Poesia

Tre poesie inedite di Umberto Piersanti

di Marco Faini

Cesane

Cesane

Umberto Piersanti ha costruito la propria poetica attorno al mito delle Cesane, le colline attorno Urbino che custodiscono la sua infanzia e il ricordo di una stagione luminosa: erano gli anni del dopoguerra e, a Urbino, la rinascita si intrecciava con una effervescente stagione culturale, che sarebbe esplosa negli anni Cinquanta e Sessanta: e bastino i nomi di Carlo Bo e Paolo Volponi ad individuarla e fissarla. In questi tre testi inediti che Piersanti ha donato a Samgha, come nelle sue tre raccolte einaudiane (I luoghi persi; Il tempo che precede; L’albero delle nebbie), le Cesane campeggiano quali protagoniste. Sono versi che raccontano di fiori, di macchie di colore rosso e viola, di greppi, di piccole case di pietra che si annidano nelle pieghe di quelle colline. Parlano delle muraglie di neve che d’inverno vi si depositano e delle nubi nere che scendono dal Monte Catria; della «fioritura immensa, / luce breve e assoluta» che si accende in un cielo blu come in pochi altri luoghi. Da quei colli, oltre macchie di boschi e tappeti di muschi, si vede talvolta il mare. Chi conosce la poesia di Piersanti ha familiarità con questo mondo sereno e struggente, fatto di improvvise epifanie, in cui il passato rivive d’improvviso reale e tangibile. E, assieme, sa come nell’intimo microcosmo delle Cesane ogni fiore, ogni pianta, ogni umile oggetto diventi segno, simbolo, correlativo oggettivo di una riflessione incessante sul tempo e il suo trascorrere.

È un mondo in cui tutto è misteriosamente andato perduto e, al contempo, ancora si offre agli occhi e alla mano: ancora risuonano le voci delle contadine, ancora si offrono i loro cesti di fichi, ancora il padre si reca nell’orto. Un mondo magico, nel quale si aggira lo sprovinglo, il demonio in forma di cane nero, e in cui il vento, una notte scura, ha costruito un ponte fino alle stelle sul quale si sono incamminati piano piano gli uomini e i loro animali. Qui spira il vento forte e gelato dal quale due innamorati, in un tempo remoto, hanno cercato riparo inerpicandosi su per l’Alpe della Luna in cerca di un tesoro: e ancora sono là, vivono tra le rocce bianche, finalmente al sicuro. Anche il rassicurante universo della collina ha sperimentato lo sconvolgimento delle tragedie, prima tra tutte quella, per il poeta archetipica, della Seconda guerra mondiale. In quegli anni Quaranta, che danno il titolo ad una raccolta del 1981, è giunta fin qui la violenza degli uomini, di giorni di sirene e di mitraglie, di agguati, di soldati morti nella neve come animali. No, il mondo delle Cesane non è un paradiso né, forse, lo è mai stato: anzi conosce la morte e il lento e inesorabile sgretolarsi delle cose. Il tempo che precede – che dà il titolo alla raccolta del 2002 – è pur sempre il tempo che procede, scava e consuma. In questi tre testi, si avverte una tonalità che, pur presente a tratti nelle raccolte precedenti in toni nostalgico-elegiaci, vira ora verso una gravitas dolente: predominano i toni cupi e scuri di chi sente che il succedersi degli anni ha ròso inarrestabile cose e persone. E tra tutti i colori spicca il rosso del sangue: non quello effuso, ma il flusso che scorre nelle vene a stringere il legame con chi non è piú: il padre, prima di tutti.

Queste poesie ci parlano di un giorno che viene a chiudere la giovinezza, ad oscurare il rosso accecante dei papaveri e porta con sé un nero «che ti schianta». In Anemoni serpeggia il ricordo di un cielo chiaro che non tornerà piú: era la stagione felice in cui il padre fugava le ombre con mano capace di spezzare l’assedio cieco dell’ombra. E se gli anemoni, le violaciocche e le viole, ideali fratelli del poeta, come lui venuti al mondo nella gelata stagione tra inverno e primavera, rinascono e spezzano la crosta della neve, lui – con eco carducciana – è prigione del suolo freddo e del buio. Lui, anche se la primavera ritorna e l’acqua sembra conservare la nitidezza dei giorni felici, rimane embricato nella terra, incapace di romperne la crosta e sbocciare di nuovo. Il mondo sembra essere una vecchia pellicola mezza bruciata – cosí la metafora che innerva Un giorno non come un altro della vita – una pellicola senza i suoi colori, che hanno brillato per una sola breve stagione, l’infanzia. Una foto in bianco e nero, che non sa piú restituire le accensioni dei colori «assoluti» si presta perfettamente a simboleggiare la vita che si dibatte in un dolore che sembra non lasciarci mai: l’esistenza fruga e raspa nei profumi della polenta, del fuoco, delle braci nel letto, nel ricordo del vigore di una mano paterna che ti solleva; cerca qualcosa che resta e che attende nel bosco, lontano da quel grumo di affettuoso dolore al quale non faremo piú ritorno.

