Frammenti di scrittura/Narrativa

“L’amore ingrato”, da un romanzo inedito di Dianella Bardelli

di Dianella Bardelli

Guardando i vestiti la sua mancanza si fa cotone, organza dai mille colori sgargianti, si fa pizzo da pochi soldi. Nella mancanza tutto splende, seduce, diventa bello e irraggiungibile. Lei passa tra le file di appendiabiti, tra camice tutte uguali ma di differente colore e pantaloni estivi di fogge diverse, strettissimi, larghissimi, a vita bassa, all’orientale, di cotone grosso o trasparente. Roba da poco, pensa, ma come è bella! Bella della “sua” assenza.
La sua mancanza, la nostalgia di “lui” la sente sulle labbra, sulle guance o nel suo sguardo, che a vederlo da fuori sarà triste e sognante. Ma trovandosi all’improvviso davanti ad uno specchio che la ritrae a figura intera, si trova mal vestita, spettinata, il suo sguardo le rimanda occhi torvi, per nulla sognanti. Occhi impauriti. Mi vedo sempre gli occhi impauriti, si dice. Impauriti di niente. Impauriti e basta.
Si allontana dallo specchio, continua a girare per il negozio con l’aria di chi cerca inutilmente qualcosa. La fa quasi sentire bene quella mancanza così feroce di “lui”, lì dentro, in quel negozio scalcinato, da quattro soldi. Questo negozio è come me, pensa, avvilito, triste, abbandonato.
Così rimane a lungo a gironzolare fra tutta quella merce perché lì sente più forte la sua mancanza.
Sono mesi che aspetta un suo cenno, un suo richiamo; aspetta soprattutto qualcosa di scritto, qualunque cosa scritta dalla sua mano . Si accontenterebbe di un semplice ciao, le riempirebbe per mesi tutte le giornate a venire. Non lo odia ma da lui non arrivano cenni, non arrivano risposte alle sue dimostrazioni di disponibilità. Non lo odia, ma culla la sua mancanza con un sentimento di mesta pazienza che qualche volta si muta in un debole risentimento senza astio.
Immagina future o immediate lettere che potrebbe scrivergli. Lettere di rimprovero o di richiesta d’attenzione, lettere in cui dichiararsi ancor più disponibile. Ma così sarebbe come mettersi completamente nelle sue mani. Questa eventualità la distoglie dal farsi ancora viva. E’ un amore senza speranza, il mio, pensa, eppure non lo scaccia, non fa nulla per dimenticarlo, non vuole dimenticarlo, lo nutre anzi, se ne prende cura come di un amore reale. Il fatto di non essere contraccambiata non le dispiace abbastanza da volersi disfare del pensiero di lui. In qualche modo le riempie una vita senza scosse, senza un vero dolore.
Mentre gira ancora per il negozio di vestiti pensa: sono troppo alta, forse è questo che non va ai suoi occhi, e ho i capelli lunghi e volutamente spettinati.
Culla i pochi ricordi che ha di lui. Il modo in cui si è allacciato la sciarpa lo scorso inverno quando si sono incontrati e hanno parlato qualche minuto, il modo come ha mosso la testa e il corpo mentre parlava della malattia da cui era da poco guarito.
Così naturale quel suo muoversi, così seducente quel suo allacciarsi le sciarpa. È da quel momento che ha cominciato a pensare a lui. A pensarci sempre. Adesso è la mancanza, quel sottile piacevole rodimento che nasce dall’assenza, dal fatto che lui non c’è, non c’è per lei e non ci sarà mai. Di questo lei è sicura. E’ una relazione senza speranza, che non comincerà mai. Non lo interesso abbastanza, pensa. Tutto qui. Non ci sono spiegazioni complicate, motivi nascosti. Del resto è sempre così. Si pensa solo alle persone che ci interessano molto, che per un motivo o per l’altro ci intrigano, dalle quali ci aspettiamo qualcosa, qualcosa di sconosciuto, attraente, qualcosa che ci piacerà, ci cambierà, che ci farà migliori, o superiori, e farà scomparire tutti i nostri difetti, angosce, disperazioni. Per lei è proprio così. Questo è quello che si aspetterebbe. Che lui le portasse e le regalasse tutte queste cose e che le desse la sua disponibilità totale. Che diventasse suo, una sua proprietà. Ecco perché, pur sapendo che è una storia senza speranza lei se la culla e la nutre e la coltiva. Perché solo lui ha quel potere, ha quei regali, felicità, sicurezza e soprattutto la magia, la fiaba. Solo lui ha quelle cose antiche dell’adolescenza. E solo lui può essere veramente amico e fratello. Ecco perché non lo vuole dimenticare. Anche se sa che questo accadrà inevitabilmente. Così ha deciso. Ogni tanto si farà viva. Per non dimenticarlo. Per alimentare il suo amore. Il suo non ricambiato amore.
