Saggi

Insegnando Pirandello (appunti di un professore all’estero)

John Singer Sargent, Sketch of Sir Frederick Alexis Eatondi Stefano Gulizia

Cinque o sei mesi fa, alcuni studenti privati mi chiesero di coordinare un gruppo di lavoro sulla letteratura italiana qui a New York, e sul teatro in particolare. Contento di poter lavorare fuori dall’accademia—e dalle sue costosissime aule tecnologiche, che ospitano i pochi malcapitati che seguono corsi di lingua italiana per insondabili equilibri di natura burocratica e curricolare—pensai subito di affittare un palcoscenico in disuso, usato per le audizioni di una compagnia teatrale specializzata nei “classici”. E pensai a Pirandello, nella curiosità di verificare quanto della vita teatrale che circonda i suoi testi, anche quelli narrativi, sarei stato in grado di attivare usando un palco vero e proprio. I risultati, come ci si poteva aspettare, sono stati ambigui: l’entusiasmo che si è sollevato non era privo di perplessità, la curiosità mista a imbarazzo, senza contare quel cortese desengaño, quando è cortese, che si insinua regolarmente in ogni classe dopo quattro o cinque settimane di vita insieme. Essendo comunque uscito da questa esperienza di recente, questa mi pare una buona occasione per condividere un elenco onesto di questioni e per capire quale, tra le osservazioni pirandelliane, abbia interessato i miei studenti, quale dei suoi testi sia sembrato una flebile scaramuccia invece che una battaglia di verità, e soprattutto quali siano le condizioni, oggi e all’estero, per una riforma fondamentale del suo status intellettuale. (Come ho già scritto altrove, è arrivato il momento di far uscire Pirandello dai cliché dell’ironia paludata e della manualistica istituzionale).

La sala era piccola e intima. La mia idea, almeno inizialmente, era di leggere da vicino i Sei personaggi in cerca d’autore, un testo in cui si perde così tanto senza la coreografia da rendere ogni lettura una sfida, e in cui la distanza tra quel che gli attori dicono e le copiose didascalie è tale da ricordare il disperato tentativo di Serse di passare da una sponda all’altra di Asia ed Europa con una fila di imbarcazioni. Per aiutarci, non avevamo nient’altro che una vecchia lavagna, un pianoforte in un angolo, e tre finestre rugose che aprono su un vicolo dell’East Village, tra Broadway e Lafayette, il che può essere visto, suppongo, come una riproduzione abbastanza fedele di quello spirito di eccitazione e instabilità che è tipico di Pirandello. Ed ecco la mia lista di temi, non senza dubbi e cautele:

1) L’uomo di Weimar.

Per ogni insegnante, si avvicina prima o poi il momento della biografia intellettuale; nel caso di Pirandello, non è un compito facile e sono sicuro di essermi complicato il percorso scegliendo, nel modo più sistematico possibile, di sottolineare il suo lavoro di dottorato in Germania, e il fatto che il suo grande saggio su L’umorismo è un riverbero della cultura di Weimar, esteticamente e politicamente. Quindi non c’è stato quel che i miei studenti americani si aspettavano: un pellegrinaggio idilliaco in Sicilia. Niente fichi d’India e fioritura di gennaio ad Agrigento ma, invece, un viaggio attraverso le Alpi Bernesi a scoprire quanto il “gioco delle parti” traducesse le atmosfere di un cabaret di Berlino. Questa traiettoria dona ad alcune delle più celebri istanze di Pirandello—argomenti senza i quali non lo si può insegnare: in sostanza, illusione e realtà, identità, carattere, famiglia, da dove veniamo, cosa rimane dove stiamo andando—un aspetto più inconsueto e inquietante; ma, si spera, anche più attuale e comprensibile. In termini di iconografia, insistere sul Pirandello “tedesco” significa di fatto sottrarre un quantum di identificazione locale e geografica; il disegno che ho usato per illustrare questo pezzo, ad esempio, anche se assomiglia molto a Pirandello, non ritrae lui: ma è lo schizzo di un lord inglese che visitò l’Europa nel 1930. L’immagine finale, e certamente pirandelliana, dell’Uomo di Weimar. In alternativa: utilizzare una celebre opera d’arte di Magritte in connessione con Uno, nessuno, e centomila. Ci sono arrivato per disperazione, rispondendo a una domanda e mi sono accorto che ha intensificato la reazione del pubblico. Si esplora lo stesso tema, in realtà, solo che questa volta, con Magritte, lo si suona in una diversa ottava.

magritte2

2) Mal giocondo.

