Poesia/Segnalazioni

Per una poesia dell’utopia: scrittura, frontiera, migrazione (La poesia italofona del XXI secolo)

di Myriam El Menyar* e Davide Madeddu*

Fotografia di Andy Freeberg

Fotografia di Andy Freeberg

Mercoledì 13 e giovedì 14 marzo 2013, all’università Paul-Valéry di Montpellier, si sono svolte due giornate internazionali di studio dedicate alla poesia italofona. Intitolate: Pour une poesie de l’utopie: écriture, frontière, migration – La poésie italophone du XXIe siècle, queste costituiscono la terza parte di un ciclo di incontri cominciato a Montpellier nel 2010. Le due giornate, organizzate dal Dipartimento di Italianistica dell’Università Paul-Valéry – Montpellier 3, in collaborazione con il centro di ricerca LLACS (Langues, Littératures, Arts et Cultures des Suds), sono state animate dagli interventi del Prof. Flaviano Pisanelli, responsabile scientifico della manifestazione, della Prof.ssa Myriam Carminati (Université Paul-Valéry Montpellier III), Marie-Noëlle Ciccia (Université Paul-Valéry Montpellier III), Laura Toppan (Université de Nancy 2) e Daniele Comberiati (Libre Université de Bruxelles). Questi interventi critici sono stati accompagnati dalle conferenze dei poeti Nader Ghazvinizadeh (Iran), Vera Lúcia de Oliveira (Brasile), Francisca Rojas (Cile), Cheikh Tidiane Gaye (Senegal) e Pedro Sena-Lino (Portogallo), e alternati a dibattiti, tavole rotonde, letture poetiche con accompagnamento musicale (a cura degli studenti del Dipartimento d’Italianistica di Montpellier).

I lavori sono stati aperti dalla Prof.ssa Laura Toppan, la quale ha introdotto le poetesse Vera Lúcia de Oliveira e Francisca Rojas con un intervento dal titolo “Il dolore nella poesia di Vera Lúcia de Oliveira e Francisca Rojas. Zone di contatto e divergenze”. Vera Lúcia de Oliveira nasce in Brasile nel 1958, mentre Francisca Rojas in Cile nel 1974; entrambe abbandonano il rispettivo paese per ragioni personali ed entrambe hanno conosciuto la dittatura e si sono laureate in Italia, dove attualmente vivono e lavorano. La poetica del dolore – sostiene L. Toppan – accomuna queste due poetesse. Le parole di Vera Lúcia de Oliveira arrivano come “frustate” al lettore: sono parole essenziali, crude, parole che feriscono e che richiamano alla mente i componimenti di Giuseppe Ungaretti; la sua poesia è una ferita mai rimarginata ed incurabile che non prevede una guarigione definitiva, ma soltanto un parziale sollievo, una possibile consolazione. Francisca Rojas indaga diversamente il dolore; la sua è una memoria “bloccata” e la sua poesia sembra voler essere piuttosto un grido di giustizia. Tuttavia entrambe le poetesse sembrano incentrare la loro personale poetica sul dolore della lacerazione, del lutto individuale e collettivo.

Vera Lúcia de Oliveira sostiene nel suo intervento intitolato “Mappare l’ignoto” che la poesia è luogo di salvezza, strumento escatologico, come una passeggiata fatta lungo la linea della frontiera. Poetare significa allora ascoltare la voce di chi sta sulla soglia, sul bordo, di chi è in grado di vivere la solitudine. La missione di Vera Lúcia de Oliveira sarebbe dunque quella di aprire una “breccia nel muro”, uno squarcio che permetta di portare in superficie la verità, la condizione umana, il nostro stare nel mondo. La poetessa precisa anche che non esiste una vera distinzione tra poeti migranti in viaggio e poeti autoctoni immobili, statici: ogni poeta abita la sua lingua ed è sempre in viaggio, ogni poeta vive necessariamente lo stato della migranza. Nella sua poesia non sembra esserci conflitto tra lingua madre e lingua d’adozione. Per Vera Lúcia de Oliveira il portoghese e l’italiano sono come due sorelle, due amiche, due madri; pertanto la poetessa si chiede se abbia senso parlare di italofonia e se sia ancora valida la distinzione tra poeti migranti e non.

Francisca Rojas nel suo intervento “Dell’oscuro e dei giorni” evoca un sentimento di perdita: perdita della lingua madre, perdita del passato. L’italofonia per Francosca Rojas è una presenza, un viaggio conflittuale, una scissione, è un luogo di passaggio e di crisi, ma è anche una seconda casa “che può diventare la prima”. La seconda giornata si è aperta con l’intervento del Prof. Daniele Comberiati intitolato “Versi a margine. I poeti viandanti”. Il critico presenta la poetica di Nader Ghazvinizadeh e Cheikh Tidiane Gaye, per concludere poi con considerazioni di natura generale sulle delicate questioni del canone letterario e della poesia della migrazione. Così apprendiamo che Nader, nella sua ultima fatica letteraria Metropoli, ha voluto parlare del suo rapporto con la città, coi paesaggi urbani che diventano anche uno specchio delle inquietudini personali. La sua poesia è luogo di ascolto e confronto e, allo stesso tempo, la forza visionaria del poeta è capace di creare mondi fantastici, scenari inediti, luoghi che potremmo definire quasi cinematografici. Cheikh Tidiane Gaye si vuole invece un poeta-filosofo, ricollegandosi alla tradizione dei ‘griot’ (cantastorie africani), al movimento della Negritudine e alla figura del vate, poeta-guida.

