Recensioni

Stare sul pezzo: The Pale King – il capitolo 19

 di Daniela Matrònola

Edizione americana

A proposito di The Pale King  (romanzo postumo di David Foster Wallace pubblicato negli Stati Uniti lo scorso aprile da Little, Brown and Company grazie alla curatela dell’editor Micheal Pietsch), c’è un aspetto del libro che vorrei affrettarmi a segnalare: non posso fare a meno di notare, sulla base della stretta attualità sociale e economica (la picchiata delle borse, i sacchi delle capitali europee, le rivolte nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, l’economia americana declassata), non dico la forza profetica del romanzo (l’autore penso non gradirebbe) quanto la coincidenza piuttosto desolante tra ciò che sta accadendo (e il disastro appare oramai instaurato, consolidato, e giusto ora sta dando i suoi frutti più maturi) e l’analisi profonda, particolareggiata, accanita che Dave Wallace ha svolto in questo libro delle cause antecedenti ma non poi così remote della rovina del sistema economico mi viene da dire planetario arrivato a compimento in questi giorni. La coincidenza di fondo è il ruolo della tassazione, come una serpe in agguato, nell’impresa di recupero degli stati al collasso: il vero potere strisciante, capace di violare il confine in ognuno tra vita interiore e vita esterna; la rete autentica del controllo su individui e sistemi, capace di tenerli insieme senza che i due si considerino. C’è nel libro un giro di capitoli centrali direi nodale: il 14, con la storia del prebriefing; il 19, che sta appunto al cuore di questo articoletto; il 20, chiamiamolo così: rapporti di buon vicinato; il 21, col piccolo imprenditore inchiodato alle sue vili piccole frodi; il 22, biografia di un qualunquista medio. Capiamo in questo walzer polivalente che il Grande Fratello alla prova dei fatti è una piovra annidata nel sistema e coincide con la macchina esattoriale che lo innerva, la cui naturale distanza remota dal main stream della Storia è il meccanismo garante della sua micidiale efficienza. Dunque, Orwell.

Mi ricordo come fosse ora una lezione che tenni in una Quinta del Liceo Tecnologico dove insegno (ex Progetto Brocca presso ITIS B. Pascal a Roma Labaro): era primavera, perciò stavamo già paurosamente rotolando verso gli esami, ma eravamo ancora per un po’ al sicuro da essi. Quel giorno, poiché eravamo da un po’ su Orwell e poco si ingranava, lessi ad alta voce dal nostro libro di testo (Literature in English, Françoise Grellet – Einaudi Scuola) alcune pagine di 1984: quelle in cui Winston Smith viene torturato con l’elettricità perché ammetta che due più due fa cinque e non quattro, quindi smetta di opporsi come individuo (canna che sente e pena, direbbe Leopardi) e accetti d’essere “parte della macchina”.

Non so che mi prese – forse avevo da poco bevuto il caffè di metà mattina e l’energia si era impossessata di me, voleva agire attraverso me.Insomma non solo lessi ma con naturalezza sorprendente interpretai quelle pagine, recitai ogni ruolo – è una cosa che faccio per fasi ricorrenti, e funziona, questa di leggere delle pagine ai ragazzi ad alta voce, tanto che l’anno che viene ho deciso di formulare un modulo, Classics, che consisterà in un’ora, delle mie tre settimanali, dedicata alla lettura ad alta voce dei ‘classici’ appunto. Gli alunni erano inchiodati. Reagivano come un pubblico a teatro, anzi meglio, come fossero a un concerto o a una partita: si corrucciavano, si impaurivano, godevano, gemevano, commentavano, entravano nella scena, a tratti ridevano nervosamente. Nel punto in cui Winston Smith, attraversato dalla ennesima, e sempre più intensa, scarica elettrica, incalzato ancora dalla domanda ridicola: Allora, quanto fa due più due?, grida: “Cinqueee!” (una maledetta climax), Viviana D’Agostino, alunna molto portata per il teatro, più d’altri pronta a manifestare l’adesione alle situazioni, a interagire, gridò a sua volta. Cademmo in un silenzio terribile. Una pausa di terrore. Avevamo tutti le lacrime agli occhi, per la miseria la pena e l’emozione.

