Poesia/Porto sepolto

La brevità leggiadra di un giorno d’estate. “Profusioni” di Anna Bertini

Prefazione di Adriana Gloria Marigo a Profusioni di Anna Bertini*

(Prefazione e testi inediti concessi dagli Autori; la silloge è in corso di stampa)

 

La brevità leggiadra di un giorno d’estate

 Nota a cura_PROFUSIONI   A Fauglia, sul finire di febbraio duemilaquindici, ho conosciuto Anna Bertini. Partecipavamo all’incontro “Saffo e le altre” dedicato alla scrittura delle autrici che avevano lasciato un’impronta significativa, esemplare, nell’ambito della poesia di ogni tempo e paese in quello spazio prezioso che è il Teatro Comunale: accadeva qualcosa di virtuoso, liturgico, grazie alla parola che s’incarna nella voce, nel gesto, nel luogo che conserva presenze liriche, l’energia che materializza il genius loci come benedizione di ciò che ha ragione di essere nella dimensione della bellezza, canone irrinunciabile quando si vuole testimoniare il sacro che la parola della poesia – antica o contemporanea – manifesta ogni volta che la si onora in devozione.

Anna aveva scelto alcune liriche di Karoline von Günderrode, poeta di fine settecento morta suicida nel primo decennio del secolo seguente, amica del poeta Clemens Brentano, dunque una figura femminile del preromanticismo tedesco, testimonianza dello sturm und drang che ha consegnato alcune importanti presenze di donne nella letteratura germanica. La parola della poesia che viene da lontano avvicina e coinvolge nelle confidenze, apre orizzonti dove allinea il coraggio di osare altra parola o la domanda sulla scrittura rimasta privata. Con Anna Bertini nacque una conversazione franca analitica gentile, di quell’ironia ludica che smuove l’aplomb della situazione e prontamente crea lo scenario tutto nuovo in cui  muoverà un’ulteriore verità, e  lasciandomi attraversare dalla sensazione del suo essere fortemente presente e al tempo stesso rivolta a intravedere altra soglia, nel parlare di scrittura in generale e di poesia in particolare, fu spontaneo chiederle del suo universo di parole, poiché avvertivo la presenza acuta di una modalità attinente alla poesia. In quell’incontro sulla vicenda poetica di autrici amate per prossimità intellettuali  mi donò la confidenza di una cartelletta contenente alcune poesie cui seguì una mail che riportava l’atmosfera del dialogo faugliese, confermava la discrezione sulle sue prove scrittorie – a protezione delle sue figure interiori, dell’attraversamento immaginale del mondo  ̶ , consegnava la sua personale presentazione, dichiarava in piena coscienza «Molte cose poi, le scrivo e le lascio al destino dell’etere, senza salvarle, per indolenza o per fatalismo. Quindi si distaccano da me, non ne so più niente, hanno il loro percorso indipendente.», mi ricordava il senso contenuto ne Il porto sepolto ungarettiano: la necessità di scendere nelle profondità esperienziali della psiche e risalire in superficie con i preziosi da disperdere, poiché nella dispersione avviene l’incontro autentico, che successivamente rimanda al ritorno, in quanto ogni vicenda o dato di parola addensa una matrice d’echi.

In seguito, quelle carte fisicamente non disperse, sono diventate Profusioni : testimonianza che lo sturm und drang  ha ragione di esistere ancora, seppure nella sola forma oggi possibile e cioè depurata del titanismo che caratterizza le opere preromantiche informate a “tempesta e impeto” e che fa pronunciare al Faust di Goethe «Il sentimento è tutto!».

Ecco dunque che il titolo di questo volumetto specchia l’esigenza primigenia e confessata di nulla trattenere nel lessema che ci porge l’immagine dell’abbondanza  ̶  per sinestesie visive, olfattive, di movimento  che continuano  nelle sinuosità grafiche di una frase appena dopo l’esergo colto a ogni sezione poetica  ̶  destinata a ricadere generosa, sospinta dall’aria gentile mai assolata, sempre luminosa, nelle cinque sezioni che accolgono le poesie con quella matrice d’echi che rifluisce appartenenza a luoghi persone accadimenti in delicatezza che mai è fragilità. In fine a ciò che costituisce il collocarsi nel mondo di Anna Bertini, che intreccia un patto giurato con la bellezza che si manifesta come equilibrio necessario sopra l’aperto vuoto di una contemporaneità e i suoi riti mediocri, carichi di feticci che attentano al sentimento, alla sua radicazione, coltivazione, nella delicata e definitiva immagine metaforica in «Non è facile dire del rosmarino. Cercarne l’aromatica empatia, ed avere riscontro del suo interesse per il verdeggiare intenso. Un tributo, da offrire al giardino.»

