Recensioni

Maria Pia Quintavalla, “China”, Milano, Effigie edizioni, 2010

di Ivano Mugnaini

Qualsiasi libro a cui ci poniamo di fronte ci offre e ci chiede un certo grado di esposizione, ci domanda fino a che punto siamo disposti ad avvicinarci al fuoco e al gelo che contiene. Nella maggior parte dei casi il compromesso è relativamente prudente; ci si mantiene in una zona bene illuminata ma tutto sommato tranquilla. Nel caso di questo libro di Maria Pia Quintavalla ci si trova nella condizione di doverla seguire qualche passo più in là. Nel punto in cui le scintille e le schegge di ghiaccio della memoria bruciano e feriscono. L’autrice è profondamente legata alla poesia, alla sfida e alla ricerca di una verità ulteriore. Anche in questo suo “romanzo in versi” è prevalsa la volontà di scavo e di indagine a cui chiama anche il lettore, trasfigurando la realtà e i dati di fatto cronologici senza che niente vada perduto della loro acuminata verosimiglianza. Il tempo descritto, genuinamente vissuto e nitidamente riconoscibile, si fa metafora, orizzonte costellato di simboli.

C’è in questo libro un senso vivido del sacro e del profano, e c’è la loro commistione, il corpo che lega a sé vita e morte, il rito e il gesto concreto. Il racconto si fa parola senza smettere di essere carne, materia pulsante. Una laica, umanissima trasfigurazione: “Prendetene e mangiatene tutti, il mio sangue/ per la nuova ed eterna paura,/ sparsa per voi, fate questa memoria”. Lo spettro della retorica è spazzato via all’istante dalla condivisione della memoria che anche il lettore è chiamato a “fare”, a costruire, mettendosi in gioco. China non è un diario , non è un semplice archivio di ricordi e sensazioni. Lo scarto simbolico è sottile, spesso racchiuso in un dettaglio, un colore, una percezione istantanea, lontana sia dalla storia che dalla cronaca, perfino dall’epos familiare che fa da sfondo agli eventi e ai mutamenti. Il senso, il succo, è nello spazio di una sillaba, un sospiro; quell’alito misterioso, alieno alla logica, trasporta la realtà in uno spazio franco, immune alla sterile razionalizzazione, libero perfino dai ceppi del tempo e della morte.

L’apparato simbolico di questo libro è vasto, ricorre a tutti e cinque i sensi, tramuta il corpo in un sistema di rilevazione di emozioni ad ampio spettro. La musica, innanzitutto, è alimento primario per l’evocazione e la ricostituzione delle scene fondamentali della vicenda narrata. È un Leitmotiv ininterrotto, accompagnamento tra due sequenze di suoni, tra assoli e contrappunti, speranze di armonie e presa d’atto di contrasti. La vita insegue una vita altra, come un violino fa da eco a un pianoforte.

L’attitudine proustiana a rincorrere il tempo è ben viva, pronta a tramutare qualsiasi occasione in memoria. Nella lirica che apre il Prologo, il canto di Bella ciao è perentorio squarcio in un tempo che riemerge all’istante, attualissimo. Le note sono intonate dalla madre della voce narrante. “Si era messa a cantare Bella ciao,/ queste note ascoltavo, come da un’altra sponda”, rivela la protagonista. La sponda è quella che unisce e separa gli affetti, i destini, la vita e la morte, l’amore e quella galassia di terre complesse e multiforme che lo circondano. China è un libro capace di sfuggire a catalogazioni e a tentativi di etichettatura. La sua forza è in quella sincerità nuda, spiazzante e preziosa, in grado di mostrare la complessità delle relazioni umane, soprattutto quelle più strette e intense, sofferte e vissute davvero, nel profondo. In tale ottica, sono proprio gli oggetti e i momenti in apparenza ordinari ad assumere peso e sostanza. Ciò che è lieve, quotidiano, arriva a sfiorare l’essenza.

