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Occidente e Oriente come raggi d’una sola stella nel pensiero di Antonin Artaud

di Fabrizio Grasso

La lettura di Messaggi Rivoluzionari[1] di Antonin Artaud è un’esperienza feroce ed il motivo è presto detto. Artaud, come è noto è figura eclettica: poeta, pittore, attore; egli sperimenta ed esperimenta fin dove può la magia dell’arte, perché è arso dal sacro fuoco di quest’ultima. Artaud e per così dire, una fiamma impazzita, perciò il rischio, quando ci s’avvicina troppo a lui, è quello d’esser inceneriti all’istante. Ma ancora così, non abbiamo spiegato il perché di quel “feroce”, infatti l’essere una fiamma pazza, non è sufficiente a giustificare la feròcia di cui sopra. Ancora un po’ di pazienza. Artaud, attraverso il suo scritto, si rivela, per esser qualcosa di più che un’artista stricto sensu, certo come da titolo, potremmo senz’ombra di dubbio, definirlo anche un “rivoluzionario”, però, anche così, quel feroce accostato alla figura del rivoluzionario, sarebbe un attributo inadeguato e di nessun valore. Qual è  quindi, la ragione vera, per definire “feroce”, l’esperienza della lettura di questo testo?  La prima ragione che offro, è che lo scritto, non è solamente una riflessione intellettuale; esso è soprattutto la rivolta d’una coscienza e come tale possiede un grado di virulenza ferina. La seconda ragione, è invece per così dire stilistica, infatti il testo è una collettanea (messaggi per l’appunto), ed è semplice leggere in questo apparente disordine, un tratto d’indomabilità intellettuale, perciò la ferocia in questo caso è l’evidente espressione di tale indomabilità.

C’è infine un ulteriore ragione, per dire che questa lettura è “feroce”, essa abita nella sottotraccia d’un pensiero, che come un filo d’Arianna quasi invisibile, scorre tra le pagine dell’opera e manifesta una tensione (che potremmo definire primitiva, ancestrale, atavica), tensione che muove Artaud alla ricerca d’unità, che è anche l’Unità e che sembra essere stata smarrita, poco alla volta dagli uomini, nel corso della storia del mondo.

Certo l’uomo moderno è pieno rappresentante e cittadino di questo universo (che però non ha più una direzione) che ha perso i punti cardinali e così esso s’è trovato ad essere come un uomo che abita una casa a cui manca il tetto, ma di questo, egli sembra come non accorgersene affatto e quindi nemmeno curarsene. Ecco, che Artaud, s’accorge proprio di questo, s’accorge di questa mancanza e comprende il valore di questo smarrimento, per questo motivo offre la vita (fino al sacrificio mentale, che è quasi specchio d’un moderno martirio spirituale; ma forse questa è cosa da lasciare definire ai teologi e agli psichiatri!), la sua propria vita, a questo compito difficile e perciò  stesso coraggioso.

***

Ciò fin qui detto, è però solo una suggestione, pertanto è doveroso, tentare di ricercare le prove di questa interpretazione di Artaud, nell’opera già menzionata e poi non resta che al lettore, di giudicare quel che s’è cercato di documentare in modo ragionato (e forse poetico!). Poiché l’esempio di Artaud è di fronte a noi, a dire che Ragione e Poesia ed Occidente e Oriente, sono certo lingue differenti, ma pur sempre, raggi d’un’unica stella. Per ragioni di misura, abbiamo scelto tre scritti, contenuti in Messaggi Rivoluzionari che in modo assai pregevole, raccontano il pensiero di Artaud ed evidenziano quel tratto che abbiamo voluto definire “feroce”. Gli scritti sono: Surrealismo e Rivoluzione; Il teatro francese cerca un mito; Il rito dei re dell’Atlantide. In Surrealismo e Rivoluzione, conferenza pronunciata nel febbraio del 1936 all’Università nazionale autonoma di Città del Messico, s’è letto giustamente e palesemente, la presa di distanza di Artaud nei confronti del surrealismo:

Ma, ditevi, quello spirito è passato; esso appartiene al 1926 e se reagite, reagite soltanto nel 1926[2].