Si parte dunque dal mondo, dai suoi paesaggi fisici e metafisici che nella musica – come una parola di puro suono – trovano il cominciamento di molto vissuto della poeta che dichiara «… devo seguire / il battito della casualità / il ballo del pensiero / … nel suono del telefono / nella fuga dello scoiattolo»; immagini astratte e immagini concrete s’incontrano per sposalizio e dunque generare la misura con cui l’autrice rileverà l’intorno che si dimostra inafferrabile, poiché il suo darsi è nella libertà, secondo la cifra della massima attenzione in quanto non è dato prescindere dal coraggio se si vuole esautorare «la paura di non farcela», «l’alieno opaco.», la cui inquietante figura rappresenta sia il male fisico sia metafisico.
Il mondo così dato, in questa inconfutabile problematicità che lo designa comunque cosmo in quanto ogni elemento costitutivo risponde a una interiore dinamica ordinata e misteriosa, che però rimanda alla trafittura della luce  ̶  necessità congrua alla polarità del vivere, baluardo agli attentati  dell’oscurità, medicamento alla fascinazione dell’illusione  ̶  è una vastità colma di presenza umana che declina l’intervento di eros, il principio di vita che non smette di essere neppure di fronte a la Fuga dal corpo, poiché ciò che redime e affranca il mondo è un ente che possiamo individuare nel termine “onore” che Bertini non usa, ma lascia trapelare nella percentuale di sentimento con cui pervade la poesia come in Seduta nei dintorni di te,  A Flat Major e nella chiusa «Un tributo da offrire al giardino.» nell’apertura calligrafica della prima sezione.

Gli esergo – numi tutelari cui la poeta affida la devozione e l’invocazione, la ricordanza di ragione e sentimento  ̶  vigilano su ogni sezione che è partecipata anche dal concetto di nostalgia e la domanda sulla possibilità di un tempo che s’incammini all’indietro  ̶  «un ritorno furtivo»  ̶  è rintracciabile in Le albe a settembre dove la nostalgia è la parte rimanente dell’amore vissuto: ciò che resta e conduce giorno dopo giorno è la misura indispensabile «nostalgiche cantilene» a coniugazione del prima con l’ora. È parte anche adveniente: la soglia che immette, attende il passo che varca, segna il limite tra compiuto e da compiersi esattamente come l’alba che traccia il limite-varco tra buio della notte e luce del giorno, settembre che marca il passaggio, il confine dell’estate verso l’autunno. Albe e settembre: territori di frontiera, limine dove tutto può accadere ed estraniarsi, cedere alla metamorfosi, alle fruttificazioni dopo le prove, come nel mito del pomo granato.

Profusioni porge nel criterio dell’etimo il connotato che nel mondo vi è qualcosa a favore  dell’unione fusionale e combinatoria, che diffondere appartenenze significa ogni volta apparentarsi con esso fin nella «goccia di sudore», riconoscere che «osceni» non sono i segnali affioranti, ma «i carboni d’anima sottostanti», ridefinire la scelta che s’invera alla soglia più alta nel «Gettarsi  /nel vuoto / del cortile, / attendere / lo schianto / che libera / il volo delle / cicogne. // E rinascere.»

L’intensa presenza dell’autrice a se stessa e a tutto quanto la circonda include ogni tensione, ogni manifestazione di persone cose emozioni inscindibili nell’interezza dell’intorno ̶  il quale sembra vacillare nella necessità di riconoscere le proprie e altrui consistenze o debolezze ̶ e accoglie l’irrinunciabile musica che segna il procedere delle stagioni interiori come ombra esatta e gemina, non sperdimento di sé o vaghezza d’estraniazione, ma congiunzione assiale, necessità e traccia strutturale.

Il volumetto d’esordio in poesia di Anna Bertini scolpisce l’umana gloria rintracciabile nelle pieghe del mondo, l’impossibilità di dimenticare a essersi anche quando sembra che un oscuro sfarfallio  o La luce che trafigge il mondo possano esiliare a se stessi l’oggettiva conoscenza del reale la cui causa non è perorata, poiché Anna Bertini intuisce, e riconosce, lo scarto esistente tra colui che osserva e colui o ciò che è osservato «Dimenticate sono / le utilità della forma, / non esiste più norma / che dica in modo esatto / dei metri lungo un muro, / del loro riscatto / in cubiche accoglienze.» , perché teme e allontana il pericolo proditorio della fusione, accettandone la sola tensione «E tu mi tieni una mano, / quando mollo la cima del vello, / e penso, e rido».

