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Emanuel Carnevali. L’incompiuta ricerca di «visioni di salvezza»

di Antonio Spadaro S.I.

«Carnevali è una bomba che esplode entro la nostra cultura d’oggi»[1], così Maria Corti commentava nel 1978 la prima pubblicazione in Italia degli scritti di Emanuel Carnevali. «Bruno, dal colorito olivastro, dagli occhi neri e ardenti»[2], considerato il «poeta maledetto» dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti, accostato spesso ad Arthur Rimbaud e Dino Campana, vive una vicenda esistenziale, sin dall’inizio tormentata.

Se in Italia non fosse stato pubblicato Il primo dio[3], una raccolta di suoi scritti narrativi, poetici e critici, forse negli anni la memoria di questo scrittore si sarebbe persa definitivamente, almeno per il pubblico dei lettori. Eppure Carnevali, oltre ad essere uno dei migliori poeti italo-americani in lingua inglese,  è stato tra di essi il primo a entrare in un confronto critico pieno e paritetico, schietto e per nulla diplomatico, con gli autori statunitensi più apprezzati del suo tempo, quali, ad esempio, Ezra Pound[4], William Carlos Williams[5], Sherwood Anderson e Carl Sandburg, divenendo persino condirettore per pochi mesi della prestigiosa rivista letteraria Poetry[6].

Carnevali fu dunque il primo tra i nostri poeti d’emigrazione a ben posizionarsi nei circoli dell’avanguardia letteraria statunitense. Egli fu anche in corrispondenza con autori e critici italiani quali Giovanni Papini, Benedetto Croce e Carlo Linati. In particolare, proprio Linati nel 1934 gli dedicò su Nuova Antologia un saggio comprendente anche varie traduzioni originali[7]. In vita egli vide pubblicato solo un libro, dal titolo A Hurried Man («Un uomo che ha fretta»), una raccolta di poesie, racconti, saggi e recensioni[8]. Il volume uscì nel 1925, stampato a Parigi da Robert McAlmon, editore dei fuoriusciti d’America quali, ad esempio, E. Hemingway.

Nel 2004 la figura e la vicenda umana e artistica di Carnevali è stata riproposta all’attenzione del pubblico italiano da Emidio Clementi, scrittore e leader del disciolto gruppo musicale dei «Massimo Volume», che nel suo romanzo L’ultimo dio[9] ha assimilato e riproposto la vicenda del poeta. Clementi si era già a lui ispirato nel comporre per il suo gruppo i testi del disco Lungo i bordi, uscito nel 1995. Anche grazie a questi contributi la figura di Carnevali appare oggi in fase di riscoperta e rivalutazione[10].

Egli nacque a Firenze il 4 dicembre 1897 e la sua vicenda esistenziale è sin dall’inizio tormentata. Carnevali la descrive nel romanzo autobiografico The First God («Il Primo Dio»), volume di febbrile intensità, intrisa di amarezze, ribellioni, sogni e immaginazioni[11].

Una giovinezza tormentata

Leggendo The First God si rimane colpiti dalla forza visionaria espressa sin dalle prime battute: «Ricordo una stanza bianca, con bianca luce di sole che filtra da alte finestre: in essa mia madre e una vecchia signora tutta bianca, stanno chine su di me. Potevo avere dai due ai tre anni» (PD, 17). I ricordi dell’infanzia e del trasferimento dalla Toscana a Biella, la «Manchester italiana», nella mente di Carnevali si mescolano ai ricordi della vista del mare tra le gallerie che il treno attraversava, «il mare pulsante, il mare di Ulisse e di Herman Melville, un mare scherzoso di tante piccole onde, e gli spruzzi che ci sputava in faccia, tutto nello spettacolo del mare, nel grande spettacolo del mare, volubile mare che cambia vestito tante volte. Il mare di quel borghese di Conrad, e il mio proprio mare, fabbricato dalla mia immaginazione e dalla sua presenza» (PD, 19).

