Narrativa italiana/Saggi

“Il nome della rosa” trent’anni dopo. Una rivisitazione ‘a tesi’ del Medioevo

di Francesco Bausi


Il successo travolgente e planetario del Nome della Rosa, nei trent’anni che ci separano dalla sua apparizione, è stato anche un successo accademico. La bibliografia accumulatasi in tutto il mondo sul romanzo è ormai imponente, e ne ha indagato tutti gli aspetti: i rapporti con l’estetica post-moderna, le fonti e i modelli, le implicazioni teoriche e semiologiche, i risvolti attualizzanti. Anche il tema che qui ci interessa, quello della rivisitazione del Medioevo, è stato oggetto di numerosi studi, tanto che ben poco sembrerebbe possibile ancora aggiungere. Per tentare un ulteriore approfondimento, vorrei allora muovere da una questione in apparenza banale e poco pertinente, chiedendomi le ragioni che hanno fatto del Nome della rosa un best-seller mondiale, tradotto in più di quaranta lingue e capace di vendere, nei soli primi vent’anni (1980-2000), oltre sedici milioni di copie. Credo che le spiegazioni normalmente invocate, benché certamente valide, non siano però sufficienti: quelle, dico, che fanno capo al moderno revival del Medioevo, alle grandi doti narrative e affabulatorie dell’autore e alla sua notorietà presso il largo pubblico, al battage pubblicitario, o alla funzione di “traino” svolta dal film che Jean-Jacques Annaud liberamente trasse dal romanzo nel 1986 (e sul quale ritorneremo).

A queste spiegazioni, intanto, bisogna affiancarne subito un’altra: la ben nota possibilità, intrinseca al Nome della rosa (e, in parte, anche ai successivi romanzi di Eco) di prestarsi a molteplici modalità e livelli di lettura, e dunque di rivolgersi a un pubblico disparato quanto a gusti e competenze. Sotto questo punto di vista, il romanzo è una sorta di satura lanx dove ognuno può trovare la pietanza più adatta al suo palato: dal letterato di professione (capace di riconoscere i prestiti e le citazioni, nonché di orientarsi nella complessa intelaiatura storico-culturale del testo) fino al lettore “ingenuo” interessato solo all’azione e alla ricerca del colpevole (un approccio, questo, facilitato dalla struttura del romanzo, che consente, fin dai titoli dei capitoli, di individuare e – volendo – “saltare” le digressioni e le sezioni descrittive). Si tratta della pratica post-moderna nota come double coding, evocata dallo stesso Eco al fine di spiegare la ragione per cui i suoi libri, pur «così difficili», riescono tuttavia a ottenere un successo molto vasto. Nel caso della Nome della rosa, ciò è favorito anche dal fatto che i due tipi di lettore possono identificarsi con l’uno o l’altro dei due protagonisti dell’opera, seguendo lo svolgimento della vicenda dal rispettivo punto di vista: il primo lettore, ovviamente, con il riflessivo e dotto Guglielmo di Baskerville, il secondo con Adso da Melk, il suo giovane, sprovveduto e impulsivo discepolo e “assistente” (secondo il collaudato paradigma narrativo costituito dalla coppia Sherlock Holmes – Watson).

In effetti, il Nome della rosa trova una delle sue caratteristiche peculiari e insieme uno dei suoi punti di forza nella compresenza di piani narrativi diversi e fra loro autonomi (anche se reciprocamente collegati), configurandosi insieme come romanzo poliziesco, romanzo gotico, romanzo popolare, romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo filosofico-cosmologico, romanzo-saggio, romanzo a chiave o a tesi, e chi più ne ha, più ne metta. Operazione post-moderna, si dirà; ma anche operazione, almeno esteriormente, “medievale”, se il Medioevo istituzionalmente prevedeva per i testi “alti” (a cominciare dalla Bibbia) una lettura “polisemica” distinta in livelli di profondità e complessità crescenti, secondo un approccio di tipo simbolico che lo stesso Eco –  enon solo lui – ritiene non privo di analogie con le più moderne teorie ermeneutiche. Come la Bibbia, anche il Nome della rosa non si rifiuta né a una lettura “semplice” e “letterale”, né a una lettura antologica (quanti credenti hanno letto la Bibbia per intero?): anzi, proprio questo ha favorito la straordinaria fortuna del romanzo di Eco, che non a caso, anche se per altre ragioni, qualcuno ha voluto definire una sorta di Bibbia dei nostri tempi.

Tali considerazioni ci consentono di cogliere un altro elemento costitutivo del Nome della rosa: l’ironia, che lo pervade da cima a fondo e che si manifesta principalmente nel paradosso, spesso più apparente che reale. Il Nome della rosa è in effetti uno dei testi più paradossali in cui sia dato di imbattersi. Alcuni paradossi li abbiamo appena incontrati: quello per cui un romanzo coltissimo e per certi aspetti apparentemente “indigeribile” dai più è divenuto sùbito un best-seller, o quello per cui un romanzo costruito alla luce delle più aggiornate teorie critiche e narratologiche esibisce palesi caratteri “medievali”, che vanno dalla già ricordata pluralità “verticale” dei livelli di lettura all’impianto allegorico, fino all’adozione di una tecnica compositiva a centone (o a pastiche che dir si voglia) assimilabile a quella tipica dei compilatori e degli enciclopedisti medievali. Eco, infatti, non si limita a “cucire” frammenti di varia provenienza, ma inoltre utilizza molto spesso materiali di seconda mano, attinti a note opere generali sul Medioevo: e quando “saccheggia”, ad esempio, i celeberrimi volumi di Bachtin, Curtius, Huizinga e Le Goff – alcune tra le fonti primarie del romanzo –, egli non si comporta diversamente (se non, com’è ovvio, per un surplus di moderna consapevolezza teorica e per una buona dose di postmoderna ironia) da un autore medievale che va parafrasando, sunteggiando o disinvoltamente “copiando” Marziano Capella, Isidoro di Siviglia, Vincenzo di Beauvais, o attingendo a summae e florilegi.

