Diari newyorkesi/Poesia/Speciali

“Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York a cura di Alessandro Polcri): Enrico Minardi su Antonio Porta

Con questa prima puntata pubblicata su Samgha, Diari Newyorkesi lascia Nuok dove era nata e dove si leggono le prime sei puntate (http://www.nuok.it/author/alessandro-polcri/). Essendo, a mia conoscenza, l’unica rubrica dedicata alla produzione in poesia e in prosa su New York, credo valga la pena tenerla in vita e, si spera, farla prosperare. Si tratta di testi scritti da chi vive qui o da chi ci ha solo trascorso un periodo più o meno lungo sedotto o respinto, ma comunque mai indifferente alla grande forza della vita e dell’ingegno umano che caratterizza questa travolgente città. Ogni prosa e ogni serie di poesie verranno introdotte o dall’autore stesso con un autocommento, oppure da un critico invitato a scrivere per l’occasione. Quando ospiteremo scrittori non italiani, pubblicheremo qualche puntata anche in inglese.

*

Ringrazio Enrico Minardi per avere accettato con entusiasmo il mio invito a parlare della serie poetica – o, forse, meglio: della suite poetica – di Antonio Porta (1935-1989) dedicata a New York e recentemente ripubblicata nel volume Tutte le poesie (1956-1989), a cura di Niva Lorenzini (Milano, Garzanti, 2009, da cui le poesie sono citate).
Si tratta senz’altro di un testo dal potente impatto poetico e visionario. Porta è un poeta caratterizzato da un intenso sentire la cui intensità si manifesta in immagini sulfuree e indimenticabili. Lo prova, tra i numerosi testi che si potrebbero citare, anche questa particolare gemma dedicata alla città di New York che il poeta ben conosceva. Egli, infatti, in queste poesie riesce in un’impresa non facile per chi parla di luoghi visitati (un genere poetico a sé quello della poesia di viaggio, che meriterebbe una rubrica specifica): Porta è in grado di trasmettere una sensazione forte concentrandosi su di essa (e riflettendoci filosoficamente) senza descrivere in dettaglio i luoghi che l’hanno generata. Non ci sono riferimenti a posti precisi, e solamente il titolo ci dice che si tratta di New York. Eppure a leggere attentamente e guidati dalle riflessioni assai fini di Minardi, non si può fare a meno di avvertire una necessità diffusa in questi versi che può derivare soltanto dall’attraversamento di questi spazi.

Alessandro Polcri

New York di Antonio Porta

Il poemetto New York è inserito da Antonio Porta nella raccolta Passi passaggi (1976-1979), uscita presso Mondadori nel marzo 1980. Diviso in sei sezioni numerate, tutte comprese fra gli 8 ed i 15 versi, esso si presenta come una sorta di diario di un (probabile) viaggio compiuto dal poeta nella metropoli americana fra il marzo e l’aprile del 1979. Al termine di ogni testo, l’autore vi appone infatti la data della sua probabile ideazione e redazione (compresa per tutti fra il 29 marzo ed il 24 aprile). Si noti che in esso viene anche inclusa una sua traduzione in inglese, compiuta con tutta probabilità “a caldo” e a quattro mani (o forse solo con la supervisione del poeta stesso): le date delle traduzioni infatti corrispondono grosso modo a quelle della redazione stessa delle poesie, con lievissime variazioni. Ciò significa che l’ispirazione alla loro base è duplice: il poeta si è probabilmente trovato alle prese con un’ispirazione “bilingue”, italo-inglese. È per questa ragione sbagliato parlare del nesso (anche cronologico) ideazione-redazione-traduzione. Bisognerebbe infatti piuttosto alludere ad una maniera di lavorare più simile a quella del poeta dialettale, il quale, a fianco delle proprie poesie nella lingua minore appone anche la traduzione  delle medesime nella lingua maggiore. Questa distinzione, nel caso di Porta, non ha in realtà alcun senso, dal momento che è piuttosto come se l’autore si sia reso conto delle potenzialità poetiche delle due lingue nello stesso momento, e che si sia per questo cimentato nella scrittura del poemetto, nella sua doppia versione, per metterle alla prova. Potremmo anche arrivare a dire che – come la datazione sembra indicare – non si può dunque parlare della priorità cronologica di una versione sull’altra. L’esame che meglio converrà a questo set di scrittura sarà allora di carattere “comparatistico”, basato cioè sul confronto delle rispettive potenzialità poetiche delle due lingue in atto.

