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Il potere delle immagini. “I mercanti di stampe proibite” di Paolo Malaguti

di Gianni Criveller

149_RemondiniIl successo del romanzo storico di Paolo Malaguti è di quelli che passa sul filo della parola dei lettori. Senza campagna pubblicitaria o passaggi televisivi. Solo amici che invitano amici. Così è capitato a me e così ho fatto anche io terminata la lettura, con la promessa di scrivere, appena possibile, una recensione o meglio un breve racconto sulle emozioni suscitate da tale lettura.

La storia si svolge tra gli anni Sessanta e Settanta del Settecento. È una vicenda di umili che, mediante una profonda singolarità, assurge a un significato che va ben oltre i limiti storici e geografici. Si tratta di una sorta di giallo incentrato su un intrigo internazionale che vede umili e potenti muoversi tra le strade che legano l’Italia del nord all’Europa. L’intrigo si estende ad altre nazioni quali l’America, la Spagna di Carlo V, avversario dei gesuiti, la prudente Venezia e la Roma papale del codardo Clemente XIV, due città-stato, queste ultime, interessate a evitare il dominio delle grandi potenze.

Il genere comico ha la sua punta di diamante nel rocambolesco assalto ai nostri umili eroi al castello di Miolans in Francia. Ci sono poi favolosi racconti popolari che trasformano i piccoli accadimenti in fiabe stralunate, impresse nella memoria di attenti e impressionabili lettori che diventano bambini. Non mancano i buoni e i cattivi. C’è l’anziano Grimo, il tipico burbero, buono, di poche parole, capace di dare la vita con un atto di estrema e commuovente generosità. C’è il cattivo Bonnardel, uno spregiudicato faccendiere marsigliese che smercia stampe e libri. Ci sono struggenti e indimenticabili pagine d’amore: i nostri eroi, Sebastiano ed Antonio Gechele, padre e figlio, portano con loro non solo la cassela delle stampe sulle spalle, ma soprattutto, e nel cuore, il pensiero delle donne che amano.

L’autore impiega registri narrativi diversi. Una caratteristica particolare del romanzo è il riferimento alla cultura orale veneta, valorizzata dall’utilizzo sapiente di vocaboli ed espressioni  a volte uniche da essere intraducibili. Gli ambulanti tesini portano in spalla la cassela (una cassetta di legno contenente le loro mercanzie) e vengono definiti perteganti, perché nei loro infiniti cammini si sostengono con il pertego, il bastone dei viandanti. Vendono immagini sacre di valore e prezzo diverso: i difettati straloci, per esempio, costano meno, in quanto i personaggi ritratti, fossero pure la Vergine Maria o i santi, sembrano proprio strabici.

I Gechele, mercanti ambulanti da generazioni, provengono dalla Val trentina di Tesino, un lembo sopra la Valsugana, fra le montagne trentine e venete. Smerciano in tutta Europa, e persino in America Latina, le immagini prodotte dalla famosa e ricca famiglia Remondini di Bassano del Grappa nella stamperia più importante d’Europa, una delle colonne della ricchezza della Repubblica veneta. Nel romanzo giocano un ruolo importante i Gesuiti, perseguitati e alla viglia della loro drammatica soppressione. I Gechele portano nelle loro cassele anche stampe proibite che ironizzano sui potenti del tempo. La censura, strumento oppressivo di tutti i regimi, verrà estesa anche alle immagini.

Il potere delle immagini
La vicenda del romanzo prende spunto dal clamore suscitato dal “Giudizio Universale”, un’immagine prodotta dai Remondini, incisa fra il 1765 e il 1766 da Ambrogio Orio, e venduta proprio da Sebastiano Gechele al losco Bonnardel. Il re di Spagna, Carlo III, la considera un attacco contro la sua corona e contro  il potere borbonico e uno strumento di cospirazione dei soliti Gesuiti. Su quest’ultimi proprio nella seconda metà del Settecento si scagliano le forze politiche ed ecclesiastiche, fino a portare la (una volta) potente Compagnia di Gesù alla disgrazia totale, sancita dal papa Clemente XIV con la clamorosa soppressione del 1773.