Un’altra lettura emozionante a voce alta è sempre la pronuncia del Preambolo alla Costituzione Americana, documento della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti – il punto in cui sono enunciati i tre princìpi, Life, Liberty, and the Pursuit of Happiness messi a fondamento della vita civile negli USA (e messi a repentaglio miliardi di volte nel tempo), è così emozionante che ogni volta dobbiamo tacere per qualche momento. Perché vi racconto questo? Per vantarmi? NO. Perché questa idea dell’individuo esautorato di se stesso e convogliato (come Winston Smith), volente o nolente, a diventare “parte della macchina” è la brutale verità sulla vita corrente delle persone imposta dall’economia e dalla pubblicità negli Stati Uniti, e in Occidente, è il nodo civile e il problema del regresso democratico su cui ragiona il capitolo 19, appunto, di The Pale King.

Un capitolo costruito come un ‘dialogo sui massimi sistemi’ di tipo galileiano e cioè ancora fondato sulla dialettica medievale in cui si procede ‘confutans pro et contra’, o, come ci ha insegnato il/la prof di filosofia, ‘provando e riprovando’, cioè portando prove a favore e contro un dato tema, o controversial issue, per stabilire la verità appunto per confronto. I tre che dialogano (trialogano?) esaminano il rapporto con lo Stato (col governo e la legge) da parte dei cittadini americani all’immediata vigilia del doppio mandato presidenziale di Ronald Reagan, in un serrato raffronto tra la degenerazione

Dave Wallace

socioeconomica del momento e i fondamenti civili (civics) radicati nella Costituzione americana dopo l’impresa dei Padri Fondatori (non solo gli estensori di quella Costituzione ma anche i pionieri che sbarcarono e si stabilirono negli Stati Uniti, e poi col tempo furono la base civile da cui la frontiera mobile, il limite geopolitico, si spostò attraverso il territorio americano arrivando a includere territori e persone per tutto l’Ottocento su tutta l’estensione moderna degli USA con metodi di cui si può discutere. È un vero confronto filosofico, in cui via via il tema da civile passa ad essere culturale, poi metafisico, poi esistenziale, anzi esistenzialista, ma soprattutto diventa una questione di gestione della libertà e di opposizione libera, ribelle e non ribellistica, delle singole volontà – con la conferma ennesima che Schopenhauer ci ha visualizzati ben prima che degenerassimo nei termini del nostro sfacelo attuale. Il tema si fa politico ed è un problema indubbiamente di etica. Vengono discussi gli anni Sessanta e Settanta e tutta la protesta contro la guerra in Vietnam adombrando che per una parte quella protesta era anche una questione di moda, che molti ribelli erano tutt’altro che radicali, contestavano i matusa ma poi si facevano foraggiare da loro sottobanco, disprezzavano il proprio padre e subito dopo sfrecciavano nella sua decappottabile e si facevano dare pure i soldi per la benzina (com’erano le domande di Nanni Moretti? … per esempio, questo pacchetto di sigarette, questa camicetta con quali soldi li hai comprati?…). E a quel punto il tema si fa spietato e la conversazione diventa rovente – perché questa incresciosa contraddizione domestica non è che il microsistema riprodotto in tutto e non solo in parte nel macrosistema dell’economia nazionale, e il portatore di questa tragica ammissione è tacciato di idiozia, invitato a brutto muso a tacere, mandato a cagare per direttissima, gli si dà in quattr’e quattr’otto del fascista, insomma si inarcano le schiene di quelli ‘giusti’ e s’inalberano le resistenze ideologiche. Ma la vera rivelazione è un’altra – per quel che mi riguarda, una conferma.

