Interviste/Racconti

Tre domande all’autore con racconto inedito: Graziano Versace, la realtà ambigua

a cura di Bruno Nacci

1) La tua narrativa è legata a una visione del mondo al tempo stesso realistica e aperta a un significato nascosto o inquietante, come in Tutto il mondo dentro, dove razionalità e magia convivono in una comune attenzione all’uomo concreto. Come spieghi questa doppia appartenenza?
Si spiega grazie alla mia passione per il mondo onirico. Mi sono dedicato a quest’argomento per anni, l’ho sviluppato in Tutto il mondo dentro e in Raimondo Mirabile, futurista, per quanto senza porlo al centro dell’attenzione. Il sogno è un mondo a sé, apre spiragli sullo studio della natura e dell’uomo molto affascinanti. Di riflesso, al magico o, se vuoi, agli elementi insondabili e misteriosi della vita. Come suggerisci tu, ci sono significati nascosti e inquietanti che, a mio avviso, andrebbero studiati ed evidenziati con tratto più scientifico, e non solo religioso. Io ho cercato di farlo con alcuni dei miei romanzi, specie in Tutto il mondo dentro, una storia narrata appunto tra realtà e magia, tra scienza e superstizione.

2) Il tema dei giovani e della scuola , di cui hai esperienza come insegnante, è ricorrente in quello che scrivi. Pensi che sia un mondo trattato adeguatamente nella narrativa italiana o un pretesto per parlare d’altro?
Da insegnante, sono cresciuto con i libri di Domenico Starnone. Credo sia il punto di riferimento più immediato per chi voglia scrivere sul mondo della scuola. E poi, via via con Mastrocola, Onofri, Rino Cammilleri, fino a D’Avenia. Ognuno credo abbia dato il suo apporto per una definizione di questo “mondo nel mondo”, come lo ha definito Frank McCourt. Nel mio I dodici punti, appena uscito per Leucotea Edizioni di San Remo, ho assunto il punto di vista di un insegnante precario, proprio per cercare di avvicinarmi in maniera spero diversa a certi argomenti tanto attuali quanto scottanti.

3) Tu sei nato in Australia ma vivi in Sicilia, ritieni che il tuo punto d’osservazione della vita italiana sia favorito o sfavorito dalla collocazione sociale e geografica in cui ti trovi?
l’unol’altro, credo. Vivo a metà strada tra Messina e Palermo, lontano dalle occasioni culturali, ma anche dai clamori metropolitani. In effetti, mi piace il mio punto d’osservazione. Mi permette di essere tranquillo e di guardare con occhio più attento e imparziale a ciò che succede nel nostro paese. Nulla di buono, temo. Almeno al momento. Speriamo in un domani più proficuo per tutti.