Ma i paradossi del Nome della rosa vanno ben oltre, e, inseguendoli, ci possono condurre non solo nei pressi del nostro argomento, ma anche vicino al centro dell’intricatissimo labirinto del romanzo. Non è forse partadossale che Eco scriva un romanzo ambientato nel Medioevo, nel chiuso di una abbazia, con personaggi che sono quasi esclusivamente uomini di Chiesa e che trattano in prevalenza tematiche religiose e teologiche, per trasmettere una visione del mondo non solo profondamente relativistica, ma anche fondamentalmente atea e anticristiana? E non è un paradosso – al di là delle caratteristiche proprie del genere “romanzo storico” – che Eco curi con erudita perfezione l’ambientazione integralmente medievale di un romanzo privo di qualunque riferimento esplicito al presente, per narrare una storia che in realtà parla di lui e di noi, cioè del più attuale e bruciante presente autobiografico e storico-politico? Partiamo da qui, cioè da uno dei punti più controversi del Nome della rosa. L’autore, al riguardo, ha tenuto un atteggiamento ambiguo, da una parte (soprattutto nelle fondamentali Postille al romanzo, pubblicate nel 1983, ma anche nel romanzo stesso) minimizzando le valenze politicamente attuali del libro, ma dall’altra disseminando qua e là, in varie sedi soprattutto giornalistiche, sparsi e fugaci indizi che spingono proprio in quella direzione. Ad esempio, già nel 1974 (e dunque ben prima di mettere in cantiere il romanzo), Eco aveva scritto che all’epoca di san Tommaso «intorno vagavano le brigate rosse dell’epoca, sètte ereticali che da un lato volevano rinnovare il mondo, costruire repubbliche impossibili, dall’altro praticavano la sodomia, la rapina e altre nefandezze»; e, in un’intervista del 2003, ha affermato quanto segue:

Nel corso della narrazione mi accorsi che emergevano – attraverso questi fenomeni medievali di rivolta non organizzata – aspetti affini a quel terrorismo che stavamo vivendo proprio nel periodo in cui scrivevo, più o meno verso la fine degli anni Settanta. Certamente, anche se non avevo un’intenzione precisa, tutto ciò mi ha portato a sottolineare queste somiglianze, tanto che quando ho scoperto che la moglie di Fra’ Dolcino si chiamava Margherita, come la Margherita Cagol moglie di Curcio, morta più o meno in condizioni analoghe, l’ho espressamente citata nel racconto. Forse se si fosse chiamata diversamente non mi sarebbe venuto in mente di menzionarne il nome, ma non ho potuto resistere a questa sorta di strizzata d’occhio con il lettore.

Una simile chiave di lettura, dunque, non è affatto arbitraria, benché siano certamente nel giusto quanti hanno invitato a non cadere nella tentazione delle analogie troppo trasparenti, anche perché l’allusione facile e scoperta fa parte del gioco ironico dell’autore, fin dall’iniziale ammicamento manzoniano del manoscritto ritrovato. Tuttavia, è indubbio che nel caso del Nome della rosa la pista allegorizzante sia una delle più proficue, e che nei confronti di essa Eco si sia comportato un po’ come il venerabile e luciferino Jorge de Burgos, tutto proteso a tenere i curiosi alla larga dal libro proibito (col risultato, ovviamente, di sortire l’effetto opposto): voglio dire che proprio gli inviti dell’autore a non spingere questo pedale esegetico dovrebbero viceversa convincerci dell’opportunità di farlo fino in fondo. Non può non insospettire, insomma, la troppo perentoria affermazione che leggiamo verso la fine della breve Avvertenza iniziale, secondo cui la storia narrata sarebbe «gloriosamente priva di rapporto coi tempi nostri, intemporalmente estranea alle nostre speranze e alle nostre sicurezze».

Ho detto poc’anzi che il Nome della rosa è totalmente privo di allusioni esplicite all’attualità. Questo è vero se si guarda al romanzo in quanto tale, ma non è vero in senso assoluto, giacché un riferimento di tal genere, e molto forte, si registra proprio nell’appena ricordata Avvertenza che lo precede, stampata in corsivo e datata 5 gennaio 1980. Leggiamo il brano:

Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en français d’après l’édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l’Abbaye de la Source, Paris, 1842). Il libro, corredato da indicazioni storiche invero assai povere, asseriva di riprodurre fedelmente un manoscritto del XIV secolo, a sua volta trovato nel monastero di Melk dal grande erudito secentesco, a cui tanto si deve per la storia dell’ordine benedettino. La dotta trouvaille (mia, terza dunque nel tempo) mi rallegrava mentre mi trovavo a Praga in attesa di una persona cara. Sei giorni dopo le truppe sovietiche invadevano la sventurata città. Riuscivo fortunosamente a raggiungere la frontiera austriaca a Linz, di lì mi portavo a Vienna dove mi ricongiungevo con la persona attesa, e insieme risalivamo il corso del Danubio. In un clima mentale di grande eccitazione leggevo, affascinato, la terribile storia di Adso da Melk, e tanto me ne lasciai assorbire che quasi di getto ne stesi una traduzione, su alcuni grandi quaderni della Papeterie Joseph Gibert, su cui è tanto piacevole scrivere se la penna è morbida. E così facendo arrivammo nei pressi di Melk, dove ancora, a picco su un’ansa del fiume, si erge il bellissimo Stift più volte restaurato nei secoli. Come il lettore avrà immaginato, nella biblioteca del monastero non trovai traccia del manoscritto di Adso. Prima di arrivare a Salisburgo, una tragica notte in un piccolo albergo sulle rive del Mondsee, il mio sodalizio di viaggio bruscamente si interruppe e la persona con cui viaggiavo scomparve portando seco il libro dell’abate Vallet, non per malizia, ma a causa del modo disordinato e abrupto con cui aveva avuto fine il nostro rapporto. Mi rimase così una serie di quaderni manoscritti di mio pugno, e un gran vuoto nel cuore.

