Poesia/Saggi

Le «parole nude» di Titos Patrikios

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di Giovanni Teresi*

Titos Patrikios (Τίτος Πατρίκιος, Atene 1928), poeta, giornalista e sociologo, ha sempre concepito la sua poesia anzitutto come testimonianza, rimedio all’oblio, inesausta esortazione al ricordo dei compagni uccisi durante l’occupazione nazifascista, della barbarie vissuta e mai del tutto debellata, del dolore che non solo lui, ma un’intera generazione, un popolo, un mondo hanno patito.

La sua è una poesia civile nel senso più verticale, critica, mai appiattita sulla propaganda; merito di un pensiero che sa comunicare una possibilità di “resistenza” ampia, guardando anche alle odierne valenze sociali, alle più offuscate pieghe del potere dettate dall’inerzia collettiva e quotidiana. Poiché la poesia, come recita in un verso: «cerca risposte/ e domande non ancora fatte». Patrikios non ha mai creduto che il canto in versi esercitasse un qualche potere sulla politica o sulla storia. Piuttosto il fine è strappare brandelli di verità al tempo e narrare la storia di chi non ha più voce, la storia che gli storici non raccontano. Nella sua produzione sembra ritrovare sempre due temi, la memoria e l’impegno politico e civile: «ho passato tante fasi, nella mia poesia», dice intervistato da ANSAmed, e continua: «Da giovanissimo ero interessato a raccontare i miei stati d’animo, poi con gli anni mi sono dedicato prima alla lotta di resistenza contro l’occupazione, quindi alla lotta sociale. Fare poesia con questi riferimenti è difficile, serve una grande disciplina. La memoria? Ci serve per rivedere il presente, non il passato. L’unica cosa che ci insegna la storia è che non ci insegna nulla. L’Europa non impara. Ogni momento difficile vede spesso l’emergere di totalitarismi, che portano un senso di unificazione di annullamento delle differenze, si pensi a Mussolini, Hitler e Stalin. La gente aveva bisogno di sentirsi unita. Ma per pensare occorre la solitudine, serve a ripensare noi stessi e il mondo». Quando gli è stato chiesto che ricordo avesse dell’Italia ha risposto: «un Paese con cui ho un rapporto d’amore. Devo venire in Italia almeno una volta all’anno per la sua arte, certo, ma soprattutto per la sua gente, per le mie amicizie, per le persone che oggi purtroppo non ci sono più. E poi c’è un evento legata alla mia famiglia, che oggi non esisterebbe senza un ufficiale italiano. Era il 1943, c’era l’occupazione degli italiani ad Atene. Mio padre era un attore e presidente dell’associazione degli attori, e dichiarò uno sciopero dei teatri, un vero shock per la città, dove c’erano tantissimi teatri. Un giorno, durante lo sciopero, bussò alla nostra porta un certo Gallo, ufficiale italiano. Chiese di parlare con mio padre, si ritirarono nel suo studio. Noi eravamo preoccupati, ma mio padre disse a mia madre: preparami una valigia. Quell’ufficiale, un antifascista, aveva avvertito mio padre che quella sera sarebbero venuti ad arrestarlo. Grazie a lui si salvò: quando arrivarono per portarlo via lui non c’era. Tentammo di rintracciarlo dopo la guerra, ma scoprimmo che dopo l’8 settembre si era unito ai partigiani in Jugoslavia ed era morto in combattimento. Questo è il mio legame con l’Italia». Un legame descritto nella sua antologia La resistenza dei fatti (Crocetti 2007).

Nei versi di Patrikios esistono luoghi che sono narrazioni perenni e voci di uomini capaci di contenere la memoria dei padri, il sangue dei morti, la fatica dei sopravvissuti, il segreto dell’avvenire. Egli così li racconta: «mi hanno regalato altri anni ancora per parlare non solo, come un tempo, degli scomparsi, che avremmo dimenticato, ma anche di quelli in mezzo ai quali vivo, di quanti incrocio senza conoscere bene, di quanti rischiano di essere dimenticati anche dai vivi». Una testimonianza che ritorna come un memento:

Anni di pietra
(…)
Li giustiziavano ogni giorno nelle vostre mani
nella vostra voce
nella fodera del vostro abito nuovo …
E voi li avete dimenticati?

