I libri migliori

Preparativi per la partenza

di Ivano Mugnaini

 
Un libro particolare, quello che raccoglie i racconti pubblicati da Paolo Ruffilli con il titolo “Preparativi per la partenza” (Marsilio 2003). Un volume che abbina la sostanza alla leggerezza, il peso di temi significativi alla lievità dell’ironia, lo sguardo che spazia su variegate geometrie e geografie umane. Senza pretendere di coglierne la misura ma godendo piuttosto del comporsi e del dissolversi di linee e prospettive, le nuances cangianti del senso, l’orizzonte di destini che gioca a spostarsi un passo più in là. Un libro fluido e tuttavia consistente. Come se, da viaggiatore tenace ed esperto, Ruffilli avesse voluto e saputo portare con sé solo ciò che serve. Includendo in qualche angolo del suo personale bagaglio narrativo anche il superfluo, quel superfluo che racchiude, forse, la direzione, la meta. Un attimo di poesia: comprensione immediata del tutto e del nulla, la presa di coscienza del mistero, proprio nell’attimo in cui non lo si cerca, non lo si spera, e, in fondo, non lo si desidera. La chiave di esistenze solo in apparenza peculiari e marginali, riscoperta, con sorpresa, nella tasca di una giacca dismessa. Usata solo una volta magari, in occasione di un viaggio più sognato che realmente percorso. Ma, in fondo, qual’è la differenza?

