Poesia/Traduzioni

Le cianfrusaglie di Marziale

Ariccia (Marziale)

(Una foto di Ariccia, a inizio secolo)

di Stefano Gulizia

La poesia di Marziale non è di facile accesso, anche quando le sue energie sembrano preoccuparsi di poco altro, se non di offrire qualcosa di sorprendente alla fine di ogni poema; secondo la teoria del fulmen in clausola, si prevede una detonazione—un colpo di stile, un insulto, spesso scatologico, o un motto di spirito all’ultimo verso. Questo lo aveva capito bene Baltasar Gracián, che fu uno dei grandi interpreti di Marziale e che, anzi, lo utilizzò in maniera audace come una specie di sismografo della vita di corte. Elisioni e dattili “galoppanti” ci accompagnano nella topografia urbana di una tipica insula romana, che, tra portici e bagni pubblici, nella giustapposizione tra strutture repubblicane e imperiali, diventa a un tratto degradata e violenta come la Pietroburgo dei romanzi di Dostoevsky. Una delle molte dimensioni degli Epigrammi di Marziale consiste nella capacità di comprimere uno stile epico entro le dimensioni di una miniatura, come nel verso nam thermis iterumque iterumque iterumque lavatur (2.14.13, “e si lava alle terme di nuovo, di nuovo, e di nuovo”). Alcuni degli aspetti più neri e luridi della Roma di Marziale, in effetti, tradiscono una vera ossessione per i meccanismi foucaldiani: sia nel senso della “cura di sè” e del proprio corpo sia nell’accezione più generale di un controllo “panottico” della vita di un determinato corpo civile.

L’epigramma 12.32, che ho qui tradotto, rappresenta un esempio abbastanza tipico di questo nesso di situazioni. Da una parte, è una processione di straccioni indigenti nella città di Ariccia, che anche in età medievale diventerà notoria per i propri “pitocchi”; dall’altro lato, la poesia poggia in gran parte sulla forma del catalogo—dell’enumerazione caotica, per dirla con Leo Spitzer, di oggetti frusti e sconnessi che portano questo epigramma molto vicino alle caratteristiche letterarie dell’eroicomico. Il protagonista, Vacerra, è un immigrato di origine Celtica che cade in rovina ed è costretto e lasciare il proprio alloggio, assieme alla famiglia, incapace di sostenerne l’affitto. Altrove negli Epigrammi, Vacerra viene ridicolizzato per passare molto tempo nei bagni pubblici: non per problemi di costipazione, osserva Marziale, ma per scroccare un pranzo. L’immagine delle donne di casa, pallide e in male arnese, coi capelli rossi raccolti in trecce (un tratto che richiama la descrizione dell’enciclopedia pliniana circa le popolazioni del “Nord”) è chiaramente di ispirazione tragica, e trova dei riscontri nella poesia comica greca, dove il “fallimento” in fatto di ospitalità diventa una delle vituperazioni preferite da parte del poeta. In verità, il soggetto di questo epigramma ha molti punti di contatto—anche testuale—con il ‘discorso’ di Povertà nel Pluto di Aristofane, una commedia incentrata sullo squilibrio sociale e sul denaro come movente delle azioni umane. Ma i particolari scelti da Marziale, le teste d’aglio annerite o la resina delle prostitute, riportano tutto a Roma e a un quadro metropolitano tagliato a fette così sottili che, dopo il dolore, quasi se ne prova anche piacere.

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Marziale, Epigrammi, 12.32

O Iuliarum dedecus Kalendarum,
vidi, Vacerra, sarcinas tuas, vidi;
quas non retentas pensione pro bima
portabat uxor rufa crinibus septem
et cum sorore cana mater ingenti.

Furias putavi nocte Ditis emersas.
Has tu priores frigore et fame siccus
et non recenti pallidus magis buxo
Irus tuorum temporum sequebaris.

Migrare clivum crederes Aricinum.
Ibat tripes grabatus et bipes mensa
et cum lucerna corneoque cratere
matella curto rupta latere meiebat;
foco virenti suberat amphorae cervix;
fuisse gerres aut inutiles maenas
odor impudicus urcei fatebatur,
qualem marinae vissit aura piscinae.

Nec quadra deerat casei Tolosatis,
quadrima nigri nec corona pulei
calvaeque restes alioque cepisque,
nec plena turpi matris olla resina,
Summemmianae qua pilantur uxores.

Quid quaeris aedes vilicosque derides,
habitare gratis, o Vacerra, cum possis?
Haec sarcinarum pompa convenit ponti.

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O scandalo di inizio luglio, Vacerra,
vidi le tue cianfrusaglie, le vidi bene;
l’avanzo di due anni di affitto portato
dalla moglie, con due trecce rossicce,
la cerea mamma con la sorella colosso.

Furie sgattaiolate dal fòndaco di Dite.
Loro avanti; tu, brivido secco di fame,
più ingiallito d’un bosso stagionato,
a seguirne le orme – Iro d’oggigiorno.

Pensavi sfilassero i pitocchi d’Ariccia.
Branda e tavolino in marcia barcollante,
lucerna e scodella di corniolo a fianco;
un pitale incrinato cola dal lato mozzo;
un braciere corroso preme un’anfora:
conserva d’acciughe o di sterili sarde
come svela la fetida nausea d’una giara,
uno stagnante esalare di vivaio marino.

Non manca del cacio di Tolosa a tocchi,
né corona di mentuccia, nera e annosa,
né cavetti spelacchiati di aglio e cipolla
o l’olla materna colma di resina oscena
(se ne rasano le bagasce di Fuori Porta).

E tu cerchi alloggio o raggiri gli inquilini
quando avresti casa senza spese, Vacerra?
Trionfano sotto un ponte le carabattole.

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2 pensieri su “Le cianfrusaglie di Marziale

  1. ….. se poi si pensa al fatto che dozzinali edizioni di Marziale sono in vendita nelle edicole delle stazioni ferroviarie italiane contribuendo così ad aumentare i malintesi su questo poeta, il bellissimo articolo e la magistrale traduzione proposti da Stefano ci ricordano invece l’eleganza, la complessità, l’intelligenza che sottendono i versi di Marziale. Colgo inoltre un raffinato (e provocatorio?) sguardo sul nostro (spesso volgare) presente nel momento in cui viene qui proposto il poeta latino.

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