Una formulazione sibillina, e straordinaria, quando si pensa che viene dalla prima collezione in versi del 1889. Usando il mal giocondo come una cifra (e traducendolo, alla buona, come joyful pain alla lavagna), ho provato a insegnare e documentare la passione di Pirandello per l’ossimoro. Venti minuti, dopo i quali ho sentito i fianchi del cavallo gemere sotto lo sprone e gli zoccoli premere verso terra. In mezzo alla sala trasformata in aula, il senso del comico diventa un fantasma irraggiungibile. È difficile insegnare autori eccentrici e non sentire un sudore freddo salire nel volto (ad un certo punto, naturalmente, si può contare su uno di quei sorrisi sornioni di massima che gli insegnanti conoscono così bene, fino a quando non riprende la lettura del testo). Nel caso di Pirandello, questo è ancora più difficile. Perché come si può suscitare sentimenti di pietà e di terrore, in senso aristotelico, con un linguaggio così irto e ‘muovere’ un pubblico così profondamente lontano? Come guidare gli studenti attraverso diverse sfumature interpretative, senza eccedere nella lettura di singole battute? Qualcuno in classe ha suggerito un paragone con la riforma brechtiana, una polemica contro il teatro borghese e il suo modo di eseguire la catarsi: e, per intuizione o incapacità intellettuale mia, ho pensato che fosse giusto incoraggiare questa idea, che esiste un effetto di allontanamento simile, tranne che con Brecht si ha il vantaggio di collage trasportabili. È possibile rifugiarsi in un ghigno e una canzone, o in antiche proibizioni di tipo vetero-testamentario. Anche nei Sei personaggi, alla fine, il pathos raggiunge la sua destinazione, c’è un bambino sul palco. Respira. La sua angoscia è palpabile. Ora, basta dire alla classe che il bambino. . . è morto.

6-characters-main3) Maschere.

Nulla di strano qui, sia per la tradizione storica della Sicilia che per il dramma del tempo di Pirandello. Allo scrittore non riuscì di girare un film su questo particolare copione, ma il più filologico dei suoi seguaci (e ce ne sono molti a New York) ancora cerca di proporre i sei personaggi con le maschere prescritte. Eppure, per spremere veramente il senso del dilemma tra la vita-come-flusso e la vita-come-congelamento, bisognerebbe ballare come Merce Cunningham o adottare un suggerimento di John Cage e intersecare due conferenze simultanee, una registrata su nastro e una dal vivo. A insegnare in un teatro improverito del Lower East Side, come forse è ovvio, ci si sente già come a passeggiare tra i camerini: dove qualcuno ha dato fondo a una bottiglia di sciroppo per la tosse, un vecchio trucco per alzare il tono senza intossicarsi di alcolici, e l’atmosfera è perennemente carica di cotone e codeina.

4) Living theatre.

Simile al dilemma di cui sopra è questo: quanto chilometraggio si può ottenere, in una classe, con la formula questa sera si recita a soggetto? Come evitare o sollecitare un paragone con i palcoscenici di Broadway? Pirandello si fida di musica jazz scritta, come per una big band, o usa pura improvvisazione? È stato certamente molto difficile per me districare la dimensione meta-teatrale dei Sei personaggi, vale a dire la commedia originale che era in programma per le prove prima dell’irruzione degli ultimi arrivati. Questo spiega perché così tanti adattamenti (compresa la recente riscrittura dell’Enrico IV da parte di Tom Stoppard) insistono sulla creazione piuttosto che sulla messa in scena, sull’architettura piuttosto che la coreografia. Le cose migliorano solo quando la classe diventa consapevole del fatto che, dopo tutto, i personaggi sono insoddisfatti dello scrittore, e si sbarazzano di lui, e poi che non sono soddisfatti con il regista, e pure lui viene spinto fuori scena (almeno in questa versione con la regia di Julian Beck).

2

1

5) A luci spente.

Uno dei problemi reali è che Pirandello è finito fuori moda a New York. Mi sono seduto due o tre pomeriggi presso la Biblioteca Civica del Performing Arts Center e non ho trovato niente di recente che valesse la pena mostrare alla mia classe. Così ho cambiato le cose, mescolato il mio mazzo di carte. I miei criteri sono stati: a. spirito e intensità, b. vestiti rigorosamente neri (evidentemente, un elemento inaggirabile per far capire il modernismo a Manhattan), c. ritagli di giornali per spiegare le premesse, d. una presentazione a metà strada tra il movimento e il dialogo. E il meglio che potessi fare era di usare alcune immagini di uno spettacolo storico di Meme Perlini nel 1970, in cui una delle caratteristiche centrali dei Sei personaggi mi pare perfettamente compresa: l’importanza emotiva delle luci, il modo in cui le luci spostano l’equilibrio nel corso del dramma. Tutto qui. Il bel mito di Pirandello drammaturgo orfico, rivestito in abiti moderni per soddisfare l’età prosaica e borghese, non poteva che realizzarsi parzialmente. Alla fine del mio corso, la classe non ha gridato MANICOMIO come alla prima dei Sei personaggi, ma non mi è ancora chiaro se Luigi sia stato premiato come un nuovo amico e liberatore.

3

Annunci

One thought on “Insegnando Pirandello (appunti di un professore all’estero)

  1. Notevole ed illuminante. Concordo in pieno con l’idea di indagare i rapporti tra Pirandello e la Germania, di spostare la focalizzazione su di una dimensione internazionale della speculazione e della drammaturgia pirandelliane.

I commenti sono chiusi.