La letteratura migrante, dichiara Comberiati, non può più essere considerata a parte rispetto alla letteratura cosiddetta ‘ufficiale’. La letteratura migrante può offrirci un’immagine dell’Italia futura e delle molteplici relazioni che si possono stabilire con l’altro da noi, può rimettere in discussione il canone letterario o creare una sorta di ‘ibridazione’ con la letteratura italiana contemporanea. Nader Ghazvinizadeh prende poi la parola, con un intervento intitolato “La finta naïveté del viaggiatore ed il pensiero magico: sul Medio-Oriente nell’Estremo Occidente”. Definendosi “rivoluzionario” e non “ribelle” (in quanto ogni ribelle aspira sempre in fondo a diventare un re), ha presentato la sua raccolta Metropoli come un romanzo in versi che si può consultare in totale libertà e partendo da qualsiasi punto, una sorta di opera aperta, senza inizio né fine. Ha parlato poi del “momento magico” della sua vita. Costretto a restare in Italia o, meglio, costretto a non poter rientrare in Iran a causa della difficile situazione politica, Nader ha imparato l’italiano dal padre persiano e il persiano dalla madre italiana; parla di sua sorella Susanna che si chiama così perché avrebbe dovuto vivere in Italia, mentre in realtà vive in Iran ed è musulmana, mentre lui si chiama Nader perché avrebbe dovuto vivere in Iran, mentre in realtà vive in Italia ed è battezzato.

Cheikh Tidiane Gaye, col suo intervento “La negritudine, il fulcro della mia poesia”, ha dichiarato di sentirsi italiano a tutti gli effetti e di aver scelto l’Italia come patria pur sentendosi sempre ispirato dalle sue origini africane, origini che il poeta rivendica con orgoglio. Per Gaye la scrittura è impegno civile: l’arte ha il dovere di creare una società universale all’interno della quale le differenze culturali non dovrebbero essere appiattite bensì esaltate e valorizzate. Per il poeta italo-senegalese esistono più letterature italiane e rifiuta categoricamente la nozione di letteratura migrante. Il suo compito di poeta è quello di cercare, attraverso gli strumenti dell’arte, di riconciliare le sue matrici culturali: il wolof (la lingua madre), il francese (la lingua dell’ex colonizzatore) e l’italiano (la lingua d’adozione). Infine Pedro Sena-Lino, poeta portoghese presentato dalla Prof.ssa Marie-Noëlle Ciccia, ha concluso gli interventi. Egli non è un poeta italofono, ma anche la sua poetica si muove entro i confini dell’utopia. Il suo intervento “Will you marry me, Berlin? Mariages symboliques entre un poète et sa cité d’adoption” svela un rapporto tutto particolare tra il poeta e la sua città d’adozione, un rapporto che Pedro Sena-Lino definisce “mistico, trascendentale”, un rapporto dialogico biunivoco all’interno del quale la voce del poeta si arricchisce degli spunti forniti dalla città e la città stessa, viceversa, si alimenta dei versi del poeta, crescendo assieme a lui.

Le giornate si sono concluse con un dibattito dal quale è emersa ancora una volta la volontà di rifiutare la categoria di letteratura migrante e l’aspirazione di fare dell’Italia un paese davvero multietnico e interculturale, aperto all’altro: un paese non di scrittori migranti, ma semplicemente di scrittori che esprimono e danno voce al proprio vissuto, alla propria memoria, alla propria poesia. La manifestazione si è chiusa all’insegna della poesia alla Maison des Relations Internationales di Montpellier, dove i poeti invitati hanno letto alcuni loro componimenti.

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IMG_0483*Myriam El Menyar  è nata nel 1990 da padre marocchino e da madre francese. Ha vissuto a Casablanca e poi a Nizza. Laureata in lingua e letteratura italiana all’Università Paul-Valéry – Montpellier 3, è attualmente iscritta al primo anno di Laurea specialistica in lingua e letteratura italiana. Le sue ricerche si orientano in special modo sulla letteratura italiana prodotta da autori stranieri residenti in Italia.

Davide Madeddu*Davide Madeddu è nato nel 1986 a Cagliari, dove si è laureato in Lettere Moderne con una tesi dal titolo Nascita, sviluppo, critica ed evoluzione della Negritudine: il contributo francofono al concetto di Creolizzazione. Scrive su alcuni settimanali sardi, è musicista e un suo racconto è apparso sulla rivista Isola Nera. Un altro suo racconto è stato pubblicato in una antologia dalla casa editrice La Gru di Padova. Attualmente vive a Montpellier grazie al progetto Erasmus e sta ultimando la laurea magistrale in Filologie e Letterature Moderne presso l’Università di Cagliari.

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