersi» [Thích Nhất Hạnh].

Nella meditazione noi guardiamo dentro noi stessi, guardiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni e sensazioni. Se non siamo distratti li possiamo vedere nitidamente. E ne possiamo scrivere, possiamo improvvisare un testo, una poesia, una prosa su quello che c’è in noi in questo momento; in tal modo possiamo conoscere meglio noi stessi.

La meditazione si basa essenzialmente sulla situazione di questo preciso istante, Qui e Ora, e significa lavorare con questa situazione, questo presente stato mentale. Non dobbiamo forzarci nella pratica della meditazione, ma solo lasciare essere quello che c’è nella mente, sentire il flusso dell’energia senza cercare di sottometterlo, allora si diventa più aperti; quel che più conta è che il mio cuore sia aperto, in questa maniera studiamo noi stessi e impariamo a conoscere la natura della nostra mente. Questo vale anche per la scrittura, soprattutto per il il metodo della Poesia e Prosa Spontanea inventato da Jack Kerouac e fatto proprio dal suo amico Allen Ginsberg; secondo questo metodo dobbiamo operare come nella meditazione: «il punto principale di ogni pratica spirituale è uscire dalla burocrazia dell’Io. Ciò significa uscire dal costante desiderio dell’Io di una versione più alta, più spirituale, più trascendente della conoscenza, della religione, della virtù…» [Chogyam Trungpa].

Anche nella scrittura dobbiamo abbandonare ogni conoscenza precedente, ogni nostra aspirazione estetica, poetica, ogni nostra concezione della letteratura, ogni nostro modello o ideale artistico, per essere semplicemente con quello che c’è in questo momento e scriverlo. Kerouac definisce questo atteggiamento: «confessare tutto a tutti», Ginsberg chiama la poesia  frutto di questo atteggiamento: «poesia da me a te».

Nella mia esperienza personale vi sono alcuni concetti e insegnamenti del buddismo che valgono anche nelle improvvisazioni di Poesia e Prosa Spontanea: quello di attenzione, di presenza mentale, di introspezione.

La pratica dell’attenzione e della presenza mentale

Presenza mentale è ricordarsi di ritornare al momento presente; essere in grado di entrare in contatto con noi stessi: ogni volta che nasce una formazione mentale possiamo praticare il puro riconoscimento: ogni oggetto delle nostre percezioni è un segno, un’immagine della nostra mente, non esistono percezioni separate dall’oggetto percepito: il soggetto della conoscenza non può esistere separato dall’oggetto della conoscenza: vedere è vedere qualcosa, essere in collera è essere in collera per qualcosa; possono essere oggetti mentali una montagna, una rosa, la luna piena, la persona che ci sta di fronte. Noi crediamo che queste cose esistano fuori di noi, come entità separate, invece questi oggetti della percezione sono noi stessi. Proprio come la vegetazione è sensibile alla luce, così le formazioni mentali sono sensibili alla presenza mentale. Questo avviene anche nella scrittura: non perderti nel passato, non perderti nel futuro, scrivi la mente Qui e Ora. Si tratta di porre la mente sull’oggetto di cui si scrive, proprio come si fa nella meditazione, quando si osserva la mente e si registra quello che succede in essa: pensieri, sensazioni, emozioni.

La pratica dell’introspezione

L’introspezione si impara, ovvero, guardo bene in faccia, con coraggio, eroicamente dentro di me e quel che vedo scrivo: guardo in faccia il nemico e così facendo diventa amico. Si scrive quello che passa dentro di noi, nella nostra mente Qui e Ora: non come dovrebbe essere, ma come è. Nell’introspezione è la domanda che porta alla risposta; nessuno ci può aiutare in questo, dobbiamo farlo da soli, si è soli in questo, è la via ardua: la risposta arriva dalla domanda perché per il buddismo la mente se non è offuscata dall’afflizione ha una capacità cognitiva, può conoscere. Tramite la meditazione possiamo facilmente comprendere la verità di tutto ciò, come con la scrittura: per trovare le parole bisogna guardare meglio: «Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma»; «Non fermarti per pensare alle parole ma per mettere meglio a fuoco il disegno complessivo» [Jack Kerouac]. La stessa cosa dicono i maestri buddisti: guarda meglio. La meditazione rivela ogni cosa presente nella vostra mente, tutta la vostra spazzatura, e tutte le cose positive; tutto è percepibile attraverso la meditazione: essere consapevoli, attenti, in presenza mentale. La vera natura della mente è conoscenza e saggezza.