Il titolo della raccolta, adeguatamente evocativo, chiama all’istante in causa, impone una presa di posizione. Nella libreria in cui ho acquistato il libro si è aperto subito un dibattito, uno scambio di opinioni tra le due commesse. La prima sosteneva che a lei l’idea dei preparativi per la partenza metteva allegria, la seconda replicava che a lei trasmetteva un senso di stress, cose da fare, da ricordare, da risolvere. Io personalmente mi sono limitato a sorridere: un libro che fa discutere ancor prima di essere stato aperto evidentemente funziona, assolve il suo compito. Con l’oggetto del contendere in mano, strappato alla diatriba delle commesse che è proseguita comunque anche dopo la mia personale partenza, ho cercato anch’io di riflettere sul titolo. O, meglio, di lasciar scorrere le numerose suggestioni che evoca. Innanzitutto letterarie: un po’ goldoniane, le Smanie dei ricchi veneziani che partono per le splendide ville venete, tra euforia e smarrimento, con un’allegria caotica, venata a tratti di qualche amarognola malinconia. Ciarlando, anzi “ciaccolando” di tutto e di nulla, del tempo e contro il tempo, della vita, della morte, ficcandole entrambe nella medesima cassapanca da far portare via ai servi in tutta fretta. Goldoni quindi, ma anche, simultaneamente, fino a confondere echi e rimandi, anche un po’ Beckett, l’imprenscindibile irlandese. Una partenza-non-partenza, ombra di un moto ancorato al pensiero, cristallizzato. La speranza di un mutamento costantemente contraddetto da se stesso. L’attesa, sacrale e grottesca, di un Godot che non si sa neppure chi o cosa sia. Ma, proprio per questo, alla portata dell’uomo, paradossalmente: la condanna del comprendere di essere in grado di comprendere poco o nulla. Trovarsi dentro le cose, gli eventi, gli accadimenti, ma anche ineluttabilmente fuori. Dentro uno specchio che ci guarda vivere. Nell’attesa di qualcuno alle spalle che ci svegli o ci addormenti come si deve. Una volta per tutte. Sempre però con una specie di sorriso sulla faccia. La coscienza che solo chi sa alla perfezione come e perché va il mondo può essere completamente fregato. Non certo chi vive, o sopravvive, seduto da qualche parte a dire le frasi di un dialogo surrealmente poetico, aspettando Godot.
Quando ho potuto finalmente aprire e leggere il volume di Ruffilli, ho avuto il piacere un po’ narcisistico di trovarvi qualcuno degli ingredienti che avevo ipotizzato. Anche se, a dire il vero, l’orizzonte dei possibili paralleli letterari è amplissimo, molto più variegato. Ruffilli, lo dichiara lui stesso nel Prologo al libro, ha fatto spesso riferimento ai suoi scrittori preferiti “riprendendone temi e spunti vicini all’argomento del [suo] interesse e perfino citandoli dentro il [suo] racconto senza dare la fonte”. C’è molta letteratura nei racconti di Ruffilli; mai fine a se stessa, mai in misura tale da obnubilare l’immagine, i contorni, i lividi, le ecchimosi, le rughe, le deformità. Ma anche, in qualche misura,  una specie cruda e tenace di bellezza, quella che cresce e prospera dall’assurdo, tramite vie di sostentamento impensabili, ostinate.
Il già citato Prologo è notevolmente significativo da molti punti di vista. Ruffilli vi si racconta in prima persona con una sincerità che colpisce. Per presentare al lettore racconti incentrati su personaggi che si mettono a nudo rivelando la parte più fragile e vera del proprio sé, l’autore realizza quello che a ben vedere risulta il più estremo dei racconti. Il Prologo, appunto: il luogo in cui, seppure con filtri salvifici, attua l’azione coraggiosa del dir-si. Dire di sé, la forma più assoluta di audacia, di trasgressione, in qualche modo di eversione.
Si lascia andare l’autore, con lucidità ma anche con una forma di divertita commozione. Parla del suo rapporto con la scrittura, con i suoi personaggi, con un mondo che alla fine finisce per essere il mondo, quello che si vede, si ricorda, si descrive, si ri-vive.
L’ancora di salvezza fondamentale è e rimane l’ironia, corda robusta ma flessibile che Ruffilli dimostra di saper maneggiare a dovere. Evitando con uguale cura di cadere nelle secche dell’autocompiacimento, l’esaltazione di sé e del tempo andato, e tenendo ugualmente distanti gli scogli sterili del pessimismo, la lacerazione lamentosa, il pianto meccanicamente ripetuto sui destini dell’uomo, sulle sorti per nulla progressive.
C’è, al contrario, nei racconti di Ruffilli, una gradevole e coinvolgente carica di energia. C’è la simpatia, autentica, mai di maniera, per le esistenze che osserva e a cui cammina a fianco. Mai predicando, mai calcando i toni in modo umiliante. Condivide sorrisi e pensieri senza invadere fragili terreni. Scatta istantanee alla vita e si lascia riprendere nell’atto del fotografare. Su un’identica pellicola, esposto allo stesso sole e alla stessa ombra.
I racconti della raccolta trattano di situazioni diversissime tra di loro, come distanti sono i luoghi geografici, gli ambienti sociali, le attività, gli ozi, la varie pratiche per contrastare il tempo e la corrente. C’è tuttavia un fil-rouge, o meglio, ce ne sono molti, accomunati in una trama coerente. Il nodo principale, probabilmente, è quello che unisce quotidianità a straordinarietà, l’usuale all’inatteso. L’incredibile, l’estraneo, che, sulle onde della prosa dell’autore, si avvicina e ci avvicina in modo spontaneo all’idea della normalità. Fino a sovrapporsi, a combaciare. Niente è più vero di ciò che appare incredibile. O, almeno, niente è più umano. Affine all’esperienza del vissuto. Ciò che ci scorre accanto, e, non di rado, dentro, e con cui è necessario venire a patti.