Ormai sta girando a vuoto in quel negozio. Si sente ridicola. Si sente osservata, anche se ci sono sì e no tre persone oltre a lei. Il negozio non è grande, si fa presto a perlustrarlo tutto. Lei gira intorno agli appendiabiti, non guarda più niente; non fa più neanche finta di guardare le camice appese, non le tocca, non le osserva, non soppesa il prezzo come fa sempre quando vuole davvero comprare qualcosa. Quelle poche volte che lo fa. Ormai è tempo di uscire dal negozio, ma un dettaglio la colpisce, come un finale a sorpresa. Una giovanissima commessa chiede a quello che deve essere il suo capo, dove deve mettere il vestito che ha in mano. Si tratta di uno straccetto di stoffa sottile che sta tutto nel pugno di una mano. L’unica sua bellezza sono i colori, sgargianti, mischiati tutti insieme a formare fiori, figure geometriche e astratte. Lui la indirizza con due cenni degli occhi e due o tre parole dette sottovoce. E’ un ragazzo molto giovane, avrà diciotto anni, è vestito senza cura, maglietta sdrucita, pantaloni consumati. Il suo viso è magro, triste, squallido come tutto in quel negozio. La commessa vicina a lui è carina, abbronzata, bassa di statura. Indossa una blusa gialla che lei porta in modo che una spalla sia scoperta, come fosse molto caldo, o lei fosse al mare o in discoteca dopo ore di ballo sfrenato. Invece è un lunedì mattina alle dieci di un giorno di maggio in un negozio semivuoto.
Anche un’altra giovane commessa si avvicina al ragazzo per avere delle indicazioni su dove mettere un paio di pantaloni. Le due ragazze hanno un’aria umile, sottomessa, che non sembra pesare loro, anzi sembra piacere ad entrambe. Hanno l’aria di essere contente di ricevere ordini. Lei osserva la scena per pochi secondi, però ha netta un’associazione mentale: lui sembra il gestore di un cinema porno e loro le sue schiavette. Non dimostrano la minima autonomia, è chiaro che è il ragazzo a pretendere che gli chiedano continuamente cosa debbano fare. Ed è altrettanto chiaro che a loro fa piacere chiedere e ricevere ordini. Vedendo la dipendenza psicologica delle due ragazzine nei confronti del loro capo poco più grande di loro, lei comincia a sentire come una strozzatura nella percezione di quello che la circonda. Vedendo la dipendenza delle due ragazzine sente più forte la sua nei confronti di “lui”. E la capisce, la coglie, ne diventa consapevole. Adesso si aggira intorno con l’aria smarrita di chi sta precipitando nella propria debolezza e solitudine. Con lo sguardo di chi dentro di sé chiede ad un ignoto altro: aiuto, aiuto. Esce dal negozio. Il centro commerciale è grande e lei potrebbe passare lì l’intera giornata entrando in ogni boutique e negozio sportivo, nella libreria o nel supermercato dagli scaffali colossali. Sarebbe un modo come un altro per passare la giornata. Ma invece di entrare nel negozio accanto a quello in cui è appena stata, si avvia verso l’uscita; ma fatti pochi passi si accorge che è troppo presto per tornare a casa e che a casa potrebbe stare anche peggio. E ciò la farebbe ricadere nei suoi vizi, bere troppo, ad esempio. Così si aggira nel negozio di calze, in quello dei casalinghi, e in quello dei libri. Ma tra le tazze colorate e gli scaffali dei libri sente salire dentro di sé, salire da un luogo profondo, misterioso e sconosciuto, qualcosa che non è più la mancanza di “lui”, non è più la presenza incombente della sua assenza, del suo silenzio; adesso dal luogo del dolore sale dentro di lei il senso assoluto della sua solitudine. Della sua condanna alla solitudine. La conosce molto bene, ma sperava che l’assenza di lui, così dolce in fondo, così piena di tenerezza, tenesse alla larga quel senso assoluto di solitudine. Quel senso di abbandono, naufragio, di trovarsi su una zattera piccolissima in un mare minaccioso di tazze luccicanti e multicolori, teiere piene di fiorellini e una montagna di libri. Ora il mare della solitudine sono gli oggetti, le centinaia di migliaia di oggetti che riempiono il centro commerciale. Le torna in mente l’estate di un anno prima: quello stesso senso di abbandono lo aveva provato ascoltando il tubare di un colombo candido sul cornicione del suo sottotetto, come pure nel rumore delle mattonelle sconnesse del corridoio. Ma lo aveva trovato anche nelle risate chiassose della famigliola radunata una domenica sera nella casa di campagna vicino alla sua piccola cascina che aveva affittato l’agosto di due anni prima. Momenti indimenticabili di pura solitudine che nulla e nessuno avrebbe potuto mitigare o far scomparire. Ma che poi se ne andarono da soli rapiti dall’allegria di un incontro per strada, o da un film che le era piaciuto o da una nottata passata con qualche uomo incontrato all’osteria in cui lavora la sera. Ora lì nel centro commerciale ha sentito quel senso pesante, solido della solitudine, della piccola zattera in mezzo ad un mare estraneo e quindi nemico. Ma questa volta invece di fuggirlo decide di sentirlo fino in fondo, di capirlo e forse di accettarlo. Vuole analizzarlo quel senso totale di abbandono, guardarlo bene in faccia come fosse una persona da conoscere, da capire, di cui intuire le intenzioni. Che intenzioni hai?, gli chiede, chi sei?, che posso fare per te? Capisce che la sua solitudine è una solitudine molto avida, intransigente, assoluta, fanatica. Non c’ è sentimentalismo in questo guardare la sua solitudine. La guarda, ma lei le sfugge, sguscia via, mica si fa prendere tanto facilmente. È pesante, è un peso che bisogna portarsi dietro.

 

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