Poesia/Saggi

Scrivere di notte è un mondo altro. Antonio Devicienti sulla poesia di Adriana Gloria Marigo

C. Corot_ Campo di grano nel Morvan

C. Corot, Campo di grano nel Morvan. (Fonte: rete)

di Antonio Devicienti

[questo contributo è stato già pubblicato sul blog  Compitu re vivi di Sebastiano Aglielico: https://miolive.wordpress.com/2015/06/23/antonio-devicienti-sulla-scrittura-di-adriana-gloria-marigo/ ]

La scrittura poetica di Adriana Gloria Marigo concepisce se stessa come ricerca della bellezza e tentativo di incastonare la parola-diamante pur dentro l’incertezza e la labilità estrema dell’esistente; essa non dimentica né ignora i conflitti sociali, l’attualità storica e politica, le ondate di volgarità e tracotante ignoranza che tutto e tutti vogliono travolgere, ma proprio per questo, fedele alla lezione dei Greci, riafferma se stessa come resistenza a tale volgarità e a tale ignoranza innalzata a valore. Sarebbe un errore, infatti, fornire un’interpretazione di tipo estetizzante o nostalgico alla scelta che Gloria ha compiuto in sede di poetica, dal momento che la scrittura si riconosce in questo caso pienamente immersa nel proprio tempo e, per usare il titolo del più recente e bellissimo libro di Nanni Cagnone, si pone in posizione “discorde” se il tempo cui facciamo riferimento pretende (e spesso da molti autori riesce ad ottenere) una poesia più o meno vagamente prosastica e mimetica del reale o l’uso di un linguaggio sciatto e colloquiale.

Per dimostrare le mie tesi mi proverò ad attraversare i due libri finora pubblicati di Adriana Gloria Marigo

cope_Un biancore lontanoUn biancore lontano (LietoColle, Faloppio, 2009).

Ecco: di questo libro trattengo innanzitutto una fragranza, un distico secondo me indimenticabile perché conferma, inatteso qual è, quanto la poesia abbia anche bisogno di sorprendere e di catturare il lettore, che non verrà irretito in abitudinari schemi metrici o in consueti repertori immaginativi: «Lontana, Arabesque, Jane Birkin. Musica dell’andare / oltre il finito» (da Gondole, pag. 38): la voce nel canto e la musica di Jane Birkin sono chiara emersione della poesia che, dalla lontananza dove sembra avere origine, si avvicina e cerca di varcare il finito con quel suo moto continuo e quella sua vocazione migrante:

 

 

GONDOLE

Vivo gondole nere – dentro, scarlatte –
palpiti dello scivolare solitario. Nel grande
sole invernale, un senso assoluto
dell’essere – materia e spirito insieme.

Le assaggio, ormeggiate in fila sull’acqua
severe, immobili di cupa bellezza
eppure una linea sottile di
gioia a percorrerle, in ombra al colore.

E tutto l’intorno un cuore innamorato,
di gondola – sola, o due accanto – in lotta
col nero potere, l’enigma.
Eros, Thanatos.

Lontana, Arabesque, Jane Birkin. Musica dell’andare
oltre il finito. Immagini che sciacquano,
che lasciano – ora che scrivo – memoria.

Dico subito che caratteristica tipografica di tutti i testi di entrambi i libri è il loro allineamento al centro, come se l’autrice volesse ribadire anche spazialmente e visivamente la forza espressiva che ogni componimento ha e infatti il bianco è motivo conduttore della raccolta, a partire dal titolo e dalla lirica eponima, bianco da apparentarsi forse al silenzio come necessari poli dialettici del nero della scrittura e del risuonare della parola:

UN BIANCORE LONTANO

Un biancore lontano di nuvole
regge tutto l’azzurro
profondo allo zenit del giorno
dove la luce che ci ama
ci fa affini
e il lieve passare dell’aria è
lo schiarire dell’ombra.

(pag. 11).

Come si può constatare gli effetti luministici segnano, sinesteticamente, i momenti fondanti del dire poetico: “tutto l’azzurro” (l’immane spazio della poesia) sembra reggersi su di un “biancore lontano” (il dire del singolo testo) e, nell’ora meridiana (lo “zenit del giorno”), si attua l’incontro di un “io” e di un “tu” (quella di Gloria è sempre una scrittura in tensione dialogica) e il leggero spirare dell’aria schiarisce l’ombra, vale a dire quest’incontro di affinità elettive e questo essere in atto della poesia attenuano (ma non eliminano) l’ombra; infatti:

*

Non è la luce distesa e
continua a darci conoscenza.
È l’intermittenza,
o l’improvviso bagliore di altro
– luminoso – che schiarisce lo spazio
consueto, l’angolo remoto,
il varco dimenticato.