(Le parole nude, traduzione di Papatheu Katerina)

Con loro il poeta instaura un rapporto da sodale e solidale:

Gli amici

Non il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere.
È il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

(La resistenza dei fatti, trad. Nicola Crocetti)

Patrikios non è solo un uomo-poeta, è un lanciatore di pietre: «che la nostra memoria non sia il mare, sulla cui superficie la pietra urta e poi, ingoiata, sparisce. Che la nostra memoria possa essere terra su cui la pietra incide il solco». Nasce così Abbozzi per Makrònissos, volume di liriche che narrano del confino personale del poeta nell’isola di Makrònissos, condiviso con il poeta Yiannis Ritsos e con Mikis Theodorakis. Nella lirica Anni di pietra (1953-1954) Patrikios descrive l’isola «lunga come un ago magnetico di pietra / a indicare il nord e il sud / del nostro percorso / della storia / del tempo. Gli ubriachi si rotolavano nei sentieri infangati / il vecchio partigiano cantava tra i singhiozzi e le bave / Avanti ELAS per la Grecia / finché la polizia militare l’arrestò. / Sofianòs si trascinava accanto a me / puzzolente di ouzo, gridando nella baracca vuota: Io sono una spia, sono diventato una spia per un permesso di quarantott’ore / cacciami via da te / cacciami via. / E io gli reggevo la fronte per farlo vomitare.» In quell’isola, tra i topi e i vermi dai gabinetti militari, tra l’indecenza e lo scempio della dignità, c’è il mare che: «scorre e va / scorre e va / non sopporta queste rocce / scorre e va». In questo luogo di sciagura, dove anche il vento è un torturatore, l’immagine del mare è espressa con la sua narrazione silenziosa, intima, epica. Patrikios è uomo, poeta e testimone.  La creatura viva che sente il peso della sua permanenza e calca i passi dei defunti: «Li hanno giustiziati nella piazza centrale / davanti ai caffè e ai monumenti deserti / e donne impazzite correvano a cercare gli abiti insanguinati / li hanno giustiziati davanti al muro dei rifiuti / tra cocci di bottiglie e scatole di conserve / li hanno giustiziati per strada, sulla soglia di casa […] li giustiziavano ogni giorno nelle vostre mani / nella vostra voce / nella fodera del vostro abito nuovo […] E voi li avete dimenticati?» (Anni di pietra)

La voce di Patrikios appartiene a chi si è fatto uomo e poi poeta. Uomo durante la resistenza antinazista, durante la guerra civile greca, durante il confino nelle isole di Makronissos, uomo esiliato in Francia all’indomani dell’avvento del regime dei Colonnelli. Attraverso la sua identità storica, egli accede a una profonda identità umana, come se l’aderenza alla propria storicità divenisse necessario richiamo a riscoprire la propria sostanza umana, quella pietà eterna da spargere sui defunti, il gesto perpetuo di Antigone che supera la paura della propria morte e condanna per gettare un po’ di terra sul corpo ucciso del fratello a cui anche la sepoltura era stata negata. Una pietà che assume l’intera moltitudine umana trafitta e degradata.

Debito

Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpì l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Così, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti

per narrare la loro storia.

( Tirocinio, trad. N. Crocetti)

In questa devozione per i propri simili,  nel perenne sentimento di gratitudine per essere rimasto vivo e illeso, il poeta compie la propria storia narrativa e assume la veste di cantore che celebra i fatti umani, li custodisce e li svela. Di questo atto di fratellanza e verità è intrisa quasi tutta la poesia civile di Patrikios. Il richiamo ai classici, e il loro innesto sulla contemporaneità, sono vicissitudini letterarie mai fini a se stesse ma legate e spiegate alle ferite esistenziali. Inoltre è sempre vivo in lui il senso di “resistenza” al potere qualunque esso sia, perfino, e forse anche più, al potere culturale: il potere cioè di una mente sulle altre menti. Ecco allora anche le satire sull’ortodossia o sull’arrivismo dei burocrati, oltre alla voce di tutti coloro che hanno patito la privazione della libertà. E ancora, riguardo il monito ai crimini e alle atrocità che potrebbero ripetersi, lo sguardo vigile di chi non concede più nulla alla speranza. Inoltre, emergono nelle sue liriche anche tematiche meno militanti, più legate all’intimo rapporto con altre questioni, la lingua, il viaggio, il mito, l’eros o l’amore, quale elemento di autentica salvezza. In Patrikios il simbolo viene sostituito dalla metafora che potenzia ogni attimo che passa, la possibilità di distinguere ciò che rimane da ciò che si attraversa. Il poeta ci dice: «Molto sarà dimenticato escluso ciò che ci ha costretto a una predisposizione attiva nei confronti della vita. Non sono necessari grandi eventi per tali scopi. È l’istante votato all’eccellenza che conta, rintracciabile anche nel semplice ricordo di un viaggio in metrò». Così nel testo omonimo:

Metrò

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

(La resistenza dei fatti, trad. N. Crocetti)

Nonostante la militanza, Patrikios non crede che la poesia, anche quella militante, abbia potere sulla politica o sulla storia «nessun verso oggi può rovesciare regimi», scrive nel 1957 in Versi 2, per poi riprendere lo stesso concetto, anni dopo in Versi 3 (1982). Ma la scrittura, e la scrittura poetica in particolare, è per lui una ricerca di autenticità, un ridare il giusto valore alle parole o come ne I simboli delle cose «passando in rassegna le cose già accadute / la poesia cerca risposte / le domande non ancora fatte». Questa ricerca è ben descritta ne I simulacri e le cose:

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi …
non temere, diceva il poeta, [1]
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.
Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.
Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, che cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.
Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce. [2]
E la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.                     

                                                                     (La resistenza dei fatti, trad. N. Crocetti)
 
[1]  C. Kavafis: Itaca
[2] J.W.Goethe: Mehr Licht!

E ancora in un testo in cui emerge con urgenza l’esperienza vissuta in prima persona:
***
Profughi politici a Roma nel 1970 e dopo

Vedevo tanti perseguitati nelle città
in cui sceglievo o ero costretto a vivere
ma più da vicino li conobbi a Roma
che ci accoglieva col suo abbraccio materno.
Eravamo tutti in fuga da fascismi uguali
compagni ma di lingue diverse, improvvisamente fratelli
con gli stessi punti di partenza,
le stesse prospettive divergenti,
e poi scoprivo sulla sponda opposta
uomini tormentati, con percorsi contrari,
in fuga da regimi che un tempo ammiravo.
Ne vedo ancor oggi chiaramente i volti
mentre di pochi ricordo ancora il nome:
Pedro, un poeta spagnolo, Manuel,
un disertore portoghese, l’iraniano Ahmat,
il colombiano Míro, il cileno Raúl,
il giornalista Andràs da Budapest,
il cubano Ignacio, la polacca Hanka,
la coppia anonima di studenti cechi.
Cambiavano i persecutori, aumentavano i perseguitati
parlavano continuamente dei loro Paesi lontani
costruendosi due o anche tre vite in terra straniera,
non so che cosa ne sia stato di loro, dove siano finiti.
Mi sono accorto in ritardo che anche noi
assumevamo il ruolo di persecutori,
naturalmente d’incidenza trascurabile,
perfino quando eravamo convinti
dell’importanza del nostro ruolo;
molto più tardi mi resi conto
che la grande persecutrice era sempre una
e in mezzo a noi c’era il vuoto
che imprevedibilmente aumentava o diminuiva.

(La casa ed altre poesietrad. N. Crocetti)

Questi uomini sono archi, la cui vita si gioca nella tensione permanente tra la forza di trazione all’indietro dell’impugnatura, l’estensione nello spazio della corda e la missione della freccia. Lo sono perché il poeta si fa egli stesso arco e la freccia diventa la sua parola. Parola che è civiltà e memoria nonché atto fondante della dimensione etica dell’umanità, la cui traiettoria percorre la direzione che la vita può e deve prendere:

Parto agevolato ad Atene – Febbraio 2004

Ovviamente sono successe tante cose, diciamo, ripetiamo
a volte con calma, a volte con ardore,
ma nonostante le urla da moribondi
nonostante i melodrammi dolciastri
speriamo sempre in un futuro migliore,
per agevolare il suo arrivo
lo sgraviamo di tutti i gravami
gli eliminiamo bandiere e tamburi,
tuttavia quello non ne vuol sapere di nascere,
resta acciambellato in posizione embrionale
nel ventre materno del passato
per non rinunciare al tiepido dondolìo
nel liquido amniotico, per non perdere
il morbido involucro del buio
uscendo nell’insolenza della luce
nell’opportunismo del chiaroscuro
in un mondo arido e duro.
Sa che alla fine non potrà evitarlo
che ancora una volta tribolerà
per i tagli cesarei urgenti
che ordinano le autorità competenti
ma soprattutto sa che in seguito soffrirà
per la delusione dei genitori
quando vedranno che il loro figlio
di nuovo non soddisfa le loro aspettative.
( La casa ed altre poesie, traduz. N. Crocetti)

