Saggi

Effetto Ikebana. L’insurrezione grammaticale di Bufalino

di Gualberto Alvino

Gesualdo Bufalino

[…] suggerisco innanzi tutto una lettura musicale delle mie cose, un’attenzione al ritmo, alle andature melodiche, alle scansioni ritmiche, ai campi metaforici, alla prosodia nascosta nei meandri del periodo. […]. Ma si aggiunga anche l’effetto che chiamo Ikebana, cioè l’arte di combinare le parole secondo accordi di grazia e d’armonia […].

Gesualdo Bufalino

Che la statura di Bufalino — nominalista se altri mai, sotto mentite spoglie concettualiste — si misuri dalla foggia del tessuto, dai movimenti di macchina più che dal plot, sa bene chiunque abbia l’accortezza di penetrarne l’opera dal varco formale (scilicet sostanziale: identità di cui pare si sia persa la nozione, e fin la memoria). Cercherò di provare, in picciol tempo ma con dovizia di referti, come ogni tratto della sua pagina, ogni singola opzione — di primo moto riconducibile alla giurisdizione dei significati laccati di «grazia e d’armonia» all’insegna di virtuosismi fomentati dal riciclaggio di materiali aulici e prestigiosi: insomma a un classicismo fuori stagione — si riveli invece puntualmente per essere una vera e propria insurrezione contro la normalità grammaticale (non si tratta, beninteso, d’un’esclusiva del Nostro, ma di una cifra che accomuna tutti gli scrittori siciliani degni della qualifica — pensiamo soltanto, per limitarci al secondo Novecento, a un Pizzuto, a un Consolo, a un D’Arrigo —, i quali, dovendo rapportarsi all’italiano come a una lingua straniera per impiegarla a fini estetici — Bufalino la definisce con la consueta sagacia «una delle patologie dell’insularità» —,[1] non possono che attingere ai piani più alti della storia letteraria).  In un mio antico studio recentemente tornato alla luce[2] (cui la presente relazione, pur sostenendo tesi affatto nuove, non può non riannodarsi) esortavo a ravvisare in un tal modo di formare lo statuto d’una scrittura viva, atta a contemperare le ragioni tradizionali con la tensione analitica, la trasfigurazione lirica, la compromissione estrema di chi assegna all’arte una funzione taumaturgica, essenzialmente sacrale; e mi attentavo così a dimostrare la formidabile equazione letterarietà-autenticità, ovvero artificio-affabilità comunicativa, movendo dal presupposto che quello del Comisano si configura come un universo monologico, unilingue, concluso nella superiore coscienza di un demiurgo per il quale la perfezione dello stile, saldata all’estetizzazione dell’esperienza personale, rappresenta — pur senza speranza di redenzione — l’unico scampo al male di esistere. Bufalino:

«si scrive per popolare il deserto; per non essere più soli nella voluttà di essere soli; per distrarsi dalla tentazione del niente o almeno procrastinarla. A somiglianza della giovane principessa delle Mille e una Notte, ognuno parla ogni volta per rinviare l’esecuzione, per corrompere il carnefice. […] Ma si scrive anche per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore, biodegradarlo, come si fa coi veleni della chimica. Può essere una vernice, la scrittura, che ci anodizzi i sentimenti e li protegga dalle salsedini della vita» (CP 822-23).

«Ma se proprio devo esibirmi, dirò che scrivere è per me un gesto verso l’interno. Non rifiuta, ma nemmeno esige interlocutori. È un gesto per metà ludico, per metà esorcistico. E scrivo per passatempo, la scrittura per me è un giocattolo che mi distrae dal pensiero della morte, mi fa credere di durare. È una autoterapia. Insomma, scrivo per guarire del vivere o comunque consolarmene».[3]