A prima vista (si tratta di un’impressione che sarà confermata anche sulla base di una lettura più approfondita), in questo poemetto l’autore intende trascrivere il flusso di impressioni e sensazioni provate durante un soggiorno nella metropoli americana. Appare subito in maniera manifesta come codesto flusso sia per la maggior parte legato alla presenza fisica del poeta nella città, al corpo ed alla percezione sensoriale, secondo un approccio poetico che riprende, in larga misura – anche per ragioni ritmiche – quello della beat generation, e di poeti come Allen Gisnberg o Lawrence Ferlinghetti. Non si dovrà dunque cercare una coerenza sintattica, e non si sarà neppure sorpresi dall’assenza di punteggiatura o di altri nessi linguistici destinati a produrre un senso razionale. I legami fra i versi, fra le cellule di senso che ogni verso individua, sono infatti realizzate in maniera “metonimica”: è l’esperienza della metropoli che qui ha il primato, è il flusso di sensazioni che essa genera nell’autore a costituire quel contenitore che assegna, alla fine, ai singoli frammenti – sensoriali – dei versi quell’unità che sembra, a primo acchito, mancare. Da rimarcare è, a questo proposito, la semplicità e l’efficacia poetica di alcuni versi come « al di là dello spazio c’è spazio / lato al di là c’è lato / si attraversano canali d’aria / il vento rizza i peli alle mani» (I. 1-4), la cui traduzione in inglese ci sembra accentuarne l’aspetto percussivo, come se venissero portati da una cadenza ritmica più intensa: «beyond space is space / beyond side there is side / going through air channels / the wind lifts up the hands’ hair».

Per quanto riguarda la seconda poesia, quanto abbiamo appena rilevato “si condensa”, producendo un incremento di complessità poetica. Ci si rende subito conto (e questo varrà per il resto del poemetto) che a Porta in realtà non basta una poesia come semplice flusso percettivo. A partire da questo, o, meglio, su di esso, egli infatti aggiunge uno strato riflessivo, per cui il soggetto, da semplice ricettore di sensazioni, si fa attivo produttore di pensiero. Anche codesto è tuttavia trascritto attraverso rapide note, quasi foglietti volanti, illuminazioni, che l’autore si è appuntato, trattando dunque anche il pensiero alla stregua un flusso di percezioni. La successione fortemente franta dei cola sintattici, l’approccio quasi schizofrenico con cui il soggetto allude alla realtà, rivelano per altro un’eredità letteraria ancora attiva (i.e. neo-avanguardia, cfr. vv. 1-5). La seguente notazione paesaggistica riprende invece l’approccio al reale già verificato nel primo testo, aggiungendovi un tocco di inventitività linguistica che rimanda invece piuttosto – ci sembra – alle avanguardie storiche: «spazio attraversato da se stesso da est / a ovest si riempie e si svuota: lì sbucano / nuvole notturne in quel punto tersovento» (II. 6-8). Si osservi che, nella traduzione inglese, l’aggettivo sostantivato (o viceversa) che chiude il verso otto suona più naturale, come se in qualche modo l’associazione di membri eterogenei del discorso (a formare nuovi unità di senso) fosse più facile: «[…] there pierce / nightly clouds in that clearwinds point». Ma risulta per altro anche immediatamente chiaro come, in inglese, questo scorcio paesaggistico sprigioni un alone più idillico, più suggestivo, quasi impressionistico (there pierce…).

Nella terza si ripete ancora quell’approccio sensoriale per cui il poeta sembra non poter fare altro che riportare sulla carta, quasi da pittore pointilliste, le sensazioni che l’esperienza corporale della metropoli genera, in un flusso travolgente, nella sua coscienza. Non si danno dunque impressioni compiute, elaborate, ma giusto notazioni in cui si cerca di trattenere la pura esperienza del senso: «di un suono ascolto solo suono / mille voci sbarcano / navigano in libertà per l’isola luccicante / agli angoli del reticolo s’incrociano e ridono» (III. 1-4). Approccio, codesto, ripreso anche nelle poesie successive, con, forse, un più di figuratività. Come se, in altre parole, questo flusso di impressioni velocemente annotate, sulla punta dei sensi, fosse anche alla base di una sorta di allucinata immaginazione. Non sembra infatti indebito qualificare come surreali le seguenti figure: «acqua bacia ardi cristalli / attento al gradino attento al volo / quante lame lucenti quanti sibili sospesi» (IV. 1-3); «pavone finisce in bocca al giaguaro / cencio ventaglio di maschio si riapre bianco / ride la donna ragno la sera rosatagliente» (V. 1-3). Per quanto riguarda la versione inglese di quest’ultimo verso, esso suona più naturale e pregnante di quella in italiano («the spider woman laughes the rosecutting evening»). In quella, invece, del quarto testo il poeta appare avere puntato su un incremento della suggestività, a partire da elementi del senso e della sintassi che vanno però nel senso opposto, quello di attenuare l’ambiguità semantica insita in quelli dell’italiano: «water (she/he) kisses (you) burn crystals / watch yur step watch the flight of the (   )».

