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Touching from a distance: Ian Curtis e Boris Ryzhy

di Luca Ormelli

Ian Curtis (1956-1980): Ian Curtis nasce nel 1956 a Stretford nel Lancashire (Manchester). La sua fama e notorietà, tali da rendere esornativo ripercorrerne la biografia, è dovuta alla sua militanza in qualità di frontman e liricista del gruppo rock dei Joy Division.

Boris Ryzhy (1974-2001): Boris Ryzhy nasce nel 1974 a Čeljabinsk-40 nella famiglia di uno scienziato. Nel 1998 si laurea in geofisica e geoecologia presso l’Accademia mineraria degli Urali e nel 2000 si specializza in geofisica presso la sezione degli Urali dell’Accademia russa delle scienze. Lavora in spedizioni geologiche negli Urali del Nord.

Premessa: non suoni blasfemo (dal greco BLASPHEMIA: discorso oltraggioso, vituperio secondo quanto riporta il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani) l’ardire di comparare chi a pieno titolo poeta è stato «laureato» (Boris Ryzhy attenendomi alla grafia corrente più acclamata ovvero e più correttamente Ryžyj) ed onorato (gli venne riconosciuta menzione, lui vivente, da parte della giuria del premio Anti-Booker di Mosca e successivamente venne invitato all’annuale Festival della Poesia di Rotterdam) e chi, come Curtis, in qualità di rockstar assurge allo status di poeta solo agli occhi febbricitanti ed idolatranti dei propri fans.
A tutta evidenza, oltre il suicidio, ben poco li accomuna. Non foss’altro che i versi di Ryzhy nascono come versi, sono poesia laddove i testi di Curtis pur avendo caratura poetica s’insinuano su quella linea d’ombra che a fatica e stento informa di sé versi scaturiti per voce e ossa. Ma poiché ogni poesia, quando autentica è mossa dalla/alla declamazione, alla oralità, mi propongo di enucleare alcuni ambiti  in cui l’ispirazione di entrambi sembra prodigiosamente accomunarli e farli «consonare».

Lo scenario in cui i testi in analisi scorrono è eminentemente uno scenario metropolitano, industriale, disumanizzante ed assai proclive a quell’alienazione che mi sembra costituire il prodromico  punto di incontro filosofico-concettuale tra i due; si veda, a titolo esemplificativo quanto Ryzhy scolpisce:

“Mi avvicino di più allo specchio/e copro di me tutta la tristezza,/Ma nello stesso istante/alle mie spalle echeggia il vento” (Strofino lo specchio con la mano, vv. 13-16 – in assenza di titolo riporto, come costuma, il verso d’apertura della poesia. Per la biografia e le traduzioni delle poesie di Boris Ryzhy mi sono avvalso dell’antologia La nuovissima poesia russa, a cura di Mauro Martini, Einaudi, 2005. Tuttora, infatti, il lettore italiano non dispone di un’opera monografica dedicata al poeta di Ekaterinburg i cui testi sono apparsi e continuano ad apparire in forma avventizia, su periodici e riviste, anche e soprattutto online)

laddove Curtis intona:

“E al riparo da questi giorni/siamo rimasti proprio soli./Restando nel medesimo luogo,/restando fuori del tempo./In contatto da lontano,/sempre più distanti” (Transmission, vv. 12-17 – per Ian Curtis sono ricorso al corredo testuale contenuto in coda alla biografia dello stesso scritta dalla vedova, Deborah Curtis e pubblicata in Italia come: Così vicino, così lontano, Giunti, 1996. Ho apportato poche, significative modifiche alla traduzione riportata da Alberto Campo).