(pag. 12)

Se ritorna la ricerca montaliana del varco e la tensione conoscitiva sottende il dire in forma di canto, in questo libro c’è l’approdo alla certezza che l’ombra sia ineludibile, quando non necessaria, proprio perché Marigo sa, con i suoi amati Greci, che l’esistere (e si esiste solo se si esercitano l’intelletto e la ricerca della bellezza) è un processo dialettico: suono-silenzio, luce-buio, moto-stasi. In tal modo si comprende la necessità riconosciuta dell’intermittenza e talvolta, aggiunge Gloria, dell’improvviso bagliore, di un’accensione dell’intuito che consente l’accesso alla comprensione.

Non è allora attardato neoclassicismo o stanca maniera l’accenno agli dèi del mondo antico:

L’ALCHIMIA DI AFRODITE

Per l’alchimia di Afrodite, hanno vita
nel verso l’altro alchemico, Apollo
– delle Muse compagno –
e il “nato due volte” Dioniso.

Essi stessi musica
e poesia, e natura e bellezza,
sempre presenti al raggio verde
del vedere umano.

(pag. 17).

Lo dimostrano gli studi di Giorgio Colli, di Károly Kerényi, di Ginette Paris: la verità del mito antico spiega noi a noi stessi, quel μύθος, cioè quel racconto antichissimo contiene e spiega quel che, attimo dopo attimo, diveniamo e dunque siamo.

*
Semplicità è un’aria speciale – pensiero
in cerca di rarefazione – grazia che ripudia
la parola eccedente, che desidera
l’osso di seppia del dire

il taglio a brillante del senso.

(pag. 19)

Abbiamo così appena letto una dichiarazione di poetica e un passaggio esplicativo di come siano cercati e costruiti questi testi, entro un’affinata coscienza di che cosa si vuole dire e di come lo si vuole dire e in un’orgogliosa rivendicazione al fare poetico della sua capacità di instaurare senso e bellezza, al quale presiede un demone di classica ascendenza: il demone che mi abita (…) Solo per lui provvedo – come un’etoile / d’antan – all’esercizio quotidiano, alla sbarra (da L’ospite atteso, pag. 20). Anche questa è una dichiarazione di poetica: l’ispirazione da sola non basta, le occorre un diuturno, duro esercizio (l’umiltà della sbarra cui neanche le più acclamate étoiles si sottraggono, consapevoli della sua necessità).
E Marigo continua la sua riflessione sulla scrittura in termini davvero interessanti, legati al paesaggio italiano improntato da una sapienza antica di secoli, come se la poetessa lasciasse fluire nella propria scrittura la bellezza che si respira, talvolta senza neanche che ce ne rendiamo conto tanto la cosa appare naturale, in quelle parti della Penisola che ancora miracolosamente resistono al degrado e all’ignoranza:

TRALCI

Scrivere è oltrepassare il tempo, memoria
di vigne alla maniera antica: nel tralcio
è una forza intensa non addomesticata
da sostegni, sicché esso si pone – solo –
fra due salici, essendo ogni vite
piantata sul luogo degli alberi
piangenti.

Ogni tralcio è figura sinuosa, una sorta
di ghirlanda come in certi ornati
di bassorilievo, o affreschi di residenze
del tardo cinquecento.
Quando il tempo nuovo inizia
la sua durata, dal suo centro si espandono
gli aromi dei millesimati.

Tempo, vino venturo.

(pag. 21)

L’antico modo di coltivare la vite (già etrusco) ispira all’autrice una similitudine bellissima ed un testo perfettamente bilanciato (due strofe di sette versi e un verso isolato in chiusa) nel quale la prima parte descrive la vite che cresce tra i due salici e la seconda parte ci fa trapassare, attraverso la forma di voluta del tralcio, nel raffinato Cinquecento italiano, ma dal primo all’ultimo verso della composizione è il tempo la linfa che nutre la poesia (il “vino venturo”), un tempo di lunga e nobile pazienza, un tempo d’attesa e di cicli stagionali e pluriennali, anch’esso discorde rispetto all’ossessionata velocizzazione delle nostre attività di cui siamo vittime. Ma la coltivazione della vigna, la vendemmia e la vinificazione significano cura, attesa, lavoro e ancora attesa. Si comprende bene, allora, l’esigenza del silenzio e della concentrazione, il bisogno della notte:

LA PAROLA DELLA NOTTE

Scrivere di notte è un mondo altro
di parola dallo scrivere di giorno.
I pensieri sono globi rotanti, si muovono
liberi nel luogo che dilata. Senza sentire,
Pensiero e Tempo viaggiano nel solo andare.