Carnevali fa l’esperienza di giorni e giorni di navigazione all’età di 16 anni, nel 1914, quando si imbarca per gli Stati Uniti su una «vecchia carcassa mezza marcia», facendo così «il grande balzo» (PD, 61 s). Il mare, prima maestosamente calmo e poi tempestoso di furia rabbiosa, capace di spruzzare acqua in forma di «milioni di brillanti» sulla nave che lo solcava inclinata, rappresenta il ponte di fuga da una situzione familiare insostenibile, riassunta dal poeta in poche battute di grande virulenza contro il padre, definito come «il più ignobile degli uomini» (PD, 20), uomo «che si porta in giro una faccia nera e nasconde un cuore nero» (PD, 32), «nero dentro e fuori» (PD, 36). La sorellastra Maria Pia ha messo in luce la drammatizzazione eccessiva dell’incompatibilità tra padre e figlio che emerge dalla pagine di The First God, anche se conferma la «concezione completamente opposta dell’esistenza tra i due; infatti, per un uomo d’ordine qual era lui [il padre] un figlio che scegliesse un genere di vita alla Rimbaud era un enigma che egli non voleva nemmeno tentare di risolvere» (PD, 11). Del tutto opposto l’atteggiamento verso la madre, vera «Mater dolorosa» (PD, 22), a cui va tutto l’affetto e la gratitudine dello scrittore per le sofferenze patite a causa della famiglia. Alla figura materna è da accostare quella della zia, a cui egli afferma di dovere l’educazione dell’anima: «Non avevo miglior confidente, miglior compagno, nessuna persona più cara di lei. Ho l’impressione che fu lei a fare di me un poeta, anche in quei lontani giorni dell’infanzia e dell’adolescenza» (PD, 28 s).

Se l’infanzia è coloristicamente definita da Carnevali come il suo periodo «bianco», l’adolescenza è il periodo «rosa», perché, a confronto col periodo successivo, appare «mite e lieve» (PD, 39). È il periodo degli studi in collegio a Correggio (Convitto «Rinaldo Corso») e poi a Venezia (Collegio «Marco Foscarini»). Ma soprattutto è il tempo dell’«esplosione» delle passioni dell’adolescenza. Carnevali, guardandosi allo specchio, si sente una pentola in ebollizione: «La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto» (PD, 45).

Tra lavoro e poesia

Dopo il periodo bianco e il periodo rosa, si apre per Carnevali la vita oltreoceano. il periodo che egli definisce «nero». È il 5 aprile 1914 quando Carnevali mette piede a Manhattan. Si alternano permanenze in camere ammobiliate e lavori precari. Tra le righe della sua vita instabile e misera si fa largo sempre più la passione per le parole. L’ispirazione poetica diviene un vero tormento irrefrenabile come testimoniamo le pagine di The First God: «I miei pensieri erano oscuri, chiusi in un buio mentale, perché non trovavo quasi mai le parole per esprimerli. E fu allora che avvertii questo terribile fuoco che è dentro di me, un fuoco che tenta continuamente di sfuggirmi di mano» (PD, 115).

La lingua si dispiega in maniera flessibile ed irruente ad esprimere con urgenza le sue immagini. Ecco allora il desiderio esprimersi vigorosamente: Vorrei una tromba potente come il vento / per suonare al mondo / lo splendido luogo comune: / «Bella giornata, oggi!» (I would have a trumpet out to the world / The spendid commonplaec: «Nice dat today!», [In this hotel]). E nell’ordinario splendore si distinguono persone, oggetti, sentimenti e altro ancora: il sole che fra le due tende abbassate entra nella mia stanza con l’allegra furia / di un pugnale vittorioso brandito da un avventuroso fanciullo (enters my room with the glad fury / Of a victorious dagger wielded by an adventurous child, [Drôlatique-sérieux]). Un modello di questi poeti che colgono lo splendore rude dell’ordinario è certamente Walt Whitman a cui è dedicata una poesia: Mezzogiorno sulla montagna! – / E tutti i picchi sono facce rudi, potenti d’amore per il sole / Tutte le ombre / sussurrano del sole (Noon on the mountain! – / And all the crags are husky faces powerful with love for the sun; / All the shadows / Whisper of the sun, [Walt Whitman]). In America, scriverà Carnevali, «la poesia che non segua la grande strada di Walt Whitman […] è destinata ad una vita breve»[12].

Alla ricera di «visioni di salvezza»

All’ispirazione turbinosa e senza requie si affianca la malattia che lo porterà a tornare in Italia per un lungo ricovero, durante il quale scrive The First God, il suo romanzo autobiografico, che viene pubblicato in una prima edizione parziale nel 1932. L’Italia – egli scrive – riceve benigna / questo rottame – il mio corpo malato, / e questa fioca luce di candela – la mia anima (Italy that receives with benignity / This shipwreck – my sick body, – And this feeble candle-light – my soul, [The return]).