Le ultime due poesie esprimono in forma condensata quella che è da considerarsi la “morale” dell’esperienza new-yorkese dell’autore, che non è riducibile a quella puramente percettivo-allucinatoria già constatata. Ritornando infatti al secondo testo, potevamo ivi leggere due versi in cui il poeta alludeva ad una sorta di scacco gnoseologico («sorpreso nel momento del passaggio», II. 3), da cui “discendeva” l’impressione che «Tàc le vecchie radici saltano le nuove / troppo tenere chiamano ancora molta luce» (II. 4-5). Ivi, ciò a cui si fa riferimento è, senza dubbio, all’apparizione di una nuova umanità. Nella sesta poesia, compaiono infatti ben tre riferimenti all’uomo (cfr. VI. 4, 5, 8),  tramite i quali Porta ne intende tracciare un ritratto secondo quello che appare ai suoi occhi durante il suo soggiorno nella metropoli. Il paesaggio umano ed urbano newyorkese assume infatti l’aspetto di «[…] totem […] tribù / in silenzio rivolti ai celesti» (VI. 1-2). Ma di questo ritratto non può in realtà che sorprendere il carattere ossimorico, come se, nell’anima dell’uomo metropolitano potessero sussistere, senza soluzione di continuità, gli aspetti dall’apparenza più inconciliabile: «l’uomo che dentro di sé non ha spazio / pronto a inganni e tradimenti l’uomo / comincia a cantare / cordivibrante gola lingua in erezione / l’uomo vorace risponde generoso» (VI. 4-8). Con, ancora, quel sostantivo aggettivato che suona tanto più naturale in inglese: «stringvibrating throat».

Insomma, quello che per il poeta è l’effettivo portato della propria esperienza a New York appare veramente declinabile nei termini di una palingenesi, come se l’immergersi nel flusso umano permetta di riacquistare una sorta di purezza perduta. Al termine della sesta poesia, «[…] a conferma» (VI.13) di quanto qui intendiamo suggerire, appare infatti – macchia di colore fortemente simbolica – il «candore dei corpi / lambiti dalle acque» (VI. 14-15). Nell’ultima, invece, «(con una mano di fuoco) / con uno strappo si cancellano / veli neri polverosi invecchiati sopra di noi» (VII. 1-3). Ed Porta non può a questo punto che concludere, senza esitazioni, affermando che «è il momento di dirlo» (VII. 7). Il canto che torna nel sesto e nel settimo testo (cfr. VI. 6, VII. 12) è perfetta metafora di questa acuta sensazione di rinascita. La sua stupenda effigie ne è invece – ed è bene qui citare direttamente in inglese – quella «crystal mountain blown by the winds» (VII. 10), la cui leggerezza e trasparenza traduce benissimo il nuovo stato d’animo che si afferma all’interno dell’uomo nuovo.

Enrico Minardi

Antonio Porta

New York

1

al di là dello spazio c’è spazio

lato al di là c’è lato

si attraversano canali d’aria

il vento rizza i peli alle mani

cristalli paralleli marini

a valle le biciclette ci sfiorano

covano nella spazzatura uova di serpente

(scheletro di Garcia Lorca en plein air)