*****

TRE INEDITI

di Umberto Piersanti

Un giorno non come un altro della vita

salgono per greppi
e sui costoni
mai così fitti
e alti e luminosi
i papaveri rossi,
t’entrano nella macchina
come lampi,
trapassano vetri
e specchi
s’intrecciano sugli occhi
e tra le mani,
ebbra la corsa
dentro quel rosso smisurato,
no, ancora non lo sai,
fugge l’ultimo anno
giovane e felice

e venne il giorno cupo,
un giorno non come un altro
della vita,
e la spagnara limpida
e compatta
quell’azzurro lieve
come l’aria
scomparve nelle tenebre
oscurata,
e s’oscurarono i cieli
e tutti i campi
anche il verdone perse
il suo colore
e nero lo stridio
nere l’erbe,
nel nero che t’avvolge
e che ti schianta
le tempie fatte cupe
come il respiro

come nella pellicola
che arde e brucia
i fotogrammi tutt’attorno,
mutilata la salvano
le forbici,
in cenere si spengono
le ore che quel giorno
cerchiano, il più cupo

sì, mi restano
la casa e le figure
nella mia macchia persa
la più lontana,
quell’odore dell’acqua,
di muschio e raganella
verde e bagnato,
l’antico scalzo e biondo
che lento s’incammina
verso le nubi

dopo il ricordo cede,
i fotogrammi tutti
sono bruciati,
ma qualche brano resta,
scendi per l’aspra piana
scordi compagni e prati,
e tu e la donna entrate
soli dentro quel mare
vuoto, così remoto
e gli spini dei ricci
nella carne
la corsa non arrestano,
felice

oggi c’è molta luce
nella macchia,
vengono fuori bisce
al primo raggio,
tra le foglie cammino
intorpidito
come quella lumaca
dentro l’erbe
che il ragazzo toglie
da una scatola buia

e ripenso a quel giorno,
un giorno non come un altro
della vita.
(luglio 2010)

Anemoni

nati prima delle gran neve
nel preludio accecante
dell’avvento,
mai torneranno i cieli
così chiari
come nei giorni
che ogni nascita annunciano
e fioritura immensa,
luce breve e assoluta
che nera nube spegne
scesa dal Catria
con i neri venti,
siete anemoni gli stessi
dalla neve coperti
e dentro il gelo soffocati
e spenti,
voi dagli steli gracili
ma tenaci, tenaci
più d’ogni ceppo o tronco,
o altri, fratelli vostri
dalle vostre spoglie nati,
che nella genga un poco grigia
e un poco chiara
presso il ginepro spoglio
colore dell’inverno,
questo tiepido marzo che declina
del vostro rosso-viola
illuminate?

un giorno, nella casa di pietra,
dentro il bicchiere
chiaro all’inferriata
una ragazza intreccia
i lunghi steli,
guarda lieto colui
che lento avanza
chiuso nella mantella
per il vento
che dal pruno
alza fiori bianchi

padre, la tua stagione
sento dentro il sangue,
a quel tempo appartengo,
a quei sentieri
di sassi bianchi e aspri
e tu fugavi l’ombre
nel cammino,
la tua mano mi guida
tra i dirupi

ora, giù per i fossi
l’acqua è chiara
come nei giorni
più remoti
e persi,
ma l’ombra che mi cerchia
e che m’acceca
non c’è più la tua mano
che la dissolva

gracile primavera
scendi ai miei campi,
così alti e freddi
e ai venti esposti,
la tua fatica compi
eterna e queta,
e questo sa l’anemone
che sempre una gelata
crosta infrange e spezza

di febbraio e di marzo
sono i miei fiori
tenaci com’è tenace
il gelo dentro l’aria
– essere come loro
lo tento invano –
la violaciocca spezza la muraglia
gli anemoni e le viole escono al sole,
c’è chi resta nel buio,
dentro la terra
(marzo 2011)

Antica foto

un anno, hai un solo anno
nel seggiolino di vimini
seduto e assorto
con le mani intrecciate
e gli occhi bassi,
ah, potere rientrare
dentro la foto, risentire
il sangue e le figure,
no, non così grigio
il muro lo ricordo
ma di bocche di lupo
cosparso e acceso,
le viole tutt’attorno
al grande pino,
il bosso che profuma
verde e amaro,
l’infanzia è la stagione
dei colori
dentro le vene t’entrano
confusi,
dinnanzi agli occhi
ardono assoluti

sei nato dentro il freddo
e tra la neve,
quando ricade
e copre i favagelli
e gli anemoni piega
sotto il bianco,
l’inquieta primavera
dentro la terra s’agita
e nel sangue

