Poesia/Saggi

Critica e storiografia, più che cartografia

Rogelio Naranjodi Marco Giovenale*

 1.
Un falso problema si aggira per redazioni e radar di siti, blog, giornali, e nei pensieri di editor di pagine web, o critici (per fortuna non in tutti): il problema della “mappatura” delle voci poetiche. Il problema del territorio intero. Luogo da possedere, évidemment, come nozione, o corpus ghiotto, da afferrare. Se è il territorio intero, da sondare, va pur detto che percentuale altissima del dicibile e del detto è già in rete. O, meglio, è la rete: mappa pressoché coincidente con i suoi oggetti (almeno nella porzione di mondo occidentale/occidentalizzato adsl-munita, in grado dunque di promuovere se stessa – come fa, come facciamo –  alla dignità di soggetto rammemorante e memorabile). (Il possesso di uno specchio: segno di benessere economico, di facoltà..).

2.
Quel 1998 in cui Giuliano Mesa avviava la straordinaria iniziativa ed esperimento di ascolto/dialogo collettivo Ákusma (incontro e antologia), idea poi ripresa e rilanciata fra 2001 e 2003 a Roma con una fitta sequenza di confronti e reading, era un anno che veniva dopo una serie anzi cumulo di silenzi e reciproche non letture fra tanti poeti. Molti non si scambiavano nemmeno insulti, si ignoravano, non ascoltavano minimamente – per banali ragioni di poetica o pregiudizio – la voce altrui. Non c’era lettura reciproca. E la critica sembrava duplicare e rafforzare tanto muro. Dall’introduzione all’antologia, pubblicata nel 2000 da Metauro (p. 11): «Ákusma è un progetto il cui obiettivo coincide col suo stesso esistere come occasione di confronto, di dialogo fra alcuni autori che hanno accolto l’invito a reinterrogare insieme ragioni e modi del loro scrivere e del loro agire. È la proiezione – in contatti, incontri, letture, e pagine stampate – del desiderio e della volontà di ricominciare dalle opere, dalle poesie, la cui conoscenza diretta è stata troppo spesso sacrificata al culto delle poetiche aggreganti, dei precetti teorici, al pregiudicante (e pre-testuale) incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa, nonché alla sua collocazione nel risibile e ultracompetitivo “mercato dei versi”». Giuliano attribuiva l’impasse alla complessiva multiforme sordità e all’intreccio di consorterie e odî incrociati che affliggevano – come del resto affliggono – buona o gran parte del contesto letterario italiano, massime in poesia. (In parte anche a séguito di tante polemiche nate cresciute scomparse con l’arco di tempo di lavoro del Gruppo 93). All’altezza di quel 1998 era indispensabile che alcuni autori, diversissimi fra loro, riprendessero a conoscersi, a non opporre chiusure – perfino editoriali – di differenza intesa come distanza e distacco. Né a sentirsene o esserne vittime. La situazione in qualche modo “imponeva” una felice forzatura, una violazione dei confini delle poetiche, per (ri)stabilire scambi o almeno stendere fili di comunicazione. Il termine stesso, ákusma, “ciò che si ode”, era centrato sull’ascolto. L’ascolto dell’altro. Non un valore scontato. Posso dire che tale forzatura ha positivamente anticipato (anche attraverso la selezione antologica, e l’impegno di scouting di Giuliano) molta parte del meglio del clima attuale? Senza incorrere in utopie inclusive e pacificanti (sottolineerò sempre e sempre l’insofferenza e intransigenza di Giuliano verso il dilettantismo e il sottobosco, quello romano in particolare), il lavoro di Ákusma ha tessuto una rete di testi. Ha dato uguale spazio ad autori diversi o testualmente perfino opposti. Ma. Tutto questo avveniva prima dell’entrata in scena della rete, e prima del (per certi aspetti catastrofico) intervento scompaginante o francamente confusionario di facebook nel sistema letterario nostrano.