A proposito di questa curiosa pagina, Ursula Schick riferisce di aver chiesto lumi all’autore (soprattutto in relazione all’indubbia aporia per cui il narratore, anziché rivolgersi alla persona che preterintenzionalmente gli aveva sottratto il manoscritto, va in giro per mezzo mondo alla ricerca di una seconda copia), il quale rispose «seriamente», tagliando corto: «C’è una storia biografica là dentro». Quale storia, non sembra difficile ricostruire (facendo la tara, al solito, dell’onnipresente letterarietà, qui riconducibile all’analoga Avvertenza che inaugura il Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki). Dunque Eco, intellettuale di sinistra in crisi di identità, immagina di recarsi nell’estate del 1968 a Praga per incontrare il “socialismo dal volto umano”, come quello promosso da Alexander Dubček nel corso della celebre “primavera di Praga” avviata in quell’anno (questa, o meglio, genericamente, l’idea socialista, è la «persona cara» in questione, di cui, si badi, l’autore mai dice trattarsi di una donna); l’incontro è però frustrato, pochi giorni dopo, dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, che costringe l’autore a riparare a Vienna. Da lì, dove nel frattempo la «persona» lo ha raggiunto, i due risalgono il corso del Danubio, diretti a Salisburgo, percorrendo dunque la cosiddetta «Romantikstraße» in una sorta di “luna di miele”, che tuttavia si interrompe bruscamente quando sulle rive del Mondsee – a pochi chilometri, ormai, dalla mèta – la «persona cara» si dilegua, mettendo fine per sempre al loro rapporto: è la fiducia nel socialismo, che, in conseguenza dei fatti drammatici di quell’estate, abbandona definitivamente e irrimediabilmente l’autore, cui rimane solo «un gran vuoto nel cuore».

La decifrazione di questo antefatto illumina il senso profondo del romanzo: non a caso, Eco informa di aver letto e tradotto la «terribile storia» di Adso da Melk, «affascinato» e «in un clima mentale di grande eccitazione», subito dopo la sua fuga da Praga, riconoscendovi evidentemente in filigrana la propria recente esperienza (de te fabula narratur). Guglielmo da Baskerville, infatti, incarna il disagio dell’intellettuale italiano di sinistra in seguito sia al fallimento del socialismo reale (cui allude la pagina iniziale del libro, con la metaforica fuga dell’autore da Praga invasa dai carri armati russi e l’immediatamente successiva fine della sua relazione con la «persona cara»), sia, sul fronte interno, al dilagare del terrorismo. E qui ci soccorre un altro indizio fornito da Eco, il quale, nelle Postille, informa di aver cominciato a scrivere Il nome della rosa nel marzo del 1978 (il mese e l’anno del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse), e in un’intervista del 15 ottobre 1980 ammette di averlo composto sotto l’effetto dello shock causatogli da questo tragico episodio, che gli fece toccare con mano la drammatica impotenza dell’uomo di cultura nella presente situazione politica italiana e in genere nella società moderna. I parallelismi sono evidenti, e non sono meno veri per il fatto di essere evidenti: Guglielmo (ex inquisitore che non approva e non sposa le eresie, ma neppure più le combatte, perché ne comprende le radici socio-economiche e ne condivide i fini ultimi) fallisce nel suo tentativo di mediazione tra i Francescani, cui appartiene, e la delegazione pontificia, così come l’intellettuale di sinistra (questo il legame tra l’Avvertenza e il romanzo, tra l’autore e il protagonista) non riesce a difendere vittoriosamente con le armi della ragione e della dialettica le istanze progressiste di fronte ai partiti conservatori che più o meno speciosamente fanno leva sulla vicinanza – ideologica e talora anche materiale – tra le forze di sinistra (Francescani = Partito Comunista) e le frange terroristiche (eretici = Brigate rosse).

In conseguenza di questo scacco, all’intellettuale non resta altra alternativa che ritirarsi dall’agone politico: Guglielmo, che già da tempo si era dato totalmente agli studi filosofici e scientifici, trova rifugio presso l’imperatore Ludovico il Bavaro in Germania, dove morirà, mentre l’autore del romanzo (e qui torniamo all’Avvertenza iniziale) riscopre, abbandonando i giovanili furori avanguardistici, il piacere della letteratura e di un narrare fine a se stesso, non “impegnato”:

Trascrivo – leggiamo ancora nell’Avvertenza – senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell’abate Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell’uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amor di scrittura.

E conclude, significativamente, con le parole di Tommaso da Kempis: «In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro».

Ma questo è solo il primo passo, gravido di più profonde conseguenze. La sconfitta di Guglielmo (e di Eco) è infatti dipinta come una sconfitta non solo politica, bensì anche e soprattutto intellettuale: il romanzo, e in particolare la sua conclusione, è il desolato resoconto del venir meno di ogni certezza e di ogni fede, la fede cristiana (l’incendio e il crollo finale dell’abbazia, durante il quale Guglielmo arriva a dedurre la non esistenza di Dio) e la fede razionalistica (Guglielmo fallisce in tutto: non riconcilia i Francescani col papato, non salva i falsi eretici dal rogo, non recupera il secondo libro della Poetica di Aristotele, non impedisce i delitti, non risolve se non per caso, e non per forza d’ingegno, il mistero su cui ha tanto a lungo indagato). La fede religiosa è sì destinata ad essere rimpiazzata dal moderno pensiero scientifico – di cui Guglielmo e i suoi maestri britannici sono i pionieri –, ma quest’ultimo non elargisce certezze sostitutive, se non quella che non esistono certezze di alcun tipo: «Non v’era una trama – dice Guglielmo ad Adso quando ormai tutto è consumato –, e io l’ho scoperta per sbaglio», perché «non vi è un ordine nell’universo» e «le uniche verità che servono sono strumenti da buttare». A questa visione integralmente relativistica non si sottraggono neppure le fedi politiche, i montaliani chierici rossi e neri: una sapiente costruzione ad anello lega la fine del romanzo, con il suo approdo a uno sconsolato scetticismo nominalistico, e il suo inizio, dove, come abbiamo visto, l’autore prende definitivamente le distanze dall’ideologia socialista. Resta, certo, la chiara scelta di campo (Guglielmo si reca alla corte dell’imperatore, avversario acerrimo del pontefice; Eco continua a riconoscersi nella sinistra), ma al suo fondamento c’è un radicale pessimismo della ragione e la perdita di ogni sicurezza sull’esistenza di un “senso” e dunque sulla possibilità di trovarlo, nell’universo come nella vita e nella storia.