Artaud non potrebbe essere più categorico. Pone subito sul chi va là i suoi ascoltatori e coniuga al passato il movimento surrealista, esso è perciò un qualcosa di già morto, le parole del marsigliese suonano lapidarie; un epitaffio e la convinzione che il surrealismo sia postumo di se stesso. La ragione di questo abbandono del surrealismo, è provocata dall’abbraccio di questo al marxismo. Abbraccio che per Artaud è certamente troppo stretto. Inoltre (è corre sottolineare il valore profetico), egli sembra possedere una comprensione del marxismo, tale da porlo in vantaggio di molti anni, rispetto ai «convinti compagni e compagni convinti» che in Francia lo attorniano. Perciò, dopo aver letto l’ultimo manifesto del surrealismo[3] scrive:

Possiamo vedere da questo manifesto che, contro l’ultimo orientamento stalinista, il Surrealismo mantiene gli obiettivi essenziali del marxismo, cioè tutti i punti virulenti attraverso i quali il marxismo colpisce l’uomo e vuole penetrarlo nei suoi segreti; e dobbiamo riconoscere da questa violenza ostinata la vecchia maniera surrealista, che non può che vivere esasperata[4].

E più avanti, Artaud, segnalerà punto su punto, le colpe di questa relazione tra marxismo e surrealismo, così di Marx potrà tranquillamente dire «ha tratto, insomma, una metafisica da un fatto, ma non si è elevato fino a una metafisica della Natura[5] […]». La questione è che per Artaud, il surrealismo era stato “una critica dei fatti, e del movimento della ragione nei fatti”, adesso con l’abbraccio alla dottrina marxista esso di colpo s’abbassava (o inabissava?) e contemporaneamente tradiva la sua propria Natura. A giocar con le parole, si potrebbe affermare che la coscienza di Artaud, si ribella alla coscienza di classe. Ma in nome di cosa avviene questa ribellione? Artaud sembra confessarlo, quando afferma perentorio che «tra il reale e me, ci sono io, e la mia deformazione personale dei fantasmi della realtà[6]». Ora è evidente la carica d’un simile pensiero, il surrealismo di marca marxista, si profila incapace di contenere la personalità speciale di Artaud e con lui il tipo di uomo che egli sente di rappresentare. Egli infatti, come la gioventù francese di cui sente di tradurre le aspirazioni afferma di amare l’Uomo, ma nella sua interezza, proprio per salvarla dall’Uomo. Quasi come, se egli avesse sentito nell’aria, la possibilità prossima per l’uomo di fabbricare armi dal potere distruttivo totale e avesse tentato d’ammonire l’uomo; poiché esso è l’unico ad avere il potere dell’autodistruzione. Perciò per Artaud è fondamentale comprendere come fare a risanare la ferita che l’epoca ha aperto tra materia e spirito e spirito e materia. Così, nulla di strano, quando parlando del tempo, del suo tempo e degli intellettuali, dice:

C’è un modo di entrare nel tempo, senza vendersi alle potenze del tempo, senza prostituire le proprie forze d’azione alle parole d’ordine di propaganda[7][…].

Ma ancora, dobbiamo scoprire attraverso quali vie, questo può diventare realmente possibile. La via è quella di un Oriente dello spirito ed infatti Artaud in Messico (Messico, che geograficamente appartiene all’Occidente) è semplicemente (si fa per dire!) alla ricerca di questo mondo perduto, ed ha testimoniarlo è lo stesso marsigliese, quando in modo programmatico dice che “la vera cultura aiuta a sondare la vita” ed aggiunge:

Ogni vera cultura poggia sulla razza e sul sangue. Il sangue indio del Messico custodisce un antico segreto di razza e, prima che la razza si perda, io penso che gli si debba chiedere la forza di questo antico segreto. […] La cultura razionalista dell’Europa ha fallito, e io sono venuto sulla terra messicana per cercare le basi di una cultura magica che possa ancora far sgorgare delle forze dal suolo indio[8].

