Racconti

Il Re del Trottoir

di Giovanni Cocco*

(ispirato a CUSSESUMAIAMI)

764900 DEGRADO ALL'HOTEL DEI MONDIALI '90Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

Ho appena parcheggiato la Uno vicino alla Stazione Garibaldi, tra il Loola e l’Hollywood. Le tasche che avevo a disposizione sono tutte Sold Out: accendino Bic viola, fazzoletto della mamma, pacchetto di Lucky Strike, cellulare Telit, portafogli, Vigorsol Senza Zucchero e Pocket Coffee. “Last but not least” la Spalding Bros che Michelle mi ha regalato due giorni fa: appisolata nel taschino della camicia celeste che ho comprato ieri all’“Incendio” per soli 20 euro. Semaforo Rosso. Il baule è chiuso a chiave, l’autoradio sotto il sedile. Si alza altissimo il rombo dei motori. Infilo i guanti, prendo il manoscritto e sistemo la sciarpa. Semaforo Verde. Si parte.
Il tipo del chiosco che sta dirimpetto all’entrata della Stazione sembra particolarmente indaffarato di fronte all’orda di persone che gli ordina panini dai nomi cazzuti: Diavolo, Milano, Tirolese. Vorrei dirgli che Diavolo Cane, anzi Caldo Cane, la formula Wurstel+Crauti+Senape e/o Ketchup significa Hot Dog! E che quindi la parola Tirolese con quel panino ha la stessa attinenza che un preservativo ha in un rapporto sessuale: non c’entra un benemerito cazzo. Mi limito tuttavia ad osservarlo un istante, chiedendo alla signora dell’edicola la strada più breve per arrivare in Corso Garibaldi, laddove incontrerò finalmente il Maestro.
Soluzione 1: Metro, una fermata soltanto, Moscova, che non è un insetto e nemmeno un’alcova, soltanto una zona vicino a Brera.
Soluzione 2; a piedi attraverso Corso Como, mezzo chilometro o poco più, fino ad arrivare in Corso Garibaldi.
Opto per la seconda.
Attraverso Corso Como camminando in fretta, fa freddo, è il 28 dicembre dell’anno più freddo da quando sono al mondo. Dimenticavo, sono al mondo da 9162 giorni, il che significa che ho 25 anni e che ho buttato via un sacco di tempo, visto che i giorni buoni che ricordo non arrivano a formare due centinaia. La mano destra sorregge una Confezione Regalo contenente una bottiglia di Vecchia Romagna. Era il regalo di Natale per lo zio Bruno, poi mi sono scordato di portarglielo ed eccolo tornato buono per questa occasione. La mia mano sinistra, che non è il titolo di un film StrappaLacrime e StrappaOscar ma l’arto con cui scrivo, mangio e mi masturbo, sorregge un plico rilegato contenente alcuni racconti scritti nell’ultimo periodo. Piccola chiosa sul Racconto Breve: l’ErreBi è un desaparecidos nel panorama editoriale italiano, l’unico genere letterario che ha l’assoluta certezza di non venire non solo mai pubblicato, ma probabilmente nemmeno letto da alcuna casa editrice. A questo punto il mio caro, defunto e diletto Mordecai aggiungerebbe una frase di questo tipo: “È forse questo il motivo per cui scrivo solo racconti brevi”. Gli rendo omaggio.

Breve Reportage del Viaggio da Corso Como a Corso Garibaldi.
Considerazione e riflessione numero 1: il termine Via, a quanto pare, non è stato abolito del tutto dalla toponomastica milanese; è stato solamente relegato all’interno dei quartieri populares per eccellenza: Bovisa, Lambrate, Quarto Oggiaro. Nelle zone da fighetti vicino al centro è buona cosa utilizzare il termine Corso, termine nobile, elegante, mancino, tipicamente “a foglia morta”.
Considerazione e riflessione numero 2: entrare all’interno di un qualsivoglia bar o Caffè della zona implica uno sforzo fisico non indifferente per coloro che come me provengono dalla provincia e sono abituati al Bar dello Sport.

bar-garibaldi

Varlin (Willy Leopold Guggenheim), Bar a Porto Garibaldi.

