Poesia/Recensioni

Tonino Repetto, “Sono nato una sera di novembre”

di Bruno Nacci

Schermata 2016-03-12 alle 18.40.07Tonino Repetto, appartato intellettuale di una provincia che ancora coltiva l’antica pazienza delle lettere, saltando a piè pari le alchimie cerebrali di una parte sostanziosa della poesia italiana contemporanea (ma ci sono segni che la stagione postermetica stia per finire), scrive un libro coraggioso di poesie che esprimono il più tormentoso dei sentimenti, la nostalgia: Sono nato una sera di novembre, Lerma, Viandanti delle nebbie, 2015.  Poco importa che la nostalgia sia riferita agli anni giovanili, al paese, Lerma, in cui è nato, o a una Genova che emerge dal passato come un nobile relitto di altri tempi, il sentimento forte che sta al centro della sua poesia è mosso più dalla dolcezza del rammemorare in se stesso che dalla irreparabile scomparsa di un luogo specifico, anche se quel luogo è lo scenario di ciò che è stato. Intendo dire che ciò che affiora non è il ricordo come copia sbiadita di un’esperienza, quanto le vivide sensazioni di allora. L’alternarsi mobile di settenari, ottonari o di altri versi brevi (con qualche prezioso endecasillabo: “Con albe e tramonti, i santi e le lune”), l’uso parco ma incisivo della rima, l’ostinata ricerca di riportare in vita quello che dalla vita sembra essere fuggito, ricorda a tratti la lezione di Giorgio Caproni, di Diego Valeri, del conterraneo Giorgio Simonotti Manacorda,  con qualche inflessione che mi fa pensare a Roberto Rebora. Espressa o meno, campeggia l’apostrofe, il tu (non montaliano) rivolto a se stesso, non sdoppiamento ma bisogno di un appoggio, di un interlocutore a cui rivolgersi in confidenza, o forse di un complice. Poesia crepuscolare, direbbe qualcuno, di tenui acquerelli, che sfiora  l’enigmatica poetica zen, la forma allusiva di un aiku che illumina per un attimo ciò che torna subito nell’ombra:

Il vetro di una finestra riflette
l’azzurro del cielo e una nuvola.
E’ una bella mattina d’aprile.
Disceso il vicolo, aperto il cancello,
ecco la casa e il cortile.

Ma a tratti anche la dolcezza ferma e quasi impassibile della mano che compone sulla pagina lo spartito delle parole sembra indugiare nella stoica convinzione di un destino che si porta via tutto:

Tu non ci sei, sono lontane
persone e cose ormai,
traslocano nel nulla.

E anche dove la descrizione sembra più facile, un impressionismo istintivo nutrito di accumuli, venato di tristezza, c’è un guizzo che non è solo grammaticale, ma come il riflesso di una luce che, sia pure fioca, continua a illuminare le cose che davvero contano e il loro misterioso perdurare:

L’ombra del ciliegio sul prato,
il fico sporgente dal muro
del cortile sul vicolo,
le more bianche del gelso
sulla strada del cimitero.

Retrocedono gli anni,
mi ricordo degli alberi,
nel paesaggio scomparso
riappare il sentiero.

Perché la memoria di Tonino Repetto sorvola sul dettaglio ingigantito dal rammarico di averlo perso per concentrarsi volentieri sulle atmosfere, pronta a svelare quello che si nasconde dentro i lunghi pomeriggi d’estate, i vicoli sepolti nella sera, il clacson della corriera…E’ poesia di memoria, ma al tempo stesso la memoria si rigenera, si fa percezione di sensazioni infantili, come se il ricordo diventasse attuale, di un’attualità sprofondata nel tempo che risorge intatta e innocente come una volta. E non di rado tra il ricordo e la percezione s’insinua l’immagine fantastica che è venuta prima dell’uno e dell’altro:

Come sognato appariva
nelle pagine del sussidiario
del colorato mondo dell’infanzia
il paesaggio immaginario.

E che la percezione tenga spesso il posto del ricordo, ce lo insegnano questi versi così meticolosi nel registrare i minimi scarti tra le cose, quelli che solo il candore infantile sa cogliere e registrare per sempre:

Nel silenzio del sole
sui muri delle case,
dell’ombra nelle stanze,
il fruscio leggero
dei pochi panni appesi
con le mollette ai fili
da finestra a finestra
al vento dei cortili.

E sono scorci di domestica intimità, dove ciascuno sussurra le cose semplici della vita:

All’ora di cena, la sera,
entrava mio padre in cucina,
piove ancora, diceva.

Da non trascurare in questo prezioso libricino la postfazione a firma del quasi omonimo Paolo Repetto, così garbata e illuminante, delicata e profonda da far rimpiangere i tempi in cui le letteratura non era in mano ai suoi tecnici laureati in linguistica.

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