I libri migliori

Luigi Fontanella, Controfigura, Venezia, Marsilio, 2009


Un testo narrativo è spesso intessuto di tempo, ne è condizionato, connaturato, composto, forgiato, rimodellato. Scrivere prosa spesso consiste nell’approccio con questo filo sospeso tra passato, presente e futuro; tra memoria, realtà e ipotesi di mondi possibili. L’abilità di un narratore sta nel sapersi muovere su questa corda sottile, balzando avanti e indietro, tenendo a mente l’arte della danza senza scordare la consistenza, la necessità di restare in equilibrio, considerando tutte le forze, la gravità, l’attrito, ed anche, in misura non inferiore, l’impulso più indefinito ma non meno possente del volo, l’esplorazione dell’elemento ignoto. Nel romanzo Controfigura, edito da Marsilio nel 2009, Luigi Fontanella ha dimostrato di sapersi muovere con destrezza da acrobata, abbinando ragione e passione, lievità e profondità. Anzi, ha fatto di più. Come un abile regista, immaginifico come Fellini e maniacalmente attento al dettaglio come Kubrick, ha trasformato l’ostacolo in un vantaggio, o meglio, tramite inquadrature ravvicinate alternate a metaforiche riprese prospettiche, lo ha tramutato in qualcosa di specifico ed autonomamente espressivo: ha fatto del tempo un personaggio. Lo ha reso eroe, protagonista, antagonista, compagno di viaggio, deus ex machina ed innocente viandante, antagonista ed amico.

Lo spunto iniziale del romanzo è un espediente: un taccuino ritrovato dopo anni, assieme a foto in bianco e nero, in cui è abbozzata la fabula di un romanzo ambientato a Roma all’inizio degli Anni Settanta. È, forse, una forzatura solo parziale, o comunque tollerabile nel contesto da me ipotizzato qui sopra, affermare che la Controfigura a cui ci rimanda il titolo del libro, non è solo l’alter ego, l’ombra fedele che segue il protagonista, Lucio Grimaldi, nelle sue peregrinazioni progettate anni prima nel taccuino e rese reali dal narratore che si pone docilmente al suo fianco e al servizio dei suoi sensi e della sua fantasia. La Controfigura è, per un suggestivo gioco di specchi, il tempo spesso. L’ombra ulteriore, il gioco di luce che non si coglie del tutto nelle sue forme e nei suoi margini. Non se ne percepisce che un alone cangiante, Luckily! Luckily!, Per fortuna!, come si esclama in modo perentorio nel Cuore di Tenebra di Conrad.

Ma la Controfigura di Luigi Fontanella non è soggiogata dall’orrore né dall’angoscia. L’incubo della luce, quella che inonda la scena del tram fermo in Otto e mezzo di Fellini, e, per contrasto, l’orrore del buio, l’incertezza, l’abisso, il vortice degli anni, sono entrambi adeguatamente contrastati dall’ironia dell’autore e del personaggio a cui dà vita. Lucio, forse non è un caso neppure questo, ha un nome di battesimo che, per assonanza, richiama alla mente filosofi e poeti. Ed è di riflessioni, di disanime lucide, che si compone il suo mondo, affiancate a riferimenti letterari, letti, incontrati, resi parte integrante del viaggio. Ma Lucio è filosofo-poeta innamorato della vita, nonostante tutto. La sua non è arte impalpabile ed algida: c’è sempre, ben salda, nella vicenda ipotizzata e ricostruita e nel presente soggetto alle date dei calendari, una tendenza a nutrire i sensi e la narrazione anche degli aspetti concreti, dei cibi, dei corpi, il cous cous, la danza del ventre, le rotondità femminili, a volte conturbanti, altre sarcasticamente sovrabbondanti, sempre osservate con avida e complice passione.

Lucio Grimaldi, e con lui Luigi Fontanella, autore ben distinto dal personaggio, ma legato da significative affinità, è poeta che osserva la vita senza sottrarsi al fascino della sua imperfezione. Si nutre di libri, di citazioni letterarie e cinematografiche, e nel suo pensiero porta con sé tutto ciò che ha letto, scritto, ipotizzato, sognato di sognare. Il personaggio tuttavia, e con lui l’autore, non percorrono la città in cerca di una memoria sterile e fine a se stessa, né di spunti buoni per trarne paragrafi di romanzi, versi o altri appunti di taccuini. Cammina, Lucio, esplora i quartieri ed il tempo per incontrare la vita, qualunque essa sia, affrontandola sempre con entusiasmo e con uno sguardo diretto, schietto. La letteratura nasce, rinasce, assume corpo essa stessa, non come sostituto dell’esistenza ma come parte integrante della vita: quasi un’incarnazione delle donne strane e fascinose e degli uomini affini o estranei con cui entra in contatto in un dialogo autentico, sanguigno. Per questa ragione, in virtù di questa connaturata autenticità, il romanzo di Fontanella assume fascino e spessore; ed è su questa base che il narratore, tornato alla fine della vicenda all’hic et nunc, al presente attuale negli Stati Uniti, a Port Jefferson dove risiede, può permettersi di riallacciare le fila dell’esistenza vissuta e immaginata, lasciando spazio ad una speranza non di maniera, non fittizia o artefatta. La Controfigura sincera a cui Fontanella ha dato misura e dimensione può permettersi di sorridere, alla fine del romanzo, perché ha saputo percorrere i meandri della memoria senza stordirsi di nostalgia ed ha saputo portare con sé, come bagaglio leggero ma indispensabile, i suoi sogni fatti di parole, di letteratura, di cinema, ma anche di concretezza, sguardi, carezze, amplessi, vino e risate. Fino al punto sperato, agognato, in cui lo stesso vino e lo stesso respiro caldo del sole di Roma si fondono alle parole lette, scritte, studiate, amate fino a renderle parte integrante del proprio sé. Fino al punto in cui la vita cammina per le strade del mondo con l’arte al suo fianco. E viceversa.

Ivano Mugnaini

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