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La Rivoluzione della Rivelazione di René Daumal: parte 1 – La Rivoluzione è Il Gioco

di Luca Ormelli

E’ un percorso, meglio una via quella su cui Daumal s’incammina che attraverso un fulmineo ed incendiario trentennio o poco più (nasce Egli infatti nel 1908 per morire fatalmente consunto di tisi nel 1944) percorre una vicenda umana oltreché artistica che lo porterà ad abbracciare con bruciante passione l’avanguardia per condursi sempre più lontano, orientato all’Unico, all’«Eterno impersonale» [René Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi, Milano, 2002, p. 16].

In questa prima parte ci concentreremo sulle esperienze (lemma questo assai caro a Daumal) giovanili di Simplisme, il gruppo nato nel 1922 mentre Daumal frequenta il liceo della città di Reims e del Grand Jeu. A questo primo gruppo sono affratellati (concetto quello di “fratellanza” parimenti molto presente nella biografia intellettuale e negli scritti di Daumal, come vedremo) Roger Gilbert-Lecomte (1907-1943), Roger Vailland (1907-1965) e Robert Meyrat (1907-1997). Una confraternita caratterizzata come ogni società segreta per opera dei suoi rituali, delle sue liturgie, delle sue iniziazioni [nell’àmbito del Simplisme e del Grand Jeu Daumal prende il nome di “Nathaniel” ovvero, secondo alcune gnosi, il nome del primo angelo creato da Dio; Lecomte il nome di “Rog-Jarl”, Vailland di “François”, Meyrat (il cui apporto al gruppo si rivelerà più che letterario, di iniziatore, di psicopompo) “La Stryge”] e nata, involontariamente ma innegabilmente, sotto il segno di Padre Ubu:

«Nessun senso va cercato sotto questa parola – Pertanto forse c’è qualche analogia con quello stato infantile che ricerchiamo – uno stato in cui tutto è semplice, facile» [così scrive Daumal in una lettera del giugno 1926, riportata nel volume Correspondance I (1915-1928), Gallimard, Parigi, 1992, p. 116 per la traduzione della quale così come di altre, numerosissime informazioni sono debitore alla monumentale tesi di Marco Enrico Giacomelli elaborata come studio storico-critico dell’opera daumaliana per l’Università di Bologna nel 2007 – il corsivo nel testo è mio essendo il concetto di analogia assiale per l’intera speculazione dell’Autore].

Il Simplisme è un gruppo d’azione secondo la prassi delle avanguardie artistico-letterarie dell’epoca, rivolto (pur nella sua costitutiva dimensione provinciale) allo scandalo della borghesia della Francia della Terza Repubblica e si articola lungo gli anni 1922-1925 cioè fino al momento in cui Vailland e Daumal si trasferiscono a Parigi laddove si accingeranno a frequentare la Normale. Di sorprendente vi è che i fratelli iniziati al Simplisme agiscono ed escogitano secondo stilemi spiccatamente surrealisti pur essendone completamente all’oscuro! Di più: i profeti precursori della costellazione che con Dada prende le mosse dal Cabaret Voltaire di Zurigo sono Jarry e Rimbaud, entrambi a detta di Vailland, sconosciuti ai phrères simpliste:

«La nostra giovinezza fra le due guerre si è svolta sotto il segno di Ubu. Al liceo di Reims, […] pur non avendo mai sentito parlare di Jarry, avevamo posto la nostra rivolta sotto il patronato di un grotesque chiamato Bubu. […] Era Bubu a presiedere alle nostre orge di tetracloruro di carbonio, a tutti i nostri tentativi di giungere al torpore delle larve» [e si presti, vigilmente, l’occhio e la mente all’insistenza con la quale nel “Lavoro su di sé” sia determinante il precetto rimbaldiano del «lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi» come pure l’ossessiva passione per il demonismo dell’incubo, della lamia poetata e nervaliana, una poetica “nictalope” essendo Poe e Nerval altri numi tutelare dei giovani letterati delle Ardenne].

Rimbaud diviene focale a partire dal 1929, anno in cui larga parte del secondo numero della rivista-manifesto Grand Jeu [che Daumal non esita a definire, in una (polemica) Lettera aperta a Breton: «una comunità in certo senso iniziatica» – Aa. Vv., Le Grand Jeu – Scritti di Roger Gilbert-Lecomte e René Daumal, Adelphi, Milano, 2005, p. 260] sarà devotamente sacrificata al profeta di Charleville secondo le seguenti indicazioni programmatiche:

«Non proviamo il desiderio, caro ai critici, di ridurre a proporzioni umane, cioè nane, un essere la cui grandezza è per sé troppo spaventosa» [Aa. Vv., «Le Grand Jeu» – Collection complète (1928-1932), Jean-Michel Place, Parigi, 1977, II, p. 9].