A questo punto, cominceranno forse ad apparire più chiari i motivi che hanno spinto Eco a scrivere, in quegli anni, un romanzo “medievale”. Leggiamo a questo riguardo un ironico passo delle Postille:

Da due anni rifiuto di rispondere a questioni oziose. […] Di tutte le questioni oziose la più oziosa è stata quella di coloro che suggeriscono che raccontare del passato sia un modo di sfuggire al presente. è vero? mi chiedono. è probabile, rispondo, se Manzoni ha raccontato del Seicento è perché non gli interessava l’Ottocento, e il Sant’Ambrogio di Giusti parla agli austriaci del suo tempo mentre chiaramente il Giuramento di Pontida di Berchet parla di favole del tempo che fu. Love story si impegna sul proprio tempo mentre la Certosa di Parma raccontava solo fatti avvenuti venticinque anni prima. Inutile dire che tutti i problemi dell’Europa moderna si formano, così come li sentiamo oggi, nel Medio Evo, dalla democrazia comunale alla economia bancaria, dalle monarchie nazionali alle città, dalle nuove tecnologie alle rivolte dei poveri: il Medio Evo è la nostra infanzia a cui occorre sempre tornare per fare l’anamnesi.

Queste parole suggeriscono considerazioni di vario genere. Innanzitutto, esse richiamano la nozione, teorizzata dallo stesso Eco in Opera aperta, di “metafora epistemologica”, per cui «in ogni secolo il modo in cui le forme dell’arte si strutturano riflette – a guisa di similitudine, di metaforizzazione appunto, risoluzione del concetto in figura – il modo in cui la scienza o comunque la cultura dell’epoca vedono la realtà»; cosicché la rappresentazione del Medioevo fornita nel Nome della rosa non può non essere metafora epistemologica (ossia, formalizzazione artistica e concettuale) del luogo e del tempo in cui il romanzo è stato concepito, anche se di quel luogo e di quel tempo il romanzo non fa parola. Inoltre, narrare di un passato così remoto presenta per l’autore almeno due vantaggi: il primo è quello di tener fede all’insegnamento di Joyce e di Eliot, evocato dallo stesso Eco, in base al quale «l’arte è la fuga dall’emozione personale» (sempre nelle Postille, Eco insiste non a caso sulla numerose «intercapedini» frapposte nel romanzo fra l’io biografico narrante e la narrazione, in modo tale che questa si colloca a un quadruplice «livello di incassamento, dentro a altre tre narrazioni: io dico che Vallet diceva che Mabillon ha detto che Adso disse…», con un artificio pure desunto da Potocki), fuga qui tanto più opportuna in quanto sotto la superficie del romanzo si agita una materia di ribollente attualità storico-biografica; il secondo è quello di poter schermare e dissimulare prudenzialmente queste stesse implicazioni attualizzanti, che non è difficile immaginare poco gradite, soprattutto quando il romanzo uscì, a una parte dei lettori, sotto l’aspetto sia politico, sia filosofico e religioso.

La scelta di narrare non solo del Medioevo, ma anche e soprattutto nel Medioevo – la distinzione è dello stesso Eco – non si deve dunque solo al suo pudore di «narratore esordiente» (sono ancora parole sue); in ogni caso, essa condiziona non poco l’immagine del Medioevo tratteggiata nel romanzo, che (altro paradosso), ad onta della scrupolosa ricostruzione di ambienti e caratteri, risulta nella sostanza fortemente attualizzata. Anche su questo punto l’autore non ha mancato di pronunciarsi:

mi chiedo se talora non ho prestato ai miei personaggi fittizi una capacità di mettere insieme, dalle disiecta membra di pensieri del tutto medievali, alcuni ircocervi concettuali che, come tali, il Medio Evo non avrebbe riconosciuto come propri. Ma credo che un romanzo storico debba fare anche questo: non solo individuare nel passato le cause di quel che è avvenuto dopo, ma anche disegnare il processo per cui quelle cause si sono avviate lentamente a produrre i loro effetti. Se un mio personaggio, comparando due idee medievali, ne trae una terza idea più moderna, egli fa esattamente quello che la cultura ha poi fatto, e se nessuno ha mai scritto ciò che lui dice, è certo che qualcuno, sia pure in modo confuso, avrebbe dovuto cominciare a pensarlo (magari senza dirlo, preso da chissà quali timori e pudori).