3.
A mio modesto avviso, ancora nello spirito di Ákusma, di ascolto c’è necessità assoluta. E, contemporaneamente, di tutto c’è bisogno tranne che di una utopia di mappa, di convivenza (fintamente) pacifica, di ascolto reciproco indifferenziato. Non che orientamento, buona creanza e lettura spassionata siano disvalori, ovviamente; lo sono, però, le corrispettive utopie, private di giudizio critico e diffuse dalla e nella comunità letteraria attraverso una teoria e prassi di indolente ecumenismo-buonismo, falso o – peggio ancora – vero. Che la scrittura (e aggiungerei: la scrittura di ricerca in particolare) abbia bisogno di  storiografia è pacifico, vero e prioritario. Mancano rassegne attente, avvertite, aggiornate e criticamente severe degli ultimi tre anzi cinque decenni. Rassegne dettagliate. Dagli anni Sessanta in qua, galassie di correnti e microscritti, saggi e antologie, hanno avuto nascita e corso. Non si può però trovare, forse, un lavoro compendioso che – anche soltanto sul piano dei documenti, della cronologia, della banale puntuale storicizzazione – si incarichi di mettere seriamente in sequenza e in sintagma l’accaduto. Qualcosa di paragonabile, ad esempio, al Novecento di Luperini. Ma con apparati antologici, e tavole cronologiche minuziose e altresì rassegne sintetiche di eventi, festival, incontri: occasioni che in poesia, nei decenni suddetti, sono state talvolta essenziali, dirimenti, incisive quanto e forse più delle uscite editoriali. (Proprio il convegno e l’antologia a cura di Mesa possono funzionare da esempio in questo senso). Non a caso la lacuna storiografica e critica riguarda uno dei periodi più esplosivi della storia della letteratura mondiale: quello delle nuove avanguardie, dell’avvento del digitale, del cambio di paradigma in un’intera tradizione culturale (occidentale, almeno). È quasi scontato che un disorientamento colga la critica e gli scrittori stessi.

4.
Per far fronte ad alcune delle esigenze suddette si è impegnato a dir poco lodevolmente il gruppo che ha curato Parola plurale. Antologia meritoria quanto – giocoforza e coscientemente – incompleta. A quell’esperienza, di otto anni fa, non sono seguite iniziative paragonabili. (Se si esclude il pullulare dGeorgy Kozubov, Schriftomahia, 1986i “mappature” locali, o opere militanti, anche assai valide; oppure – come mai prima – varie fioriture pseudoantologiche pollate da contesti kitsch disarmati, disarmanti). Le utopie o disvalori di una completezza senza bussola, dell’ecumenismo-convivenza (o convenienza) e dell’ascolto indifferenziato vanno tanto criticate quanto vanno praticati i valori che comunque vi echeggiano, in positivo (dato che un positivo c’è). Valori da difendere, realisticamente o tentativamente. (Gli stessi, daccapo alla radice dell’iniziativa voluta da Mesa). Di completezza non si potrà in effetti mai parlare, tante sono le voci se non durevoli e solidissime perlomeno interessanti e meritevoli di ascolto, che attraversano i decenni dagli anni Sessanta a oggi. Ma un conto è l’asintoto dell’esaustione, un conto è il silenzio assoluto. Un’antologia e/o storicizzazione ampia dev’essere dunque ancora scritta. A uno sforzo complessivo di tali dimensioni (ciclopiche, in effetti) si può dedicare solo chi critichi a fondo e alla radice una utopia dell’ecumenismo, e pratichi senza mezzi termini – e motivatamente – ragionatissime esclusioni, ridimensionamenti, letture parziali. La parzialità non è affatto l’autoriduzione del lavoro del critico, è semmai la sua identità, se ne ha una. Se ne ha una, deve dimostrarlo. (Se ne ha più d’una, si impegnerà a redigere più testi storiografici, più antologie: non nessun lavoro storiografico, nessuna antologia). La soluzione è nel lavoro, ancora e daccapo nella MILITANZA (il maiuscolo un po’ retorico valga a chiarire che mi pare, questo, un pregio: come e più di prima). (E la sua assenza non è un semplice vuoto: è già una corruzione del contesto, netta). In questo senso, l’ascolto delle (e il discrimine tra le) voci poetiche o postpoetiche in campo è e sarà dirimente. Un ascolto non ‘bloccato’ da quelle categorie primonovecentesche (o fresche di ’63) che sembrano sempre ghiacciare le esperienze di secondo Novecento intorno a poli o meglio pioli da cui nessuno stormo anche miserrimo di teorie critiche o constatazioni antologiche è mai in grado di prendere un qualche minimo e pur sgangherato volo.

5.
A me sembra dunque, per concludere, che il contrario di una mappatura (senza orientamento), e il contrario di un ascolto indifferenziato, e il contrario di un ecumenismo livella-voci siano da auspicare, proprio e precisamente perché la rete è intervenuta massicciamente nell’ultimo decennio a dotare (in apparenza) tutti non solo di mezzi di studio del lavoro testuale altrui, ma di mezzi di scrittura senza alcun filtro, e opportunità di pubblicazione pressoché prive di limiti. Se correnti testuali non possono venir còlte e scontornate con acribia delimitante, se una polverizzazione di voci (come è stato più volte scritto) polverizza a sua volta certezze e regesti della nuova critica, spinta ad arrendersi davanti allo spettacolo della molteplicità e alla molteplicità dello spettacolo, è pur vero che una critica coraggiosa ha forse tutti i mezzi per cambiare lo stato di cose presente, consegnando alle varie generazioni, oltre a strumenti storico-analitici nuovi, il senso e il segno di un confine oltre il quale la cattiva qualità testuale, semplicemente, non può essere tollerata in e da nessuno. Il lavoro storico-critico da affrontare avrebbe o ha senz’altro, dunque, il compito di confrontarsi con linee di condotta e responsabilità precise. Ai critici scegliere quali. Personalmente (per quel che vale l’opinione di chi scrive) le individuerei come segue:

(I) Necessità primaria di fare barriera forte di fronte al dilettantismo promosso dall’editoria non solo mainstream; barriera alla banalità patente del sottobosco, alle (non ingenue) pubblicazioni a pagamento, all’indulgenza tanto verso acclamazioni & esordi di infanti infinitamente acerbi quanto verso ennesime prove di decadenza di ex gloriosi vegliardi delle lettere.