Bisogna essere l’ oracolo di se stessi, interrogarsi, ascoltarsi, come se dentro di noi albergasse un oracolo; sono le voci di una divinità nascosta che si rivela e parla solo se interrogata, proprio come dice Kerouac ne I Fondamenti della Prosa Spontanea: «Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto, in ascolto»; «Sii il folle santo muto della mente»; «Le inesprimibili visioni dell’individuo»; «Il gioiello centrale d’interesse è l’occhio dentro l’occhio»; «Credi nel sacro profilo della mente».

La psicologia buddista elenca sei afflizioni fondamentali che producono frustrazione e disturbano la pace della mente: l’attaccamento, l’ira, l’ignoranza, l’orgoglio, il dubbio e l’influenza delle opinioni distorte. Questi non sono fenomeni esterni, ma mentali. Senza un’indagine della propria mente e lo sviluppo della conoscenza introspettiva, anche se parliamo di afflizioni, non ne sappiamo niente.

La pratica della scrittura come strumento di meditazione

Nella mia esperienza di scrittura e di meditazione ho verificato che questi due momenti possono mutuarsi a vicenda, essere utili l’un l’altro; ho notato che  la meditazione, proprio per la sua capacità di far spazio dentro di noi, favorisce la creatività nella scrittura, e la scrittura, a sua volta, può essere un modo efficace per realizzare attenzione, presenza mentale e introspezione: la Poesia e Prosa Spontanea sono state pensate da Kerouac e Ginsberg proprio come strumenti della mente, per mettere a nudo la propria mente a sé e agli altri.

Il buddismo e la letteratura occidentale: le quattro Nobili Verità

Il buddismo personalmente mi ha dato una nuova chiave di lettura e interpretazione della realtà. Questo vale anche per la letteratura e la scrittura che sono il mio interesse principale e che pratico quotidianamente.

Uno degli insegnamenti più importanti del buddismo e che accomuna tutte le tradizioni  e scuole buddiste è il discorso di Buddha sulle “Quattro Nobili Verità”. La prima Nobile Verità è la sofferenza: esiste la sofferenza; con essa dobbiamo entrare in contatto, e la scrittura può essere un modo per farlo; la seconda Nobile Verità è l’origine della sofferenza; l’origine del dolore si identifica con l’attaccamento, che trova appagamento ora qua ora là; la terza Nobile Verità è la cessazione della sofferenza; è il completo abbandono e rifiuto di questo attaccamento; la quarta Nobile Verità è il sentiero spirituale che conduce alla cessazione del dolore.

Quello di cui mi sono resa conto, a proposito di questo insegnamento di Buddha, è che tutti gli scrittori e poeti occidentali hanno affrontato la prima Nobile Verità nelle loro opere; ma che solo quelli con una spiccata vocazione spirituale nella loro scrittura hanno fatto intravedere una via d’uscita dalla sofferenza umana; due per tutti e tra i più grandi: Manzoni e Dostoevskij.

Spiritualità e scrittura in alcuni autori americani

Facendo proprio l’insegnamento di Walt Whitman (1818-1892) scrittori e poeti della cosiddetta “Beat Generation” come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, hanno liberato la letteratura da ogni estetismo, da ogni scopo letterario, accademico. Il loro unico fine è rivelarsi onestamente nel momento presente attraverso la poesia. Le loro opere hanno sempre una caratteristica spirituale, sono inni alla propria personale vita interiore e vengono offerti come fossero fiori e frutta ad una merenda tra amici che si vogliono bene.