*****

L’AMOR SOSPESO.
RACCONTO INEDITO SU GIACOMO LEOPARDI

di Graziano Versace*

Sentiva ormai di dover morire: il suo fisico era minato da fin troppe malattie, e a nulla gli valevano la vicinanza degli affetti, la preoccupazione dei suoi cari, la disperazione messa a tacere, la forza d’animo di Antonio e Paolina che facevano di tutto per rincuorarlo.
Da Napoli, giungevano voci sgomente e inconsolabili, che richiamavano alla memoria gli untori di Milano: il colera straziava, prima di uccidere, fulminante. Intere famiglie sparivano, i morti giacevano per terra, abbandonati, vilipesi, rifiutati. I casi di contagio si moltiplicavano, e interessavano tanto la plebe misera e sudicia quanto l’aristocrazia più nascosta. Anche nel quartiere Stella, dov’era situato l’appartamento di Vico Pero, dove lui stesso insisteva per tornare, l’epidemia falciava la vita di almeno cinque persone al giorno.
Ma adesso doveva alzarsi. Doveva trovare il coraggio per farlo. Voleva lasciare villa Ferrigni, tornare al tepore della sua stanza di Vico Pero, lasciarsi dietro quei mesi gelidi e inservibili, che avevano acuito i suoi mali, primo fra tutti il gonfiore al ginocchio destro che, forse per l’umidità del villino, forse per un difetto della circolazione, si era fatto il doppio dell’altro. Ma era il colore violaceo che aveva assunto a infastidirlo più di ogni altra cosa. Era, quello, il colore dei morti, della putrescenza, di una vita ferma.
Giacomo Leopardi si alzò, spingendosi fino alla finestra, gracile e tremante, la gamba gonfia sempre sul punto di cedere. La campagna era imbevuta di pioggia e di nuvole grevi intrise di presagi, inospitali come il clima che imbiancava l’arido Vesuvio. Pure, amava quel paesaggio, e la sua aria, sana e medicatrice durante la bella stagione, diuretica più di ogni altra medicina, più di quel sugo di cipolla che si ostinavano ad applicargli. Ma, certo, il ritorno a Napoli recava in sé altre piacevolezze, altre prelibatezze alle quali non sapeva resistere: i bastoni alla genovese di madama Girolama, i tarallini o i sorbetti di Vito Pinto.
Leopardi si guardò allo specchio. Eccolo lì, il deforme, il piccolo essere crocevia di malanni cronici e asfissianti. Eccolo lì, l’Omero da burla, dagli occhi guasti e usurati, che insisteva a concatenare versi in forma di ottava da declamare poi all’amico Antonio che, premuroso come sempre, si preoccupava di trascriverli. Ma erano strofe vizze e stente, gelide, improvvisate dall’astio e dall’animosità, da un’acrimonia che voleva infierire sul mondo degli uomini, ma che ancora provava a trovare una legge, una sola, che potesse bastare a governare le sorti di un mondo che si annientava e si macerava sotto il peso della propria vanità.
Indossò i pantaloni, una camicia sgualcita e un corpetto marrone, e si dispose ad aspettare il ritorno di Antonio. A Napoli, poteva sperare in un miglioramento di salute, e riprendere i contatti col Sinner per quel lavoro su Teofrasto; recuperare dal cassetto le traduzioni del Manuale di Epitteto e delle orazioni di Isocrate. Forse, si apriva per lui una nuova stagione della vita. Chi poteva dirlo? Ma c’era il problema del colera. Sarebbe riuscito a sopravvivere anche a quello?
Antonio Ranieri si affacciò sulla porta della stanza, sorridente. “Come stai?” gli chiese.
Bene.”
“Il vetturino sarà qui tra mezz’ora.”
Benissimo.”
Ranieri entrò nella stanza. “Le sciarpe. Ricordiamoci le sciarpe.”
Leopardi annuì, e Ranieri poté ammirare ancora una volta il sorriso ineffabile e quasi celeste del suo amico. Le malattie lo avevano come storpiato e ormai non si riusciva più a contarle sulle dita delle mani, ma il suo cuore palpitava, intenso, come una pianta che non vuole saperne di cedere all’aridità.
“Stavo pensando a questo posto, Antonio; al fatto che forse non lo vedrò mai più.”
Leopardi giunse le mani contrite, stringendo le labbra, forse desiderando una risposta che potesse in qualche modo consolarlo.
“Perché dici questo?” ribatté Ranieri.
“Il ricordo più bello, Antonio,” riprese Leopardi, continuando a soppesare il grigiore del mattino. “Cosa porterò con me di questo luogo? Cosa mi ha trattenuto qui così a lungo?
“Forse le cene di Pasquale?” sottolineò Ranieri, scherzoso.
Leopardi sorrise. “O forse le mie discussioni con i pidocchi?” Fu preso da un brivido di sdegno e poggiò una mano sulla parete, vedendosi apparire d’improvviso sul vetro della finestra. “Non credi anche tu che i ricordi siano importanti, per la vita di un uomo?”
“Lo credo certamente.”
“Io ne ho tanti, ma l’amarezza per quelli mancati li soverchia; li svilisce. Così, penso che sia giusto e doveroso rammentarseli, perché essi sono come la parte lucida di noi, la parte più bella”.
“Ognuno di noi perde qualcosa nella vita, Giacomo.”
“Io più di tanti altri, Antonio.”
“Ma non è stata questa perdita, come la chiami tu, ad aguzzarti così bene l’ingegno?”
“Lascia perdere l’adulazione, a quest’ora del giorno,” si schermì Leopardi. “Sai bene che ormai non la tengo più in gran conto.”
“E fai male.”
“Perché?”
“Perché i poeti vivono di questo. L’adulazione spesso li rende ispirati.”
“Non starai parlando di me, spero!”
“Perché, tu cos’hai di diverso, rispetto a tutti quegli altri che si divertono a verseggiare?”
“L’ingegno, no? L’hai detto tu stesso.”
Sorrisero, tacitando una nostalgia presente, un rimpianto malinconico.
“Amo certi ricordi,“ proseguì Leopardi. “Sono come un benessere che rinvigorisce, ma che fa tanto male. Perché deve essere così?”
“Perché i ricordi hanno il sapore del tempo che va via, e non c’è niente di più bello e sconvolgente di una vita che trascorre, amico mio.