e mai come in quell’anno
cadde la neve
e tu quel bianco, assorto
guardi dai vetri
e vuoi che non finisca,
che tutto copra,
c’è il fuoco nel camino
e la polenta
e dentro il letto
avrai la brace accanto [1],
quello di Camorciano
fa il bersagliere,
la terra dove combatte
è tutta neve,
alta più d’una casa
ma tutta nera
per il fumo e gli scoppi
di quegli altri,
spara con la mitraglia
contro i carri,
disperso è quel soldato
che non ritrovi
dalla neve coperto
e poi dissolto

magari per un giorno
è ritornato tuo padre
dalla terra che si vede
quando non c’è una striscia
dentro il cielo,
uno straccio di nube
bianco o scuro,
dalla Cesana alta
o dal campanile,
dicono ch’è una terra
tutta sassi
con buche grandi
come l’orto,
lì i ribelli lo aspettano
che passi

dopo lui va nell’orto
per l’insalata
e io gli vado dietro
tra la gran neve,
tira fuori i ceppi
verdi e molli,
ho i piedi che mi gelano
bagnati
e lui mi prende in braccio
con una mano,
con l’altra tiene stretta
l’insalata

erano giorni scuri,
scure neve e sabbia
e scuri i monti
dove gli uomini muoiono
andati al fronte,
scuro anche il cielo
che la sirena annuncia,
l’infanzia altro corso
segue della storia,
mai come allora
accesi sono i colori,
e tulipani rossi
lungo i fossi,
giunchiglie a branchi
per tutti i greppi
quelle bocche di lupo
che tu raccogli
padre per me salito
con lunga scala
sulla muraglia

tra inverno e primavera
sono nato,
sempre mi porto dentro
l’erbe e i fiori
che la neve sempre
tronca e spezza,
e poi loro tenaci
tornano fuori
tra le crepe gelate
dalla terra

e quel canto rammento [2]
il più lontano
che nel bosco c’invita
via dal fuoco,
dal dolore
che sempre
ci accompagna
(marzo 2011)

****
Note
1. la brace accanto: è quella nello scaldino (monaca) messo dentro un congegno di legno (prete) per riscaldare il letto gelato.

2. e quel canto rammento : si tratta della canzone che così inizia: «Vieni, c’è una strada nel bosco», molto amata dagli italiani negli anni della seconda guerra mondiale.

_____________________________________

PiersantiUmberto Piersanti è nato a Urbino il 26/02/1941: nella città ducale attualmente risiede e insegna all’Università. Debutta nel mondo della letteratura con La breve stagione (Ad libitum) nel 1967, all’età di ventisei anni; da allora, nel corso della sua pluridecennale carriera, ha pubblicato, oltre a diverse raccolte poetiche, testi di saggistica e opere di narrativa. La poesia di Piersanti è fortemente caratterizzata da eventi, figure, presenze, apparizioni, la cui intensità viene spesso percepita, in raccordi fulminei, per analogia o, più spesso, per disgiunzione, tra il presente e i ricordi che giacciono nella memoria. Al libro d’esordio seguono numerose altre raccolte: Il tempo differente, (Sciascia, 1974); L’urlo della mente (Vallecchi 1977); Nascere nel ’40 (Shakespeare & Company, 1981); Passaggio di sequenza (Cappelli, 1986) e I luoghi persi (Einaudi, 1994), Nel tempo che precede (Ivi, 2002), L’albero delle nebbie (Ivi, 2008). È autore di quattro romanzi: L’uomo delle Cesane (Camunia,1994), L’estate dell’altro millennio (Marsilio, 2001), Olimpo (Avagliano, 2006), Cupo tempo gentile (Marcos y Marcos, 2012), di due opere di critica (L’ambigua presenza, Bulzoni, 1980 e Sul limite d’ombra, Cappelli, 1989) ed è coautore con Fabio Doplicher di un’antologia poetica (Il pensiero, il corpo, Stilb, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, (L’età breve, 1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate e Ritorno d’autunno, 1988) e quattro “rappresentazioni visive” per la televisione, ora raccolti nel DVD Tra alberi e memorie, edito dalla Mediateca delle Marche nel 2008. Due le sue raccolte antologiche uscite all’estero: El tempo diferente, a cura di Carlo Frabetti, Barcellona, Los libros de la frontiera, 1989; Selected poems 1967-1994, Gradiva Publications, 2002, a cura di Emanuel di Pasquale. Presso l’editore Sial di Madrid è apparsa nel 2012 la raccolta Los lugares perdidos. Manuel Cohen  ha curato l’antologia Per tempi e i luoghi, I Quaderni del Battello Ebbro, 1999. Tutti i libri di poesia precedenti la trilogia einaudiana sono stati raccolti a cura di Alessandro Moscè nel volume Tra alberi e vicende, Archinto, 2009.

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