I libri migliori

Maudi che camminava sull’aria


Come avrete ormai capito questa sezione di Samgha, Cronache di lettura, è dedicata a raccontare non solo un libro ma, con più attenzione, l’evocazione della storia dell’incontro tra un lettore e un libro. Si cerca di scrivere in fin dei conti del mutamento, dell’impressione (spesso criticata e sottovalutata), del battito che c’è stato o c’è ancora tra quello che leggiamo e noi. Ho sempre pensato che un grande libro fosse un libro che riusciva a spostarmi, una composizione notevole di parole al termine della quale la mia vita precedente si era scostata un po’ di lato e un movimento, anche minimo, si era andato a creare nella mia vita.
Ho quindi a lungo pensato al libro di cui mi sarebbe piaciuto scrivere qui. Un libro da condividere, di cui proporre la lettura perché in ogni caso necessaria e d’impatto, al di là del gusto personale che spesso crediamo di aver già identificato e cristallizzato. Me ne sono venuti in mente diversi.
Ho pensato in prima battuta di scrivere del Genij Monogatari[1], capostipite del romanzo giapponese e libro di bellezza ipnotica. Ma ho avuto timore.
Come scrivere di un libro composto mirabilmente che per oltre un migliaio di pagine costringe ad inseguire il principe Genij, esteta e libertino, tra le fioriture dei giardini imperiali di Kyoto, gli intrecci politici e divini, le fughe dalla società del tempo e i vicoli bui che conducono alle case di dame sempre frementi? Cosa dire di ciò che già Murasaki Shikibu ha detto con le sue parole misurate e avvolgenti capaci di trasportarci in un mondo epico della natura e dell’animo umano dove anche le peggiori qualità, se rette dalla via pura del tendere al Bello, diventano qualità quasi eroiche e sicuramente notevoli?
Ben poco, avrei potuto dire, se non: leggete questo libro mondo e respiratene l’aria e le fioriture, le opere d’arte e del cuore.
Ho quindi pensato al Dhalgren[2] di Delany e a quanto se ne potrebbe scrivere intorno. Ma scrivere di un libro che è soprattutto un combattimento con la scrittura mi è sembrato superfluo, come raccontare ad un pugile il suo combattimento, perché il pugile, nel Dhalgren, è chiaramente anche il lettore, come in ogni grande libro, e può vivere solo salendo sul ring. Ho virato dunque verso I falsari[3] di Andrè Gide, libro infinitamente superiore al forse più conosciuto I Sotteranei del Vaticano, superiore perché impressionante nella costruzione dell’intreccio e nella narrazione degli eventi, nella decostruzione e ricostruzione psicologica dei personaggi, nel confrontarsi con la parola (anche qui) senza mai perdere il filo di una narrazione densa e sofisticata, a tratti sorprendente.
In un sussulto di noia di me stesso mi sono persino chiesto se avesse senso scrivere dei libri migliori.