La luce del giorno distrae,
distrae il rumore. L’inchiostro usa
il confronto. Soppesa. Sacrifica
spontaneità e intuizione alla grandeur
presunta della mente. Sola,

la parola della notte
lascia sparsi a terra i frammenti del mattino
pronti a rifluire nel dolore d’ogni segno.

(pag. 23)

Mi piace qui ricordare che Giovanna Bemporad prediligeva la notte e di notte scriveva e viveva e la poetessa è stato uno dei nostri autori che molto più di altri ha fatto della distillazione della parola e del verso la ragion d’essere della propria opera e anche in lei riconosciamo la dedizione totale all’arte, il valore dell’attesa e della e della pazienza – e della cura.

I luoghi geografici prediletti di Marigo sono Venezia e il Veneto, Luino e la Grecia, tutti a lei legati per motivi biografici e culturali e davvero bello risulta, sul finire del libro, il legame tra l’Egeo orientale e Venezia, o meglio, con allitterazione che ne sottolinea il valore, le terre vi-ola di Ve-nezia, che ci riportano alle gondole del testo con cui ho aperto questa mia lettura, mezzi elegantissimi per traversare una città e il tempo, là dove il mare e il vento incarnano la distanza e l’altrove:

*

Ora che dal Dodecanneso
il grecale raggiunge
le terre viola di Venezia,
altre correnti raffrescano
le distese verdi di aromi,
il ritorno degli abbracci
della forma e del colore
senza più seta a dirne la bellezza.

(pag. 40).

cope_L'essenziale curvatura del cielo (1)L’essenziale curvatura del cielo (La Vita felice, Milano, 2012)

Uno dei centri d’irradiazione di questo libro si può riconoscere già nelle prime pagine della silloge, là dove si pone a chiare lettere la questione dell’interdipendenza di scrittura e lettura e un’etica della scrittura che non prescinde dalla lettura (si chiosi: dallo studium, dal costante impegno di studio):

 

 

 

 

RIMBALZI SPECCHIATI

Lettura e scrittura
vivono
per non separato gioco.

Rimbalzano l’una dall’altra,
si cercano
per specchiatura.

Se alla lettura
accade
la scrittura,
si è chiamati a rispondere
dell’una all’altra.

Per diletto tormento.

(pag. 14)

Si noti il forte e significativo ossimoro in chiusa e la perfezione della resa linguistica, stilistica e ritmica della “specchiatura” continua tra scrittura e lettura e, viceversa, tra lettura e scrittura. Ma questa scelta di poetica serve a profilare, con rigore di stile, una storia d’amore che esprimendosi proprio tramite testi in versi controllatissimi e lavorati come diamanti non scade nel soggettivismo né nel patetico e che si connette al tema delle stagioni del precedente libro:

TUTTO SI CONSUMA NELL’AUTUNNO

Tutto si consuma nell’autunno,
anche quest’alba che disincarna
il mattino devoto al richiamo dei tigli
nel frammento di brina,

anche il nostro amore
vuoto del distico arioso che
iniziò il tuo stretto parlare
agli spiriti del giorno, della notte.

(pag. 9)

La perdita o l’allontanamento (dovuti ad un tradimento subìto? O a un suicidio, come lascerebbe intendere un testo successivo?), la consequenziale assenza s’accampano in molti testi, ma senza patetismi, fermamente contemplati e detti:

3-4 GENNAIO 2011

Nel sottobosco dei tuoi occhi
s’adagiarono ombre vaghe
inclusioni di tempesta

spore d’amore giacquero
in calma di vento
sul fondale di menzogna
del tuo volto.

Non seppi dirti novella
neppure accennare a un’aria di
adagio o l’ovvia domanda,
trapassata io a stalattite.

(pag. 11)

e le date sembrano identificare tappe di una dolorosa storia personale che la scrittura decanta e porta a chiarezza grazie ad un intelletto che “arde” e a un “non fragile cuore” (faccio notare qui che l’esergo del libro precedente recita: Ai miei antenati glauchi / dal passo retico che percorsero / le fragranze della pianura e / mi formarono al sogno…):

3 FEBBRAIO 2012

Benedico la sottile luce
levantina
il graffio di gelo
l’eterna aria dissimile
la stirpe dei Reti che
mi arde d’intelletto,
di non fragile cuore.