Carnevali si percepisce alla deriva e in maniera coscientemente impietosa descrive una lenta discesa agli inferi che lo muta in «una nube nera, pronta a trasformarsi in una fioritura di tuoni e di lampi, sempre sospesa, sempre incombente» (PD, 85). Tutto, anche il piacere, sembra essere assorbito da un maledettismo non di maniera, ma vissuto, reale, ruvido, capace di generare una miscela di forti emozioni e altrettanto vertiginosi sbandamenti.

In questa discesa agli inferi appare fondamentale la posizione religiosa di Carnevali. Dio è spesso nominato, ma sempre per essere negato. Egli, addirittura, protesta: «Non ho mai creduto in Dio, nemmeno da bambino, e quando pronuncio la parola “Dio”, si tratta solamente di un simbolo sentimentale. In un modo o nell’altro Dio non ha trovato posto nel mio spirito» (PD, 85; cfr anche 112). Emerge dalle pagine del poeta un palese disprezzo irritato e risentito per la religione, fino al grottesco. Si sarebbe tentati di dire che c’è tanta «devozione» nel nominare Dio, ma in funzione di una sua radicale cancellazione.

Confessa Carnevali: «Cristo non ha mai cessato di essere immenso, per me, e penso che il Vangelo sia il libro più bello che sia mai stato scritto; tutto l’armamentario della divinità non ha fatto altro che danneggiare quell’uomo splendente che fu Cristo. La religione ha sempre torto, Cristo ha sempre ragione […]» (PD, 84). Il Cristo di Carnevali dunque è un uomo, romanticamente inteso come essere grandioso, persino «alla Oscar Wilde», inteso come poeta, ma pur sempre uomo e solo uomo, fuori da ogni prospettiva religiosa trascendente.

Ereditando la lezione di Withman, in realtà Carnevali non abolisce affatto la religiosità, ma semplicemente la trasferisce nel campo dello sforzo umano. Nel quadro di un umanitarismo religioso è l’uomo stesso a farsi dio: Divino io sono dentro e fuori, e rendo santo tutto quello che tocco o che mi tocca. / […] Questa testa vale più delle chiese o delle bibbie o delle fedi, scriveva Whitman nel suo Canto di me stesso. Ecco l’esito di questa fiducia nell’umano: il poeta è il vero figlio di Dio, per cui egli può e anzi deve presentarsi con tratti messianici. Carnevali esprime pensieri simili, ma in una forma decisamente più allucinata, iniziatica e, come lo stesso poeta ammetterà, folle, malata di una «malattia enorme, primordiale» che avanzava in lui «con un remoto e graduale crescendo di suoni e di potenza» (PD, 135).

Ecco come si esprime: «Ora credevo fermamente di essere l’Unico Dio. Ma nessun dio fu mai più umile di me, nessun dio face mai sbagli peggiori, nessun dio fu mai così brutto come me. Nessun Dio mi aveva mai soddisfatto come questo dio improvvisamente concepito, e nessun dio mai scaturì tanto spontaneamente alla vita, e nessun dio desiderò mai con tanta passione i colori del mondo. […] Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio» (PD, 129).

Per questo Carnevali afferma di credere «in tutte le distorte e strane e disperate tracce di divinità che i giovani, al loro passare, lasciano nel mondo» (PD, 374) e, per lo stesso motivo, afferma la sua passione per un poeta come Arthur Rimbaud, un vero «terremoto» (PD, 385), da Carnevali definito come «l’Avvento della Giovinezza» (PD, 370), cioè esattamente con la stessa espressione che egli utilizzò per definire la città di New York (PD, 71). La passione per Rimbaud giunge persino a trasformarsi in un’invocazione orante: Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre. / Fa’ ch’io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio. / Fa’ ch’io accetti la visione fino in fondo – fino, anche, alla follia. / Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo. / Fa’ ch’io accetti «l’atroce morte dei fedeli e degli amanti» (PD, 375).

In particolare, Carnevali avverte come propria una dimensione messianico-salvifica: «forse avrei potuto salvare questo mondo schifoso» (PD, 90). Da cosa? Dai desideri inutili, dal pensiero che l’amore sia un fatto secondario, dal sentimentalismo, dal bigottismo, dall’«essere troppo difficile perché possa essere capito, dall’esser troppo scomodo per viverci o per morirci. Salvare il mondo dall’essere senza fiori, dall’essere troppo pietoso» (PD, 90 s.). L’elenco potrebbe continuare, ma la sostanza è semplice da cogliere: Carnevali vive una ribellione esplosiva che cerca disperatamente e titanicamente traiettorie di fuga, di realizzazione, di salvezza dalla morte che, a suo giudizio, è la vita che vive ordinariamente la gente: «della letteratura si può parlare come qualcosa di diverso dalla vita solo quando essa è più vita della vita stessa, e tale è sempre, se chiamate vita la morte che il volgo vive» (PD, 365).