Dovrebbe ora essere evidente, ciò che si diceva all’inizio, lo scritto è più d’una riflessione intellettuale, perché esso, come s’è potuto leggere nelle righe sopra, è una dichiarazione d’intenti da parte di un uomo, che non sopporta di essere ridotto dentro di sé a causa di idoli e ideologie d’un’Europa che sembra essere sullo sfondo e su questo, come allontanarsi sull’acqua a bordo d’una barca funebre. Unico modo per riscattarsi quindi per l’Europa, è riscoprire la magia perduta, che per Artaud è più concreta di quel che si creda.

***

Per dar seguito ai nostri intenti, dobbiamo passare in modo brusco, ad un altro scritto di Artaud, Il teatro francese cerca un mito, in questo breve articolo apparso su El Nacional è possibile leggere dietro un’apparenza polemica e critica, un nucleo di pensiero, che indica con determinazione e forza da quale potenza sia posseduto Artaud. Com’è noto, lo scritto, inizia in modo pungente, criticando il teatro espresso da Copeau, Dullin e Baty, infatti dice il marsigliese, che il teatro francese è “stanco”. C’è poi una divertente descrizione di quello che è e che rischia di rimanere il teatro francese, scrive il nostro:

Il Ménage à trois diventa un ménage a sei, a dodici, a diciotto, a ventiquattro, a trentasei, e ci sono delle pazze corse di multipli di tre che finiscono per arrossire di se stessi; allora arriva un macchinista proletario  che getta tutto questo bel teatro nel secchio[9].

Un teatro insomma che si carica di incubi e che per non soccombere a questi incubi, deve creare un “mito” e che per far questo ha necessariamente bisogno di una lingua. È lo stesso Artaud ad indicare ancora una volta, la via da percorrere, con la celebre immagine di quello che definirà “uomo Proteo”. Ecco cosa dice il francese:

Perché l’errore di un Jacques Copeau è di contare sull’autore per rinnovare il teatro, mentre la resurrezione del teatro deve essere opera di una sorta di “uomo Proteo” che risponda tanto dei geroglifici animati della messinscena che del lavoro dell’attore, le parti parlate del discorso essendo ormai legate al resto per comporre una sola voce, un solo essere, un solo movimento[10](corsivo mio).

Una conclusione che si mantiene nel solco d’un’idea che attraversa i nervi ed il sangue di Artaud e che si manifesterà con ancora maggiore evidenza, nell’ultimo scritto che andremo tra breve ad analizzare. Intanto, rimane, per concludere questo paragrafo, notare che tra lo stile che si piega al divertimento, alla critica e alla polemica, Artaud, inserisce una visione che potremmo già definire “magica”.

***

Prima di concludersi, questo lavoro, deve compiere un ultimo sforzo. Infatti resta da analizzare, Il rito dei re diAtlantide. Nell’edizione italiana di Messaggi Rivoluzionari a cura di Marcello Gallucci, questo scritto è quello che conclude i messaggi, anzi è di più, perché esso è posto in Appendice. Ma è un’appendice necessaria a comprendere tutto il libro, perché è degna corona che conchiude perfettamente il pensiero artaudiano. È raccontata qui l’esperienza vissuta a Norogachic, sempre in Mexico quindi, e subito nelle prime righe è rivelato il motivo d’un titolo così esoterico, la festa che Artaud vede in questo posto “magico” gli appare come la perfetta descrizione fatta da Platone nelle pagine del Crizia. Così combacianti i riti, che Artaud non esita a definire i Tarahumara che s’abbandonano alla magia rituale, «discendenti diretti degli atlantidi». E ancora, in questo posto, dice sempre Artaud, che «la leggenda si trasforma in realtà e che non può esservi realtà al di fuori di questa favola[11]». Perché una simile affermazione? Perché il marsigliese è convinto che questo popolo “primitivo” sappia, conosca, quello che agli Occidentali è oramai praticamente impossibile conoscere; cioè che ad ogni dominazione fisica d’una civiltà, corrisponda una perdita e questo a fargli affermare senza indugio, «che non si pone la questione del progresso dinanzi a ogni tradizione autentica». Perché l’autentica tradizione, rappresenta «il punto avanzato di ogni verità possibile» e perciò unico progresso è conservare «la forma e la forza» di tale tradizione. Per leggere la descrizione del rito di questa tribù del Messico, rimando alla lettura del testo artaudiano, risulta infatti inutile, riportare in questa sede, la descrizione del rito (cosa che oltretutto è fatta certamente meglio dall’autore, di quanto possa esser fatta da me). Quello che a noi importa notare è ciò che annota Artaud, dopo averci dato una lezione di mitologia comparata. Scrive infatti:

Si pensi ciò che si vuole della similitudine che propongo. In ogni caso, poiché Platone non andò mai in Messico e gli Indios Tarahumara non lo videro mai, si deve ammettere che l’idea di questo rito sacro giunse loro dalla stessa fonte favolosa e preistorica (corsivo mio). È questo è quanto ho preteso di suggerire qui[12].

È nell’affermazione di Artaud che ho deciso di evidenziare col corsivo, che bisogna intravedere quell’unità di cui abbiamo detto all’inizio, infatti c’è qui la convinzione che esista una storia del mondo e dell’uomo, tanto antica da perdersi nei secoli. Per Artaud, la modernità, con la sua scienza, che rincorre la specializzazione, ha perso di vista la “magia” della vita, che, lungi dall’esser parte di poco conto nella vita dell’uomo, è invece energia fondamentale per riuscire a compiere appieno la missione d’umanità alla quale tutti gli appartenenti alla specie sono in egual modo chiamati. L’Occidente ha perduto la sua anima e solo volgendo lo sguardo a Oriente, ha la possibilità di recuperarla, poiché ogni inizio si situa a Oriente, ed è squisitamente in questo senso che il Messico viene a rappresentare un Oriente, nella geografia dello spirito.  Per vivere, Occidente ed Oriente devono tornare ad essere raggi di una sola stella ed a guardarsi come tali, altrimenti saranno condannati ad essere simili ad un uomo che manchi sempre di qualcosa, ma non capisca cosa.

***

Fabrizio Grasso nasce il 28 giugno 1984 a Catania. Nella città etnea frequenta il liceo classico presso l’istituto salesiano “San Francesco di Sales”. Dopo il diploma, l’interesse e la passione per la filosofia, lo spingono a trasferirsi a Milano, per iscriversi alla facoltà di filosofia dell’Università “Vita-Salute San Raffaele”, dove ha l’opportunità di seguire i corsi di pensatori eccezionali, tra i più importanti, senza dubbio, quelli di Emanuele Severino, Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, Guido Rossi. Nell’aprile 2008  è correlatore di Giuliano Ferrara, in una conferenza che ha per tema “l’aborto”. Attualmente, collabora stabilmente con il settimanale “I Vespri”, dove si occupa prevalentemente di critica letteraria e saltuariamente con la rivista online “Thefrontpage” di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi. A questo unisce l’attività di relatore in numerosi incontri e dibattiti culturali in Sicilia. Inoltre, ha scritto l’introduzione per il racconto a ventiquattro mani, “L’infernale macchina del desiderio”, Edizioniarianna.


[1] A. Artaud, Messaggi Rivoluzionari, a cura di Marcello Gallucci, Monteleone, Vibo Valentia, 1994.

[2] A. Artaud, Surrealismo e Rivoluzione, in Messaggi Rivoluzionari, cit., p. 55.

[3] Ibidem, pp. 55-56.

[4] Ibidem, p. 57.

[5] Ibidem, pp. 63-64.

[6] Ibidem, p. 63.

[7] Ibidem, pp. 64-65.

[8] Ibidem, pp. 65-66.

[9] A. Artaud, Il teatro francese cerca un mito, in Messaggi Rivoluzionari, cit. p.131.

[10] Ibidem,  p.132.

[11] A. Artaud, Il rito dei re dell’Atlantide, in Messaggi Rivoluzionari, cit. p. 189

[12] Ibidem, p. 193.

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