(II) In questo senso, lo smontaggio e una rilettura accigliata, niente affatto indulgente, di autori canonizzati non potrebbe che giovare al contesto.

(III) L’elaborazione di una antologia ragionatissima – con excursus storico e ricostruzione di passaggi, dati, biografie, eventi, cronologie – della scrittura in poesia e in prosa, tolto (o no) il romanzo, degli ultimi trent’anni almeno, se cinquanta sono utopia. (Con esclusioni ben spiegate, ed inclusioni generose e provviste di altrettanto articolate ragioni).

(IV) Un’offerta – anche solo virtuale, gratuita – di dati storici incolonnabili e certi, che stabiliscano una serie di passi e passaggi della ricerca recente e meno recente in poesia, ma – direi – anche di quel che “scrittura di ricerca” non è, in modo da approntare una griglia entro cui collocare opere, riviste, iniziative, siti, reading, eventi, insomma: memorabilia.

(V) Un inquadramento del lavoro degli autori entro cornici filosofiche e sociologiche (si pensi solo all’avvento della rete, appunto) non impressionisticamente tratteggiate, ma osservate nelle loro interazioni registrate, certificabili. Cfr. proprio il punto (IV): una griglia di dati cronologici permette questo tipo di indagine. Quasi – anzi – le esige. Una simile indagine in tutta evidenza non può prescindere da riflessioni (non ingenue) di genere, e da delimitazioni dei campi di potere oggettivo, anche ma non solo editoriale, agenti nel determinare fortune e sfortune di questa o di quella corrente.

(VI) Last but not least, andrebbe meglio indagato il cambio di paradigma in atto negli ultimi decenni in poesia, e andrebbero studiate le mutazioni radicali intervenute nelle scritture ma, prima ancora, nelle percezioni le più comuni (e illetterate). Tale indagine non può (sarebbe auspicabile non potesse) aggirare la questione del linguaggio della critica, del suo “aggiornamento”, di una sua mutazione proprio e precisamente parallela alle novità e trasformazioni delle scritture ultimissime.

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M.Giovenale_ foto di Francesca Valente*Marco Giovenale, vive a Roma dove lavora come curatore e traduttore indipendente. È tra i fondatori di gammm.org (2006) e puntocritico.eu (2011). È redattore di «Argo», «Or», e di vari spazi web. Dirige la collana bilingue (italiano/inglese) di ebook di poesia italiana contemporanea Logosfere, dell’editrice Zona / Quintadicopertina (primo titolo: Corrado Costa, The Complete Films and Other Texts, 2012). Cura (con gammm) la rubrica “gammmatica” su «l’immaginazione». I suoi libri di poesia più recenti sono Shelter (Donzelli, 2010), Storia dei minuti (Transeuropa, 2010), In rebus (Zona, 2012, con i testi del Premio Antonio Delfini 2009). Tra gli altri: Criterio dei vetri (Oèdipus, 2007), La casa esposta (Le Lettere, 2007), Soluzione della materia (La camera verde, 2009); e le prose di Numeri primi (Arcipelago, 2006), Quasi tutti (Polìmata, 2010) e Lie lie (La camera verde, 2010). Suoi testi sono antologizzati in Parola plurale (Sossella, 2005), Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), e in Poesia degli anni Zero (Ponte Sisto, 2011). Con i redattori di gammm è nel libro collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009). Per Sossella nel 2008 ha curato una ampia raccolta antologica di testi di Roberto Roversi. Il suo blog è http://slowforward.wordpress.com
[foto di Francesca Valente]

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9 thoughts on “Critica e storiografia, più che cartografia

  1. Le direzioni tratteggiate qui sono quelle giuste, gli argomenti sono lucidi e persuasivi. La difficolta’ sta nel fatto che dalla Rete non si puo’ prescindere, allora i Libri in questione dovranno trovare il modo di interagirci. In tal senso di potenziale ce n’e’, avanti i giovani! che colla Rete ci sono e ci saranno nati. Segnalo in tal senso il blog di Luigi Bosco, Davide Castiglione, Lorenzo Mari: http://inrealtalapoesia.com. Per chi invece come me ricorda di aver scritto lettere di carta inviate tramite Poste Italiane col francobollo il timbro e tutto, il lavoro critico interfacciato alla Rete diventa una scommessa da attuare con umilta’ e un pizzico di dilettantismo tecnologico ovvero abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci aiuti sul lato HTML & informatico.