Il metodo è di per sé condivisibile, se è vero che – come scrisse Eugenio Garin – «il complesso di conseguenze che maturano da una dottrina, che, volutamente o meno, ne scaturiscono, appartengono a quella dottrina e ne sono parte; verificandola o falsificandola, reagendo su di essa, contribuiscono a illuminarne le giunture, a renderne esplicite le implicanze». Tuttavia, la sistematica adozione di questo procedimento ogni qual volta entri in scena il personaggio di Guglielmo fa del Nome della rosa una “tendenziosa” rivisitazione del Medioevo in chiave moderna, tanto che è legittimo parlare – come ha fatto Giuseppe Zecchini – di una sorta di «Medioevo metaforico e predestinato», disegnato e reinventato «con gli occhi rivolti rivolti soprattutto all’oggi». Per ottenere questo scopo, Eco molto abilmente esaspera l’apparente “modernità” di spunti autenticamente “medievali”, ponendo sulle labbra e nella testa di Guglielmo (e delle sue auctoritates) parole e idee che certo nessun filosofo del suo tempo avrebbe potuto, in quei termini, né dire né pensare. Ecco così che Guglielmo ora espone una concezione politica di taglio arditamente “democratico” che scaturisce dalla forzatura di affermazioni decontestualizzate di Ockam e Marsilio da Padova (l’autore stesso, in questo caso, ha riconosciuto di  aver fatto ricorso alla «malizia del montaggio» e al suo «gusto postmoderno» per  «mostrare come questi testi, riletti oggi, possano sembrare delle vere e proprie dichiarazioni di liberalismo laico»); ora attribuisce a Ruggero Bacone una visione pratico-positiva della scienza sperimentale, della tecnica e della cultura che ne fa un personaggio «a metà strada fra un illuminista fiducioso nel progresso […] e un immaginifico Verne del XIII secolo» (Zecchini); oppure dichiara l’impossibilità di una conoscenza assoluta su basi razionali, appellandosi a Ockam, ma dimenticando che in lui, come già negli averroisti, il riconoscimento di tale impossibilità, e dunque la netta distinzione fra ragione e fede, non conducono al dubbio, traducendosi al contrario nel riconoscimento della totale alterità e dunque della superiorità della dimensione religiosa e teologica, nonché, di conseguenza, nella necessità di rimettersi all’imperscutabilità dei voleri divini; o ancora, alla fine del romanzo recupera – da pensatori quali Duns Scoto, Pier Damiani e nuovamente Ockham – la controversa nozione di potentia Dei absoluta, ricavandone però, del tutto anacronisticamente, la conclusione dirompente della non esistenza di Dio, giacché, se non può esserci un ordine del mondo (altrimenti Dio sarebbe da esso vincolato, e verrebbero meno la sua potenza e la sua libertà), il mondo non è che un illimitato possibile senza centro né legge:

[Guglielmo]. è difficile accettare l’idea che non vi può essere un ordine nell’universo, perché offenderebbe la libera volontà di Dio e la sua onnipotenza. Così la libertà di Dio è la nostra condanna. o almeno la condanna della nostra superbia.

[Adso]. Ardii, per la prima e l’ultima volta in vita mia, una conclusione teologica: «Ma come può esistere un essere necessario totalmente intessuto di possibile? Che differenza c’è allora tra Dio e il caos primigenio? Affermare l’assoluta onnipotenza di Dio e la sua assoluta disponibilità rispetto alle sue stesse scelte, non equivale a dimostrare che Dio non esiste?

Guglielmo mi guardò senza che alcun sentimento trasparisse dai tratti del suo viso, e disse: «Come potrebbe un sapiente continuare a comunicare il suo sapere se rispondesse di sì alla tua domanda?». Non capii il senso delle sue parole: «Intendete dire», chiesi, «che non ci sarebbe più sapere possibile e comunicabile, se mancasse il criterio stesso della verità, oppure che non potreste più comunicare quello che sapete perché gli altri non ve lo consentirebbero?».

Cosicché è legittimo concludere, sempre con lo Zecchini, che Guglielmo «è la sintesi delle probabili componenti di un ideale homo mediaevalis interpretato con gli occhi di un nostro contemporaneo attraverso la lente deformante dell’interpretazione a posteriori delle vicende storiche».

Fin qui, potremmo dire, niente di strano, se da che mondo è mondo lo scrittore è sempre stato libero di reinterpretare fantasiosamente i dati storici. Ma nel Nome della rosa c’è ben altro. Attraverso il romanzo, infatti, il lettore è indotto a credere che siano esistiti due Medioevi l’un contro l’altro armati: quello retrivo, autoritario e buio di Jorge, di Bernardo Gui e dell’abate Abbone, e quello razionale, spregiudicato, aperto di Guglielmo e dei suoi maestri (in primis Bacone, Ochkam e Marsilio da Padova); ed è parimenti indotto a credere che questo secondo Medioevo, benché momentaneamente sconfitto, sia risultato però a gioco lungo vincitore, aprendo la strada alla modernità, al progresso e alla libertà. Il succo del libro è che il moderno è buono e giusto, mentre il Medioevo è oscurantismo, violenza, sopraffazione e menzogna, tranne laddove Medioevo – nel senso vulgato – propriamente non era, ossia in certi àmbiti del tutto marginali e minoritari (ovviamente soffocati dall’onnipresente potere ecclesiastico); per cui quel poco che di buono e di valido si può trovare nel Medioevo è buono e valido non di per sé, ma solo in quanto è stato precorrimento e prodromo del mondo moderno, cioè della rivoluzione scientifica e dell’Illuminismo, oppure (come nel caso del riso e del comico, naturalmente riletti alla luce ideologica e attualizzante di Bachtin) della critica all’ascetismo e al principio di autorità. Un Medioevo fortemente “manicheo”, insomma, in cui non c’è dialogo né rapporto fra le due parti in lotta, fra i (pochi) “progressisti” e i (moltissimi) “conservatori”; nuovo paradosso, visto che di questo Medioevo “semplificato” è creatore non un Dan Brown qualsiasi, ma uno studioso nato come medievista e dell’età medievale profondo conoscitore.