Nella storia culturale dell’Europa settecentesca, come già nei secoli precedenti, le immagini svolgono una funzione essenziale, hanno un potere immediato e contano più dei libri, perché parlano a tutti. I committenti delle immagini, che attraverso i perteganti raggiungono anche i più remoti villaggi, hanno così il potere di influenzare l’opinione pubblica, diventando gestori della diffusione di idee  religiose e politiche. Le immagini, un bene fruibile da tutti, costituiscono una sorta di prima ‘globalizzazione’ della comunicazione. Non a caso lo scontro che vede i Gesuiti sconfitti definitivamente si fonda proprio sul controllo del traffico e del contenuto delle immagini. L’obiettivo del re, afferma lo spregiudicato Bonnardel, è quello di

accentrare il controllo della carta stampata […] vietando del tutto il libero commercio di stampe. Alla corte spagnola si sono resi conto di quanto questi oggetti […] siano pericolosi, e di quanto al contrario, possano essere utili strumenti di governo se controllati a dovere (p. 89).

I Gesuiti fecero delle immagini uno strumento di espansione e di evangelizzazione globale, in tutti i continenti del mondo. Già nel XVI e XVII secolo, nelle Americhe, in Giappone e in Cina, i Gesuiti comunicavano innanzitutto con la stampa e la diffusione di immagini. L’immagine, infatti, suscita i sensi, le affezioni e conduce il fruitore a concepire qualcosa di completamente altro rispetto alla quotidianità. La contemplazione di immagini che dà spazio all’immaginazione è una modalità fondamentale della formazione gesuitica. Le immagini, infatti, creando mondi nuovi, rendono possibile un’uscita da sé, per ricomporre nella propria mente, visualmente, gli episodi evangelici. La stampa e la diffusione di immagini sacre e la confidenza nel loro potere immaginifico, evocativo, persuasivo e persino taumaturgico, furono in assoluto una delle più innovative caratteristiche della missione gesuitica. La battaglia delle immagini fu, per loro, una battaglia decisiva. Il gesuita clandestino Montanari lo illustra eloquentemente al pertegante Sebastiano di fronte ad un baule di stampe sacre:

Ogni guerra va combattuta con le armi che le sono proprie. […] Noi non possediamo picche e archibugi, non ammazziamo le persone. Ma abbiamo i nostri strumenti. Il primo è la fede, la nostra e quella del popolo. Il secondo… beh, un esempio di questo secondo strumento è qui davanti ai tuoi occhi, e tu ne sei un propagatore. Come ti ho già detto, le battaglie di domani si combatteranno a colpi di carta stampata (p. 38).

Gente di confine
I perteganti attraversano numerosi confini, fino a diventare essi stessi un confine vivente. Nel romanzo la malinconia è uno dei temi forti, la malinconia di chi lascia la propria famiglia e la propria terra per varcare un confine dopo l’altro.

Romano Guardini, nel suo Ritratto della Malinconia (1927) descrive la malinconia di coloro che vivono tra i confini, di coloro che

non stanno mai decisamente o di qua o di là. Vivono nella terra di nessuno. Sperimentano l’inquietudine che passa dall’una all’altra parte. […] Il significato dell’uomo sta nell’essere un vivente confine. Con ciò egli sta radicato alla realtà (pp. 78-79).

I personaggi del nostro romanzo conoscono tale realismo malinconico. Ne soffrono non solo gli uomini viaggiatori, ma anche le donne rimaste a casa ad aspettare i loro amati.

Antonio rivedeva ora sua madre sedere, la sola, in quella stanza. […] La immaginava apparecchiare mai la tavola, perché altrimenti, nel vedere un solo piatto e una sola ciotola, avrebbe pianto di tristezza. Meglio mangiare in piedi, in un angolo, di fretta (p. 158).