E’ la veggenza, conseguita con solerzia da psiconauti che interessa Daumal e gli altri simpliste. Il poeta, meglio il Poeta, è un medium [«Rimbaud si è dato completamente nel più tragico abbandono di tutto quel che era la sua vita individuale per diventare la voce dello Spirito, il medium, l’arpa di nervi, il nuovo profeta…» afferma Lecomte (Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 41) con veemenza quasi majakovskijana] che raggrumando le illuminazioni avute durante la visione se ne fa carico e portavoce.
Dirà inoltre Lecomte: «Non riconoscerò mai il diritto di scrivere o di dipingere se non a dei veggenti. A uomini cioè perfettamente e coscientemente disperati che hanno avuto la parola d’ordine «Rivelazione-Rivoluzione», uomini che non accettano, preparati contro tutto, e che, quando cercano la via d’uscita, giudiziosamente sanno che non la troveranno entro i limiti dell’umano. Costoro si dovranno sempre considerare dei nostri» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 54]. E ancora: «Il suo (scilicet dello Spirito da cui il Poeta si lascia possedere) messaggio di «Rivelazione-Rivoluzione» vuole una bocca d’uomo» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 40].

Una Rivelazione dunque che necessita di un Poeta-Profeta, di un nevì secondo la Tradizione ebraica (Daumal è affascinato lettore dello Zohar e sarà, successivamente, compagno dell’ebrea Vera Milanova), di un ṛṣi ovvero secondo l’induismo quel cantore che ispirato darà vita alla innodia dei Veda. E, analogamente, sarà proprio quest’ultima la Rivelazione di cui intenderà farsi cantore Daumal archiviata l’esplosività degli esordi in seguito allo studio sempre più intenso e penetrante della cultura indù in virtù della conoscenza dell’opera di Guénon, principalmente de L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta (1925), de Il Re del Mondo e de La crisi del mondo moderno (entrambi questi titoli sono del 1927). “I poteri della Parola” pronunciata da chi è spossessato del proprio Io fenomenico quindi, in un tentativo di liberazione dal dualismo cartesiano o, secondo modi espressivi propri all’induismo di superamento del movimento tripartito ĀtmanMayaBrahman. Ed è in questo solco che Daumal rilegge Spinoza ed ancor più Hegel (si rammenti che all’incirca nel medesimo torno di tempo Alexandre Kojève conduce un leggendario seminario presso la École pratique des hautes études sulla Fenomenologia dello Spirito) quali filosofi che hanno tematizzato la dialettica ed il divenire del Mondo (e pertanto dell’Uomo nel Mondo) quali momenti propedeutici cardinali sulla via (dolorosa, va detto) della conoscenza di sé [come non manca di evidenziare Giacomelli riportando a pagina 187 questo passaggio limpidamente ammonitorio: «E’ assai più importante la negazione dialettica di una dualità, dapprima posta e riconosciuta come contraddittoria, che l’affermazione metafisica dell’Unità. Il non-dualismo può essere chiamato monismo, ma è anche, più profondamente, un pensiero trinitario» – René Daumal, L’Évidence Absurde. Essais et Notes, I (1926-1934), Gallimard, Parigi, 1972, p. 200 – corsivo dell’Autore].

Così si esprimerà Daumal in una lettera a Max-Pol Fouchet del 1942: «Amico mio, c’è una speranza, una porta d’uscita, una soluzione a questa antinomia del suo spirito […] c’è una via di liberazione. Bisogna desiderarla – desiderare desiderarla».