(pag. 18)

Ma, non dimentichiamolo mai durante questa lettura, l’itinerario che va dispiegandosi insegue la bellezza e la sua capacità di stupire e la “storia d’amore” sottesa al libro potrebbe essere letta anche come metafora del difficile, esaltante, controverso rapporto amoroso tra poeta e poesia:

ALLA PRIMA LUNA CHE MI COLSE DI STUPORE

Ti vidi nella vigna
d’agosto.

Eri di silenzio e
umidori di pianura,
sola.

Pampini vestivano
la tua nudità ammirata
il vezzo d’oro del tuo
momento.

(pag. 22)

Se esattamente un secolo addietro i Futuristi dichiaravano che fosse necessario uccidere il chiaro di luna (ma si riferivano al provincialismo e all’arretratezza di gran parte dell’arte italiana di quegli anni), Adriana Gloria Marigo ha il coraggio di tornare a poetare intorno alla luna, fedele allieva di Saffo, probabilmente, ma sodale di Giovanna Bemporad, se quest’ultima, dedicando la sua lirica a Leopardi, scriveva:

La bianchissima luna alta è salita,
dopo l’addio del giorno, a consolare
alberi, campi e strade. Pensierosa,
con qualche primula sfiorita in mano,
va una giovane bruna alla sua casa.
L’aria è tutta armonia: sarebbe dolce
svanire in questa immensità serena;
batte a rintocchi lenti una campana,
tra un poco d’erba io vedo spalancarsi
la sepoltura. Oh vertigine d’ombre!
La luna va calando all’orizzonte
dove si perde la pianura, e dice
che trapassare al nulla non è male

(Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, Luca Sossella Editore, Roma, 2011, pag. 24);

il magistero leopardiano non mi sembra affatto estraneo alla poesia di Marigo e qui mi piace citare un’altra lirica d’ispirazione lunare-leopardiana, di Jacqueline Risset, della quale noi Italiani non dovremmo dimenticare la straordinaria passione di italianista, né il valore di sapiente, squisita poetessa:

PRESENZA DELLA LUNA

All’improvviso ciò che lei comprende
su queste colline
è la presenza della luna
familiarità assoluta della luna
per lo sguardo di colui che era solo qui
corpo straziato
che scriveva e guardava
costretto dagli adulti a non muoversi da qui
vendicato dalla luna
avendo trovato il rapporto vittorioso
corpo occhio luna penna
Per cui l’altrove
ormai sempre presente pronto a venire
su un gesto, alla barba del padre
nella biblioteca
e la biblioteca aperta
volumi complici apertura istantanea
sorpassando così tutti i padri
sulle loro pagine

– riso vicino sulla collina
nessuno ride così dolcemente come te
né così da vicino, Giacomo Leopardi

(Jacqueline Risset, Il tempo dell’istante – poesie scelte 1985/2010, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2011, pag. 31).

Voglio dire che il tema e la presenza della luna, rinnovati e resi attuali nella poesia contemporanea, sono metafore della meditazione e della liberazione sia del pensiero che della parola poetica e che, come molto bene dice Risset, la luna fa irrompere l’altrove, cosa perfettamente in linea con la poetica marighiana (non a caso il titolo stesso, alludendo alla curvatura del cielo, sembra volerci rimandare a lontananze ben presenti nel nostro vivere).

SE AMORE SI FA QUARTO

Se Amore si fa quarto
come la Luna, d’uno sguardo
abbracci l’ombra e nel
gioco di chiaro, di scuro
avvampa il cambiamento

(pag. 35)

Si potrebbe pensare alle foto di Mario Giacomelli, sia a quelle dedicate alle notti lunari, che a quelle d’ispirazione leopardiana, dove i chiaroscuri del bianch’e nero sono affioramenti degli aspetti nascosti dell’esistere, i percorsi notturni un’indagine dentro l’enigma, i luoghi fotografati concrezioni del silenzio. Ed ecco, nel libro di Gloria, il

SILENZIO BIANCO

Mi metterò nel silenzio
bianco dei meli ora che
(assassinato dalle tue stesse mani)
tu vivi nella morte del mare
dove le tempeste flagellano
il tuo sorriso
pallido più dell’ombra d’inverno.

(pag. 36)

Proprio a questo silenzio bianco facevo riferimento poc’anzi ipotizzando la storia di una separazione dovuta a suicidio (rileggasi il terzo verso e quelli seguenti, ma tale “suicidio” può essere sia reale che metaforico), tuttavia non è affatto necessario stabilire con precisione gli eventuali elementi biografici che potrebbero costituire le ragioni di partenza di queste liriche, fondamentale è il risultato che il lettore si ritrova tra le mani e che è un canto venato di dolore, ma mai arreso né mai lontano dalla gioia di esistere e di scrivere (direi che per Gloria quest’ultimo sia binomio inscindibile), pur nella consapevolezza piena dell’impermanenza e della labilità degli esseri viventi:

IMPERMANENZA

Mi stanca il volo d’ape e
la perdita del bottino
è deprecabile.
Tra fiore e ape sarebbe
l’estate, se non fosse
la corolla votata al suo destino.