Possiamo dunque tornare alla domanda che ci siamo posti all’inizio, provando a darle una risposta meno vaga. Che è questa: il successo del Nome del rosa, a mio avviso, si deve in primo luogo al fatto che il romanzo va sostanzialmente incontro alle attese del lettore medio, dandogli ciò che vuole e ciò che già conosce: ossia – con un’ottica che potremmo definire “volteriana” – da una parte un Medioevo “oleografico” e “di maniera”, sostanzialmemente oscuro, arretrato e bigotto (nemico acerrimo di ogni germe di novità e di dissenso), fatto in prevalenza di biechi inquisitori e corrotti prelati, e dall’altra l’apologia di un pensiero modernamente laico e illuministico, la cui finale affermazione era scritta nella storia. Caratteristiche, queste, su cui calca pesantemente la mano il film di Annaud, che costituisce certo una rozza semplificazione ma non un tradimento del romanzo, tanto che Eco non lo ha mai sconfessato (a differenza di quanto fece, ad esempio, Giorgio Bassani nel 1970 con la riduzione cinematografica del Giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica). Donde, all’indomani dell’uscita del romanzo e del film, le proteste sia di alcuni illustri medievisti (come, ad esempio, il compianto Marco Tangheroni), sia di certi settori del mondo cattolico (un notevole scalpore suscitò, in particolare, l’articolo di Guido Sommavilla L’allegro nominalismo nichilistico di Umberto Eco). Abbiamo così individuato un altro paradosso del Nome della rosa: il libro, infatti, si presenta ed è presentato dallo stesso autore come un’opera “difficile”, che poco o niente vuole concedere ai gusti più corrivi del largo pubblico, mentre in realtà, nel profondo – ossia per quanto attiene all’immaginario e all’ideologia -, li asseconda in pieno. Anche perché poi, di fronte al crollo di ogni certezza e di ogni fede, il romanzo propone solo due comode e ben note alternative, in apparenza antitetiche ma in effetti perfettamente compatibili, se non equivalenti, quasi due facce della stessa medaglia: l’empirismo assoluto di Guglielmo e il vuoto, banalizzato misticismo di Adso (il cui Dio-Nulla sembra più vicino al nirvana buddista che all’Uno plotiniano). Internet e New Age, potremmo dire; cent’anni fa erano positivismo e spiritismo, nel tardo Settecento razionalismo illuministico e occultismo. Nomi diversi per un matrimonio che funziona sempre.

Da qui, risalendo la piramide di questo romanzo vertiginoso, bello e terribile come un esercito schierato a battaglia, l’ennesimo dei suoi paradossi: quello per cui il Nome della rosa nega l’esistenza di qualunque certezza e intona l’elogio del pensiero debole, ma di fatto comunica un ben preciso “messaggio” filosofico e ideologico, sia pur occultandolo dietro gli schermi del raffinato divertissment culturale, dello humour elegante e divertito che profonde ironia a piene mani, del sovrano scetticismo che, dopo ogni affermazione, invita a non prenderla alla lettera, perché le persone di mondo e di cultura sanno bene che niente è vero. Ho ricordato prima che c’è chi ha definito Il nome della rosa la Bibbia dei nostri tempi; meglio sarebbe però definirlo la parodistica anti-Bibbia dei nostri tempi, se pensiamo che nella scansione dei suoi sette giorni il romanzo intende manifestamente configurarsi come un’anti-Genesi, che esso si apre con l’inizio del Vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo…») e si chiude con una radicale professione di nominalismo («nomina nuda tenemus»), che assegna il nome di Salvatore – l’appellativo cristiano del Verbo e del Lògos – a un minorato inetto a parlare, che finalmente descrive un universo senza Dio il cui nuovo unico dio minore è il semiologo-demiurgo, l’unico capace di muoversi, poiché lo crea, nel labirinto di segni e nomi di cui solo sarebbe fatto il mondo (si ricordino ancora le due citazioni collocate all’inizio e alla fine del libro) e che si rinviano l’uno all’altro ad infinitum senza condurre mai a un vero senso. Questa è la nuova rivelazione (o anti-rivelazione) del Nome della rosa, la novella (non saprei quanto “buona”) che esso offre al lettore, l’epifania cui lo chiama ad assistere (e vorrà pur dire qualcosa, in un libro in cui tout se tient e niente è casuale, che l’Avvertenza del romanzo sia datata 5 gennaio, cioè, appunto, la vigilia dell’Epifania cristiana). Una rivelazione e un’epifania, però – altro apparente paradosso, per un romanzo venduto in milioni di copie – esoteriche ed iniziatiche, accessibili solo ai pochi intellettuali che sappiano districarsi nella foresta dei loro simboli (così come pochi, nel Medioevo del Nome della rosa, sono i dotti capaci di usare rettamente la ragione e di comprendere la realtà); la rivelazione e l’epifania di una nuova teologia, cui nei romanzi successivi Eco conferirà caratteri più precisi anche se sempre cangianti, nelle forme ora del deismo illuministico, ora del panteismo naturalistico, ora della sapienza ermetica, neoplatonica e gnostica.

E qui mi fermo, perché mi sembra di vedere, in un angolo, il sorriso beffardo dell’autore e del lettore smaliziato. «Ma come, hai creduto a quello che il romanzo vuole far credere?  Sei un ingenuo, sei caduto nella trappola, è solo un gioco, un gioco di segni e nient’altro; e tu hai fatto come Guglielmo, che interpretando male indizi fasulli edifica una teoria sbagliata e vede un disegno dove non ce n’è alcuno, sicché alla fine, dopo tanto arrovellarsi, si ritrova con in mano un pugno di mosche, anzi di nudi nomi. Eppure, ad ogni passo ti mettevo in guardia. Non hai letto Il pendolo di Foucault? Non esistono piani né complotti, sono i fessi che li immaginano, per sembrare intelligenti e darsi importanza». Sì, rispondo io, avete ragione voi, è solo un gioco, e forse mi ha preso un po’ troppo la mano. Ma è un gioco terribilmente serio. E questo è il suo ultimo e più inquietante paradosso.

[questo testo è stato da me presentato al Convegno Da Carlo Martello a Il nome della rosa. Il Medioevo rivisitato (Siena, 19-20 aprile 2010) e, in versione ampliata e con titolo diverso, apparirà a stampa nei relativi Atti].