Testo di Don De Lillo annotato da Dave Wallace

L’utopia (luogo che ‘non’ c’è, o ‘buon’ luogo, a seconda che il suffisso ‘u’ sia ‘ou’=‘non’, o ‘eu’=‘bene’, in greco antico), tutta negativa (distopia, infatti), nella versione di Orwell [il quale stabilì, per la verità con lo stratagemma dell’inversione numerica, nella metà degli anni Ottanta il tempo esatto dell’asservimento violento, benché apparentemente naturale o predicato come necessario, degl’individui dentro un’entità più grande, massificata, tripartita in tre entità continentali (in Infinite Jest invece c’era ONAN, Organizzazione delle Nazioni Americane del Nord, sigla certo acutamente allusiva a un onanismo suggerito per tutto il libro come vera insidia nascosta nell’introvabile cartuccia eponima, ndr) la loro ‘alienante acquisizione’ come ‘parti’ nella ‘macchina’, dell’ipersistema] è stata confermata dai fatti. Non, tuttavia, con i blocchi politici, frutto del secondo dopoguerra e superati nel tempo dalla trasformazione liquida degli assetti, ma con la falsa democrazia del consumismo (che fu anche il vero verme corrosivo dei sistemi totalitari), con l’assoggettamento economico e con la sponsorizzazione delle esistenze attraverso una dilagante, immensa società di servizi che dà un prezzo a tutto, ingabbia ogni relazione nella relazione base di domanda/offerta, falsa i rapporti tra cittadini e società, impone il profitto come valore dei valori, determina senza riparo la destinazione degl’individui all’identità civile di acquirenti i cui diritti sono assimilabili e riducibili al potere d’acquisto, perciò azzera ogni volontà di libero esercizio del voto e spegne d’avvilimento ogni desiderio di vita autentica fuori dalla rete dei desideri conculcati.

Questo era uno dei temi portanti anche di Infinite Jest, in cui Dave Wallace, anche ricongiungendosi a George Orwell, provava a individuare la sua versione di incubo distopico in un anno sponsorizzato che oscilla tra il 2007/8/9/10 nel quale l’oggetto del contendere era la cartuccia smarrita (Infinite Jest = Lo Scherzo Infinito, traduce Edoardo Nesi), detta anche

‘l’intrattenimento’. Intendo dire che Orwell aveva precisamente individuato l’incubo dell’ipercontrollo in termini non realistici ma metafisici e esistenziali, cioè in termini filosofici (con una visione di chiara matrice schopenhaueriana). Ma in The Pale Kingl’intero capitolo 19 discute proprio quel sistema di controllo centrale strutturato come rete di presìdi e nodi diffusi, discute del destino degl’individui come cittadini, come portatori di diritti e responsabilità, come costanti delegatori dell’esercizio politico di quegli stessi diritti sotto forma di decisioni prese dagli uomini di governo, di leggi e di tasse (torchio messo a fuoco da Dave Wallace in questo libro) rispetto ai quali dunque gl’individui risultano alienati se non vessati, di certo aggiogati.

Per tutti gli anni Ottanta la tecnologia ha stretto il cerchio del mondo tenendolo insieme in un reticolato di contatti che è appunto InterNet, la Rete, poiché quella tecnologia da strumento militare fu liberalizzato a strumento ad uso civile e lentamente ha dilagato, ora la realtà glocale è un fatto, e libertà/controllo è il sistema binario 0/1 delle nostre scelte quotidiane e civili. Ed è quello lo strumento che noi possiamo utilizzare per uscire dal controllo su di noi spinti a volontà di consumo imposte da un’economia dominata, pilotata direi dalle logiche pubblicitarie. Sulla rete dunque si giocano le partite decisive tra un sistema in cui il potere è concentrato nelle mani di chi impone il mercato come visione del mondo e lo impone attraverso la comunicazione e la pubblicità, e i cittadini che intendono difendere le libertà di fondo come vivere autenticamente, sottrarsi ai condizionamenti, non sottostare al profitto di pochi a detrimento del benessere e della tranquillità propria, rivendicare la libertà politica e esercitarla sconfiggendo i regimi oligarchici, magari discutere la gestione e le sue forme, esercitare dal basso la democrazia e difendere le sue regole di base.