Alienare, da ALIENUS: appartenente ad altri, che non è dei nostri sempre stante il Pianigiani. E dunque alienazione reca indissolubilmente solitudine dell’Io e quella necessità di rifrazione che nel confronto con l’Altro-da-Sé ingenera così di frequente disorientamento e dissociazione quando non, nella sua forma più degenerata, nevrosi e schizofrenia:

“Vivo a malapena, a malapena respiro,/non conservo quello che scrivo,/accendo Bach tutto il giorno,/alle finestre volano le foglie/appena appena/e di fronte alla morte non c’è paura” (Serge sognava di emigrare, vv. 7-12) intona Ryzhy.

Si ascolti ora quanto lamenta Curtis:

“L’esistenza dunque che importanza ha?/Io esisto meglio che posso./Il passato fa ora parte del mio futuro,/il presente è inafferrabile” (Heart and soul, vv. 24-27).

Ed è un lamento questo che origina dal sentimento di inadeguatezza, di intempestività, di improprietà esistenziale, di quella lacerazione che in entrambi i poeti si colora del tenue abbraccio della famiglia e degli affetti, una morbida tenaglia che però impedisce il respiro:

“Da cinque anni ormai non sogni più/che scopi, ti svegli per la noia, vai verso/il gabinetto e – allo scopo di farti/la barba – infili il tuo proprio ritratto/nello specchio e indietreggi:/e questo chi sarebbe, chi è?/Magro, con la barba lunga. Sei tu!/Lo specchio di fronte, un labbro rotto,/i nervi a pezzi, ma sempre il bello,/l’altero e allegro Boris B. Ryžhj,/che cosa priva di gusto sarebbe, ora/tagliarsi le vene con un innocuo rasoio” (Poesia bestemmia, vv. 13-24)

mentre Curtis:

“Non riesco a capire la ragione/di tutti questi confronti,/non riesco a capire la ragione/di tutti questi intralci,/nessuna vita di famiglia, ciò mi fa/sentire a disagio,/da solo in questa colonia” (Colony, vv. 17-23).

Nessuna aria potrà mai dare abbastanza ossigeno a colui che si sente estraneo, un pesce fuor d’acqua e tanto più grave sarà «l’atmosfera» [Atmosphere, vv. 1-4 e vv. 10-13 – “Cammina in silenzio,/non andartene in silenzio/bada al pericolo,/sempre pericolo,/(…)/la tua confusione,/la mia illusione,/indossata come una maschera/di odio di sé] di quelle città-Madri così ingombranti che se hanno dato la vita allo stesso modo ne chiedono il conto, si attendono un sacrificio cerimoniale (“Di nuovo poi la solita storia,/e il mondo gira, oh con che velocità,/anzitutto gira e questa volta pende/in un altro verso” – Ceremony, vv. 8-11):

“Il granito si ricopre di ghiaccio/e il freddo imperversa sulla terra, -/voglio lasciare per sempre questa città/ricoperta di memoria. (…) Sono nato – ancora non riesco a crederci -/in un labirinto di cortili e fabbriche/in quel paese mite che da mille anni/si divide in sbirri e criminali” (Il granito si ricopre di ghiaccio, vv. 1-4 e vv. 25-28)

ovvero:

“Rimasto come un’ombra offuscata/vagherò qui ancora un po’, ricorderò tutto,/la luce accecante, il buio infernale,/io stesso fra cinque minuti sparirò” (Portami lungo viali vuoti, vv. 9-12)

laddove Curtis:

Lungo le strade buie, le case sembravano/identiche,/ancora più buio adesso,/le facce sembrano identiche,/e ho girovagato e vagato./Mi manca lo stomaco, sono a pezzi,/inchiodatemi a un treno” (Interzone, vv. 32-38 – corsivo dello stesso Curtis).

Ancora Curtis «incide»:

“Quando osservi la vita,/dentro una strana stanza nuova,/forse in procinto di annegare,/è questo l’inizio di tutto?/Accendi la TV,/riduci le pulsazioni,/allontanati da tutto,/sta diventando insopportabile.//Quando osservi la vita,/decifrando cicatrici,/ma chi ha ingannato chi,/seduti immobili nelle loro auto,/le luci sembrano splendenti,/quando raggiungi l’uscita,/il tempo per un ultimo giro,/prima che tutto finisca” (Exercise One, vv. 1-16).

