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L’enigma del tempo e la fugacità della vita. Riflessioni su “Controcanto” di Angela Ambrosini

di Gianni Criveller

Angela Ambrosini cop controcanto JPGDa  più di un anno l’elegante raccolta poetica Controcanto di Angela Ambrosini era collocata nel luogo dove raccolgo i libri da leggere. L’autrice mi donò il suo opuscolo (Edizioni Edimond, Città di Castello 2012) unicamente con la speranza, espressa nella dedica, di “ritrovarci altrove”. La scrittura, infatti, ha una capacità interiore sorprendente: un incontro ulteriore, un altrove, è sempre possibile (per quanto mai assicurato), e può accadere proprio quando non lo si attende più.
L’occasione di un lungo viaggio, con tante ore di attesa nelle sale degli aeroporti, mi ha fatto riprendere in mano questo libretto, e il tempo di un incontro più profondo con la poesia di Angela è finalmente arrivato.
Proprio il tempo, come già rilevato da Alessandro Quasimodo nella prefazione, è uno dei temi fondamentali che ricorre nei versi e nelle poesie di Ambrosini. La poetessa ritorna, quasi con ostinazione, “sull’enigma del tempo”. Il tempo, che è “tutto quello che resta della mia vita”, si riflette, come su uno specchio, sull’esistenza, sulla sua rapida transitorietà: “lontano, sotto il peso / della luna, fugge la vita”. Una parola, ‘vita’, che ricorre moltissime volte, imponendosi, insieme al motivo del tempo, e specularmente ad esso, come tematica cardine di gran parte dei componimenti.
La vita passa inesorabilmente (“come la vita che è trascorsa, / come la vita che trascorre”), e questo ci pesa dolorosamente: “lontano, sotto il peso / della luna, fugge la vita”. La poesia tenta allora di catturarne dei pezzi in forma di memoria, di ricordi, di nostalgie e malinconie. E naturalmente la memoria va innanzitutto all’infanzia, lo scrigno più prezioso dei nostri ricordi. Le infanzie della nostra memoria sono fatte soprattutto di estati, di sole e di cortili: “qualche volta d’estate / quando soffio d’infanzie arruffate / al ricordo più forte s’appiglia / e assolato riappare il cortile”. E ci si chiede, quando ripensiamo con pungente nostalgia alla puerizia, dove se ne sono andati quella bambina o quel bambino che eravamo: “ ti cerco, altra / me stessa, perduta / crisalide d’aria e di sogno”. La condizione attuale di adulti ci riporta alla notte, con il suo pesante carico di buio, di dubbio, di attesa.
Certo, il tempo passa come la vita, ma il tempo ha anche una sua stabilità, una sua permanenza, figurata dal mare. Il vento, invece, pure spesso presente nelle poesie di Ambrosini, rappresenta la fugacità del tempo.
I componimenti della silloge non si soffermano sui temi della passione e dell’amore, come spesso la poesia induce a fare, piuttosto toccano corde di riflessione e insieme familiari, aderiscono al racconto delle stagioni della vita e della stagione della natura, che si susseguono e si intrecciano, lasciando dentro il gusto buono del ricordo.
Alcune tra le ultime poesie di Ambrosini sono piccoli omaggi agli ultimi, a quelle persone a cui la vita — che l’autrice descrive a volte come sovrabbondante (“la troppa vita che in liete o meste / schiere ora ci avvolge”) — sembra invece sottrarre piuttosto che dare. Quanta delicata attenzione al dramma della città di Aquila; a una badante provata dagli addii e dalle sofferenze; a un algerino mendicante invecchiato troppo in fretta. Non manca la protesta per la perversione del significato stesso delle parole; come succede quando si intitola “grande fratello” un’operazione commerciale che offende ogni vero sentimento di fraternità.
La visione della fugacità del tempo e della vita avvicina, in qualche modo, la poesia di Ambrosini al pensiero orientale, soprattutto buddhista. Quest’ultimo ha fatto dell’impermanenza di ogni cosa il punto di partenza per la riflessione sul senso dell’esistenza. Questo volume non contiene nessun esplicito riferimento al pensiero buddhista, ma l’oriente entra a pieno titolo nella poesia della nostra poetessa attraverso gli otto haiku che concludono la raccolta. L’haiku è una forma espressiva estremamente sintetica, che mi sembra si ispiri al koan del buddhismo Zen: ovvero una brevissima espressione paradossale per la meditazione. Essa esprime sensazioni non riconducibili al pensiero riflesso, ma alle indicibili emozioni dell’illuminazione improvvisa. Riporto, a proposito, un haiku particolarmente suggestivo dell’autrice: “gatto m’invento / per graffiare le mie / malinconie”.
Il volumetto è impreziosito dalla prefazione di Quasimodo, da cinque divisioni tematiche e da citazioni introduttorie ad ogni poesia. In questo modo Angela Ambrosini sembra voler agevolare al lettore l’accesso al suo mondo poetico e la sua visione del tempo e della vita.
Come mi è capitato di chiarire anche in altri scritti, il mio non è un contributo di critica poetica, ma una semplice reazione emozionale.

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