L’economia nella forma e nei modi del suo sistema esattoriale e fiscale esautora gl’individui, divora destini come una macchina sferragliante, sgomina famiglie, e riduce in servi e schiavi i suoi sgherri: impiegati di minimo rango, grigi e ordinari, ma autentici macinatori di tasse destini economie governi leggi Storia: i rotes (tra i quali lo stesso Dave Wallace figurò per 13 mesi tra l’85 e l’86: esecutori di azioni fiscali routinarie come passare al setaccio i profili dei contribuenti e la regolarità delle loro imposte). E qual è il volto ufficiale del Mostro Economia alla svolta cruciale degli Anni Ottanta?

Il volto doppio di Reagan, impostore nella sua immagine di outsider, di ribelle, di ospite straordinario della Casa Bianca (un attore!): con la sua Reaganomics(sistema fondato sul taglio delle tasse, su liberismo e deregulation come spinte artificiose a un’economia che patì un’inflazione grave e un deficit pesante: quando nell’Ottantanove Reagan lasciò dopo due mandati avendo ottenuto il secondo nell’85 proprio con la politica economica ‘sportiva’ intortate agli elettori -fu vincente in 49 stati!-, l’economia americana appunto, quella della gente, delle famiglie, dei vecchi, risultò per tutta risposta spiaccicata ai piedi di Pilato), Reagan fu il rafforzatore cruciale di meccanismi fatalmente orientati ai disastri economici degli anni seguenti fino al primo decennio duemila, alla crisi economica che ha stritolato i cittadini americani. E altro che noia!, ha seminato nella gente avvilimento, panico, disoccupazione, disorientamento sociale, depressione. Alcuni li ha portati alla disperazione. Qualcuno al suicidio.

Su Onion WeekEnder: Gesù, volete piantarla di considerarmi un profeta? La piantate una buona volta di sbavare dietro a tutto quello che dico?

Ma questa non è che una minima parte del tesoro celato in questo incredibile libro che è The Pale King – in attesa di svelarvi prossimamente tutto quello che ci ho visto, vorrei, per ora, concludere qui aggiungendo la seguente notazione sull’autore: a volte mi fermo a pensare alla sua proverbiale bandana. La visualizzo improvvisamente e non posso fare a meno di tenerne conto come minimo come di un indicatore, un elemento segnaletico che sta lì e modifica la visione, catalizza l’attenzione di chi guarda, marchia chi la porta ed è guardato. Guardo le foto di Dave Wallace, le guardo spesso e ho sempre notato che raramente non la portava [Voi a litòti come state? Io non mi lamento: ne sono ben fornita]. Spesso ho pensato: è un soldato ferito reduce da una guerra mondiale; si fascia la testa sapendo che se la romperà; cerca di contenere tutto il prodigioso genio e l’eccelsa sensibilità che altrimenti gli colerebbe via. In ogni caso, non riesco a non pensare, tutte le volte, che quella bandana dopotutto è un correlativo oggettivo – come gli occhiali di Janis Joplin. A volte la indossava a volte no. A volte esplicitava quell’indicatore simbolico a volte no. A volte gridava aiuto a volte no. A volte ammetteva la propria potenza vulnerabile a volte no. A volte segnalava il proprio avvilimento a volte no. A volte sbandierava il peso che gli spaccava la testa a volte no. In ogni caso Dave Wallace si è riservato di dire l’ultima parola, e io ora, mentre leggo The Pale King, penso che la bandana era la sua corona di re vulnerabile.

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One thought on “Stare sul pezzo: The Pale King – il capitolo 19

  1. uściłaś? – Afra zapytał bildpresse Łódź ostrożnie.
    – Czyli bildpresse Łódź kochając się spośród nim, powściągnęłaś
    własny Talent?
    Damia była wstrząśnięta.
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