***

Francesco Bausi (Firenze 1960) è professore ordinario di Filologia italiana e di Letteratura italiana medievale presso l’Università della Calabria e coordinatore del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie presso quella stessa università. È direttore della rivista di studi quattrocenteschi «Interpres», membro delle Commissioni per l’edizione nazionale delle opere di Coluccio Salutati, di Niccolò Machiavelli e di Giosue Carducci, coordinatore (con Vincenzo Fera e Silvia Rizzo) del «Progetto Poliziano», supervisore filologico dell’edizione delle Lettere di Lorenzo de’ Medici (coordinata e pubblicata dall’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e dalla Harvard University), membro dell’Advisory Committee della collana «I Tatti Renaissance Library» (pubblicata dalla Harvard University), membro del comitato scientifico delle riviste «Schede Umanistiche», «L’Ellisse», «Ecdotica», «Italian Poetry Review», «Per leggere». Filologo e storico della letteratura, ha studiato in prevalenza la civiltà letteraria del Quattro e del primo Cinquecento, le letteratura medievale (soprattutto Petrarca e Boccaccio), la storia della metrica italiana, la letteratura otto-novecentesca, pubblicando, su questi e su altri argomenti, circa 150 saggi in riviste italiane e straniere, in volumi miscellanei o in atti di convegni. Inoltre ha curato le edizioni delle Silvae (1997), delle Poesie volgari (1997), di Due poemetti latini (2003) e delle Poesie (2004) di Angelo Poliziano, degli Epigrammi di Ugolino Verino (1998), della disputa epistolare tra Pico ed Ermolao Barbaro (1998), delle opere complete (in CD-rom, 2000) e della Oratio de hominis dignitate di Pico (2003), dei Discorsi di Machiavelli (2001, nell’àmbito dell’Edizione Nazionale), delle Invective contra medicum e della Invectiva contra quendam di Petrarca (2005). In volume ha pubblicato: La metrica italiana (con Mario Martelli, 1993), Nec rhetor neque philosophus. Fonti, lingua e stile nelle prime opere latine di G. Pico della Mirandola (1996), Machiavelli (2005), «Il poeta che ragiona tanto bene dei poeti». Critica e arte nell’opera di Severino Ferrari (2006), Petrarca antimoderno. Studi sulle invettive e sulle polemiche petrarchesche (2008), Dante fra scienza e sapienza (2009). Ha tenuto oltre centoventi conferenze, relazioni, seminari e lezioni presso università e istituti di ricerca in Italia e all’estero.

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3 thoughts on ““Il nome della rosa” trent’anni dopo. Una rivisitazione ‘a tesi’ del Medioevo

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  2. Caro professor Bausi,
    ho letto con molto interesse il suo scritto sul romanzo di Eco, che condivido in toto. Lei ha ne analizzato i presupposti epistemologici in maniera davvero esemplare, davvero giungendo a sviscerare l’intenzionalità dell’autore. Cio’ che invece mi ha un po’ deluso sono state le sue conclusioni: lei fa, di Eco, un ritratto, pienamente condivisibile, come di un esponente del pensiero debole, corrente filosofica maggioritaria negli anni Ottanta, per la quale l’iper relativismo non è altro che un pretesto per affermare la fine della storia. Non metto in discussione qui la scelta chiaramente commerciale di Eco o la sua ricerca del successo, che piuttosto ammiro per l’abilità con la quale ha saputo procacciarselo. Cio’ che, invece, credo – almeno dalla ricostruzione, del tutto condivisibile – ripeto – che lei ne fa – è la visione di comodo a cui i presupposti filosofici del NdR conducono, e che lei ha cosi’ ben ricostruito. Non si capisce affatto, per esempio, cosa si intenda per la “recuperata dignità del lavoro letterario”, allorché codesta non fa altro che fornire alla tipica attitudine di rinuncia e riflusso degli anni Ottanta i necessari fondamenti filosofici di cui essa mancava. Di cio’ è oggettivamente colpevole Eco, e non del successo, anche finanziario, del suo romanzo. Francamente l’allegoria, da lei cosi’ bene interpretata, dell’avvertenza – il viaggio a Praga etc. – sa veramente di ridicolo, come se – ed è cio’ la cosa più triste – delle lotte degli anni Settanta sfuggisse ad Eco – come proprio sembra – la componente sociiologica più importante, e tutto non potesse che giocarsi sul piano dell’ideologia. Il riduttivismo di questa visione del mondo è francamente inaccettabile.

  3. Sono un fan di Umberto Eco, da quasi vent’anni.

    All’inizio degli anni novanta, quando noi si andava per tutto luglio al mare, a Cattolica, acquistavo a metà prezzo libri scritti da Eco di cui per me era ancora troppo presto avere comprensione. Cattolica aveva anche un suo centro studi, e mi ricordo che una volta ci entrai per cercare qualche videotestimonianza su Eco, e effettivamente qualcosa trovai.

    Sempre a Cattolica parlai una volta con un prof di lettere, un bolognese di mezz’età suo ex allievo, il quale mi disse che alle lezioni universitarie a metà anni ’70 Eco parlava con una certa avidità sulla scena letteraria del prossimo ritorno del romanzo più o meno velatamente autobiografico.

    Qui vengo al punto, che è poi ciò che mi interessa. Magari ogni romanzo di Eco fosse un insieme di generi e di topoi letterari come lui stesso, in quanto direttore editoriale di Valentino Bompiani per tanto tempo, cerca in modo più o meno velato (e due) di rappresentare al mondo e in fondo a se stesso. Purtroppo non è così. Non c’è distinzione possibile per un lector ansioso di vivere la sua fabula tra una dotta ispirazione e la volgare scopiazzatura. Tutto è un caleidoscopico rimando, che nella migliore delle ipotesi è penosa abitudine dell’accademico uso al saggio su altre accademie e su altri accademici. No, decisamente è fuori strada un libro di un dotto autore che incanta e seduce e però poi, fatte le opportune verifiche, acquisite le molte (se non tutte) fonti di ispirazione, quando noi si ritorna a casa troviamo essere solo un nucleo di poche pagine, banali e stiracchiate al massimo. E in ciò è complice anche la formattazione e l’impaginazione editoriale: se il Nome della Rosa, libro che nonostante i cinquant’anni di età scopriamo Eco affrettarsi a scrivere, è fitto di parole e di righe per pagina, proprio per la molteplicità di “fonti di ispirazione” raccolte nella vita precedente, gli ultimi romanzi sono molto migiorati sul piano della leggibilità e della leggerezza. Mettendo però in risalto proprio la pochezza strettamente narrativa, il plot, la scansione profonda dei luoghi e dei paesaggi, che evidentemente vengono sostituiti da libri, elenchi, citazioni e sunti di situazioni storiche. Più che postmoderno dovremo parlare allora di poststorico, nel senso che non è tanto importante la storia che si vuole raccontare quanto la cornice dotta spesso pesante perché multipla nella quale viene iscritto l’intreccio.