E’ l’Estraneo, lo Straniero a se stesso che, solo, ha il diritto e l’incombenza dello sguardo oggettivante, una incombenza cui il fragile mortale incorre a rischio di crollo, di spezzarsi, come lo specchio così sovente evocato. Frequenti sono le «immagini», gli auto-scatti che tanto somigliano a tentativi di anatomia a cuore aperto.

Il dono dell’oggettività comporta una ferale oblazione ai piedi degli dèi del Giorno: la perdita, lo smarrimento, l’errare senza fine;  meglio, fino alla fine:

“La vita, scarmigliata come una puttana/appare da una nebbia/e vede il letto, il comodino…/Io cerco di sollevarmi un po’,/voglio guardarla negli occhi./Guardarla, mettermi a piangere,/e non morire mai” (Una nave smaltata, vv. 10-16).

Scriveva Jacques Chessex ne Il primo odore, (Gaffi, 2005, pag. 82) romanzo sulfureo quant’altri mai:

“Di tutti i suicidi possibili l’impiccagione è il più triste perché rivela un disprezzo di sé peggiore di qualsiasi altra morte. La pallottola nella tempia uccide un infrequentabile avversario. Ripara un torto. Nobilita il morto. Il fuoco lo santifica. L’acqua gli dà un nuovo battesimo. Ma ci si impicca perché ci si disprezza, vecchio straccio, oggetto di rifiuto”.

Il cadavere di Ian Curtis venne rinvenuto il 18 maggio 1980 appeso ad una rastrelliera della cucina. Lasciava, a soli 23 anni, una figlia, Natalie (nata nel 1979), ed una moglie, Deborah.

“Ma se riusciste a vedere la bellezza,/queste cose che non potrei/mai descrivere,/piaceri questi, una capricciosa distrazione,/ecco la mia sola propizia ricompensa.”

Il cadavere di Boris Ryzhy venne rinvenuto il 7 maggio 2001. Il poeta si era impiccato ricorrendo alla maniglia di una porta intorno alla quale aveva fatto scorrere la corda. Lasciava, a soli 26 anni, un figlio, Artjom (nato nel 1994) ed una moglie, Irina.

“La bruttezza è bellezza che non/può contenersi all’interno dell’anima.”

Post Scriptum:

Magnifiche, toccanti ed amorevoli le pellicole che sono state dedicate:

a Ian Curtis – CONTROL (2007) di Anton Corbijn;
a Boris Ryzhy – BORIS RYZHY (2008) di Aliona van der Horst.

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8 thoughts on “Touching from a distance: Ian Curtis e Boris Ryzhy

  1. Premettendo che non sono un fan né di Ian curtis né dei Joy Division, ma che la loro storia mi interessa molto, storia alla quale ho dedicato un saggio scritto negli ultimi 5 mesi, e premettendo altresi di non conoscere l’opera di Boris Ryzhy, da quello che scrivi l’accostamento mi sembra abbastanza azzardato, e poeticamente anche poco coincidente.Pur sapendo quali danni o miracoli possono fare le traduzioni, le poesie del russo sembrano molto più dei testi di canzoni che non quelli di Ian Curtis, che bisogna sottolineare sono tradotti nel libro dal quali li hai presi, molto spesso, con una letterarietà che sfiora la non curanza. Ma detto ciò al di là della qualità poetica di Ian Curtis e della sua altrettanto ovvia dimensione di affetto di disturbi mentali,quello che mi sembra differire profondamente tra i due, è che le liriche di Ian curtis e la musica dei Joy Division, hanno un forte valore epocale essendo un tassello fondamentale – per le innumerevoli e non qui elencambili implicazioni di carattere storico, sociale e “filosofico” oltre che musicale – riguardo ad un periodo di passaggio epocale per la storia dell’ occidente e del mondo, ovvero quello che ha diviso la modernità dalla post modernità, cosa che da quello che illustri non mi sembra appartenere, al di là dei riconoscimenti al russo. Inoltre se è vero che le modalità di sucidio ci dicono molto sull’immagine che il suicida aveva di se stesso e del rapporto che lo legava al proprio corpo, credo che pochi suicidi tra quelli convenzionali eguaglino in violenza un suicido perpetrato con un colpo di arma da fuoco in testa.