Mi sono fatto questi 800 metri su e giù almeno un paio di volte nella speranza di trovarne uno un poco schifiltoso, di quelli in cui mi trovo pienamente a mio agio: luci livide, insegna con lettera mancante (tipo Ciro B r Sport), tavolino ancora sporco e poche, pochissime persone all’interno. Risultato della ricerca: Nulla, Niente, Nada, Game Over. Insert Coin: ho gettato il cuore oltre all’ostacolo, dopo essermi fatto un’accurata anestesia locale con un sorso del brandy che dovevo regalare. Sono entrato nella Taverna dei Poeti credendola l’Osteria dei Poeti, il nome era accattivante, le luci abbastanza soffuse. Mi hanno risposto indicandomi l’orologio con un cenno del capo e aggiungendo qualcosa del tipo: “Ma Lei cena sempre all’ora delle Galline?”. Sarebbe stato inutile spiegare loro che il mio unico desiderio attuale è quello di pisciare, di fumarmi una sigaretta seduto su uno sgabello e bermi una Nardini corretta caffè in santa pace, visto che sono le cinque e mezza ed ho un appuntamento per le sei e mezza venti metri più avanti. Mi sono sincerato del fatto che Le Trottoir, il luogo in cui ho il mio appuntamento è esattamente nel punto indicatomi: Corso Garibaldi Numero 1. Proprio all’inizio di Corso Garibaldi. Perfetto, lo sapevo già. È un vero peccato avere parcheggiato l’auto esattamente dalla parte opposta. Estraggo dal taschino interno dei jeans il mio personalissimo Rosario delle Bestemmie, e mi lancio in una preghiera che abbraccia idealmente tutto l’orbe terracqueo.
Riflessione numero 3: Porca Troia, cosa cazzo faccio fino alle sei e mezza?
Fine delle Riflessioni e inizio dell’Azione
Azione
Ore 18.30.
Scruto Le Trottoir da lontano, sorseggiando l’ultima sigaretta appoggiato al semaforo che tra poco renderà possibile il mio Safari sul dorso di una Zebra. Il significato escatologico della presenza di ben due vigilesse proprio dinanzi alla mia persona ancora mi sfugge. Ma non dispero. Scelgo l’entrata laterale del locale, quella di sbieco per me reso bieco dal freddo. La saletta al pianterreno è di quelle da mettere i brividi: l’Istituto dell’Aperitivo, inutile sottolinearlo, anche qui ha messo radici. La fauna che lo accompagna è, tuttavia, parecchio più indisponente di quella che solitamente ritrovo dalle mie parti, in posti come l’Hocus Pocus di Erba o il Coccodè di Inverigo: femmine fatali appositamente discinte sono infatti qui accompagnate da quello che rimane degli yuppies di Craxiana memoria, mentre artisti, art director e copywrighter, da bravi creativi, dipingono stronzate verbali mica da ridere. Ci vorrebbe Raymond Carver qui al mio fianco, a sorreggermi, e mi sento oltremodo stronzo nell’ascoltare da solo queste immani stronzate.
Non ho individuato la persona che sto aspettando e che forse mi sta aspettando, e che, tra l’altro, non ho neppure mai visto ma che conosco di fama. Proseguo senza esitazioni verso il primo piano, quello che tutti i comuni mortali chiamano Secondo, e visto che l’Epifania è vicina, per l’occasione vengo guidato da una Magica Stella, quella disegnata sul culo in jeans di una avvenente cameriera. Scopro con grande piacere un secondo bancone bar e con altrettanto dispiacere un secondo barista uomo, capelli riccio-corvini brizzolati, camicia slacciata sul petto modello Leone di Lernia®, sguardo tra il magnetico e il patetico. Ordino un Bailey’s e mi guardo intorno. È passato un quarto d’ora, mi sono quasi rassegnato alla disfatta. Sento un rumore in fondo alla sala, nella zona più appartata del locale. Mi basta un’occhiata per scorgere, accanto ad una compagnia di ragazzi e ad alcuni distinti commensali, un profilo decisamente diverso.
Primo piano. Zoommata repentina nell’angolo.