    Insomma ho imparato che i libri parlano di altri libri, e il più delle volte mentendo. Ma la menzogna può anche equivalere a GLORIOSO ATTIMO DI VERITA’ + COMMENTI POSTERIORI e dunque un libro che parla di altri libri è di essi cassa di risonanza mentre s’impegna a rappresentarsi e a autoincensarsi.

    Ma perché parlo di autobiografie? Perché tutto, la passione per il medioevo, per la politica, per la semiotica, per Dumas, per gli sbagli dei fascisti che un uomo di sinistra non può non denunciare, autodenunciandosi tuttavia in quanto preadolescente incapace all’epoca di ribellarsi in modo compiuto… e persino per l’ambiente goliardico universitario bolognese permettono a Eco, come forse ha evidenziato il nipote Roberto Cotroneo nel cortosaggio “La diffidenza come sistema”, di parlare comunque di se stesso, della sua infanzia e di quella che in fondo è la sua vita. Per esempio tutti i romanzi hanno a che fare con Alessandria, il Monferrato, la nebbia che gli fa un po’ da madre terra. Baudolino è il nome del santo patrono, ma con qualcosa da dire sul carattere di questi piemontesi emiliani. La ricorrenza del 5 gennaio, tanto comune nelle opere del Nostro, che oltre ad essere la vigilia dell’Epifania è il suo genetliaco.

    **********************************************

    Ho incontrato Umberto Eco una sola volta, per un autografo, il 5 febbraio 1999. Non che abbia memoria prodigiosa, ma era un convegno, e ne tengo la pubblicità nello stesso libro che riporta la scarna dedica. Però devo dire questo. Io sono, verbalmente e per iscritto, un logorroico. I libri dei famosi tre scaffali di Eco che possiedo sono spesso zeppi di appunti e note a margine. Più il libro mi prende e più restituisco al mare gli oggetti che mi ha portato ai piedi. E il romanzo più apprezzato, almeno stando a questo metro, è il Pendolo. Sia di esso sia del Nome della Rosa ho svariate copie, anche in inglese, francese e catalano. Per far bella figura però mi portai, perché andavo a quel convegno con il chiaro intento di strappare un autografo a uno dei miei scrittori preferiti, l’unica copia che avevo dell’Isola del Giorno Prima, che nonostante avesse qualche scarabocchio qua e la conservo ancor oggi come mamma Bompiani l’ha fatta.

    Ebbene, prima che inizino i lavori mi presento da Eco e chiedo umilmente una dedica. Eco: “Ma qui, davanti a tutti!” forse quasi urlando, ma senza alcuna presenza di sdegno nel tono di voce, anzi quasi compiaciuto. Io: “Se vuole l’aspetto fuori” Eco: “Facciamo in fretta” e porgo il libro aperto alla seconda di copertina. Lui lo prende e comincia a sfogliarlo. “Ma qui è scritto tutto” e lo prende da parte, nascondendomelo alla vista. Ora, si sarà capito, quando un autore scrive “Opera Aperta” o “La Struttura Assente” parlando di livelli di lettura, di smontaggio e rimontaggio dei meccanismi narrativi, come se insegnasse non una disciplina delle famigerate e moderne Scienze Umane ma, per dire, Ingengeria del Best Seller è ovvio che si presta a essere smontato o “decostruito”, analizzato, citato (“chi critica un’autorità diviene esso stesso un’autorità”). Che poi uno lo faccia bene o male, da energumeno della semiotica greimasiana più spinta o invece, come me, da lettore dilettante di testi di qualsiasi genere, e spesso più avanti della propria comprensione, non importa. L’importante è farlo seriamente, e credo che la seria stupidità e ingenuità di quelle note fosse stato uno shock per il malcapitato.

    Leggere quegli appunti affatto incensatori nei riguardi della sua opera più tropicale lo aveva di fatto ridotto al silenzio. Da parte mia me ne sentivo un pochino in colpa e chiesi, proprio perché non riuscivo a resistere all’avidità di avere fra le mani un nuovo giocattolo da smontare e rimontare: “Quando uscirà il suo prossimo romanzo?” ed Eco: “E chi lo sa, anche fra dieci anni!” ed io, a testa bassa: “Spero di essere ancora vivo” riducendo lo scrittore a un silenzio definitivo.

    Silenzio che ho misurato, perché dopo aver avuto indietro la MIA copia del SUO romanzo, sono stato oggetto dello sguardo fisso di Eco per una decina di minuti buona, sguardo che ho cercato di accantonare facendo cenno di ringraziamento una prima volta, ricambiato, e siccome l’osservazione del piccolo insetto che evidentemente ero proseguiva, anche una seconda volta, ripetendo tra noi il rituale. Tutto ciò è stato interrotto dall’inizio dei lavori del convegno, ubi maior minor cessat, durante i quali il professor Morcellini fece la famosa gaffe parlando dell’attuale Repubblica Spagnola davanti a non so più quale personalità castigliana.

    Lego la nada a nadie. Lascio questi scritti, non so più intorno a chi, o a che cosa. Ma nell’attesa guardo fuori e ammiro la collina. È così bella.

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