Ancora non ho deciso, così mi ritrovo a scrivere e spero che la mia scelta non vi sembri troppo buffa e sconclusionata da farvi perdere l’occasione di leggere l’unico libro di cui non ricordo nulla e di cui vorrei parlarvi: Maudi che camminava sull’aria, di Robert Schneider (Einaudi 1998).
Ora probabilmente, da qui in avanti, mi capiterà di dire qualcosa in cui non c’è niente di vero, e mi perdonerete quel poco di vero che riscontrerete quando leggerete questo grande libro. Non è detto per male.
Ho appena affermato di non ricordare nulla di Maudi e vi starete chiedendo come si fa a parlare di qualcosa che non si ricorda. Potrei intrattenervi per ore con un lungo discorso su come in realtà io creda che tutti i ricordi che abbiamo siano ricordi di ciò che non abbiamo vissuto, ricordi che costruiamo di cose forse mai accadute, sovraesposizioni di emozioni ritoccate, fatti laterali che stringono le immagini e le realtà del passato, diversamente per ognuno di noi che le ha vissute. Preferisco però non annoiarvi e dire solamente che, in verità, un ricordo lo conservo forte e chiaro di questo libro: ogni volta che ci penso sento un abbraccio caldo e un fiorire di tenerezza e sentimenti struggenti che mi avvolgono senza che io sappia assolutamente collegarli a qualche immagine o parola o racconto del libro, e mi ritrovo in una prateria calda dove c’è solo un’ispirata emozione che mi vivifica e mi consola, facendomi risognare.
Qualche anno prima avevo letto Le voci del mondo di Schneider (Einaudi 1994), libro d’esordio e di maggior successo di questo scrittore austriaco assai bravo a dosare parole e atmosfere. Mi era piaciuto e ancora mi ricordo benissimo la storia del bambino nato nello sperduto villaggio perso tra i monti e le valli, dotato di una straordinaria capacità musicale e di un sentire puro per la musica e, appunto, la voce di tutte le voci del mondo. Una storia tragicomica quasi, a volte patetica nella sua accezione comunque migliore, a volte spassosa nella sua satira cinica di un mondo chiuso e ignorante che non molto si discosta dal rumore di fondo della vox populi che possiamo ascoltare nel nostro chiacchiericcio cittadino contemporaneo.
Ma Maudi che camminava sull’aria mi piacque molto di più quando lo lessi, diventò uno dei miei libri preferiti e ancora oggi è così, senza che io abbia mai trovato la voglia, o meglio, il coraggio, di rileggerlo.
Anche ora che ne scrivo sarebbe facile riprenderlo in mano, sfogliarlo e cercare tra le pagine quello che può essere stato lo spunto di queste sensazioni così potenti che mi si trascinano addosso, cercare almeno di ricordare chi sia questa Maudi, cosa accada da qualche parte. Ma la verità è che ho timore anche solo a toccarlo, il libro, ho paura che un solo sguardo di sfuggita o una rilettura integrale possano incenerire quello che mi porto dentro, e dato che con nessun altro libro mi è mai capitata una cosa del genere è ovvio che io preferisca tenere questo unicum nelle mie letture.
Timidamente allora mi trovo a dire, di nuovo: leggetelo, semplicemente perché è un bellissimo libro.
So solo che è un libro che parla di amore, di amore assoluto (per tutte le cose del mondo?), di unità del sentire e di vicende che toccano il nostro sangue. Sento ancora che le parole del raccontare di Schneider scorrono come violini di alberi e si inabissano in profondità per poi schizzare in prorompenti geyser di colori e oscurità e picchiare in discese (come risalite?). Sento solo che le sensazioni diventano banali se devono essere scritte per descrivere sensazioni che provengono da un libro così fine, così delicato e cinicamente inciso sulla pelle.
Dei molti personaggi che attraversano il libro (di questo sono abbastanza certo) non ne ricordo uno più di altri e rimane in me la sensazione che ogni personaggio abbia il suo maledetto filo rosso che lo lega indissolubilmente a tutti gli altri e questo filo rosso sia il confine dell’amore, delle possibilità dell’amore. Immense.
E’ strano, penso ora, che un libro dove l’amore è così centrale abbia avuto su di me un effetto del genere, di così lungo corso. Mi viene da pensare che dietro l’amore ci sia qualcosa di più nascosto se ancora questa presa, a distanza di anni, mi tiene avvinto eppure staccato. Forse l’amore non è, come spesso lo vediamo ritratto nei libri, il paravento a cui attaccare la vita, ma in questo libro è l’intreccio materico che consacra l’esistenza stessa del paravento come natura emergente e cuore, sangue e seme delle operazioni vitali. E’ quell’amore che pervade ogni cosa di bene e di male e dove tutto, compresa la peggiore intenzione, non è mai negatività di un polo ma semplice movimento necessario del maestoso estremo fluire della Natura in cui siamo immersi.
Anche nel caso di Maudi che camminava sull’aria siamo in presenza di un libro ipnotico, dove la malia che sommerge il racconto fino ad oscurarne persino il ricordo (almeno in me) è una conversione delle parole che danzano in un’atmosfera di perenne eclissi di sole portandosi come nel bordo di un grande Maelstrom sempre sul punto di inghiottirvi, non si sa se per bene o per male.
E’ puerile forse tentare di descrivere un libro che non si sa più bene cosa contenga e che cosa sia o sia stato. Ma sarebbe stato ancora più puerile non avere il coraggio di parlarne per non sapere se citare quella riga o quel passaggio narrativo che ci ha ricordato chissà quale altro grande scrittore o stupito per la sua potenza o semplicemente divertito o commosso.
Ogni libro è unico, come ogni uomo. Maudi che camminava sull’aria, per me è , per motivi che mi rimangono oscuri e che forse un giorno svaniranno in una rilettura, più unico di tutti gli altri libri che io abbia mai letto.
Valeva la pena dirlo comunque. Per qualche altro possibile lettore.

Simone Battig


[1] Murasaki Shikibu, Storia di Genij. Il principe splendente (Einaudi 2006)

[2] Samuel R. Delany, Dhalgren (Libra 1982, Fanucci 2005)

[3] Andrè Gide, I falsari (Bompiani 2004)

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