    Dove trovare i dati, le sorgenti. Il passato e’ stato quello e’ che stato, ma dobbiamo iniziare a lavorare per i critici del futuro. Iniziative come l’Almanacco Puntoacapo, se non costituiscono l’opera auspicata qui, senz’altro aiuteranno lo studioso come punto di partenza: basta immaginare un passato che non e’ stato eppure era possibile, se due o tre editori negli ultimi trent’anni avessero pubblicato Almanacchi di poesia, ora avremmo in biblioteca due o tre risorse in piu’ per tirare le somme o validare l’ottica, la selezione, il taglio che qui Giovenale dice benissimo va dato.

    Una parola su “il dilettantismo e il sottobosco, quello romano in particolare”: alcuni dilettanti di sottobosco in linguaggio contemporaneo si chiamano anche i lettori (in larga approssimazione, ognuno di quei dilettanti che mettono i loro testi in Rete in uno dei molti siti di Poesia Sottobosco, e’ anche un avido lettore di testi poetici). Io se dovessi partire con il mio personale apparato critico, andrei a vedere cosa legge la gente, e anche cosa scrive perche’ no. E’ tutto gratis in rete.

    Buon lavoro!

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  4. un intervento molto interessante e lucido, come sempre sono quelli di Marco Giovenale, che merita una risposta articolata che rifletta su ogni singolo punto messo in luce – e sono molti i punti su cui riflettere. Lo farò sicuramente in questi giorni.

    A Pietro – che cita la recente iniziativa IRLP e che ringrazio – dico che una cosa, qualunque essa sia, fatta dai giovani non è necessariamente fatta meglio – il discorso sui giovani e sul cambio generazionale che ha invaso ormai ogni ambito dell’esistenza è una retorica che non ho mai condiviso. Più che di “spazio ai giovani” parlerei, allora, di “apertura” – soprattutto considerando il fatto che la lettura è un’esperienza che va a braccetto con il tempo, dunque un “letterato” di 40 o 50 anni ha, per forza di cose, letto molto di più e riletto più approfonditamente di un letterato di 20 o 30 anni.
    Io starei ore ad ascoltare se solo ci fosse qualcuno disposto a dirmi (e non a pontificare). Quando mi è capitata l’occasione l’ho fatto, ma sono state poche, troppo poche. Torneremo, spero, a parlare di tutto questo.

    Luigi B.

    • Vero, vero, mi sono espresso male – o forse era l’idea sottostante che non era buona – ora ripensandoci alcune delle cose che avevo in mente era che molti giovani nella rete sguazzano molto naturalmente. Pensavo per esempio a strumenti critici come ricerca in Rete (che Google va bene ma se uno si sapesse muovere con un po’ di Scripting potrebbe cominciare uno dei progetti ambiziosi, coraggiosi, storico-critici che auspica il pezzo qui sopra) e a come si pubblica e organizza l’informazione da mettere in rete, o a come aprire a progetti critici collaborativi usando strumenti Wiki. Cose che vedo fare assai naturalmente a colleghi giovani.

      Pero’ ripensandoci Marco Giovenale stesso pare un ottimo esempio di come sapersi muovere in Rete al servizio e all’ascolto della Poesia, basta considerare lo strumento che gia’ e’ SlowForward per esempio, senza dimenticare il Verri! pure quello fruibilissimo in Rete – allora spezziamo pure una lancia in favore dell’intelligenza senza eta’.

      Se posso fare la mia parte due mani io le offro, da non-addetto ai lavori! Editando magari? Listando? Etc. Prometto di lavorare da una tastiera *con accenti*.

      Pietro

  5. Pingback: 2+4+1 | slowforward

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  7. Grazie a Giovenale per aver ribadito l’esigenza: delle linee, a mio avviso, esistono: Classicismo moderno e post-avanguardia e su questi centri di potere si stanno giocando le sorti delle lettere italiane contemporanee. La rete è un campo su cui si stanno sviluppando nuovi poteri, niente di diverso: la nuova strumentazione permette una velocizzazione nel recepire informazioni, chi incanala più flussi (una volta consensi) determina una linea, un insediamento. La ricerca singola fa i conti con questo. Mi permetto di rimandare a una sintesi dei mutamenti (presunti?) in atto – e non solo in poesia.

    http://gianlucadandrea.wordpress.com/2013/04/27/scartafaccio-xii-ragionando-sullattesa-economia-letteratura-messaggio-riflettendo-sullesigenza-critica-e-piu-ancora-sulla-scelta/

    Gianluca D’Andrea

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