Poesia

Luca Buonaguidi: India. Complice il silenzio.

unnamed (1)Secondo la tradizione indiana, cinque sono gli elementi che compongono ogni essere umano: terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Sulla base della loro diversa combinazione nel corpo si ottengono tre tipi umani qualitativamente diversi: Vata, Pitta e Kapha. Alla prima categoria appartengono le persone fatte principalmente d’aria e di spazio; alla seconda, invece, quelle composte d’acqua e fuoco; alla terza sono infine da ascrivere coloro il cui dosha (ossia la combinazione dominate dei cinque elementi) è il risultato della presenza di terra e acqua. Se dovessi ascrive Luca Buonaguidi e il suo libro, India. Complice il silenzio (Italic, Ancona, 2015, postfazione di Giulia Niccolai), a una di queste tre categorie, sceglierei senz’altro quella dei Vata. Aria e spazio sono gli elementi che meglio si prestano a descrivere l’essenza della persona che scrive e della sua scrittura. Questa prima categoria mi permette di definire, attraverso una suggestione, per quanto aleatoria, ammissibile, un tipo umano e una poesia la cui qualità sono quelle di essere agenti intangibili, presenze «avvertite» prima che viste, di cui si possono tuttavia constatare gli effetti. Ammetto che mi è particolarmente difficile separare in questo frangente l’esperienza dell’autore (ossia la conoscenza diretta che ne ho avuto) da quella del libro che ha scritto. Perché la «forza delle sue parole» — per citare con una leggera variazione il verso di uno storico pezzo dei Massimo Volume dedicato a un altro scrittore (per me) Vata, qual è stato Emanuel Carnevali — sta proprio nella forza della sua persona. Lieve è l’essere umano che mi sono trovato di fronte, pieno d’aria e spazio, come la sua scrittura: entrambi alla ricerca di una constatazione degli effetti invisibili e reciproci degli altri e delle cose. La declinazione scelta per la sua descrizione è quella del silenzio: un silenzio che ha una sua voce, naturalmente, e che Buonaguidi associa all’aria, o meglio al vento: «Al vento non chiedere, / nel vento disperdi / il tuo nome. / Al vento non chiedere / il vento del corpo / è ragione. / Al vento non chiedere / del vento consacra / ogni passo comune». Quello che perdura nelle pagine di India. Complice il silenzio è la disposizione all’ascolto di questo silenzio, misurato non sull’assenza di suono, ma al contrario avvertito religiosamente, per mezzo di questa sua voce aerea, nel modo più semplice possibile, senza nessun tentativo di interpretazione. Per tale motivo, quello della persona non si riduce a un ruolo passivo, da uditore; il poeta è invece complice di tale esperienza dell’India, che sta tutta nel tentativo di cogliere l’infiorescenza di un momento: «Mi piacerebbe / essere con te nel sole, / sbagliare strade / e chiederne di nuove ai passanti / in città che accompagnano / l’esatto reciproco / dei nostri passi (Jaipur 08/04/2013)». Tutto si muove, tutto respira, è pneuma, anima, Atmen, soffio che appartiene al mondo di fronte al quale ci si dispone in attesa e in ascolto: si tratta di un tipo di propensione che nella cultura occidentale apre all’illuminazione. Tuttavia, se il concetto è altrettanto applicabile all’Oriente, credo sia più corretto parlare qui di luce; quella di Buonaguidi è una vera e propria attesa della luce, che la voce del vento si porta dentro e riporta fuori; attesa di fronte alla quale il poeta arriva a sintesi essenziali, di una semplicità disarmante: «Sono felice. / Potrei aggiungere altri dettagli / ma la felicità sta nel toglierli (Punakha 03/05/2013)». Naturalmente si commette un errore imperdonabile a pensare e a declinare le sensazioni riposte nei versi secondo le nostre categorie culturali, specialmente nel caso delle coppie oppositive: alla felicità non si oppone la tristezza né al silenzio la voce o il suono, così come alla luce non si oppongono il buio o l’ombra: «Può accadere che la bellezza / abbia il passo pesante, / il ritorno è un fumo azzurro / che scava una pozza fangosa (Leh 12/06/2013)». Buonaguidi si lascia trasportare esattamente sulla soglia di campi semantici ed esistenziali che ingoiano sensi concreti e senso figurale, ricercando solo e soltanto la convivenza degli opposti. Credo che in questo modo si possano leggere con sincero trasporto versi come questi: «in questo porto di carne, / parto dall’esserne parte / ma senza porte / pronte ad aprirsi. / Solo le ombre gettate / dalle pareti erette / e un uscio restante / che cigola ospite della casa / che prima apre, ora chiude / e si fa alone / di tutto ciò che è distante (20/03/2013 Ellora)» e «Sono lontano, amico / e mi sono vicino. / Mi cerco / sui treni notturni / e nelle grandi stazioni / dove tu non giungi. / E neppure io / [Quando mi credo / in qualche luogo / sono già un altro] (29/03/2013 Pushkar)». Se dunque il corpo è aria, la voce del vento cui non chiedere sin dall’inizio è la poesia che toglie e che completa, come la felicità. È lì che la via non ha più senso e fine; è lì che il percorso si fa naufragio e dunque riconosce l’infinito: «Del ritorno so quanto / della fine di una poesia […]. / Tutto adesso / è dolore e dolcezza (Delhi 24/06/2013)». È sempre lì, che si arriva in questo stato: «Completo / d’una incompletezza / che accoglie la mia assenza».

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IMG_0130_1*Diego Bertelli vive negli Stati Uniti. dove lavora come Advanced Lecturer presso l’Università de Kansas. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia», «Puntocritico». Collabora con la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», con la rivista «Atelier» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, uscita su Italian Poetry Review, 6, 2011. Quest’anno ha ottenuto il secondo posto al PLICS (Premio letterario internazionale Città di Sassari) per la poesia inedita. Fa parte dell’antologia Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). Contatto: diegobertelli@gmail.com

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