(pag. 42)

Anche nel caso di questa lirica (da poco oggetto di una preziosa edizione d’arte a cura di Alberto Casiraghy della Pulcinoelefante) è rintracciabile il tema classico della fugacità della bellezza, assieme a quello del passare del tempo due pagine dopo:

SBRECCIATURE OGGETTIVE

Era certo brocantage di ottima fattura
quello che portavi al mio indirizzo
per essere prossimo al mio regno di parole
farti bastare il mio sorriso a fugare l’ombra
l’improvviso sbiancare dei capelli che
ti rimpiccioliva il volto –
sbrecciature oggettive
su cui leggevo ancora chiara
la manifattura nella grafia antica –
a te nostalgia, lontananza a me.

(pag. 44)

Un “regno di parole” è bella definizione della propria scrittura, ma si osservi come, ancora una volta, sia inestricabile la connessione tra parola poetica ed esistenza e che sempre, anche oltre l’improvviso sbiancare dei capelli, sia la bellezza a meritare, tra l’altro, una sorta di formula ieratica, in quello che sembrerebbe un atto di consacrazione:

CHE TUTTA LA BELLEZZA ACCADA

«Che tutta la bellezza accada»
scrivo questa sera che sei nel solo
posto dove non sbianchi
mentre qui il roseto in fiamme del
mio pensiero brucia
la distanza
il tuo friabile vero nel conto
fitto dell’ora intima
che ci fu assolo.

(pag. 48)

C’è infatti una ragione del canto e una coerenza che s’inverano nel corso di tutto il libro e che partono dalla frase che Adriana Gloria Marigo ha posto in limine alla silloge: Al demone che ci arde d’amore – il δαίμων di socratica memoria, anche dantesco intelletto d’amore direi, può essere un “roseto in fiamme” e un “bruciare” del pensiero, un’incandescenza che riporta ad uno dei luoghi-simbolo della bellezza nel mondo antico:

NELLE IONIE

Giungo per mare.

Vedo la terra nella mano del sole.

Ogni profumo è incandescenza d’aria.

Del bianco non seppi
poiché m’ insidiò il blu.

(pag. 54)

Tra le realizzazioni più alte della poesia di Kavafis c’è proprio Ionica (che qualcuno traduce, molto appropriatamente, Canto di Ionia) nella quale l’Alessandrino sostiene che gli dèi non hanno mai abbandonato quella terra di bellezza, anche se ne sono stati distrutti templi e simulacri: la Ionia è infatti paesaggio interiore e luogo della poesia par excellence e Gloria sembra riprendere in mano quel filo kavafiano per continuare il proprio discorso poetico che, inoltre, si riallaccia coerente al Dodecanneso del libro precedente e al bianco(re) del medesimo.

E siamo ora in conclusione, giungiamo a quella curvatura del cielo del titolo e che,  giungiamo a quella curvatura del cielo del titolo e che, come per moto pendolare, riecheggia i versi di Pierluigi Cappello in esergo al volume («Un giorno settembre era limpido e ventoso / il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo»), confermando la vocazione di questa poesia che è in continuo movimento e dirige uno sguardo sempre verso il lontano e verso l’alto, come se la Ferne (la lontananza) della tradizione romantica tedesca possa essere ancora attuale, esprimendosi in un inestinguibile disìo di ciò che è essenziale (cioè fondante del nostro essere) e bello, ma nel senso, come già sottolineato, non vuotamente estetizzante, bensì, al contrario, in direzione di una ricerca di bellezza che è ricerca esistenziale ed etica, rigore di scrittura (il quotidiano esercizio alla sbarra) che non significa nient’altro che autodisciplina e dirittura morale, concentrazione, mi verrebbe da dire monacale dedizione (si pensi al modus vivendi e all’arte di Giorgio Morandi), tutto questo esercitato e curato e difeso attraverso le simplegadi della volgarità, della superficialità, di tutto ciò che è vanesio, rumoroso, approssimativo, egoistico.

*

Qui cadono tutti i vaticini.

La tua voce di oracolo soave
s’infrange contro l’alloro.

Impera solo l’essenziale
curvatura del cielo.

(pag. 59)

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