Le immagini assumono una nitidezza salvifica, dolorosa: la memoria avvelena se stessa e si cura con la sua stessa malinconia. “Nel pomeriggio,/ prendendole le mani, neppure tiepide/ ma profumate, e piene di odore dei vivi/ le posavo sulla mia testa a riposare”: così la protagonista descrive il dialogo di gesti tra lei e la madre morente. Un passo più avanti, quando la mente si libera per un attimo dal peso di sensazioni ancora in grado di ferire, la riflessione di più ampio respiro può aprirsi, come una carrellata nello stile dei fratelli Taviani, sull’erba ancora insanguinata della memoria: “la giovinezza/ nel suo spirito assetato/ di carne cruda e di guerra”.

In varie liriche è presente il punto interrogativo, a volte esplicito segno grafico, in altre occasioni invito al dubbio, al pensiero multiforme. C’è la sete e il coraggio della verità, non per un rovello masochistico, ma per un dovuto omaggio a quel senso che il tempo richiede, all’amore reale, nella sua sublime imperfezione. La sincerità estrema è resa possibile, pensabile e trasmettibile solo in virtù del medium: la poesia, il tessuto connettivo tra la realtà e il simbolo.

I passaggi più lirici di questo libro fatto soprattutto di “cose”, nel senso più nobile del termine, non sono cercati, né messi in mostra per sfoggio e per mera esigenza estetica. Sono naturale, spontanea progressione di un gesto o di un suono rievocato, un attimo rivelatore: “ le toccavo la mano con il pensiero”, dichiara la protagonista, e, a quel punto, anche la più ordinaria della frasi, “dissi grazie”, può aspirare al sublime. Come in un brano musicale, le frasi discorsive convergono e si saldano nel corpo di una melodia: “nella vita non ho mai capito/ che è così bello andare d’accordo / […] per una sola di queste parole/ sarete perdonati”. La dialettica familiare si salda alla vicenda di più ampio respiro. “Le tue parole in musica contro/ la mia musica con le parole, sempre”: è questa una delle epifanie fondamentali, l’eterna compenetrazione tra sentimenti, stati d’animo, nature differenti che tenacemente lottano e dialogano.

Il libro è suddiviso in varie Sezioni, ognuna delle quali ristruttura l’esistenza, impone un aggiornamento e una riflessione globale, sul significato e sulla cronologia complessiva, passato, presente e futuro, distinti e complementari. Con le macerie della memoria, sulla traccia dell’evento sismico del sogno, in sciami costanti, incessanti, si rigenera la realtà, trascorsa e costantemente nuova. È quasi un breviario laico, China, in certe pagine, per la frequenza di richiami di natura quasi allegorica: “far luce al bene”, “nell’enumerazione del decalogo”, nei quaderni “caduti nel fuoco,/ le antiche vigilie, i cuori appesi”. Ma, puntuali, intervengono altri richiami, “Darwin, Freud e il giovane Marx”, i tre massimi innovatori, punti di riferimento. Le scelte si impongono e tutto assume rilievo, perfino l’opzione tra l’amore dei cani e quello dei gatti, con una preferenza manifestata dalla protagonista per questi ultimi. “nei versi dei poeti avrei cercato/ chi ne amava i modi, per elezione,/ mi schierai con loro”. Nel ricordo della gioventù si individuano affinità e distanze che avranno un peso sul modo di essere, di vivere e di pensare: “Impassibile, sfilavo davanti a bambole nemiche/ come un guerriero in pittura arancione”. Ma la vera lotta, il vero nemico da combattere è il più anelato, l’amore, quello eternamente cercato, l’affetto e la comprensione reale: “era fame d’amore a costringermi,/ per una intimità negata”. La complessità freudiana si fa atto, simbolo. Sfumata, e resa più tollerabile, ancora e soltanto dalla poesia, in un gioco fonico quasi funambolico, esercizio di abilità sul baratro del dolore: “tracce di Muratti, abbandonati mozziconi,/ divinando il gioco in svolazzi, occhi del pensiero/ nell’odore che lei, svagata diva usava”. Assume quindi un valore ossimorico, di aspra e limpida sintesi, il verso della lirica di pagina 56: “L’amore era per me già gioco duro”. Ed è esplicativa anche la definizione che viene fornita di China, la protagonista multiforme del libro: “la ragazza che fioriva/ lente le sue canzoni, prima di diventare/ il grande amore”.