Il primo nome (Nāma in sanscrito) eletto per la nuova rivista fu infatti La Voie (La Via) ma dalla fine del 1927 campeggerà il “definitivo” Le Grand Jeu con riferimento al “Grande Gioco” delle diplomazie russo-britanniche per il controllo e la supremazia sul Medio Oriente e sull’Asia centrale, argomento questo che miscelato con la dinamica maestro-discepolo [sulla quale avrà ad esprimersi proprio Daumal in una lettera del 1928: «Io penso: il maestro, l’allievo; è l’allievo che pensa, il maestro che ne trae profitto, è l’allievo che ha la padronanza, è il maestro che si eleva, è l’allievo che va svelto, è il maestro che è di piombo e si aggrappa alle sue penne interrogatrici…E’ la disgrazia dell’allievo che fa il profitto del maestro, è dall’ignoranza dell’allievo che nasce la scienza del maestro, e l’ignoranza è sofferenza, e la scienza che sarebbe gioia è sofferenza, perché ha per origine e causa la sofferenza dell’allievo, la sofferenza dell’allievo che è quella del maestro e che sarà la gioia di entrambi» –  in René Daumal, Il Monte Analogo, cit., p. 155) di stampo buddista in-forma (Rūpa) il romanzo del 1901 Kim di Kipling. Il movimento avrà però vita breve interrompendosi alla terza uscita; il primo numero data 1928, l’ultimo 1930.

«Le Grand Jeu è un gioco d’azzardo» si legge a pagina 3 del volume antologico e già menzionato pubblicato da Adelphi sotto l’amorevole curatela di Claudio Rugafiori che dell’opera così variegata ed eterogenea di Daumal è stato, insieme a Solmi, il massimo interprete italiano (e per Adelphi, non a caso, supervisore del volume Ubu di Jarry). Poco oltre la Premessa al primo numero esige di «rimettere tutto in questione ad ogni attimo» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 3 – corsivo degli Autori].

Le Grand Jeu collasserà sotto il peso delle divergenze di paradigma tra i due principali esponenti, Lecomte e Daumal, e segnatamente: (come dice Giacomelli che cito, a pagina 41 della sua tesi) «al nodo negazione-rivolta [che] rappresenta una delle componenti di maggior continuità fra Simplisme e Grand Jeu, e anche in questo caso si riscontrano alcune differenze d’espressione sotto il manto delle dichiarazioni d’unità d’intenti. Per quanto concerne Lecomte, ad esempio, emerge uno spiccato accento dadaista e finanche nichilista: “Tutto ciò che ho scritto può servire soltanto a distruggere. La costruzione non l’ho mai, non posso scriverla.”» laddove per Daumal (ancora Giacomelli, poco oltre, corsivo del medesimo): «E’ la rivolta generata dalla rivelazione, che prepara l’abnegazione e annuncia la rivoluzione».

Esplicito al riguardo nella sua abituale e fondativa allusività è Daumal: «Volendo il meglio si nega ciò che è. Noi vogliamo anzitutto un bene mediante il rifiuto di un male. Ma è piuttosto ciò che noi vogliamo che è, che è negazione di ciò che appare. Infinito, assoluto, universale non sembrano. SONO PER NOI IN QUANTO NEGAZIONI del finito, del relativo, dell’individuale che paiono. Formare queste Idee è volerle» [René Daumal, Correspondance II (1929-1932), Gallimard, Parigi, 1993, p. 287 – corsivo e maiuscole dell’Autore]. E ancora: «La coscienza è l’atto stesso di negare. Colui che non nega più, dorme. La coscienza è l’abnegazione» [René Daumal, L’Évidence Absurde. Essais et Notes, I (1926-1934), cit., p. 130].