L’uso della parola è fondamentale in quest’ottica. Necessita precisione e manualità. Alla fine la plastica facciale deve essere armonica, omogenea. Ruffilli è riuscito nell’operazione: le labbra e gli occhi della vita su cui ha lavorato si aprono e si chiudono, tra riso e pianto, in modo genuino. Ognuno dei diciotto racconti della raccolta è un organismo curato nei dettagli, in possesso di un respiro autonomo, un’impronta individuale. Tutti insieme formano un organismo più ampio e complesso. L’impressione è che Ruffilli abbia lavorato molto su questi racconti, con divertimento certo, ma anche con cura certosina. Non c’è un solo passaggio che risulti superfluo o ridondante. Il tutto è tenuto insieme da un ordito intessuto con passione, con il sorriso concentrato di chi compie un’operazione che ama su un oggetto a cui tiene, che sente corpo vivo, proiezione di sé.
La sensazione che trova conferma mano a mano che si procede con la lettura è che l’autore abbia messo parecchio del proprio vissuto nei racconti, per analogia o per contrasto, giocando a svelarsi e a nascondersi, fino a confondere i confini, sfumandoli, per poi ritrovarli alla fine, nitidi ma più densi. Ha giocato a confondere e mischiare nelle trame che ha narrato i libri che ha letto. A tutto ciò si sono unite le cose e le persone viste e immaginate, anche in questo caso nel convergere onirico dei due flussi in un alveo di portata maggiore. C’è un po’ di Dickens, forse,  in storie di normalità che si fa incubo, i simboli della modernità che diventano mostri, le grandi speranze puntualmente deluse. C’è anche tuttavia, un po’ di Calvino, un po’ di Buzzati, molto Dostoevskij, e molto di altri autori, ognuno dei quali contribuisce con un tassello alla pienezza dell’insieme.  Il tutto poi, come detto, e reso più intenso e complicato dall’intervento fuori schema, il graffio inatteso che tuttavia, come una pennellata asimmetrica alla Picasso, ci accosta alla visione del moltiplicarsi dei punti di vista e di fuga.
Le vicende a cui si è ispirato sono tutte originali, già fertili di risvolti simbolici: la vita che fa di se stessa metafora senza chiedere né offrire chiavi di lettura o di decrittazione univoca. Gli esempi in tal senso potrebbero essere molti. Mi limito a citare uno dei racconti in cui il processo è più evidente, “La chiave e il salto”. Gli uomini che ad Acapulco si gettano a capofitto ad un passo dagli scogli per la gioia e la mancia di turisti eternamente sospesi tra infantile meraviglia e sadico compiacimento, affermano, per bocca di uno di loro “Noi facciamo la nostra parte, assicurando con questo sangue la fertilità di questi campi, di queste coste. Rigeneriamo la vita, congiungendoci ogni notte con la terra”. Un ambito ed un’esperienza particolarissima, circoscritta, che comunque ciascuno, in fondo, sente anche un po’ sua. Come se ognuno si gettasse ogni giorno ed ogni notte in un salto cieco a poco più di un respiro da rocce acuminate.
Oppure,  come il protagonista de “L’omino Michelin”, la cui metafora più che nel gesto si trova nel pensiero, nella filosofia esistenziale. Il filo narrativo qui è esile, pochi gli eventi descritti. Ma notevole è la capacità di accoglierci all’interno di una logica che inizialmente ci appare aliena, fuori dei margini e dei cardini. Per poi avvolgerci, e scaldarci. Quasi che anche noi fossimo entrati all’interno della serie infinita di maglioni indossati l’uno sull’altro che sono valsi al protagonista l’evocativo nomignolo. Ci troviamo anche noi a pensare che forse è vero: il genio si nutre della crudele realtà del freddo, la febbre con cui contrastare e sopravvivere al gelo esterno. Con misura Ruffilli ci porta a percepire anche le prese di posizioni più estreme, sguardi sul mondo che ci conducono fuori per avvicinarci paradossalmente almeno al bagliore del mistero. Perché come sosteneva Conrad: “il significato non è all’interno come un gheriglio, ma al di fuori, e avvolge il racconto che lo ha prodotto solo come un chiarore genera un riflesso, alla stessa maniera di quegli aloni nebbiosi che a volte sono resi visibili dai raggi spettrali della luna”.
In tutto ciò il Ruffilli poeta si è messo adeguatamente a sostegno del Ruffilli narratore. La conciliazione degli opposti, il senso della sintesi, l’arte di racchiudere e far convivere spunti e realtà divergenti. A tratti, in alcuni racconti, le frasi finali condensano il significato dell’intera vicenda, per poi, come in un distico conclusivo di un sonetto elisabettiano,  contraddirlo, ribaltare l’assunto di partenza.
C’è, in questi racconti di Paolo Ruffilli, la prova di una prosa che sa modulare i ritmi dell’esistenza, le accelerazioni e i tonfi, le esultanze e i crolli, le logiche e le pazzie. Con una serie di storie che si leggono con gusto, grazie ad una prosa che ci conduce anche nelle anse più tortuose delle mentalità a cui dà voce e vita. Ruffilli ha saputo viaggiare con sguardo sgombro da preconcetti guardando dettagli e panorami con occhio pronto. Il suo diario di bordo ci ha regalato un volume che ci guida alla scoperta di territori mentali da sempre conosciuti eppure eternamente nuovi. La scoperta quotidiana della varietà del vivere e del sopravvivere, le isole, gli scogli, le barriere e gli arcipelaghi.  Il protagonista dell’ultimo dei racconti, contraddistinto da un titolo assai simile a quello della raccolta, “Nell’atto del partire”, sostiene che: “Bisogna perdersi per potersi ritrovare. Non è un cancellarsi ma un andare oltre… Si ricordi il discorso sul vuoto. In fondo con i nostri preparativi per la partenza, ci prepariamo al viaggio più avventuroso che ci attende: i confini di noi stessi. Tutta la mia curiosità, glielo confesso, è incentrata ora su quella stretta gola. Scivolando di là, l’ipotesi più attendibile per l’esperienza che ho fatto da viaggiatore è che la strada continui”.
Ruffilli ha saputo, come il suo viaggiatore, perdersi e ritrovarsi in questi racconti. Conducendoci ai confini dell’uomo, il dicibile che si unisce all’ineffabile, l’esperienza al sogno. Il risultato è un tragitto intenso compiuto a tappe in queste diciotto esperienza di vita possibile. Con tecnica attenta a tracciare la rotta e fare il punto, ma anche con l’ebbrezza dell’oceano aperto in cui la sola rotta, tutta da inventare, è l’immaginazione, l’unica via che si conosca per sognare di saperne di più. 

 


 

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