Poesia

La figura nascosta

Luca Giordano, La morte di Seneca

Luca Giordano, La morte di Seneca, 1684

di Emma Pretti

Mi sento molto vicina a Kurt Vonnegut, soprattutto per le intenzioni che vogliono essere sceme e  intelligenti allo stesso tempo (con la differenza che nel mio caso i propositi sono più scemi che intelligenti). Alla domanda di un giornalista: «quanto c’è di autobiografico o almeno direttamente autobiografico?», Vonnegut rispondeva: «A queste cose non ci pensi. Se devi pensare a sciare, va a finire che non scii e la stessa cosa vale anche per la scrittura…». Parafrasando una domanda simile riguardo al componimento che segue (mi piace qualche volta immaginare che un giornalista si lambicchi per propormi domande che mi lasceranno piacevolmente delusa per la loro ovvietà) ci si potrebbe chiedere: quanto del nostro presente si può individuare in questa sua lirica? Si possono riconoscere personaggi contemporanei? E in che misura aderisce alla nostra epoca, alla politica odierna? Si tratta forse di un attacco alla politica in generale? In realtà tutto viene affidato all’interpretazione del lettore. Come quando nella Settimana Enigmistica si gioca alla “ figura nascosta” e si uniscono i puntini per far scaturire l’immagine legnosa di un uomo che porta a spasso il cane (ecco tra le parole si sparpagliano sempre manciate di puntini che il lettore, se gli va, può legare tra loro e provare a riconoscerne l’ulteriore disegno). A volte prende vita un grande arabesco di rimandi, ma capita anche che il gioco non parta (se per colpa dell’enigmista o del lettore, non si sa). Comunque alla fine il semplice affresco del linguaggio può rivelarsi anche solo il passatempo migliore.

Seneca nell’ora della pace perfetta

La sua camera era quella orientata nel modo migliore.
Si rivolgeva al sole nascente e con un’ampia finestra
attraversava l’esperienza vitale del giardino.
Seneca vi sedeva ancora prima dell’alba e aspettava
che il sole si alzasse quel tanto da sfiorare il tetto
e filtrare poco alla volta tra rami del mirto che scorgeva
proprio davanti a sé.
Al primo tocco le foglie trattenevano l’ombra
e diventavano nere, poi liberavano un colore puro
che brillava dell’umidità della notte.
Come un innamorato si svegliava molto prima
per non tardare all’appuntamento di quest’ora
quieta e gaudiosa, inondata da un sole fresco
e felice di se stesso, che scopre di essere atteso
e ne va fiero.
Immobile, con le braccia comodamente appoggiate
al legno del sedile,
mentre la grana grossa del buio diventa più fine e
la penombra più sottile e trasparente, ritrovava
tutte le cose lasciate la sera prima esattamente
allo stesso posto,
esattamente identiche eppure impegnate
ad apparire diverse.
La considerava una gran bella meraviglia,
voleva essere presente all’apertura di questo scrigno.
Non intendeva abbandonarsi allo stupore ma assaporare
la soddisfazione austera di un piccolo morso di serenità
e chiarore.
La stanza era spoglia, pulita e sgombra, priva di mobili
preziosi; poche cose indispensabili, linee nette.
Determinante il mosaico del pavimento, in piena vista,
il colore leggero e raffinato alle pareti, un disegno semplice e
elegante che decorasse gli angoli vicino al soffitto;
un affresco raffinato ed eloquente al suo fianco,
sull’importanza e la fatica del sapere
e una colonnina da appoggio in marmo pregiato,
di cui amava le venature. Il suo animo nobile non aveva bisogno
altro.
Raccogliersi nell’essenzialità, allontanare e la sovrabbondanza
e lo squallore del vuoto. Mantenere nelle cose minime un’eleganza
naturale. Maestro di semplicità. Bisogna essere aristocratici per farlo.
Aristocratici e un po’ stanchi del mondo.