Il vecchio Hackmuth con il suo cipiglio e i capelli con la riga in mezzo, il grande Hackmuth con la penna come una spada, che mi guardava dalla parete dove avevo appeso la sua fotografia, firmata a caratteri cinesi. Crede che ce la farò a scrivere come William Faulkner?

wolz

Varlin (WIlly Leopold Guggenheim), Wolz al biliardo

Cappello ocra da cow-boy di dimensioni gigantesche, come l’intera figura; giacca di velluto a coste olivastra; camicia bianca; pantaloni grigi; cravatta con palle da biliardo coloratissime. Chino sul tavolo. Sul tavolo una sacca beige semiaperta, fogli, un libro, un telefono cellulare. Boccale di Birra, una Media Chiara ad occhio e croce. “Pinketts?” sussurro da una distanza rassicurante, tre o quattro metri. Il tizio alza la testa, adesso ne scorgo i lineamenti del viso. Pinketts. Porca Troia ho fatto centro al primo colpo. È proprio lui. Il mio idolo letterario, lo scrittore di noir più famoso d’Italia. E non solo. Uno dei personaggi più strani che vi siano in circolazione. Mi fa cenno di avvicinarmi. Lo assecondo, non potrei fare altrimenti e non solo perché si tratta di un mio mito personale. Mi rendo subito conto che fare a botte con lui non sarebbe proprio una passeggiata. Meglio non farlo incazzare. “Porca Troia” penso, “l’ho già fatto incazzare, e di brutto”. Ricordo a me stesso di essermi presentato qualche giorno fa al telefono dicendogli che negli ultimi due romanzi aveva scritto solo un sacco di stronzate. E aggiungendo che io scrivevo decisamente meglio di lui.

Avvertenza:
A questo punto il lettore, in maniera del tutto legittima, si starà domandando: “Ma cosa cazzo ci fa uno squattrinato studente delle Montagne a colloquio con uno scrittore di successo che pubblica i suoi romanzi per la più grande Casa Editrice italiana?” Ed ancora: “Come diavolo avrà fatto il nostro ad avere il numero di telefono di Andrea G. Pinketts, visto che afferma di averlo contattato telefonicamente?”
È buona cosa soddisfare la curiosità e l’incredulità del lettore e per fare questo mi limiterò a questo breve ma esauriente

Antefatto:
Venerdi 21 dicembre. Vacanze di Natale. Ore 16 circa. Erba, a metà strada tra Como e Lecco. Villa S. Giuseppe. Biblioteca Civica.
È dall’apertura della Biblioteca che me ne sto seduto sulla mia seggiola all’interno della sala di lettura. Leggo solo narrativa italiana degli ultimi dieci anni, giusto per vedere se c’è qualcuno che scrive meglio di me.
Il silenzio rigoroso è rotto, di tanto in tanto, da “Jingle Bells” e “Piva Piva l’Olio d’Oliva” sparati a palla dal Presepe allestito nel cortile sottostante dagli artigiani del quartiere, desiderosi di mettere i propri Talenti al servizio della collettività nella ricorrenza del Santo Natale.
La lettura dell’ultimo libro di Pinketts, un autore di noir a me caro, è intervallata ogni quaranta minuti da una sigaretta consumata di fronte al distributore automatico del Caffè, da queste parti il luogo migliore ove fare amicizia. Ho quasi tutti i libri di Pinketts, ne ha scritti otto in tutto: fino a quando pubblicava per la Feltrinelli, nelle splendide edizioni della Tascabile Economica, non ho perso un colpo. Adesso che è passato alla Mondadori le cose si sono fatte più complicate. Mentre mi accingo a leggere “Fuggevole Turchese” con le stesse modalità con cui mi sono avvicinato a “L’assenza dell’assenzio”, ovvero mediante prestito della Biblioteca, non so se il verme sono io, squattrinato cronico, o il prezzo di copertina, 14 euro, decisamente troppo elevato per qualsiasi ragazzo desideroso di passare la serata in qualche locale della zona, tipo il “Tartaruga” (ingresso 12 euro, senza consumazione) o l’Ombelico (stasera 20 euro, c’è Irene Grandi). Ho iniziato a sfogliare il romanzo, decisamente gradevole, in alcuni punti addirittura pirotecnico, come nel Pinketts degli esordi, il migliore per ritmo narrativo e verve. A pagina 5 mi sono imbattuto in un numero di telefono, un cellulare presumibilmente. Me lo sono appuntato, così per la mia solita manìa di appuntarmi ogni cosa, come un solerte appuntato al primo appuntamento. Ci ho chinato sopra il crapino senza badarci, salvo poi svegliarmi nel sonno col dubbio che quello fosse un numero vero, esistente nella realtà. Ho subito inviato a quel numero questo Sms:

“Caro Pinketts, non ti riconosco più! Scrivi facendo il verso al primo Pinketts. Reciti interpretando sempre te stesso. Il mio autore preferito ridotto a cliché. Sob!” Volutamente, fottutamente provocatorio. Balzano come la mia idea che quello potesse essere davvero il numero di Andrea G. Pinketts.
Non ci ho più badato.

Sabato 22 dicembre, ore 15 circa. PonteLambro. Caffè Stazione.

milano periferia

Amanda veste la solita camicia senza maniche che arrapa i sessantenni. Francesco, con la solita aria affranta, distribuisce limoncelli e Braulio. Solito giro di caffè.
“Corretto Grappa!” urla Luis.
Sul Tavolo Centrale si misurano a Scopa la coppia ArmandoNoemio e quella formata da FaustoPina e Vittorino. Non siamo al Madison Square Garden, ma poco ci manca. I due tavoli vicino alla porta sono quelli destinati alla Briscola. Tutto esaurito anche alle slot, nel corridoio oscuro che le ospita. L’attrazione del pomeriggio, tuttavia, è un’altra. Gli anticipi di Serie A, su Stream e Telepiù. In Sala 1 siamo una ventina, e quasi tutti juventini a parte i soliti gufi milanisti. Sala 2 è appannaggio degli interisti, risorti a nuova vita dopo il recente rientro in campo del Fenomeno.
La Juve, al solito quest’anno, fatica un casino nel primo tempo, pur trovandosi di fronte il Perugia, quart’ultimo in classifica. Passiamo con Trezeguet, colpo di testa imperioso su cross dalla destra di Lilian Thuram. Raddoppia Del Piero, grazie ad un assist generoso dello stesso Trezeguet, solo davanti a Mazzantini. 2-0. Il primo tempo sta per concludersi. Mi alzo dalla sedia avvicinandomi al bancone del bar. “Amanda, un Baileys per favore!” e allungo tre euro.
Suoneria musicale del cazzo nel taschino.
“L’anello che non tiene” direbbe Montale. Estraggo dal giubbetto di jeans il cellulare. È proprio il mio a rompere i coglioni. Sento la chiamata e ne vedo altre due non risposte visualizzate. “Porca Troia, ho perso due chiamate. Non le ho proprio sentite. Sarà stato il casino che c’era di là” penso tra me. Perdo anche la terza, nel frattempo, forse perché si tratta di un numero sconosciuto.
Stranamente ho il telefonino non ancora scarico e così decido di richiamare il numero misterioso per togliermi la curiosità di sapere chi c’è dall’altra parte.
“Pronto!” esclamo.
“Chi sei?” aggiungo.
“Chi sono?!” risponde il mio interlocutore. “Sei tu a chiamarmi e mi chiedi chi sono? Sei proprio un bel tipo” aggiunge. Silenzio.
Ghiaccio tra i due.
È evidente che entrambi i contendenti stanno tentando di ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente telefonico.
Poi l’altro continua: “Sei forse quello che mi ha mandato un messaggio ieri?”
Silenzio sempre più torvo da parte mia.
“Comunque sono Andrea Pinketts” conclude, in tono perentorio questa volta, da duro.
“Porca Troia chi cazzo sei?!” dico io in preda a qualcosa di simile all’euforia.
“Sei Andrea Pinketts?!! Scusa, ehm, sono imbarazzato, non so cosa dire” taglio breve.
“P- P- Pinketts?! Andrea G. Pinketts?!” chiedo in maniera retorica.
“Sì” risponde lui categorico.
La telefonata finisce poco dopo. Lo richiamo il giorno successivo, a casa. Mi risponde la mamma, la mitica MammaDiPinketts presente in tanti romanzi. Parlo con Lui. Ci diamo appuntamento per il 28 alle 18.30 a Milano. Corso Garibaldi. Il locale si chiama Le Trottoir, “il mio studio” suggerisce Pinketts.