A questo proposito in un’intervista Allen Ginsberg disse: «la parte più difficile è superare la tendenza alla censura; alcuni pensieri sembrano troppo imbarazzanti, crudi, nudi, irrilevanti, impacciati, personali, rivelatori, dannosi per la propria identità, troppo strani, individualistici. Quando si comincia a scrivere sorgono tutta una serie di immagini, di pensieri, di pensieri che non ci piacciono, e quella è la parte più importante. Le parti che ti imbarazzano di solito sono quelle più poeticamente interessanti, più nude e crude, più impacciate, più strane ed eccentriche al tempo stesso, più rappresentative, più universali ……  . In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente. Poi quello che succede è che dopo una settimana si tira fuori quello che si è scritto e gli si dà un’occhiata: così non appare più imbarazzante, sembra quasi divertente. Il sangue si è asciugato, in un certo senso. Bisogna proprio decidere di scrivere per se stessi, solo per se stessi, senza voler far colpo su se stessi o sugli altri, solo buttare giù ciò che comunica il proprio sé».

© Dianella Bardelli

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* Dianella Bardelli è nata a Livorno nel 1947 e risiede a Selva Malvezzi (Bologna). Per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo Vado a caccia di sguardi presso l’editore Raffaelli di Rimini. Nel 2009 un romanzo intitolato Vicini ma da lontano presso la casa editrice Giraldi di Bologna; nel 2011 un altro romanzo dal titolo I pesci altruisti rinascono bambini sempre per l’editore Giraldi. Aggiorna quotidianamente alcuni blog letterari: http://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/; http://lascrittura.altervista.org/http://solohaiku.altervista.org/. Accanto alla sua attività di scrittrice guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della Poesia e Prosa Spontanea; ha una vera passione per la letteratura della “Beat generation” e considera suoi maestri Jack Kerouac ed Allen Ginsberg. Nel Gennaio 2012 ha pubblicato un romanzo intitolato Il Bardo psichedelico di Neal presso le edizioni Vololibero. Recentemente ha scritto un romanzo intitolato Urlando delizia sull’intero universo ispirato alla vita della poetessa hippy americana Lenore Kandel. Ne sta scrivendo uno ispirato ai primi giovani allievi hippies di Lama Yeshe a Kopan presso Kathamandu negli anni ’70. Da alcuni anni pratica la meditazione buddista secondo la tradizione tibetana.

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8 thoughts on “Il Qui e Ora nella scrittura: il buddismo e la letteratura

  1. “Benché ci si serva di parole per spiegare il Vuoto
    il Vuoto in quanto tale è inesprimibile.”
    (dal Canto di mahamudra di Tilopa).
    E’ un post molto entusiasta, scritto con sincerità ma da praticante buddhista – vicina inoltre alla “tradizione” seguita da Ginsberg – nonché scrittrice oserei dire che per chi scrive valgono le stesse indicazioni rivolte a tutti sulla “Retta Parola” : non mentire, non dire parole che seminano discordia od offendano, non pronunciare parole oziose. Il resto – la scrittura “spontanea”, la scrittura conme strumento del qui-ora ecc.- è la sovrapposizione di una poetica “storica” peculiare e contingente, stavo per dire impermanente, che non a caso presenta agganci col surrealismo (vedo un tag, giustamente, per André Breton); ma ognuno poi, e chi pratica il buddhismo ben lo sa, ha la sua via; un saluto e grazie ad ogni modo per la riflessione (anche se Manzoni in tema di fuoriuscita dal dukkha poco lo vedo): Viola

  2. Per quanto riguarda il Manzoni de I Promessi Sposi, a mio parere è più un romanzo profondamente spirituale che religioso; affronta il tema universale della sofferenza nel mondo indicandone la possibiltà di uscirne in varie parti, sarebbe troppo lungo parlarne qui a fondo, una per tutte la notte di Lucia nel capitolo XXI, dove lei trova in se stessa la possibilità di non soffrire più (“Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo”); vorrei citare tutto il brano ma forse è troppo lungo; la mia è una visione personale, naturalmente, tutto l’articolo qui riportato lo è, però, come dici giustamente è influenzata da una pratica personale; quello che ho sentito accadere è che alcuni aspetti della teoria e pratica buddista mi hanno aperto un mondo di possibilità sia nel leggere che nello scrivere; per dirla alla maniera psichedelica mi hanno aperto, nel mio piccolo, ” le porte della percezione”, perlomeno mi hanno fatto intravedere, a volte, questa possibilità.