«Ho scoperto che fra artifizio e pietà un mio spazio esisteva e che stava a me coltivarlo e farne nascere fiori. Adoperando le armi più capziose della retorica antica e moderna: le criptocitazioni, gli ossimori, il belcanto, l’allitterazione, e tanti altri effetti di retorica che nuovi non sono, ma che a me piace intitolare con nomi di fantasia, mutuati dalle discipline più varie: l’effetto retard, copiato da certe compresse che si sciolgono nelle 24 ore, il piano sequenza, copiato dal cinema, il fiori napoletano e il gioco di compressione dal bridge, il gambetto di re dagli scacchi, il bluff dal poker, lo slow burn da Laurel e Hardy, il canto scat da Armstrong, il non finito da Michelangelo, le punizioni a rientrare dal grande ex numero dieci dell’Inter Mariolino Corso, certe copule di aggettivo con sostantivo dal Kamasutra. Ma si aggiunga anche l’effetto che chiamo Ikebana, cioè l’arte di combinare le parole secondo accordi di grazia e d’armonia, come nell’uso giapponese di disporre i fiori e le foglie».[4]

Non meravigli, quindi, che al centro d’una struttura compositiva informata meno al contenuto ut sic che al cosiddetto significato del significante («Adoperando le armi più capziose della retorica antica e moderna»), si collochi un’ostinata, programmatica ricerca di differenzialità, inattualità, e si dica pure elisione del presente, posta in essere, come vedremo, mediante la rottura dell’ordine linguistico costituito in tutti i suoi connotati. Che mi consti, nessun critico ha finora osservato, ad esempio, come in Bufalino non si dia, salvo errore, un solo caso di rispetto della sequenza canonica predicato-oggetto: quest’ultimo, anche a costo di compromettere fluidità e perspicuità del dettato («ho visto, per mesi, lungo tutta una strada fra due paesi, cento volte cancellato dalla calce degli stradini e cento volte risorto, un graffito», LL 1138), viene sistematicamente allontanato, dislocato, sbalzato in clausola (cfr. l’«effetto retard») mercé interposizione d’una o più determinazioni parentetiche, anche di cospicue dimensioni:

facendo ad ogni battuta seguire, non per bisogno naturale ma per iattanza, una sparatoria di sbadigli (AC 70);
abbassa volpinamente sugli occhi le palpebre (CP 859);
nello sforzo di scioglierne, una volta per tutte, i nodi (861);
sbriciolargli, insieme alle costole, nascosto fra pelle e camicia, il bottino d’una gallina (UI 44);
estraendo con dita lievi dai ripiani le buste (75);
mi son risoluto di non tenere per me, con pregiudizio dei buoni, questo segreto (87);
comporre coi fiori in un’aiola una data (123);
Gente viene da tutte le parti a recarmi gratis, col sangue delle vittime ancora fresco sui parafanghi, i rottami di tutti gli scontri (127);
pronti a bucare con gli occhi la notte (IM 1097);
ammazzando nel pensiero qualcuno (1125);
e con essa giocare a fingere sul pavimento figure (MN 12);
spense col soffio le torce (41);
Io battei a questo punto ingenuamente le mani (QP 29);
legata con lunghissima fune a un pruno la cavalcatura (GM 34);
minacciandogli col coltello la gola (64);
mantenere nella forgia la fiamma (CG 26);
seguo in un silenzio da western la pista (130);
tolse dal chiodo lo spiedo (BP 90).

Ciò a fini certamente prosodici (non dissimili da quelli che governavano la prosa regulata latina medievale)[5] e di liricizzazione o, meglio, «nobilitazione tonale» — come diceva Gianfranco Contini d’un altro grande prosatore per molti versi assimilabile al nostro celebrato, Giovanni Boine —,[6] ma soprattutto sintatticamente eversivi (non sfuggirà come nell’ultimo lacerto il distanziamento dell’oggetto — dato l’isosillabismo dei due complementi, legati per giunta da assonanza atona — non risponda a esigenze metrico-ritmiche, giacché tolse lo spiedo dal chiodo sarebbe un ottonario dattilico esattamente come la forma a testo). Ma non si finirebbe mai di citare casi di turbamento topologico, di frastagliamento dell’enunciato, in una parola di isteria della forma, tramite repentine fratture e sapienti incastri (nessun dubbio che per Bufalino comporre una frase equivalga a fabbricare il mondo e la sua visione)*.