E proprio sulla necessità della negazione Daumal affiderà al primo numero della rivista il suo testo Libertà senza speranza: «La libertà non è libero arbitrio, ma liberazione; è la negazione dell’autonomia individuale» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 21 – corsivo dell’Autore] laddove la negazione, sola, estrema spalanca la creazione, assoluta, il Ποιείν che rende simili agli dèi. Chiosava Lecomte nella Premessa al primo numero: «Noi non accettiamo perché non capiamo più. Non i diritti né i doveri e le loro pretese necessità vitali. Di fronte a questi cadaveri, presagiamo a poco a poco una nuova etica che si costruirà in queste pagine» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., pp. 3-4]. Si tratta dunque di sovvertimento, e nel sovvertire i valori (secondo l’esempio nicciano) si dà rivolta che scaturendo come atto individuale deve in seguito, necessariamente, coronarsi del movimento sociale (rivoluzione). Evangelicamente, sulla scia di Guénon che ne La crisi del mondo moderno rammenta il seguente versetto di Matteo (18, 7): «Guai al mondo a causa degli scandali! Perché è necessario che avvengano degli scandali» il Grand Jeu propugna quella peculiare forma di rivoluzione che prende il nome, secondo Daumal (ma con accenti camusiani), di abnegazione, di sacrificio, di «distruzione incessante di ogni guscio con cui l’individuo cerca di rivestirsi; quando l’uomo, stanco di questa fatica più dura di quella della rivolta, si assopisce in una facile pace, il guscio diventa spesso, e solo la violenza potrà distruggerlo» [Aa. Vv., Le Grand Jeu, cit., p. 23]. Una distruzione dell’Io che i suoi adepti perseguono con sistematica acribìa ricorrendo sia a sostanze psicotrope quali il tetracloruro di carbonio o l’oppio (secondo l’illustre progenitura ottocentesca, da Baudelaire a De Quincey a Coleridge sino alle esperienze dei contemporanei Benjamin, Artaud e Bataille col suo gruppo Acéphale, Bataille il quale, analogamente a Daumal, bordeggerà la supernova di Breton e del Surrealismo per divergerne a seguito della lettura di Nietzsche e soprattutto di Guénon) sia alle tecniche di ipnosi attraverso la mediazione di colui che diverrà centrale per la successiva ricerca di Daumal, Gurdjieff. Ma tutto quel che comporterà la superfetazione della coscienza personale condurrà gli affiliati all’amplificazione delle divergenze individuali. Colui che tenta l’accesso alle realtà ultime, che le vìola, è destinato alla “caduta”. La rivoluzione non amplifica la coscienza, deve modificarla. Questo è l’errore da cui Daumal prenderà le distanze verso il “continente sconosciuto” dove si trova il Monte Analogo: « [alcune sostanze] possono aumentare la coscienza, ma non possono cambiarla, e […] lo sperimentatore torna al proprio temperamento e alla propria personalità, meno il desiderio, o l’energia per cambiarli» [Kenneth White, Rendez-vous avec René Daumal, in Aa. Vv., René Daumal, L’age d’Homme, Parigi-Losanna, 1993, p. 18 – corsivo dell’Autore]. E poiché la “caduta” ingenera due reazioni: la rassegnazione o l’esortazione alla trasformazione (alchemica) di sé, dell’Io in Sé, sarà proprio questo secondo corno che Daumal sceglierà per i propri anni Trenta.

[Fine parte 1 – continua]

Riferimenti minimi:

Aa. Vv., Le Grand Jeu – Scritti di Roger Gilbert-Lecomte e René Daumal, Adelphi, Milano, 2005.

René Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi, Milano, 2002.

Marco Enrico Giacomelli, René Daumal (1908-1944) – Studio storico-critico, Tesi di Dottorato di ricerca in Filosofia (Estetica), Università di Bologna, Esame finale 2007.
La tesi di Marco (che qui ringrazio apertamente) è reperibile all’indirizzo internet: http://amsdottorato.cib.unibo.it/181/1/Marco_Enrico_GIACOMELLI.pdf
L’Autore ne sta curando la revisione che vedrà la luce per i tipi della Bulzoni Editore di Roma entro il termine del 2010 con il titolo di: Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all’induismo.

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2 thoughts on “La Rivoluzione della Rivelazione di René Daumal: parte 1 – La Rivoluzione è Il Gioco

  1. Attendendo ardentemente la seconda parte dell’articolo, vorrei spendere qualche parola per ringraziarne l’autore. Daumal è ingiustamente e immeritatamente poco conosciuto qui in Italia, i pochi titoli editi sono mal rintracciabili in libreria(eccezion fatta per Il monte analogo)e l’interesse della critica verso questo ricercatore è pressoché inesistente. Sono convinto che Daumal, se fosse meglio conosciuto, potrebbe essere considerato a pieno titolo uno dei maggiori scrittori e studiosi del secolo scorso; articoli di questo tipo non possono che fare bene ai pochi che hanno la ventura di leggerli.

    P.S. Sono anche molto contento che lo scritto di Giacomelli abbia trovato un editore. (ricordo di averlo letto con avidità tempo fa).

    Saluti.

  2. Grazie Michele, di cuore.
    Commenti come il tuo sono il migliore combustibile di quel “perpetuo incandescente” che è necessario per continuare a scrivere. Siamo in “pochi” (come correttamente concludi) ma non siamo i soli. Colgo l’opportunità per ringraziare nuovamente Marco Enrico Giacomelli del sontuoso lavoro svolto nella sua tesi: che il (meritato) plauso gli arrida.
    Luca

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