“Posto che trascorra nel modo più giusto.”
“Perché, cosa puoi mai rimproverarti, Giacomo?”
Nulla. Nulla che mi appartenga.”
“Allora, conserva i tuoi ricordi come monili preziosi di un animo ancor più inestimabile.”
Leopardi trascurò quella lusinga, appiattendo le labbra più per decenza che per modestia. “Certi ricordi sono come incancellabili, “ disse poi.
“Nel bene e nel male, “ aggiunse Ranieri.
“Tu ne avrai sicuramente di belli. Parlo di quel genere di ricordi che sono di per sé segreti inconfessabili, che destano come una nostalgia fitta fitta, che si addensa all’altezza del cuore, come un grumo ostile che non sappiamo fronteggiare, e che toglie il respiro, tanto è importante per noi.”
“Non lo so,” disse Ranieri, sollevando un poco la testa, forse per rievocare un’occasione del suo passato. “Ho avuto anch’io i miei momenti di gloria, ma taccio sull’argomento più per pudicizia che per altro.”
“Ti riferisci ai certi tuoi incontri amorosi?”
Ranieri s’illuminò in volto, ma poi, per non turbare la quiete dell’amico, si limitò a dire: “Anche. L’amore riempie la nostra mente come l’acqua un pozzo, ma non mi riferivo a questo. Il sentimento d’amore è sì carnale e passionale, ma è anche pensiero, corteggiamento insomma, ed è questo a inorgoglirlo.”
“E’ l’approssimarsi ad Amore che ci riempie di gioia, e di felicità e contentezza,” aggiunse Leopardi. “Il pensiero di quello che sarà, di quello che potrebbe accadere, non solo di quello che si è vissuto.”
Ranieri capì che l’affermazione era di un qualche giovamento all’amico poeta e accondiscese a quel ragionamento, mostrandosene persuaso.
“L’attesa di un incontro, due labbra che si sfiorano, due sguardi che si parlano, due cuori che si trovano in mezzo a una folla di invitati: anche questo è amore, vero, Antonio?”
“Nessuno l’ha mai messo in dubbio.”
“E’ una condizione esaltante, che l’anima cerca, perché l’anima non ha corpo, e vive l’amore attraverso gli occhi di chi la ospita, e ne resta di continuo estasiata e piena di gratitudine, e come soddisfatta. L’amore si soddisfa anche così, non è vero?”
“Sì, è così. Deve essere così, Giacomo.”
“E il ricordo più bello è un ricordo d’amore.”
Leopardi e Ranieri si guardarono, intendendo quello che le parole non potevano più esprimere.
“E’ tardi, Giacomo.”
“Sì.”
“Ti lascio. Vado a vedere se la carrozza è arrivata.”
“D’accordo.”
Un altro cenno d’intesa e Ranieri si congedò, per andare a rifinire i preparativi della partenza.
Leopardi tornò alla finestra. Quant’era rimasto in quel posto, sotto quel soffitto di calce e lapillo vulcanico che ormai riusciva anche a odiare? Di quante tappe era costellata la sua esistenza? Aveva viaggiato tanto, ma quando un viaggio poteva dirsi concluso? E la vita? La vita era un viaggio che si concludeva? Che si sparpagliava, come atomi infelici e senza più un nome, un ricordo?
I ricordi.
Quel suono lo faceva gemere. Ricordare. Era il cuore la sede della memoria, doveva essere così. La mente spezza il legame col passato, la ragione si ancora al presenta, ma il cuore, coi suoi sussulti, con le sue intemperanze e le sue emozioni, richiama i trascorsi, vestendoli della verità del tempo. La nostalgia. Il doloroso ritorno al passato. Il dolore del ritorno. Ma sopportare il dolore, quel dolore, non era vincere l’oppressione del tempo mortale? Ricordare. Saper ricordare. Andare incontro alla morte, coi propri ricordi, con la propria tenacia, padroni di se stessi e delle proprie colpe. Non il confuso viatore che si abbandonava alla vita, non o’ ravanuottolo, come l’avevano chiamato certi insigni napoletani, ma un uomo capace ancora di affidarsi al nume notturno, che esalta e dona la luce di un intelletto caparbio. Era questo che voleva essere. Era questo che era sempre stato: innamorato della vita: il poeta colto e raffinato, e eccitato d’amore. Non c’era alcun male, in questo. Si rifiutava di morire nelle vesti dell’omino con due gobbe, una davanti, e l’altra di dietro. Non era questo, a dispetto di qualsiasi apparenza, a dispetto della deformità che la natura aveva voluto imporgli. O forse, forse proprio in questo stava la sua grandezza?
Ricordare. Saper ricordare. Era come un passaggio che si apriva, calarsi nella mente della memoria, riaprire una benevola ferita, un dolce guasto del cuore, il tempo che avanza, inesorabile, irraggiungibile, una firma lieta di donna sullo spirito, un’impronta incancellabile. Tornava indietro, al periodo pisano, a quei giorni superbi, al suo piccolo appartamento in Via della Faggiuola, a casa dei Soderini, alla grazia di Teresa Lucignani, a quel suo risorgimento, nuovo ritorno alla vita, inatteso, improbabile, ma quanto fortuito! Non riusciva mai a contare gli inviti. E quante volte la famiglia Soderini aveva perdonato le sue mancanze, la sua sporcizia, la cioccolata che gli colava sul mento, la sua irreligiosità. Gli sembrava di poterlo vedere, Giuseppe Soderini, che arricciava il naso per il disgusto di trovarsi fianco a fianco con un uomo, un tisico, che si cambiava sì e no una volta al mese. Ma aveva bisogno di soldi, il buon Soderini, e del resto sapeva anche accontentarsi. Al contino, come lo chiamava di nascosto, aveva praticato un buon prezzo, dodici monete, una sessantina di lire. Tanto era bastato perché l’autore delle Operette Morali potesse ottenere una camera a un piano rialzato, dove la vista poteva spaziare sino all’amato orizzonte della sua fantasia.
Ma c’era dell’altro. Qualcosa che era rimasto per tanto tempo sopito, al pari di una passione gioiosa, brezza di un istante che non può che languire alla fine di un’esistenza maledetta.