***

Nel cantino

Anch’io ho un segreto
nascosto fondo fondo
un segreto gretto
un sasso rotondo
indigesto molesto
malvagio e lupo,
acuto dente
nel ventre.
Ma giocando nel cantino,
giocando a rimpiattino
col candido lenzuolo
della morte,
ho vomitato
livido, distorto,
l’alieno opaco.
Era lui che premeva
la sua unghia affilata
sul bianco volo dell’anima.

*

Seduta nei dintorni di te

La sedia davanti alla luce
la luce seduta sui fianchi,
silenzio, guardo davanti,
la schiena taciturna dei giorni,
che passo in attesa,
di cosa?
Non ci sono ritorni
le ore sono sempre nude e nuove
nei dintorni di me.

*

A flat Major  

Sperditi in un movimento ampio
abbraccia l’immenso
oltre le possibilità che non conosci
l’umano senso
aumenta
comprende l’universo
e l’infinitamente piccolo
la melodia, il fiato
trascende il creato
cresce come un arco
scende come un declivio piumato
sul nostro guizzo d’eterno.

*

Le albe a settembre

Piango le albe lontane di questo settembre,
dov’è l’uva matura?,
dov’è la calura che scende
sul giorno?
Piango e medito
un ritorno furtivo,
quatto,
nelle erbe mosse del mattino,
nei profumi di vino
e nelle melagrane
che, con tatto,
curvano le schiene
alle fronde,
rotonde
come nostalgiche
cantilene.

*
La luce che trafigge il mondo

Ti prende una musica e ti porta via, nella magnifica
aria di un’estate di San Martino. E dimentichi che
siamo alle porte dell’inverno, e le cose grigie dei
giorni, e vedi solo la luce trafiggere il mondo;
restituirlo senza brutture e senza dolore. Lo sai, è
solo l’illusione che riesce alla bellezza, il suo potere
trasfigurante. Ma lasciati ammaliare, non può fare
male.

***

*Anna Bertini è nata in Toscana e si è trasferita nel 1987 a Monaco di Baviera dove ha acquisito il diploma in Educazione dell’adulto e il Großes Sprachdiplom in Tedesco e si è dedicata per svariati anni all’insegnamento della Lingua Italiana per Stranieri. Ha studiato Drammaturgia presso la Facoltà di Theatherwissenschaft della Münchner Ludwig Maximilian Universität. Ha frequentato il primo anno del Master in Tecniche della Narrazione e i corsi di Editing, Critica Musicale, e Scrittura per il Teatro presso la Scuola Holden appena inaugurata, a partire dal 1994. Dal 1996 al 2011 si è occupata del management di musicisti e dell’organizzazione di eventi musicali, collaborando con tutte le più prestigiose istituzioni e personalità internazionali. Pubblica bimestralmente sulla rivista letteraria online “La Stanza di Virginia”, e bisettimanalmente sul magazine dell’“Associazione Onlus Facciunsalto Editori’, dove da gennaio 2015 ricopre il ruolo di Coordinatore della Linea Editoriale. Sue liriche e racconti sono comparsi in svariate antologie ed ebooks, tra le quali citiamo il quarto numero de “I Quaderni di Èrato” e Teorema del corpo. Donne scrivono l’eros, FusibiliaLibri, 2015.

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2 thoughts on “La brevità leggiadra di un giorno d’estate. “Profusioni” di Anna Bertini

  1. Ringrazio Adriana Gloria e Shamga per questo spazio concesso, per aver conferito brillantezza alle mie cose di per se modeste, con la ricerca attenta e intima di contenuti intrinseci che Gloria è riuscita a fare così bene. Spero che l’inizio con voi mi porti su un cammino luminoso, Anna Bertini

  2. Ecco: leggo un altro intervento di insolita (per un luogo così superficiale come il web) raffinatezza e sapienza, leggo un accenno (e in verità è molto di più) a una poetessa di valore come Karoline von Günderrode, leggo il racconto commosso di un incontro tra due persone e tra due modi di fare poesia. Sono felice che Samgha ne sia il tramite.

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