Recensioni

Centoparole: Adele Desideri

Adele Desideri, Il pudore dei gelsomini, con prefazione di Tomaso Kemeny, Rimini, Raffaelli Editore, 2010.

Al limite del gesto, la poesia di Adele Desideri sembra mossa da un’insofferenza più che da una ribellione, dalla coscienza che il modello alto delle Scritture, a cui pure tenderebbe, è alle spalle irrimediabilmente e il resto è solo un annaspare, un balbettio disorientato dei sentimenti, una guerra d’unghie, per citare Caproni.

Per questo, pur capovolgendo l’esito scritturale, volentieri la poetessa torinese accosta sacro e profano («Sono la pergamena, tu lo scriba»), poco curandosi della retorica letteraria, come se le parole fossero un ingrediente alchemico, un umore da mescolare in un attimo di rabbia o di consolazione.

Poesia d’amore? Forse, ma non del tutto e a patto di non crederci, di non cedere alle facili lusinghe, alle svariate forme dell’inganno e dunque sempre attenta a premere sui pedali, per correggere, smorzare, lasciare sfogo alla risonanza senza tradire la  precisione del suono, tentata solo dall’immagine («Il mio pennino intinto nell’inchiostro / dipinge la frattura tra il tutto e il certo»).

Per essere una poesia d’amore, questa raccolta eccede nell’ostendere il corpo, quello tumultuoso degli amplessi («È una morsa tra l’inguine e la schiena / il tuo furore / nella gola lo spasimo di un’allodola sotto / lo sparviero») e quello non meno incombente dei sogni e dei rimorsi («le rotte proibite»), e mai rinuncia alla contaminazione, là dove il corpo e lo spirito si uniscono conciliati: «Le anime bevono / liete / un tocco di vino».

Ci sono, in un dettato denso e a volte aspro, dolcezza, rancore e nostalgia per le figure della madre e del padre che, a differenza del nobile affetto di Sbarbaro («Padre, se anche tu non fossi il mio / Padre….»), sembrano spettri mai domi («Addio a mio padre, / addio all’amante / di tante parole. / Ora, tiepido amore»; «Non madre, non figlia / non contro. / E, madre, / io scelgo la figlia»), antiche ripulse e tentazioni, ferite da non rimarginare.

In questa poesia così vicina all’invettiva (di nuovo la memoria biblica), ci sono anche rari momenti di abbandono e di gioco: «Voglio regalarti un frisbee / e chiuderti nella cassa magica / con i birilli e le biglie colorate»; ma il senso complessivo se non finale sembra essere quello di una esposizione febbrile alla vita, dove realtà e metafora si scambiano sapientemente i ruoli, per illuminare meglio un’anima che s’interroga, con inquietudine, con tormento ma anche con lucida e cristiana severità: «Una vita spesa /a bruciare i crocefissi / nei giorni appesi ai chiodi».

Bruno Nacci

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