Era a casa di Sofia Vaccà, la bella e gradita Sofia, una delle tante amiche del Giordani, e aspettava nella biblioteca che iniziassero i discorsi in salotto. Sofia l’aveva lasciato da solo, così da permettergli di prendere in visione i volumi a suo piacimento. Ne aveva pareggiati cinque su uno scrittoio, uno dei quali una vera rarità del Seicento tedesco, quando la luce della lampada aveva cominciato ad affievolirsi, per spegnersi subito dopo del tutto. Rimasto al buio, Leopardi pensò bene di dirigersi verso la porta, ma una voce di donna lo trattenne al suo posto perché voleva parlargli. Aveva qualcosa da dirgli, ma mancava dell’ardire che segna d’abitudine gli animi più impudenti e animosi; cosicché preferiva che il volto rimanesse in ombra, in quell’ombra preziosa, che è appannaggio degli spiriti irrisolti e inappagati. Poteva il poeta concederle il piacere della sua vicinanza? Leopardi restò vago, nel buio, non riuscendo a ribattere a quella voce che era come intrisa di una speciale virtù, che lui, a suo modo, pensava di conoscere bene. La donna, che forse anche riusciva a distinguerlo grazie alla luce lunare, aveva un tono alto e sicuro, come di chi nella vita si avvale sempre del giudizio e della ricercatezza. Leopardi deglutì, eccitato, e non osava proferire più di poche parole insieme, per paura che il buio tornasse a chiudersi di nuovo su se stesso, risvegliandolo come da un sogno ad occhi aperti.
Si ritrovarono vicini, la donna e il poeta, e lei lo ringraziò più e più volte per quella concessione che le veniva fatta. Non era usa a certi favori, e subito aggiunse che il respiro dell’uomo che tanto gli aveva dato, con i suoi canti e le sue trattazioni, era davvero dolce e amaro, così come lo aveva sempre immaginato. Era il dolore a renderlo così? Ma perché insisteva a trascurare così tanto la sua persona? Leopardi non seppe cosa rispondere, e si fece curvo, cercando agio verso il muro, serrando le labbra già chiuse, lacrimando dagli occhi. La donna si fece ancora di più da presso, portando una mano verso di lui, per accarezzargli prima i capelli, e poi il viso.
“Abbiate cura di voi, Giacomo,” gli disse.
Leopardi sussurrò che l’avrebbe fatto, poi la mano della donna, di cui riusciva a vedere solo l’ovale del viso, scese fino al suo petto smagrito, allargando le dita sulla camicia fresca per la circostanza dell’incontro a casa di Sofia, e poi ancora giù fino al ventre cavo, fino a che non si fermò sul suo pene che bruciava per quell’inaspettato ardore, ma anche per l’infiammazione alla vescica che non riusciva più a tollerare. Leopardi la pregò di fermarsi: quella galanteria stava andando troppo oltre, e loro erano ospiti in casa della Vaccà, e mancava certo loro il diritto di comportarsi come due amanti in fuga, o peggio, peggio ancora. La donna gli accarezzò di nuovo il viso, facendogli sentire il suo respiro, e i profumi di cui si era cosparsa, e il suo seno che premeva perché lui lo amasse. L’amore scorreva in lei, come flusso libero di seguire il suo corso. Leopardi desiderò vederla in viso, desiderò di serbarne memoria, di rompere i vincoli che lo trattenevano, di vincere la sua bruttura, quell’aberrazione che lo rendeva come di vetro, inviso a tutti, laido, sporco, incerto, malfidente; ma come poteva farlo? Come dimenticare il passato? Come abbandonare quella forma pallida e disumana imprigionata in un corpo di vecchio? Era nervoso, lo stomaco dolente, preda di quella convulsione interna che non gli lasciava requie, che lo stordiva ad ogni assillo di pensiero, che lo paralizzava, nauseandolo. Il sudore gli chiazzava la fronte, in piccole gemme che gravavano sulle sue ciglia, al lato degli orecchi, lungo la stempiatura. Ansava, ma non voleva andarsene. Stava male, ma era come vivere, finalmente era come vivere.
La donna gli sussurrò qualcosa che lui non riuscì a comprendere, ma quella voce modulata non poteva dare adito ad alcun sottinteso: era come un accordo, caldo e misterioso, che risuonava solo per lui.
“Il tuo nome,”pronunciò Leopardi, rabbrividendo.
“Non ho nome,” rispose la donna. “Non ne posso avere. Non più. I nomi mi sfuggono ormai da tempo, e io sono come immemore a me stessa. Ma so riconoscere i versi del mio poeta; so, e saprò sempre, chi sei tu, amore dolce.”