  3. sì, si avverte – e non è un difetto, anzi un lato molto positivo – che queste sono riflessioni “esperenziali”, dettate anche dal voler condividere con gli altri una via che si rivela “ricca”; su Manzoni, che dirti, a mio avviso resta religioso. Lucia nella notte si affida alla fede, alla “Madonna” e lì trova il suo porto; forse più che nella fede è nella fiducia che occorrerebbe andare. Che tutto ti sia sereno, Viola

  4. L’argomento mi interessa molto ed è talmente smisurato per affrontarlo qui che mi limito a dare le mie impressioni riguardo la scrittura come pratica di meditazione e la prosa spontanea. Non sono un esperto ma essendo un argomento su cui ho letto e ho riflettuto abbastanza devo dire che riguardo la scrittura ci sono delle considerazioni che bisogna premettere.
    E’ vero che la scrittura nel buddismo ha questo tipo di funzione (molte sono le declinazioni) e di più ancora direi nello zen e nelle sue derivazioni. Anche nel taoismo ritroviamo pratiche simili nell’elaborazione dei testi.
    Quello che però non si può mettere in secondo piano è la differenza fondamentale tra ciò che persegue la prosa spontanea citata e la filosofia orientale, cioè il sistema di scrittura.
    Il sistema degli ideogrammi, o meglio dei pittogrammi in Cina e Giappone, è di tutt’altra natura rispetto alla scrittura occidentale. La pratica della meditazione si attua attraverso l’attenzione calligrafica concentrata nel segno e in seconda battuta sul pittogramma, che non è una parola, ma un’estensione di diversi concetti, dove per dirla semplicemente se scrivo “limpido” sto segnando tutta una serie di concetti che possono andare dalla limpidezza, alla cristallinità, al colore di un certo tipo, al richiamo ad una figura che in essenza richiama la limpidezza etc etc…. in definitiva, attraverso i segni, uno per uno, si promana nell’atto meditativo un simbolo pittografico che non è nemmeno un simbolo per come lo intendiamo noi occidentali ma è qualcosa di più..una specie di scrigno filologico a se stante che si rigenera.
    La meditazione quindi diventa scrittura nel segno (addirittura il segno diventa pittura vera e propria in certi maestri calligrafi), e a me pare che rispetto alla prosa spontanea sia l’esatto contrario. Nella prosa spontanea, abbastanza ovviamente a mio avviso visto il tipo di sviluppo che c’è stato in occidente, il processo è quello di spoliazione, il tentativo attraverso le parole in serie di abbattere i filtri delle sovrastrutture mentali per arrivare ad uno stato di coscienza superiore perché “vuoto da riempire”. In oriente mi pare di poter dire che il procedimento non è questo perché si appoggia sulla sostanza della tradizione che ha già insito il vuoto e quindi l’arte calligrafica e meditativa si dipana sul tentativo di massima concentrazione di integrazione dei segni per far fiorire “nuovi concetti” attraverso il pittogramma, anche se concetti non è il termine adatto, forse sarebbe più giusto dire “nuove esperienze espressive”.
    Le due cose mi sembrano molto diverse, sia nel procedimento, sia nei risultati.
    Personalmente ritengo che questo abbia a che vedere con la tradizione e, come mi faceva notare mia moglie ieri, per noi la tradizione sembra sia una roba che si usa più o meno come si usano i vestiti, qualcosa che si indossa a seconda dell’occasione, lo si rende nuovo o lo si recupera vecchio e ha sempre quel sapore un po’ vintage da mercato dell’occasione se capite cosa intendo. I giapponesi invece, per fare un esempio, mi sembrano un popolo che la tradizione la vive come essenza e senza toccarla la rigenera semplicemente perché ne porta l’essenza in qualunque cosa faccia anche nel 2012, non come un vestito, il vestito è quello che c’è nel momento mentre dentro il vestito c’è la tradizione, c’è l’essenza, c’è la spiritualità di un intero popolo e di un intera filosofia di visione del mondo. Anche qui due approcci che mi sembrano opposti.
    Credo che in occidente, la strada per una scrittura che possa avvicinarsi anche lontanamente a quello che esprime l’oriente sia altra e non passi per le strade che stiamo percorrendo … ma qui si apre un’altra lunga discussione ….