Fine dell’antefatto.
Il lettore ha di che essere soddisfatto.
Fine dell’Avvertenza.

Mi avvicino al suo tavolo. La prima impressione è stata quella di trovarmi di fronte Dick Tracy, l’eroe dei fumetti. Appena Pinketts prende parola questa impressione scompare. Ho davanti un gangster, un duro, un misto tra Al Capone e Fred Buscaglione ed il suo modo di parlare incute timore, riverenza.
Mi siedo sul seggiolino che ho davanti, in modo da essergli perfettamente di fronte. Il seggiolino è basso, arrivo a stento al tavolo. Mi sento un perfetto coglione, inutile negarlo. Lui capisce immediatamente il mio disagio, si alza e afferra dal tavolo a fianco una sedia. Un gesto solo, il suo: risolutivo, senza esitazioni. Quelli del tavolo di fronte, il classico branco di ragazzi della mia età giunti lì per l’aperitivo e per scambiarsi cazzate, mormorano qualcosa. Pinketts gli rivolge solo il ciglio chiedendo in tono perentorio: “Problemi?”. Nessuno fiata, la situazione e questo angolo del locale sembrano sotto il suo più completo controllo. Inizio a farfugliare qualcosa del tipo: “Non so cosa dire. Mi sento in soggezione”. Cerco nervosamente una Lucky nella tasca destra della giacca. “Cosa bevi, una birra?” “Bailey’s, grazie”. Si alza, si avvicina al bancone e, come direbbe mio nonno, “comanda” un’altra birra, una “Pinketts” dice lui, che qui le birre si chiamano col suo nome. Anche il mio Bailey’s è in dirittura d’arrivo. Er Pecora, il barista, annuisce col capo. Il Capo, qui in sala, è un altro e lui lo sa bene.

Mi voltai verso la fotografia di J. C. Hackmuth, che mi guardava dalla parete. “Alla tua salute, Hackmuth! Cin cin”.

Lo attendo seduto al tavolo, immobile, senza girarmi. Accendo la Lucky di prima. Frugo nervosamente nelle tasche, alla ricerca di qualche argomento. È lui a rompere il ghiaccio porgendomi il Baileys con ghiaccio. Lo tracanno in due sorsi per convincerlo che abbiamo almeno una passione, quella alcolica, in comune. Per il resto siamo agli antipodi: Pinketts è Pinketts e io non sono nessuno; Pinketts si trova a proprio agio quaddentro e adora Er Pecora mentre a me vengono i brividi e rimpiango la Stella Artois di Erba e quella deliziosa creatura chiamata Silvia Gandolfi. Pinketts sfoggia una Montblanc ed io una Spalding Bros; lui sembra Lee Van Cleef, io al massimo un Lucky Lucke che fuma Lucky Strike. Stringo la fiducia tra i denti, mentre lui mi osserva. Lo guardo negli occhi. È abbronzato, lampadato. Ha lo sguardo di un cattivo da film. Non sorride mai. Sembra nato apposta per fare l’attore. Ma fa lo scrittore. È uno scrittore. Insomma quello che uno si aspetta da uno scrittore vero, mica i fighetti delle ultime generazioni. Beve come Bukowsky, ha successo con le donne come solo Hemingway, è bello come un Dio, ricco, dannato come un poeta maledetto. La sua scrittura emana talento da ogni poro.

