Poesia/Recensioni

Atonalità ritmica e resistenza poetica nella poesia di Giulio Maffii

di Ivano Mugnaini

maffii 2L’idea iniziale del libro di Giulio Maffii, L’odore amaro delle felci (Edizioni della Meridiana, Firenze, 2012), nasce da un espediente: l’utilizzo di una lirica di Margherita Guidacci come fonte di ispirazione e confronto, ma anche come magazzino, o, meglio, come bosco vivo da cui trarre legno e humus per far nascere un altro organismo. Radici condivise, ma nuovi rami e nuove foglie. La poesia ispiratrice della Guidacci è una disanima aspra ma sincera della condizione del poeta in un mondo che è, è stato e sarà a lui alieno, estraneo, se non schiettamente ostile. Eppure, nonostante questa consapevolezza, l’invito è alla resistenza, anzi, alla presa di coscienza della certezza della permanenza della vera poesia. Ottimismo agro ma tenace, quello della Guidacci. Maffii lo registra con attenzione devota, raccogliendo ogni sillaba, ogni frammento, come si mette insieme un vaso attico, ritrovando la forza dell’immagine, il senso, il mistero e la nitidezza quasi magica del messaggio.
Poesia per poeti, è la chiave del discorso della Guidacci, reso esplicito dalla forza di un’affermazione che possiede la solidità di un credo, di una fede. Maffii isola le singole tessere, le dispone delicatamente una ad una su una superficie bianca e liscia, e da lì, da quel punto di connessione e contrasto, riparte, volta per volta, “tempo a tempo”, per decostruire e ricostruire, generando un’immagine altra.
L’idea iniziale de L’odore amaro delle felci è, dunque, come detto, quella di un recupero della lirica. Il testo di partenza di Margherita Guidacci viene frammentato utilizzandone i versi come trait-d`union per le poesie della prima sezione. Le radici ulteriori della scrittura di questo volume però penetrano a fondo fino a raggiungere e a mettere in atto l’intuizione della “atonalità mista”, spiegata nei dettagli da Maffii nel suo saggio di recente pubblicazione Le mucche
non leggono Montale , ovvero lo sviluppo di un andamento rapsodico della scrittura
che sfugge in tal modo ai canoni perfetti del contrappunto, come insegnava Schönberg per la musica. La poesia, al pari delle piccole cose, offre una possibilità di salvezza, nella certa consapevolezza del dubbio. L’odore delle felci è presente e non casualmente come richiamo al bosco sacro di eliotiana memoria, testo critico che dovrebbe essere riscoperto dalla pletora di
autoconclamati “poeti” che niente altro sono che un travestimento dei “telchini”, veri nemici della poesia.
È conscio Maffii che il dialogo tra poeti è essenziale, ma persiste il tempo e il mondo al di fuori, e i poeti, «pietre di confine», si ritrovano «sempre a sgocciolare un alter ego / l’approssimarsi del limite/ un continuo rifluire». Non è un caso forse che la seconda sezione del libro abbia come titolo proprio Pietre di confine, quasi a marcare un punto di distacco dal modello di base che resta fondamentale ma necessita integrazioni.
L’esergo della suddetta sezione riporta le parole di Callimaco: «Anche i carboni, quando sono accesi, brillano come stelle». Il richiamo è ad alcuni dei campi semantici più ricorrenti e significativi del libro, la luce e il calore, con le sottocategorie opposte e complementari sole e buio, giorno e notte, vita e morte.
Su quest’ultimo binomio si gioca, anche nei versi di questo libro, la partita decisiva. Maffii è un poeta che scrive con ragionata lentezza, sulla scorta di riflessioni accurate. Conosce il valore del ritmo come punto e sottolineatura, anafora del pensiero che cresce con gradualità, confermandosi e mutando a volte nell’arco di una singola lirica, a distanza di una manciata di versi. Come una felce, elemento primigenio e presente ovunque, flessibile ma tenace, tra un’immobilità che richiama la morte e una vitalità testarda, quasi in grado di resistere al fuoco e al tempo.
Lo sguardo di Maffii è paziente e penetrante, da naturalista, da scienziato della parola. Non lascia prevalere impulsi confusionari o approssimativi. Mette a fuoco, inquadra con il microscopio, senza accanimento ma anche senza retorici infingimenti. Sa che gli uomini, come le parole, possono brillare come stelle ma in fondo sono carbone, materia arsa e destinata a dissolversi. Ma, con forza uguale e contraria, sa che i tizzoni riarsi sono in grado, magari per un istante, di brillare di luce. La coincidenza di questi due opposti costituisce il segreto di questi versi: la consapevolezza di ciò che «frana insieme ai giorni» ma anche del tempo che «non cede non crolla non dissesta» e la possibilità, anzi il dovere di amare «fino a che è possibile».
Nonostante o forse proprio in virtù del peso della cognizione più amara: «lo scatto del respirare giorno/ e giorno nel tuo nel mio girone». Ed il «millimetro di pelle / o forse meno» è il parametro, la sola misura rilevabile, il confine che l’uomo può opporre al debito da pagare quotidianamente e in eterno, il tempo, la finitezza. L’esortazione conseguente è quella che il poeta rivolge a se stesso, al suo alter ego e al suo destinatario ideale: «Mi chiedo chiediti / se è questo o qualcos’altro. / Mi tormenta pure la quiete».
Il tormento della quiete è l’essenza, il paradosso che nasce dalla poesia consapevole e densa di Giulio Maffii. Un autore volutamente lontano dai clamori di certa presunta letteratura di moda, chiassosa e vuota. Maffii riesce a cogliere i dettagli che racchiudono il mistero, gli ossimori e le metafore vissute sulla pelle prima ancora che sulla carta, da chi, nonostante le insidie della moltitudine ostile dei Telchini, sa ancora cogliere l’odore amaro delle felci, e ipotizzare un senso, una domanda da porre.

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