Nelle diverse stanze della casa invece i muri dipinti esibivano cesti carichi di frutti
e altre prelibatezze patrizie; melannurche rosso brillante disposte a piramide
e ornate con rami di foglie verdi che scendevano, s’intrecciavano
e correvano nella decorazione da una parete all’altra.
In quei primi bagliori però
i disegni s’intravedevano appena come forme indistinte.
Nel suo luogo privato la luce cresceva lentamente;
cadendo a spiovente da un angolo del patio
si allargava finché inondava la sua fetta di giardino
e tagliava a metà l’imboccatura del pozzo al centro.
Metà nero, metà quasi oro: i granelli di sabbia tra le pietre del pozzo
iniziano a luccicare minuscoli.
Intanto i colori si addensano e il respiro prova a dissetarsi contro l’arsura
di una notte carica di pensieri e incertezze scoscese.
Da ragazzo, svegliatosi in riva a un fiume prima dell’alba,
quando il cielo è ancora grigio,
si trovò ad annaspare in mezzo a una foschia densa e fredda
che quasi ghiacciava sulle pietre. Scese nell’acqua e a nuoto e
cominciò ad attraversare il fiume finché raggiunse l’altra sponda.
Vi si aggrappò, afferrò le erbe tenacemente e riuscì a sollevarsi in piedi.
Dalla riva poteva vedere la sponda opposta coperta dalla striscia
di nebbia lattiginosa e sbalordire per come dal suo punto invece tutto
fosse chiaro e l’occhio potesse scorgere in dettaglio
l’agitarsi continuo della corrente.
Luce e aria, fresca mattutina. Un’ora di purezza e quiete,
di salute per l’animo. Tutti in casa dormivano ancora. Riposavano
nel buio piumato delle stanze. Agio e autorità di una casa patrizia.
L’influenza che ottiene sullo scorrere delle cose. Il prestigio della
sua figura che lascia un segno, e dimostrazioni di stima,
sguardi deferenti.
È per una strana beffa inspiegabile della sorte che proprio la considerazione
avesse posto la sua persona in una delle condizioni più pericolose,
costretto ad avanzare sopra un terreno impervio, circondato da un
paesaggio grinzoso e malsicuro, proteggendo la sua famiglia se non
attraverso la ripugnante accettazione di brutture e intrighi.
Legato senza possibilità di scampo a un uomo che avrebbe abbandonato
volentieri al suo destino malsano se non lo minacciasse continuamente
con la zampa di tigre alzata. Un uomo che non avrebbe mai dovuto avere
in consegna altri destini, se gli dei non fossero quello che sono:
eterni giovinastri distratti dai propri egoismi.
Una ruga profonda gli solcò la fronte, accompagnata da altre più piccole,
e subito dopo le labbra presero una piega amara e rassegnata:
aveva sedici anni quando lo vide alle spalle della madre Agrippina
giocherellare con un boccolo sfuggito alla sua acconciatura e
solleticarle la nuca, disinteressato e laconico – rapito
dagli uccelli rari della voliera.
Mentre la madre nominava Seneca suo precettore
il ragazzo ostentava un’insolente distrazione, guardava per aria
ora svagato e gioioso, ora scuro e attento, come se un volo di luride
mosche l’avesse colto di sorpresa.
Esortato dalla madre si mosse per salutare il Maestro.