La poesia è il luogo in cui si concentrano e si esprimono queste tensioni a volte fino al parossismo: il vero poeta è diverso dall’uomo perché «è più uomo della solita bestia» (ivi). Tutti gli altri sono rigettati quali «poeti delle vecchie forme, poeti passati» (PD, 362).

Carnevali è alla ricerca spasmodica di visioni di salvezza (visions of salvation, [Afternoon]), ma senza riuscire a sfondare realmente il cerchio di un radicale riferimento a se stesso, alle proprie esigenze e alle proprie risorse: «Io ero il centro della terra; l’intero universo ruotava intorno a me» (PD, 133). Si tratta di uno slancio forte che proviene da un uomo che percepisce se stesso come «una cosa che corre» (PD, 368). E tuttavia il poeta che esprime questo dinamismo è destinato a ripiegarsi su se stesso, a starsene come una noce nel guscio, / senza né felicità né infelicità (as a nut in its shell, / without either happiness or unhappiness, [Sketch of Self]), però nella contemplazione di un fallimento inevitabile: la testa che ha l’intenzione / di volare in cielo (It has the intention / of flying up to the sky, [Queer Things]), ormai purtroppo questo cielo non lo tocca più e, anzi, non batte più contro le stelle (no longer beats the stars, [The Return IV]).

Dietro ogni sua poesia, Carnevali stesso ammette, «appare il disegno di un progetto più ampio, evasivo e, forse, irraggiungibile»[13]. Ecco dunque l’amara constatazione: Ora io sono soltanto / frammenti (Now I am merely / fragments, [Shorties III]). Dalla spinta di un ottimismo aggressivo all’abbandono in una «terra desolata» di eliotiana memoria il passaggio per lui fu troppo breve e ustionante: Notte, io brucio / come un pezzo di carta / dentro il tuo cuore (Night, I burn / like a piece of paper / within your heart, [Night]). Le parole che un tempo erano fiori, diventano microbi (Dead Books and their Authors).

La malattia, metaforica ma anche reale, diviene simbolo efficace della incapacità di vivere, per niente compiaciuta, dell’artista, che si riconosce ridotto in frantumi (cfr PD, 145)[14]. Scrive, gelido, nel 1931: Ho imparato a non temere la morte, / io che muoio una volta al giorno. / Ho imparato a farmi beffe della vita, / io che vivo così poco./ Ho imparato a non provare amore – / il mio cuore di legno mi ha aiutato (Shorties VI). Anche la sua mancanza di fede lo fa soffrire. Scrive infatti nel luglio del ’34 a Carlo Linati: «Soffro molto e siccome non credo in Dio mi manca anche il conforto che  non lo nego – la religione mi potrebbe forse dare… Siamo esseri troppo piccini per avere una religione – uno sguardo la cielo ci fa pensare che siamo cenere e peggio». Si tratta di quel conforto che invece egli riconosce aver avuto Papini con la sua conversione a Cristo[15]. L’unica consolazione sono le immagini della campagna italiana che suggeriscono una religiosità orante, almeno per un istante riconciliata: Dalla carne delle montagne vengono / quei fiori di ciliegio, gli alberi che alzano / le loro braccia fiorite in una dolce preghiera (From the flesh of the mountains those cherry-tree blossoms,/ the trees lifting their flore-clad arms in a pretty prayer [The mountains]).

«Il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita».

I testi di Carnevali esprimono la consapevolezza che i commonplaces, i «luoghi comuni» della vita, della propria storia, per quanto essa sia piccola e irrisolta, possono contenere un sogno, un ideale, visioni di salvezza. Su questo si basa la fiducia nell’espressione artistica. Carnevali è efficace nell’indicare la necessità di una via d’uscita ma non nell’indicare quale essa sia, quale sia quella percorribile. Dopo aver chiuso le sue pagine si ha infatti l’impressione di un’ardente ma radicale incompiutezza: il sogno è appena sfiorato, il talento rimane una promessa, il coraggio senza obiettivo sicuro.