Avvertì le labbra di lei che sfioravano le sue, e si raddolcì, nonostante le fitte che lo bruciavano, come per deprimere, o per osteggiare, quel suo calore intenso, quel suo avvicinarsi al sentimento, di cui nessuna natura, nessuna misericordia si era mai fatto carico.
Il suo cuore sentiva, ma adesso i suoi occhi, esaltati da un cupo balenio, fremevano per vedere quelli della donna. Com’era lontano ogni altro sguardo. Com’era lontana la remota fanciullezza. E come perdevano d’importanza gli slanci eruditi e le ore, i giorni, i mesi, trascorsi sui libri a ingigantire un’aspirazione contorta, oltre che la sua gobba, che lo piegava, che lo zittiva, che gli toglieva il piacere della luce, il piacere degli altri, della vita stessa, di cui non poteva mai godere, lui, lo sgorbio dalla testa grossa e dal naso profilato, lui, il figlio inutile del conte, che non riusciva più a prefigurare un futuro, che vedeva la morte, a ogni piè sospinto, camminargli accanto, toccarlo,calunniarlo. Era come una vergogna che voleva togliersi di dosso. Era il profano che poggiava le labbra ceree su una santa reliquia. Era troppo, anche per lui, che si era assoggettato ai mali più cruenti, alla disfatta del corpo, all’imperfezione che lo tacciava impropriamente, rugginendogli le lacrime più vere.
L’alito della donna era piacevole, di persona riposata, e la sua mano, che lisciava il suo petto pronunciato, per soffermarsi ogni tanto sul suo ventre, era gentile, premurosa, conoscitrice del buio.
“Il vostro nome,” pronunciò Leopardi, ma un dito passò sul tremulo delle sue labbra esangui. Non doveva parlare; la donna non glielo concedeva più. Ma quanto potevano stare ancora lì? Sofia Vaccà sarebbe venuta presto a cercarlo. E, in quel caso, come doveva comportarsi? Restare nel silenzio, in quell’insperato silenzio, per non uscirne mai più. Chiuse gli occhi e dimenticò ogni cosa, ritrovandosi in alto, etereo, giovane, come il celebrante di un culto boschivo, nudo, spoglio, senza più vesti, senza più lordure, senza più soffocamenti e inquietudini. Vivere così, al di là di ogni siepe, di ogni barriera, perso il guardo sulla sottile linea che congiunge i mondi, la linea del tramonto, che separa il cielo dalla terra, il cielo dal mare. Dove si trovava?Cos’era più la profondità, la vastità, l’altezza, l’abisso, senza la trepidazione che riesce a dare un’unione carnale?
Tremò, e fu come il convincimento di poter esistere, di esserlo stato, di poter perdurare, tra gli sfaldi del tempo, in un gioco di luce specchiante. Ascendere a Dio, come un raggio che parte dal pensiero più bello, per toccare il nulla di un momento mai così felice.
“Il vostro nome,” ripeté vago. “Ditemi il vostro nome.”
“Io sono quello che non potremo mai essere alla luce del giorno, dolce poeta,” rispose la donna. “Non posso avere un nome, perché non ho memoria dei miei gesti, né del mio passato. Ma certe ricordanze appartengono all’anima, e quelle nessuno può cancellarle, nessuna malattia, nessun morbo, nessuna affezione. Io sono quest’attimo eterno, mio amato; sono il cuore inaridito entro il quale può versare solo Amore. Sono vostra, e per sempre, qui, all’ombra di ogni vana inconsistenza, di ogni frivolezza, che marchiano d’inutilità il gregge elegante che si procura d’invitarci per fare mostra della nostra presenza. Siamo l’amore che si sospende, mio poeta; solo qui possiamo vivere il nostro tempo. Solo qui possiamo rinascere, a ogni nostro incontro, senza mai guardarci, senza mai sapere l’uno dell’altro, facendo parlare solo il nostro canto, il tuo, così tenace e prezioso, come lo è, credetemi, la mia adorazione per voi, che stimo più di ogni fiore che ingenera beltà. Cercatemi ancora, poeta; sarò sempre con voi, al riparo delle intemperie, e nel buio che più vi tormenta.”
La donna si allontanò da lui, togliendo via anche la mano dal suo petto, senza più parlare. Si cercarono ancora, nell’oscurità della stanza, ma era giunto il tempo di andare. Leopardi rimase solo. La luna irradiava il vano della finestra di una luce bianca, e i libri sullo scrittoio, disposti secondo un ordine di studio, erano immobili, come inghiottiti da un’incomprensibile assenza.