L’opera di Patrikios inizialmente è segnata dai traumi collettivi e personali conseguenti all’occupazione nazifascista, alla guerra civile e alla successiva repressione politica: l’inevitabile delusione esistenziale convive con le istanze di cambiamento e con l’utopia di un mondo più giusto, dove la memoria è per il poeta l’unico antidoto all’orrore, un rifugio per l’uomo contemporaneo: «[…] La sabbia m’è rimasta in bocca per sempre / la pietra per sempre sul cuore / gli spini confitti per sempre nelle unghie fino alle nuove tirannie e i nuovi labirinti della modernità […] Ma simulazioni di labirinti, / costruzioni oscure, / continuarono ad essere fatte con nuovi materiali, / con nuovi mostri, vittime, / eroi, sovrani. / Si fanno soprattutto labirinti di parole, / ogni anno vi entrano nuove infornate, / ragazzi e ragazzi, con timore e noncuranza / per botole e tranelli, vicoli ciechi, / con l’ambizione di riformare e di rappresentare / l’antico dramma riadattato ai nuovi eventi […]» (Storia del labirinto)

In uno stile sobrio ed asciutto dei versi, le liriche della raccolta La resistenza dei fatti esprimono anche la consapevolezza del cambiamento nel tempo, avendo come unica arma la parola:

La violenza

Cerco di chiamare le cose
col loro nome
e ogni tanto incontro
nuove difficoltà.
Per esempio chiamare la violenza violenza
e non intervento di pacificazione
la violenza dei potenti e dei ricchi,
e neppure eccessi inevitabili
la violenza dei poveri e degli oppressi.
[…]
Vorrei inoltre affermare apertamente
che sono arrivato al punto di detestare
ogni sorta di violenza, di chiunque sia.

«Detestare ogni sorta di violenza» significa avere il coraggio più grande di tutti, quello di conoscere e di non spaventarsi per le conseguenze, e poi di amare, come si legge nelle due liriche che seguono:

Storia di Edipo

Volle sciogliere gli enigmi

illuminare l’oscurità
nella quale tutti si sistemano
per quanto sia pesante.
Non lo spaventarono le cose che vide
ma il rifiuto degli altri di accettarle.
Sarebbe stato sempre l’eccezione?
Non sopportava più la solitudine.
E per trovare i suoi vicini
s’infilò profonde negli occhi
le due forcine.
E distingueva ancora con il tatto
le cose che nessuno voleva vedere.

E Quello che resta:

Dove uno vive, lì ama.
Qualsiasi cosa uno viva, l’ama.
Dopo, si perdono i tratti
svaniscono i volti a uno a uno,
resta soltanto e non invecchia
la lingua che li ha descritti.

Si tratta di una questione che riguarda il poeta come uomo e l’uomo come pari degli altri uomini, e che spiega come un legame tra questa riflessione e quella politica non ci sia soluzione di continuità:

Nessun verso può rovesciare i regimi.

Avevo scritto anni prima
e ancor oggi me lo rinfacciano.
Ma i versi assolvono alla loro funzione
mostrano i regimi, dicono il loro nome
anche quando cercano di abbellirsi
di rinnovare un poco la vetrina
di cambiare denominazione e insegna.
I versi, anzi, qualche volta sorprendono
i leader in posizioni inattese
sicuri che nessuno li veda
con le mutande ingiallite e aperte
prima d’indossare le brache o i pantaloni
con gambe ossute e pantofole stracciate
prima d’infilarsi le scarpe o gli stivali,
la pancia debordante prima di tirarla in dentro
per abbottonarsi la giacca militare civile
con la dentiera lasciata nel bicchiere
prima di riprovare lo storico discorso,
con la pappagorgia e le guance pendule
prima di alzare il mento volitivo
prima ad guardare, perennemente giovani, al futuro.
I versi non rovesciano i regimi
ma certamente vivono più a lungo
di tutti i loro manifesti.

(Specchi opposti, trad. N. Crocetti )

Non si tratta dunque di poesia civile ma di poesia della civiltà. In genere, nel suo discorso poetico, la parola-linguaggio supera il compito espressivo conoscitivo, esplicativo e comunicativo, in senso stretto, degli elementi concreti del reale e compie una operazione metafisica. Patrikios usa la parola-oggetto per evocare sentimenti altrimenti inesprimibili. Si fa sostanza primitiva, confabula con il sentire:

La poesia si fa

La poesia si fa
senza suoni melodiosi
senza colori
solo con segni bianchi e neri
con bianchi e neri silenzi
con fonemi bianchi e neri.
La poesia si fa
senza parossismi del corpo,
questi sono per il prima
e il dopo.