Carnevali resta un artista dalle attese incompiute, dal grido smorzato, dal destino interrotto, dalla salvezza impossibile. Che la letteratura alla fine non «salvi», che essa non basti più per rispondere alla domanda «Perché dovrei vivere oggi?»[16], Carnevali lo comprese, vivendo con essa un rapporto sì di amore, ma anche di odio, che lo porta a scrivere del suo diario: «Se egli odia qualcosa, odia (hates) la letteratura, per la sua piccolezza: quello sono io»[17].

Carnevali amava Rimbaud per il suo dérèglement. Ma occorre chiarire che con questo termine non è da intendersi la «sregolatezza», col suo significato etico. È invece uno «sregolamento» tutto teso a superare le «regole» di un’esistenza chiusa tra luoghi comuni senza splendore. Per Carnevali «le strade per il sole sono aperte e presto saranno affollate di poeti che si aspettano un messaggio del sole»[18]. A ragione dunque il poeta Carl Sandburg scrisse: «È della tribù di quelli che camminano nel sole ed anche un viandante nelle ombre scure. Talvolta sembrò gettarsi contro il sole»[19].

Il dérèglement di Carnevali è un movimento di conoscenza, e lo porterà a riconoscersi alla lettera nella esclamazione di Rimbaud: «Voglio la libertà nella salvezza» (PD, 371). L’immagine che ci resta delle sua visionarietà che tende alla salvezza è forse quella, potente e insieme espressione di impotenza, che gli viene in mente guardando un vecchio credente che dice le giaculatorie al Cuore di Gesù:

He is religious like a bug

That contemplates the ocean

And thinks of crossing it

È religioso come un insetto

Che contempla l’oceano

E medita di attraversarlo.


[Una versione abbreviata e senza note di questo articolo è uscita su http://www.bombacarta.com e negli atti della giornata di studi «”Sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca“. Emanuel Carnevali (1897-1942)», Bazzano (BO) 11/10/08].

[1] M. CORTI, «Scoppia il caso dell’italiano Carnevali», in Il Giorno, 24 settembre 1978.

[2] Così lo descrive la sorellastra Maria Pia (cfr E. CARNEVALI, Diario bazzanese e altre pagine, numero monografico della rivista Quaderni della Rocca 4 (1994), 66.

[3] Le citazioni del testo identificate con la sigla PD sono tratte da E. CARNEVALI, Il primo dio, Milano, Adelphi, 19942. Per evitare confusione, occorre ricordare che la raccolta italiana edita da Adelphi e che contiene testi narrativi, poetici e critici, prende il suo titolo dal racconto autobiografico che in esso è contenuto. Nell’articolo, per essere chiari, quando ci riferiremo al romanzo, useremo il titolo inglese originale The First God.

[4] Il rapporto con Pound fu particolarmente intenso, anche se non sempre sereno: l’autore dei Cantos, tra l’altro, nel ’31 gli chiese di farsi traduttore dei suoi versi. Nel 1932 Pound inserì Carnevali in un’antologia dei poeti della sua generazione edita da Giovanni Scheiwiller.

[5] Cfr il nostro «“Nelle vene dell’America”. William Carlos Williams (1883-1963)», in Civ. Catt. 2003 III 221-234.

[6] La vicenda di Carnevali si sviluppa in maniera speculare a quella di un altro poeta italo-americano, Pascal D’Angelo, il quale rimase sempre ai margini dall’ambiente letterario e prese come autori di riferimento e ispirazione non i suoi contemporanei ma i romantici inglesi. Cfr il nostro «Il caso del “poeta spaccapietre”. Pascal D’Angelo (1894-1932)», in Civ. Catt. 2004 I 130-142.

[7] C. LINATI, «Un poeta italiano emigrato», in Nuova Antologia 69 (1934) 59-68. Ricordiamo inoltre che in Francia sia Regis Michaud sia Eugène Jolas, nelle loro antologie della letteratura americana contemporanea, si sono soffermati su Carnevali (cfr R. MICHAUD, Panorama de la littérature américaine, Paris, Kra, 1928; E. JOLAS, Anthologie de la nouvelle poésie américaine, ivi).