Ranieri rientrò nella stanza, rianimato.
“Il vetturino dice che il colera è prossimo alla fine,” raccontò. “C’è aria di ripresa, a Napoli, mio caro amico.”
“Tu parli sempre come se ogni cosa potesse principiare di nuovo,” osservò Leopardi.
“Si chiama speranza: una malattia di cui anche tu mostri volentieri i sintomi.”
“Solo che la mia origina dalla disperazione.”
“E non è disperazione quella che si vive nella capitale?”
Leopardi non disse altro, e lasciò che l’amico gli avvolgesse la sciarpa attorno alla faccia e al collo.
“E’ ora di andare,” disse. “E’ ora di ripartire.”
“Sì.”
Uscirono così, intabarrati e protetti nelle loro sciarpe. Leopardi non volle che il vetturino gli si avvicinasse. Ranieri aprì la portiera della carrozza coperta e l’aiutò a sistemarsi su uno dei cuscini che dovevano servire a lenire la sofferenza per le scosse che il viaggio sicuramente avrebbe comportato. Era la mattina del 16 febbraio del 1837. Leopardi se lo disse più volte, perché forse, in cuor suo, sapeva che non avrebbe mai più rivisto villa Ferrigni e la campagna della sua convalescenza, né mai più avrebbe udito, se non nel ricordo, le parole piene di conforto di Pasquale, o i racconti ammantati di leggenda del fattore, o la voce di Silvia, un nome che non mancava mai di emozionarlo.
Si ripartiva. Aveva detto bene, Ranieri. Ma chissà dove poteva ancora condurlo, la vita. Intanto, mentre la carrozza si avviava, rievocava, ad occhi chiusi, la donna pisana, di cui non aveva mai saputo più nulla, ma che rimaneva lì, come un sogno assorto e a lungo sopito, sospeso tra i rumori del nulla.

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*Graziano Versace, nato a Belmore (Australia) nel 1964. Laureato in Lettere Moderne, ha svolto per qualche tempo l’attività di psicoterapeuta umanistico-esistenziale. Attualmente, insegna Materie Letterarie a Sant’Agata di Militello. Ha pubblicato un libro di narrativa per la scuola dal titolo Biglie colorate; i romanzi I dodici punti per Edizioni Leucotea e Ladri di locandine, Tutto il mondo dentro e L’angelo spezzato per San Paolo Edizioni.

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