* * *

OPERE DI BUFALINO CITATE PER ABBREVIAZIONE

AC Argo il cieco, Milano, Bompiani, 1994.
AM L’amaro miele, in.
BP Bluff di parole, Milano, Bompiani, 1994.
CG Calende greche, Milano, Bompiani, 1995.
CP Cere perse, in G. Bufalino, Opere. 1981-1988, a cura di Francesca Caputo, intr. di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1992.
GM Il Guerrin Meschino. Frammento di un’opra di pupi, Catania, Il Girasole, 1994.
IM Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, in Opere, cit.
LL La luce e il lutto, ivi.
MN Le menzogne della notte, Milano, Bompiani, 1990.
QP Qui pro quo, Milano, Edizione Club, 1992.
UI L’uomo invaso e altre invenzioni, Milano, Bompiani, 1990.


Pubblichiamo le pagine iniziali della relazione che sarà letta al Convengo di studi Il miglior fabbro. Bufalino fra tradizione e sperimentazione (Ragusa – Comiso, 11 – 12 aprile 2013).

[1] In Stefano Malatesta, Il mistero e la ragione, «La Repubblica», 22 novembre 1989.

[2] Gualberto Alvino, Artificio e pietà. Contributo allo studio di Gesualdo Bufalino, «Campi immaginabili», 25, 2001, fasc. ii, pp. 143-63, poi, riveduto e ampliato, in Id., La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, pref. di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo Editore-University Press, 2012, pp. 129-58.

[3] G. Bufalino, Essere o riessere. Conversazione con Gesualdo Bufalino, a cura di Paola Gaglianone e Luciano Tas, nota critica di Nunzio Zago, Roma, Òmicron, 1996, p. 8.

[4] Ivi, pp. 40-41.

[5] Felicita Audisio ha recentemente dimostrato che in Pizzuto ricorre il cursus (Sul ritmo di Pizzuto, in Aa.Vv., La vera novità ha nome Pizzuto, Atti del convegno di Bagheria del 19-21 ottobre 2009, Acireale-Roma, Bonanno, 2011, pp. 103-26): non è affatto escluso che un analogo studio sulla prosa bufaliniana possa riservare più d’una sorpresa.

[6] Gianfranco Contini, Alcuni fatti della lingua di Giovanni Boine, in Id., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 247-58.

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Foto AlvinoFilologo e critico letterario, Gualberto Alvino si è particolarmente dedicato agli irregolari della letteratura italiana contemporanea, da Consolo a D’Arrigo, da Bufalino a Sinigaglia, da Balestrini a Pizzuto, del quale ha pubblicato in edizione critica Giunte e virgole (Roma, Fondazione Piazzolla, 1996), Spegnere le caldaie (Cosenza, Casta Diva, 1999), Ultime e Penultime (Napoli, Cronopio, 2001), Si riparano bambole (Palermo, Sellerio, 2001; Milano, Bompiani, 2010), Pagelle (Firenze, Polistampa, 2010) e i carteggi con Giovanni Nencioni, Margaret e Gianfranco Contini (tutti editi dalla Polistampa). Fra i suoi lavori più recenti, la curatela dell’ultima silloge poetica di Nanni Balestrini, Sconnessioni (Roma, Fermenti, 2008), Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia (ivi, 2009) e La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino (Napoli, Loffredo-University Press, 2012). Nel 2008 ha esordito nella narrativa col romanzo Là comincia il Messico e nel 2011 ha pubblicato la raccolta di versi Da caccia, da séguita e da ferma. Collabora con diverse riviste accademiche e militanti, tra cui «Strumenti critici», «Studi e problemi di critica testuale», «Filologia e critica», «Studi di filologia italiana», «Italianistica», «Studi linguistici italiani», «Filologia italiana», «Ermeneutica letteraria», «Letteratura e dialetti», «Giornale storico della letteratura italiana», «Moderna», «L’Immaginazione», «L’Illuminista», «Il Caffè illustrato», «Fermenti», «Microprovincia», «Avanguardia», «Alfabeta2».

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