    • Come prevedibile: che menzionare una icona dello stardom discografico persino in un contesto fortemente caratterizzato dalla “impopolarità” dei contenuti come Samgha avrebbe fatalmente aizzato una ridda di critiche era il meno che mi attendessi. Gradirei però che il mio contributo venisse preso per quel che è: uno spunto, un accostamento di mondi e personalità difficilmente accostabili, vuoi perché per i liricisti dell’universo rock troppo di frequente si ricorre all’investitura di poeti (una investitura che, va precisato, proviene spesso da sedicenti critici compiacenti verso la loro adolescenza e da certo giornalismo di settore a dir poco “pigro” e disattento lettore del valore “effettivo” dei testi in analisi) vuoi perché tra le righe e con interlinea 1 ho specificato che il mio pezzo voleva essere niente più che un tentativo di far “consonare” ciò che per principio è disarmonico e cioè il mondo della cultura cosidetta “alta” con il pianeta della cultura pop(olare) e non nel senso in cui la intendevano gli Area. Detto questo io di Curtis e della Divisione Gioia sono e resto un innamorato. Quanto all’epocalità di essi, intesa come la intendi tu Anselmo va da sé che Ryzhy (e con lui altri poeti russi contemporanei presenti nella antologia da me citata) rappresenta al meglio quel trapasso dalla monodimensionalità dell’uomo sovietico al naufragio/esilio cui va soggetta la persona sensibile nella Russia contemporanea e post(?)putiniana ovvero quel che in Occidente è avvenuto a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 più che tra i ’70 e gli ’80 come tu suggerisci (non si dà postmodernità pre-internet massiva) che per l’ex Urss con il necessario differimento cronotopico ha avuto luogo una decina d’anni dopo. Ringrazio sentitamente Luca Ragagnin per la preziosa puntualizzazione e segnalazione riguardo Ryzhy. L.O.

      • Carissimo Luca vedo che hai compreso tutto quello che ho scritto senza alcuna prevenzione di sorta. Sono capitato su questo sito per indicazione di un amico. So che non dovevo farlo, ne tanto meno scriverci. buona caccia!

  2. Approfitto di questo bell’intervento per segnalare che una scelta di poesie di Boris Ryžij è presente nel volume “Poeti russi oggi” a cura di Annelisa Alleva, pubblicato da Scheiwiller nel 2008. Si tratta di 14 poesie prefate dalla curatrice. Inoltre, nella sezione finale del volume, intitolata “Materiali e Poetiche”, viene riportata la relazione di Annelisa Alleva, letta in occasione del convegno “Boris Ryžij – Tutto l’oro delle betulle”, tenutosi presso il dipartimento di Letterature Slave dell’Università di Amsterdam nel gennaio 2008 (qui alle pagine 559-576).

  3. Your own post, Black Out Shades “Touching from a distance: Ian Curtis e Boris Ryzhy |” was indeed very well
    worth commenting down here in the comment
    section! Just wished to announce you actually did a very good work.
    Thanks ,Pete

  4. Complimenti: li accumulava lo stesso male di vivere, lo stesso senso di inutilità, di vaquità dell’esistenza: la musica può essere solo un modo di dare enfasi e visibilità alle parole.
    Sono due grandi poeti perchè le loro parole toccano il cuore, molto più di vuoti esercizi di stile, perfetti formalmente ma che non trasmettono niente.

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