  5. Il testo che vi ho proposto è un tentativo personale di mettere in relazione la mia pratica di scrittura con la mia pratica di buddismo; quindi la mia non è una teoria, certamente però ho un profondo interesse a far sì che cultura occidentale e buddismo dialoghino, come del resto accade a me;
    in me c’è questo dialogo continuo, lo sento come una cosa viva, una cosa che accade; conosco in parte l’arte istituzionalizzata del buddismo zen, amo e pratico l’haiku; ma sono una donna occidentale, amo Manzoni, mi nutro di Kerouac, ma pratico, nel senso che frequento, il buddismo di tradizione tibetana, ma non ho intenzione di cominciare a scrivere alla “Milarepa”, mi piace scrivere alla Dianella, e Dianella è anche in quello che vi ho proposto con questo testo. Non ho una mente che pratica il discorso teorico, è una mia caratteristica, e forse un mio limite.

    Vi ringrazio molto dei vostri commenti, mi sono molto utili.

  6. L’argomento è seducente, ma immenso, come è stato osservato. E anche insidioso. Per cui mi limito a due note:
    1) E’ vero che alcune pratiche di scrittura occidentale, tra cui la più nota è il “flusso di coscienza” ricordano l’atteggiamento non giudicante verso i propri pensieri che si raccomanda ai praticanti della meditazione buddhista, ma credo che sia difficile per uno scrittore occidentale sfuggire a due delle “afflizioni mentali” ricordate da Dianella Bardelli, cioè l’orgoglio e l’attaccamento (reso in inglese efficacemente con “hook” da Pema Chödrön).
    2) E’ un po’ lo stesso rischio che corre chi pubblicizza troppo la propria esperienza spirituale. In due manuali di meditazione che ho sottomano (uno di Kathleen McDonald ed. Chiara Luce; l’altro, più conosciuto, di Jon Kabat-Zinn, ed. Tea) viene sconsigliato fermamente di parlare troppo della propria pratica, per non disperdere l’energia positiva accumulata.
    Naturalmente anche in questo vale sempre il principio di essere severi con sè stessi e compassionevoli con gli altri.

    Infine, metterei nel novero degli scrittori che possono spontaneamente ricordare la meditazione il Thoreau di Walden, non per la tecnica di scrittura, ma per la ricerca della consapevolezza.

    Grazie del post, molto stimolante.

    • è vero l’argomento è seducente e immenso, come dici giustamente; in genere chi si occupa di scrittura e magari pratica o studia molto poco il buddismo, tiene le due cose separate; ho cercato, nel mio piccolo, di unire le due cose, cerco di unire le due cose nella mia vita personale e nella mia vita di scrittore, due cose queste che in me coincidono, ovvero sono momenti della mia giornata, scandita da varie cose, la casa di cui occuparsi, le persone di cui occuparsi, la meditazione, la scrittura; è un susseguirsi di azioni e pensieri non separati, gli uni confuiscono negli altri. Non pretendo di parlare di scrittura spirituale, in questo senso non parlo della mia cosidetta pratica spirituale, se ce l’ho…; c’è un Lama che frequento per imparare la meditazione e solo a lui parlo di questa;
      mi pare interessare sottolineare come la pratica della meditazione e in generale l’insegnamento buddista apra sul serio le porte della percezione, apre davvero le porte della creatività; è un pò come per lo scienziato, l’idea migliore, quella che gli risolve il problema cruciale del suo esperimento o della sua invenzione gli viene in mente non mentre lavora ma mentre si occupa delle sue rose.
      Sono contenta che questo mio piccolo contributo ti sia risultato interessante se non del tutto condivisibile, aveva soprattutto lo scopo di aprire sul tema un discorso.

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