I libri migliori

Renzo Rosso e “La dura spina”: il sentimento del tempo perduto

di Luca Ormelli

Renzo Rosso (1926-2009) era autore appartato e discosto dai riflettori delle accolite letterario/editoriali; forse perché nato in quella Trieste ontologicamente più che topograficamente liminale, forse perché per formazione filosofo (si laureò nel 1951 con una tesi dal titolo “Anti Hegel e Hegel in Kierkegaard”) e musicista per vocazione (era infatti violinista diplomato dal 1944) o, più plausibilmente, perché la sua scrittura ma più in generale la Scrittura negli anni del furore avanguardistico, del neorealismo, del moravismo dispotico e dell’intellettuale organico ed engagée veniva avvertita dalle medesime confraternite come “un corpo estraneo” per citare una sua pièce del 1975. Quello che di questo romanzo d’esordio mi impressionò alla prima lettura e che a tutt’oggi permane è la percezione di maestria e completa padronanza del materiale narrativo che l’Autore, all’epoca 37enne, riversava con dovizia e profusione nelle pagine intense, delicate non meno che potenti di questa prosa, a tal punto che talvolta affiora un sentimento di sconfinata ammirazione. Protagonista della vicenda è un pianista di fama e successo internazionali, Ermanno Cornelis, che viene introdotto al lettore sul treno che dalla città d’elezione Vienna lo riconduce alla natìa Trieste. Siamo nel dicembre del 1945, la guerra sfregia ancora con le sue fumiganti macerie, con le sue non suturate ferite questo lembo d’Europa in cui oltre il succitato Cornelis si agitano lacerti di umanità la più varia e stranita. E’ un mondo al tramonto per chi come il protagonista (ma ne siamo poi davvero certi? Intendo dire che il Cornelis sia il “reale” protagonista di queste pagine? E che, piuttosto, non sia Trieste, la placentale, matrigna Trieste l’autentica, “reale” protagonista del romanzo? Laddove di “reale” in un diorama di apparenze e di parvenze così com’è – beckettianamente – lo spazio della contemporaneità non permane altro che la memoria…) si avvia ad una inesorabile vecchiaia pur se carica di gloria e notorietà; è, parimenti, un mondo agli albori quello che si affaccia ed occhieggia dalle fatiche della ricostruzione e dalle gelide cortine della tregua armata postbellica, un mondo in cui (e ben lo si avverte) sempre minore saranno il credito ed il plauso concessi a chi all’Arte ed al Bello ha eretto con la propria devozione professionale monumenti accessibili sì ma solo a sempre più sparute aristocrazie dello spirito.


Ed il Cornelis è tutto questo e ancora molto altro: è colui che facendosi scudo del proprio riconosciuto talento e magistero pianistico ha attraversato in punta di dita, da impenitente dongiovanni, da raffinato libertino gli anni più luminosi dell’Occidente al tramonto come pure i suoi giorni più oscuri, forte sempre di un indomito epicureismo che solo al ritorno nel grembo della propria Citavecia mostra la corda e sintomi di cedimento inizialmente infrequenti ma via via che il romanzo s’inoltra nel gorgo all’apparenza inestricabile degli affetti sempre più accentuati. E’ un affresco, questo del Rosso, che pur non esente da imperfezioni (ed a giudizio di chi scrive l’Epilogo è una di queste, la più vistosa) è capace altresì di sontuosissime accensioni, in un tripudio di echi, di consonanze, di risonanze (e questo mio insistere su di una semantica a carattere musicale è un tentativo, malriuscito certo, di comunicare al lettore la cifra dello stile del Nostro, uno stile alto, altissimo talvolta se non impervio e nella costruzione e nella terminologia per iniziati del pentagramma, commisto ed impastato di piacevolissime fughe nell’idioma già così melodioso da par suo dei triestini) con i capisaldi della grande, inarrivabile Letteratura europea, patrimonio comune di quella koiné (ma meglio sarebbe dire Kultur poiché di Mitteleuropa si trattava ed ancor oggi, pur se in minore, si tratta) che tanto bene aderisce alle decadenti vicissitudini, alla ontologica ancor più che fisiologica “impotenza” del protagonista, epitome di quell’Uomo senza qualità che Musil con sferzante intelligenza e dolceamara ironia aveva imposto sulla scena del mondo, letterario e non. Da queste ariose pagine ma imperlate di estraniamento (e chiaroscurato è il richiamo che l’Autore lancia ai dibattiti filosofico/culturali contemporanei alla stesura del testo; ben percepibili sono infatti temi e movimenti della fenomenologia del primo Heidegger, dell’abissalità linguistica di Wittgenstein e del più radicale, del più “nauseante” esistenzialismo sartriano; si aggiunga a tutto questo, ad impreziosire l’alchemico composto quella inalienabile, sempre viva inclinazione allo psicologismo così tipica degli autori triestini da Sua Maestà Svevo in poi…) modulano ben armonizzate ma sempre personali in virtù della perizia di Rosso le voci più alte della narrativa tardo-ottocentesca e novecentesca, in primis il Thomas Mann cantore di Aschenbach e prosatore/musicologo adorniano del Faustus non meno che il D’Annunzio appassionato e lagunare melomane del Fuoco. Un romanzo-mondo dunque che ha dovuto attendere la scomparsa dell’Autore perché l’oblio in cui era stato confinato (ancora la condizione, il topos di cui si accennava all’inizio) venisse squarciato e riportasse la dovuta attenzione a quella che, non temo di affermare, è una tra le più significative esecuzioni della prosa italiana del secondo Novecento, ben più altisonante di prove narrative indebitamente più osannate o celebrate.
La dura spina, che reca in esergo un frammento lirico sabiano, anteposto al romanzo per avvalorarne il titolo ed il contenuto, per introdurne il tono, per delinearne il leitmotiv, è apparso nelle seguenti edizioni: Feltrinelli, 1963; Mondadori, 1981; Garzanti, 1989. Quest’ultima edizione, la sola in mio possesso, apparve corredata da un saggio introduttivo di Attilio Bertolucci rimanendo l’unica disponibile al lettore italiano prima della meritoria ristampa appena edita dalle edizioni ISBN (2010) e di cui vedete riprodotta la copertina nella foto di apertura dell’articolo.

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