Si fece avanti con una mossa empia del capo
e l’andatura mendace degli assassini che adesso
da imperatore lo circondano come un coro,
bevono alla sua tavola e spolverano gli orli
delle sue vesti pesanti d’oro e di complotti.
Nerone: un uomo inaffidabile, pericoloso,
debole verso i vizi, crudele senz’ombra di virtù,
incline a pratiche insane.
Durante la sua formazione Seneca lo vide crescere
come una pianta venefica.
Eppure quest’uomo che portava addosso
solo titoli di sciagura, lo ammirava tanto
da richiamarlo con sé dopo molti anni.
La sua mente era acrobata di un contorsionismo
scellerato, capace di plasmare il potere
in un giogo infame di sottomissione.
Seneca ne era la prova.
Nessuna scelta. Nessun rifiuto. Nessuna mossa gli era
concessa senza che l’intera famiglia non ne patisse
i pericoli. Una rete a maglie strettissime lo appendeva
alla cintura dell’imperatore.
Nerone lo rese schiavo e testimone, perciò in parte
colpevole,
colpevole per il semplice fatto di sapere e di aver visto.
Come diremmo oggi: un’inculata imperiale.
Per questo nelle sue lettere scrive a Lucilio:
Non gioire, non piangere, non sperare.
Sii freddo come il marmo e friabile come
gesso. Le passioni sono rapide, i desideri
ingannevoli e le forme del mondo appaiono belle
solo da lontano. Ciò che per qualcuno è il paradiso
per chi lo vive può essere l’inferno.
Non aggrapparti a nulla poiché tutto sparirà.
Cancella le emozioni – portano all’ubriachezza
dell’anima.
E non aver paura della morte dal momento che
essa è tutta intorno a noi. La temiamo perché
ne sperimentiamo solo la perdita, come se di una casa
scorgessimo il panorama da un’unica finestra.
Vivi con responsabilità. Responsabilità significa
stare al mondo con gli occhi aperti, prendersi cura
di se stessi e degli altri, interrogarsi, cercare
e nello stesso tempo prestare ascolto.
Ti accorgerai allora che ogni uomo conosce la servitù
in un modo o nell’altro, e per la condizione umana
non c’è modo di sfuggirvi; ma considerando
che l’infelicità non consiste nel fare una cosa
per ordine altrui ma nel farla contro la propria volontà,
chi accetta di buon grado un ordine, una necessità,
sfugge all’aspetto più crudele della servitù.
Non puntare alla gioia. La gioia è un barbaglio di sole

che incendia la vetrata e impressiona l’occhio
lasciandolo cieco.
Coltiva la serenità distesa alla luce del mattino,
che ringiovanisca la tua giornata ancorché vecchia. –
Alcune voci all’ingresso segnalavano che i domestici
erano alle prese con le incombenze della giornata:
acquisti e pulizie, il ricevimento di garzoni che recavano
le merci ordinate e gli omaggi provenienti dai poderi.
Tutti gli abitanti della casa riprendevano a popolare le stanze
e attraversare i corridoi. Fuori dalla sua vista voci di fanciulli
che erano corsi in giardino per venir subito ripresi da un’ancella.
Sarebbe rimasto in questa stanza fermo come il diamante e sereno
come il più terso dei cieli invernali, lucidato da irraggiungibili
venti d’alta quota.
Avrebbe accolto qui i messi dell’imperatore, stretti
e legati fra loro come un fascio di serpi velenose;
e dopo aver ascoltato la fatale ingiunzione,
chiamato a sé i familiari –
di fronte a questa stessa finestra
avrebbe dato disposizioni per consumare
il lusso estremo della sua partenza.

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Emma PrettiEmma Pretti è nata a Trino in provincia di Vercelli. Collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Suoi testi poetici sono presenti nell’antologia Giovani poeti nati dopo il ’50, diretta da Edoardo Sanguineti e curata da Adriano Spatola. Il suo primo libro di poesia, Assurde presenze perfette, è del 1995 (Giardini editore). In seguito ha pubblicato Battaglie nane e la raccolta di poemi Viaggio da Ovest a Est (Istituti Poligrafici Internazionali, Pisa). Nel 2002 Economia del bosco (Caramanica Editore), A Caccia in paradiso (Edizioni Joker, 2005) e la recente raccolta di liriche, I giorni chiamati nemici, edita dalla Società Editrice Fiorentina (Sef) nel febbraio 2010, che apre la collana “Ungarettiana” diretta da Paolo Valesio e Alessandro Polcri (clicca qui). Suoi racconti sono apparsi nelle riviste «Italian Poetry Review» e «Le colline di Pavese». Nel 2010 ha vinto il concorso indetto da Puntoacapo Editrice “La Vita In Prosa” con il racconto Randagi. È presente in Samgha con l’articolo Confidiamo in Discovery Channel.

Clicca qui per guardare il blog personale di Emma e seguila su Twitter come @Emmapretti.

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