Parliamo dei suoi romanzi, di “Fuggevole Turchese” e di Pogo Il Dritto. Io adoro “Il senso della frase” e “Il conto dell’ultima cena”. Decido di fare il figo e gli muovo qualche critica. Riesco ad essere abbastanza lucido nello spiegargli i motivi che mi spingono a ritenere “L’assenza dell’assenzio” inferiore ai romanzi che l’hanno preceduto. Mi ascolta in maniera attenta, e prende la parola solo quando ho terminato le mie riflessioni per dirmi che lui, al contrario, lo ritiene il suo lavoro più riuscito. Tombola! Mi convinco sempre di più di essere un perfetto coglione. Riceve due chiamate sul telefonino: la Classica Amica Forse Incinta (SperiamoNonSiaStatoIo) e un ammiratore che, come me, ha rintracciato il suo numero tra le pagine del suo ultimo romanzo. Mi chiede di me e della mia vita. Gli consegno il mio manoscritto, rilegato, fogli azzurri della Copisteria di Leone, vicino alla Casa del Bimbo, Erba, direzione Piazza Mercato. Lo osserva, lo sfoglia mentre gliene parlo. Mi promette di leggerlo con attenzione. Ho vinto.
Altro giro di birre. Medie Chiare. Labatt intuisco. Faccio per andarmene, non voglio sembrare troppo invadente. Mi trattiene. Parliamo di altre cose. Il kendo. Richler. Il Racconto Breve. Addictions, la rivista di scrittura su cui scrive con Andrea Carlo Cappi. Gli editori a pagamento. Una persona che conosciamo entrambi, Simona Ostinelli di Caslino d’Erba. Parliamo e beviamo. Di Feltrinelli e Mondadori. MotoTopo e AutoGatto. Romeo e Giulietta. Bud Spencer e Terence Hill. Come nei Caffè letterari della Mitteleuropea scovati solo all’interno di libri di autori mitteleuropei che parlano di Pallosissime Minchiate Mitteleuropee. È passata un’ora e mezza. Me ne vado. Si alza, ci congediamo con l’impegno di sentirci il 7 gennaio. Faccio per andarmene: mi segue sulle scale per ringraziarmi della bottiglia di Brandy. “C’è una dedica per te all’interno” aggiungo come epitaffio Post Aperitivo. Certo non è Masters (Edgar Lee, mica He-Man e i Dominatori dell’Universo!) ma è già qualcosa. Mi faccio largo tra la folla del “Trottoir”, ormai saturo di spazio e clienti. Artisti e Curiosi. Baristi e Cameriere dal culo favoloso.
Esco dalla porta principale, stavolta, e mi sento come Clint Eastwood quando esce dal Saloon: sguardo ieratico che indugia sui passanti, prima a destra poi a sinistra. Vado a sinistra, come ho sempre fatto, del resto. E non solo perché stavolta devo tornare in Stazione Garibaldi.
Dieci passi, dieci metri forse. Stop. Sfilo il guanto destro. Afferro il pacchetto di Lucky. Ne estraggo una con le labbra. Alla James Dean. Anche se forse in questo momento ricordo meglio James Tont. Accendino. Fiamma. Primo tiro non aspirato e soffiato sul glande della sigaretta. Adesso è accesa come Dio comanda. Rimetto il guanto destro. M’incammino per Corso Garibaldi sicuro, lanciando il mio guanto di sfida a tutto ciò che incontro. Non incontro nessuno ma poco importa. Ho nove giorni per rileggere il mio racconto e per sognare. Seduto in macchina comincio a sfogliare una copia del manoscritto che ho consegnato a Pinketts. A pagina 2 ho ficcato due errori di ortografia: apostrofo al posto dell’accento. Un sommo Coglione. Coglione come Sommo che proprio adesso mi chiama e che si chiama Sommo non perché sia un Pozzo di Scienza ma perché ha una testa enorme a forma di Sommergibile.  Flip.

“Pronto? Sommo Vaffanculo! Non è il momento!”
Flip.Ho fatto Flop anche stavolta.

________________________________

 GiovanniCocco-1*Giovanni Cocco è nato a Como nel 1976. Ha pubblicato Angeli a perdere (No Reply, 2004), La Caduta (Nutrimenti, 2013) e Ombre sul lago (Guanda, 2013 in coppia con Amneris Magella). Vive a Lenno, sulla sponda occidentale del Lario.

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