a prima vista uova di struzzo piumate

dondola e suona tintinnìo a passi di ballo

una bambina nera prima di sedersi che ordina

un gelato cono gigante

29.3 – 7.4.1979

2

verso metà lettera ho scritto: passaggio

né di qui né di là in bilico oppure

sorpreso nel momento del passaggio

Tàc le vecchie radici saltano le nuove

troppo tenere chiamano ancora molta luce

spazio attraversato da se stesso da est

a ovest si riempie e si svuota: lì sbucano

nuvole notturne in quel punto tersovento

la riga dopo ho scritto: di qua, non di là

tra me e lo specchio nessuna differenza e

ho aggiunto: libero

aspetto una risposta veloce affermativa

29.3 – 7.4.1979

3

di un suono ascolto solo suono

mille voci sbarcano

navigano in libertà con l’isola luccicante

agli angoli del reticolo s’incrociano e ridono

stridìo suona così netta la lacerazione

che i piedi cadono da soli dentro l’acqua

e il passaggio è segnato dalle mani tagliate

le raccolgo e le offro a me stesso

baciandomi la punta delle dita in silenzio

5.4 – 7.4 – 17.4.1979

4

acqua bacia ardi cristalli

attento al gradino attento al volo

quante lame lucenti quanti sibili sospesi

mi accuccio ai tuoi piedi per alzare la testa

le funi del ponte d’acciaio molli fino all’indulgenza

ciechi per il troppo guardare ci sediamo al sole

lacrime in gola sopra fatiche mortali

come parlano ancora forte

uomini e donne dai capelli rossi

9.4.1979

5

pavone finisce in bocca al giaguaro

cencio ventaglio di maschio si riapre bianco

ride la donna ragno la sera rosatagliente

i gabbiani baciano i gabbiani sfuggiti alla rete

una ventata spazza via i silenziosi

tutti scivolano per la felicità

nell’obliqua marina è fuori

e dentro cuore indocile di chi è vivo

11.4.1979

6

O totem O tribù

in silenzio rivolti ai celesti

grida lacerazioni inudibili

l’uomo che dentro sé non ha spazio

pronto a inganni e tradimenti l’uomo

comincia a cantare

cordivibrante gola lingua in erezione

l’uomo vorace risponde generoso

intiero si offre in pasto

banchetti preparati in riva al fiume

bagni sacri baci

coiti cespugli appena nati

in adorazione dell’alba e a conferma

il candore dei corpi

lambiti dalle acque

15.4.1979

7

(con una mano di fuoco)

con uno strappo si cancellano

veli neri polverosi invecchiati sopra di noi

un fazzoletto bianco aperto sul marciapiede

(mestruo rosato)

dentro la rete degli sguardi

è il momento di dirlo

salire e scendere con il respiro

fino a che negli occhi in forma di lacrima si apre

e ci tocchiamo con un dito sulle labbra

offerte fino alla gola che canta

24 – 25.4.1979

________

1

beyond space is space

beyond side there is side

going through air channels

the wind lifts up the hands’ hairs

parallel sea crystals

in the plain the bicycles graze us

they sit on snake’s eggs among the sweepings

(Garcia Lorca’s skeleton en plein air)

at first sight ostrich plumed eggs

she swings and rings jingling at dancing steps

a dark child before sitting orders

a giant ice-cream cone

29.3 – 7.4 – 17.5.1979

2

about half letter I wrote: passage

neither here nor there to be balanced otherwise

caught in the moment of the passage

TAK the old roots break and the new ones

too tender still call for much light

space crossed by itself from east

to west filled and emptied: there pierce

nightly clouds in that clearwind point

next line I wrote: overhere not overthere

between me and the mirror no difference at all and

I added: free

I’m waiting for a fast-affirmative answer

29.3 – 7.4.1979

3

of a sound I listen only to sound

thousand voices land

sail in freedom with the twinkling island

they cross and laugh at the coins of the reticle

creaking: so clean tearing sounds

that feet fall in the water

and the passage is marked by hands cut off

I pick them up and offer them to myself

kissing the tips of my fingers in silence

5.4 – 7.4 – 17.4.1979

4

water (she/he) kisses (you) burn crystals

watch your step watch the flight of the (   )

how many shiny blades how many hanging hisses

I curl myself at your feet to raise my head

the soft and indulgent steel-wire ropes of the bridge

blind for too much watching we wit in the sun

tears in the throat over mortal fatigues

but how they still speak loud

red haired men and women

9.4 – 10.4.1979

5

the peacock ends in jaguar’s mouth

a rag a male’s fan reopens itself white

the spider woman laughes the rosecutting evening

the sea-gulls kiss the sea-gulls escaped from the net

a blast of wind sweeps away the silent

because of happiness they all slide together

in the oblique sea-shore it is outside

and inside the unruly heart of the alive

11.4 – 12.4.1979

6

O totem O tribe

turned up in silence to the heavens

yells not audible lacerations

– the man who has no space in himself

is fit for stratagems and treasons… –

she/he begins to sing

stringvibrating throat tongue in erection

the voracious man generously answers

offers himself whole as meal

banquets prepared on the riverside

sacred baths kisses

copulations and newly-born bushes

in worship of the dawn and

the white bodies confirm

lapped by the waters

15.4.1979

7

(with a fire hand)

they are cancelled by a jerk

black dusty veils grown old over us

a white hanky opened on the side-walk

(pink menses)

in the net of the eyes

It’s the moment of saying it

to go up and to come down with the breath

till in the eyes in form of tears there opens

a crystal mountain blown by the winds

and we touch each other with a finger on the lips

offered up to the singing throat

24 – 25.4.1979

_____________________________

su Enrico Minardi vedi la nota bio-bibliografica qui su Samgha (“Chi siamo”).

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3 thoughts on ““Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York a cura di Alessandro Polcri): Enrico Minardi su Antonio Porta

  1. E’ uno di poeti migliori di sempre, Porta.
    Proprio perché la sua parola sconfina, e ritorna. Sembra un boomerang. E v’è un’anima. Un’umanità. Una scelta senza intellettualismi “inutili” più che mai a uno scrivere “necessario”.
    Saluti domenicali e grazie per i diari newyorkesi,
    G DP

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