L’identità di China è uno dei cardini del libro. È allo stesso tempo chiara e sfuggente, ampia, in grado di inglobare orizzonti di senso. Il lettore deve risolvere questo enigma, nel percorso del libro, tra fatti e stati d’animi, conflitti e ipotesi di soluzione, ricordi e sogni. Un possibile percorso, una direzione potenziale, è quella più concreta e tangibile: le necessità concrete, le regole del mondo e del corpo per decrittare i geroglifici dello spirito. Parlando della madre, la protagonista annota: “Tu, esperta in carrozze d’ossa,/ e non di zucca,/ ci convertivi a un mondo, della fame/ spiegata a tavola,/ mai più curabile da un amen”. Il corpo è la pietra di paragone, tra fede e necessità, carisma, sangue, materia.

“Parlavi per intonare una tua antica voce”, è il titolo della quinta parte del libro. Il tentativo di armonizzazione tra tempi umani e musicali differenti si estrinseca nella ricerca della melodia, anche lirica, tra sillabe affini, fluidamente accostabili. China ci mostra che “c’è un storia senza tempo”, più significativa, di maggiore rilievo. È un testo volutamente sospeso tra pensiero e gesto, purezza e consapevolezza dell’imperfezione: “il mondo lo toccavamo, immondo/ e la mamma lì, a impedirlo ansiosa”. Da questo contrasto nascono gli spazi individuali, la visione che cerca di accogliere l’altro, con tenacia, nonostante tutto. Maria Pia Quintavalla ha scritto una storia la cui forza è nella commistione di intimità delicate, del tutto individuali, e squarci ampi, a tratti aspri, di cieli condivisi, tempi e panorami di conflitti generazionali e interpersonali. Nel finale del libro forse è contenuta una chiave, una dichiarazione d’intenti: “Io mi ricordo, pensavo, scrivo cucio sento,/ che tutto questo e altro, in questo spazio/ dev’essere esistito se dentro/ l’anima non muore,/ se non per pochi istanti, o anni/ prende a essere storia che ci lega,/ invisibile ai più”. Forse, allora, lo scopo più autentico di questo racconti in versi, e di ogni racconto sincero, è quello di provare a rendere visibile il mistero che lega il silenzio alla voce, l’amore al conflitto, la memoria alla sete di oblio. Le vivide scene di un’epoca e di una vita tracciate dalla Quintavalla fanno parte di “una cartolina/ dalle curve collinari e le viti marroni”, in cui e grazie a cui i suoi personaggi ed i lettori hanno vissuto e sognato “lo sfondo ideale di una famiglia” e di ogni famiglia di ogni tempo, tra passioni autentiche, paura e volontà di vivere, esistendo davvero e guardando negli occhi il piacere e il dolore.  Sempre consci dell’emblematico incipit del capolavoro di Tolstoj: “tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

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5 thoughts on “Maria Pia Quintavalla, “China”, Milano, Effigie edizioni, 2010

  1. Grazie della bella lettura, multipla, e che lavora nelle profondità e nelle superfici… Ivano sa attraversare il testo, e trovare ingressi inedti, come gli fosse proprio, naturale, La sua firma è questa.

    Maria Pia Quintavalla

  2. Sì, la sua firma è questa, al punto, direi, di farne subito un classico e indurlo a comprarlo, un breviario appunto, un’ipotesi del (nostro) profondo, anche se già realtà essa stessa, testata perentoriamente dalla scrittura viva dell’autrice. Cara Maria Pia ti dirò poi a lettura terminata, anche se già so che in fatto di (vera) poesia la lettura non si arresta mai al momento in cui richiudi il libro perché continua a proprorre le sue emozioni, le sue urgenze. Alla fine, io credo, entrare nel tuo romanzo in versi è una questione di testimonianza: prendere parte a certe liriche ti immette automaticamente nella condizione di testimone dell’evento, ti senti anche tu – per virtù propria del testo – pienamente partecipe del nuovo orizzonte. Marco Righetti

  3. Pingback: recensione a CHINA « DEDALUS: corsi,testi e contesti di volo letterario

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