In un poeta come Patrikios la parola resta legata al suo ruolo indispensabile di materia prima del discorso umano quotidiano. Essa narra i fatti affinché non si estingua la loro memoria. La parola è la memoria storica di uomini storicamente situati.
I testimoni

I testimoni della mia vita

scompaiono a uno a uno.
Di tutte le cose insignificanti
o eccezionali che ho vissuto
resto l’unico testimone
e chissà chi crede
che dico la verità.
Così posso addentrarmi
nel gioco delle invenzioni,
per gli increduli come per chi crede,
cambiare le cose a piacimento
e a volte, con un po’ di fantasia,
semplicemente inventarle.
Ma poi rinuncio al tentativo:
i conti rimangono gli stessi.
Alle mie spalle
c’è sempre a controllarmi, insonne
il me stesso dei primi anni.

Il nuovo tracciato, trad. N. Crocetti)

Ma il testimone da solo non può nulla, viene ignorato come Cassandra. Il testimone ha bisogno di essere ascoltato e di essere creduto.

***

Titos Patrikios è considerato oggi il poeta nazionale greco, erede di una tradizione illustre che va da Kavafis a Seferis, da Elytis a Ritsos. Da giovanissimo prende parte alla resistenza greca al tempo dell’occupazione nazifascista e in seguito vive la tragedia della guerra civile. Nel 1944 ha rischiato l’esecuzione. Dal 1951 al 1954 è stato confinato nelle isole di Makrònissos e di Aghios Efstratios e poi deportato al campo dell’isola di Saint-Stratis. Terminati gli studi in legge all’Università di Atene, ha studiato sociologia e filosofia alla Sorbona e all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi. Dopo il colpo di stato dei colonnelli del 1967 è vissuto in esilio a Parigi e a Roma, lavorando come avvocato, giornalista, sociologo e ricercatore fino al 1975. Nel 1954 è stato tra i fondatori dell’importante rivista letteraria Epitheòrisi Technis. Nel 2004, il Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il suo contributo allo sviluppo dei rapporti tra l’Italia e la Grecia. Patrikios ha tradotto testi di Spinoza, Lukács, Majakovskij, Neruda, Saint-John Perse, Valéry, Stendhal, Balzac. Ha pubblicato volumi di racconti e notevoli saggi letterari, sociologici e giuridici. La prima raccolta di poesie, Strada serrata, è stata pubblicata nel 1954. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Apprendistato (1963), Fermata a richiesta (1975), Ermes (1975), Termilio (1976) Mare promesso (1977), Controversie (1981), Gnose (1981-1992), Poiemata I, II e III (1981-1988), Specchi opposti (1988), Deformazioni (1989), Il piacere delle proroghe (1992), Kedros (1998), La Porta dei Leoni (2002), Il nuovo tracciato (2007), Poesie IV (2007), Amore che scioglie le membra (2008). Un’ampia antologia di suoi testi, La resistenza dei fatti, è stata pubblicata nel 2007 (Crocetti Editore – introduzione di F. Pontani). Del 2009 è La casa e altre poesie, (Premio Festival di poesia civile -Città di Vercelli- Ediz. Interlinea – Novara). Le sue opere sono state tradotte in francese, tedesco e italiano.

_________________________

teresi*Giovanni Teresi (Marsala 1951 ) è Docente di Economia aziendale e Discipline giuridiche ed economiche, ha pubblicato testi di poesia e racconti in riviste nazionali e internazionali. È  presente nella raccolta antologica La poesia è sogno a cura di Fulvio Castellani. Nel 2005 gli è stato conferito dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli il premio internazionale di Poesia e Letteratura Nuove lettere per la lirica Pellegrini. Nel 2006 ha pubblicato La grande tradition des Muses. Altre sue sillogi poetiche in lingua francese sono: Rêve les yeux ouverts , L’univers de l’âme, L’île enchantée par le chant de la lune. Nel 2007 ha pubblicato Il mito e la poesia, Editrice Maremmi Editori e per l’editore Bastogi il saggio storico Sui moti carbonari del 1820-21 in Italia. Eventi ed adepti poco noti del periodo. Dal 2011 è membro d’onore dell’Association Rencontres Européennes Europoésie con sede a Parigi e Presidente della Delegazione francofona in Sicilia Marius Scalési. Ha collaborato con la Rivista Latinitas in Civitate Vaticana. Nel 2013, al Certamen internazionale di Poesia Latina Scevola Mariotti indetto dall’Università Pontificia Salesiana di Roma, ha vinto il primo premio con Magna Laude per le sue liriche religiose in lingua latina. È presidente del Punto Centrum Latinitatis Europae di Marsala, Associazione Culturale con sede ad Aquileia.

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2 thoughts on “Le «parole nude» di Titos Patrikios

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