[8] Ecco l’elenco delle raccolte di testi dello scrittore apparse in Italia: Il primo dio, cit.; Voglio disturbare l’America. Lettere a Benedetto Croce e Giovanni Papini ed altro, Firenze-Milano, La Casa Usher, 1981; Saggi e recensioni, numero monografico della rivista Quaderni della Rocca 3 (1994); Diario bazzanese e altre pagine, ivi, 4 (1994). In lingua inglese ricordiamo A Hurried Man, Paris, Contect Editions – Three Mountains Press, 1925; «The First God», in Americans Abroad, a cura di P. Neagoe, The Hague, The Service Press, 1932, 73-82 (si tratta di una traduzione parziale che considera solo i primi sei capitoli); Fireflies, Cambridge, Sans Souci, 1970 (in 99 esemplari fuori commercio); The Autobiography of Emanuel Carnevali, a cura di K. BOYLE, New York, Horizon Press, 1967.

[9] E. CLEMENTI, L’ultimo dio, Roma, Fazi, 2004.

[10] Il Comune di Bazzano (Bo), dove Carnevali risiedette dal 1922 al 1937, nel 1995 ha intitolato a Carnevali la sua Biblioteca. Il collaborazione con la Sopraintendenza per i Beni Librari della Regione Emilia-Romagna, esso ha di recente istituito il «Fondo Emanuel Carnevali» per raccogliere, conservare e catalogare il materiale librario e documentario disponibile sullo scrittore.

[11] Il volume risponde, tra l’altro, a un tentativo di resa mitica dell’io provato da tutta una generazione di scrittori: da Papini col suo Un uomo finito, che molto influenzò Carnevali, a Il mio Carso di Scipio Slataper, dal Lemmonio Boreo di Ardengo Soffici al Ragazzo di Pietro Jahier.

[12] E. CARNEVALI, Saggi e recensioni, numero monografico della rivista Quaderni della Rocca 3 (1994), 45.

[13] E. CARNEVALI, Saggi e recensioni, cit., 45.

[14] Cfr F. DI BIAGI, «Emanuel Carnevali: un “American Poet”», in J.-J. MARCHAND (ed.), La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1991, 423-436.

[15] Cfr E. CARNEVALI, Saggi e recensioni, cit., 61.

[16] E. CARNEVALI, Diario bazzanese, cit., 39.

[17] Ivi, 33. L’annotazione è del 25 luglio 1928.

[18] «Sketches», in E. CARNEVALI, Diario bazzanese, cit., 47.

[19] Cit. in E. CARNEVALI, A Hurried Man, Paris, Contect Editions – Three Mountains Press, 1925, 7.

***

Antonio Spadaro. Nato nel 1966 a Messina e gesuita dal 1988. È laureato in Filosofia presso l’Università di Messina e diplomato in Comunicazioni Sociali. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma), dove insegna “Introduzione all’esperienza della letteratura”. Dal 1998 fa parte della redazione de La Civiltà Cattolica . E’ collaboratore di altre riviste.
È autore di vari volumi, tra i quali: Tracce profonde. Il viaggio tra il reale e l’immaginario , Roma 1993; Lo sguardo presente. Una lettura teologica di «Breve film sull’amore» di K. Kieslowski , Rimini 1999; «Laboratorio Under 25». Tondelli e la nuova narrativa italiana , Reggio Emilia 2000;Carver. Un’acuta sensazione d’attesa , Padova 2001; A che cosa «serve» la letteratura? , Leumann (To)-Roma 2002; Lontano dentro se stessi. L’attesa di salvezza in Pier Vittorio Tondelli , Milano 2002; Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di internet , Bologna 2006; La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia , Milano 2006; Nella melodia della terra. La poesia di Karol Wojtyla , Milano 2007; Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura, Milano 2008; L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura II, Milano 2009; Alla ricerca del lupo. Genio, tensioni, vanità, Bologna, Pardes, 2009; Web 2.0 Reti di relazione, Milano, Paoline, 2010; Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea, Milano, Vita & Pensiero, 2010. Ha curato l’edizione italiana di opere di Gerard Manley Hopkins, Walt Whitman, François Varillon e Rowan Williams.

3 thoughts on “Emanuel Carnevali. L’incompiuta ricerca di «visioni di salvezza»

  1. Questo è un grande.
    la sua piccola passione accesa su tutto, mi piaceva moltissimo…
    Devo questa scoperta ad Antonio Moresco che me ne parlò mangiando una pizza in una calda Milano estiva…

  2. Confermo Tiziano. Un grande. E belle queste parole di Spadaro.
    Io la scoperta di Carnevali la devo invece a “Lungo i bordi”, album del 1995 dei Massimo Volume con l’omonima canzone “Il primo Dio” in apertura. Bei momenti.
    Simone Battig

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