Una sera nel villaggio di Deauxville il giovanissimo pertegante Antonio Gechele partecipa ad una memorabile festa del raccolto: vino, cibo, gioia, e balli a volontà. Sopraffatto dall’emozione, invidia quei contadini soddisfatti della loro esistenza stanziale, della loro terra grassa, che dava in abbondanza grano e vino. Ripensa malinconicamente a sé, a suo padre, e al suo compagno di viaggio costretti ad una vita

raminga e solitaria, in una perenne fuga dalla valle amara. […] Per quale ragione ad alcuni uomini viene data in dono una vita ricolma di agi e di opportunità, mentre ad altri tocca mettersi in corsa fin da giovani, non già per arricchirsi, quanto piuttosto appena per sopravvivere (p. 239).

Ma tale sensazione di ingiustizia dura un istante. Egli, infatti, non avrebbe potuto rinunciare alle emozioni impagabili di una vita tra i confini. Non avrebbe mai potuto essere un

contadino ignaro di quanto esista oltre il confine della propria terra, appagato da giornate ripetute all’infinito, uguali a se stesse, e subito si convinse che mai avrebbe fatto cambio (p. 240).

La gente del Tesino aveva fatto del proprio vivere ai ‘margini’, al confine, una ragione di vita, un orgoglio non barattabile con nient’altro al mondo.

I tesini si riconoscevano solo in se stessi, fieri di una tradizione di confine, marginale se si vuole, che, se da una parte li aveva resi con i secoli piuttosto tiepidi ad ogni identificazione sotto stemmi e bandiere, che erano cambiate negli anni; dall’altra ne aveva solidificato le radici alla loro terra, di fronte alla quale ogni altra parte del tondo (e davvero i tesini potevano dire di averle viste tutte!) impallidiva miseramente (p. 195).

Anne e Antonio, un amore d’altri tempi
Tra le vicende del romanzo che mi hanno toccato di più — non è poi più tanto frequente emozionarsi alla lettura — vi sono le pagine dedicate alle storie d’amore tra Gechele e sua moglie e tra Antonio e la sua Anne, incontrata nel villaggio di Deauxville, le quali  mi hanno fatto ricordare la mia infanzia trascorsa in un casolare contadino della campagna veneta. Leggendo le pagine di Malaguti, rivedo le scene dei timidi fidanzamenti delle mie sorelle maggiori. Ripenso alle risposte di mia madre quando le chiedevo come si viveva un fidanzamento. Capisco come taluni sentimenti, paradossalmente, siano tanto più profondi e duraturi quanto meno espressi in parole e gesti. Una sobrietà, oggi sconosciuta o forse persino irrisa. I sentimenti romantici degli umili hanno qualcosa di speciale, perché sono mescolati alla durezza e al realismo della vita. Ma forse proprio per questo l’innamoramento sapeva regalare momenti irripetibili, che da soli valgono una vita intera. Antonio riesce finalmente a ritrovare Anne; non conoscono l’uno la lingua l’uno dell’altro, non possono certamente appartarsi, ma nella meravigliosa festa del raccolto, con decine di altre persone festose, Antonio trascina Anne nel ballo comune:

Quanto durò quel ballo? Come nei sogni, il tempo aveva perso ogni importanza, e lui, ma probabilmente anche Anne, aveva vissuto uno di quei rari, forse unici momenti nei quali l’esistere e l’essere, il passato il presente e il futuro, l’amore e l’ansia si accordano magicamente, facendo assaporare la gioia pura e perfetta di vivere (p. 241).

Certi momenti contano come l’eternità, per usare le parole che Etty Hillesum scrisse nel suo diario: «non ho forse avuto delle ore in cui ho detto: quest’ora mi è valsa una vita?» (p. 195).

La narrativa di Malaguti ha saputo così catturare le mie emozioni.

90897

“Giudizio universale” di Ambrogio Orio. Fonte: rete.

___________________

Riferimenti bibliografici:

Paolo Malaguti, I mercanti di stampe proibite, Editrice Santi Quaranta, Treviso, 2013.
Etty Hillesum, Diario (1941-1943), Adelphi, Milano, 1996.
Romano Guardini, Ritratto della malinconia, Brescia, Morcelliana, 1993.

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