Poesia/Recensioni

Adriana Gloria Marigo, “Senza il mio nome”

senza_il_mio_nome (1)

di Antonio Devicienti

Dopo aver letto il più recente libro di poesia di Adriana Gloria Marigo, Senza il mio nome (Pasian di Prato, Campanotto Editore, 2015) e volendone scrivere, propongo a chi con pazienza  dalle pagine di Samgha volesse seguirmi di “entrare” nell’opera traverso un testo della seconda sezione; eccolo:

DIMITRIS PIKIONIS

È il Partenone vicino al cielo.
Sotto, la collina che gli uomini
percorrono accanto agli dei.

E il luogo è sacro
per il volto della creatura,
per lo sguardo del dio.

E l’uomo del segno eliaco
sciolto tra gli olivi e la pietra
dette splendore di vero (pag. 37).

Ho l’impressione che la scrittura di Adriana Gloria Marigo, che già moveva da un’aspirazione alla luce e alla chiarezza, all’armonia e all’equilibrio sia d’arte che d’intelletto, approdi qui e in questo libro alla formulazione ancor più esplicita di un tale processo. L’artista greco, l’autore geniale del “Parco dell’Acropoli” ad Atene, l’uomo moderno, anzi modernissimo (si pensi a Rimbaud e al suo appello a dover essere necessariamente moderni) che desidera vivere nella propria arte e nella propria esistenza una Grecità non oleografica, né falsa e tanto meno falsata, né nostalgica, sembra incarnare, per la poetessa patavino-luinese, l’atteggiamento di chi ostinatamente leva lo sguardo verso l’alto, di chi, consapevole della propria contemporaneità, vi cerca e vi vuol costruire un “segno eliaco” e in mezzo a due elementi mediterranei e decisivi: l’olivo e la pietra. Se ci si ferma a riflettere, ebbene Dimitris Pikionis ha usato per la sua opera straordinaria materiale di recupero (mattoni, legni, marmi, cocci) derivanti dalla demolizione di costruzioni ottocentesche e del primo Novecento, li ha impiegati per pavimentare i sentieri, i punti panoramici, gli snodi che uniscono l’Acropoli al Colle di Filopappo – e lo ha fatto seguendo un progetto di massima, ma di fatto adottando quelle soluzioni che si rendevano necessarie giorno per giorno, a seconda delle esigenze contingenti, discutendone con le maestranze che posavano i materiali, cercando di realizzare sul terreno un’idea di bellezza e di luce che, oggi, è sotto gli occhi di tutti. Ebbene: quei materiali provengono da case demolite, da case che hanno accolto e protetto la vita di decine di famiglie, che hanno visto lo scorrere del tempo umano; il libro di Marigo presenta molte somiglianze con tutto questo, ché i “materiali” verbali e stilistici impiegati dall’autrice, così luminosi e armoniosi, procedono da un’esperienza di vita che ha conosciuto anche il dolore, la delusione, la separazione; per forza di stile s’impone un equilibrio espressivo poco comune, ma l’incandescenza che è ogni esistere umano non viene dimenticata, né rimossa – la poesia è, per Gloria, anche un modo per prendere la necessaria distanza dal magma psichico e dagli accadimenti, per dominarli, comprenderli e dar loro forma d’arte.

Se all’invisibile che schiude la parola è esergo-dedica che apre il libro, la luce irrompe subito, già nel e dal primo testo di Senza il mio nome:

O luce, declina di stupore
arrendici alla frequenza d’onda
fulgidi d’equidistanza dall’ombra

dà il terrore per il buio
senz’arte, gemina dell’eterno,
incoronaci nel tempo del tempio (pag. 19).

Non ho difficoltà nell’affermare che si tratta e di una dichiarazione di poetica e di una presa di posizione esistenziale: “il buio / senz’arte” è riguardato con terrore, mentre l’aspirazione si rivolge verso la “frequenza d’onda” della luce (nella sua natura anche ondulatoria, quest’ultima è ritmo musicale e vitale) e il tempio (il témenos, recinto sacro di bellezza) potrebbe essere il mondo stesso, il luogo nel quale, a ciò necessitati, viviamo e agiamo. Si comprende bene come mai “corifere le stelle // e a loro di luce rituale / dedita la luna” appaiano nella pagina immediatamente successiva e perché, in conseguenza di una tale visione (ancora il tema dello sguardo, si badi), noi umani “scorgemmo la faglia d’altro destino”. Ma questa “faglia”, questa frattura-e-anche-giuntura decisiva esigono la ricerca del nome, in quanto l’atto del nominare è conoscitivo, s’identifica con il fare stesso della poesia – è la parola-che-dice, la-parola-che-enuncia-e-nomina a essere fondatrice; ecco il perché della messa in guardia di pagina 23:

Evidente l’incuria della parola
alleva un serpentario
facile di morso e veleno

sfoca la soglia al sentimento
in più densa scoria
aggruma contorce involve

il balsamo del terebinto
bianco di taglio
d’issopo il medicamento.

E a rafforzare il concetto, a pagina 25, ecco AMOR COELI:

Sovrastati dal suono della luce
non ci trattengono basse correnti
dove motteggia sempre vero

il tonfo della specie

bassura transitiva di minimo
non accettabile all’inquieto
malleolo in danza.

Oltre che su quel bellissimo “suono della luce” richiamerei l’attenzione sul sintagma ”inquieto / malleolo in danza” (vedete quanto raffinate sono le immagini, le metafore?) e, nel mezzo, sta “il tonfo della specie”: siamo nel cuore della dialettica marighiana, all’interno della quale si affrontano e si confrontano l’aspirazione alla luce (leitmotiv del libro), espressa traverso l’arte (poesia, musica, architettura, danza non ultima), con le bassezze di cui è capace il genere umano – è questo il motivo per cui sottolineavo come uno stile impeccabile non significa rimozione o indifferenza nei confronti del male, del negativo, del volgare, ma, proprio al contrario, esso evidenzia la tensione che nasce e attraversa la parola quando le nostre aspirazioni più alte debbono fare i conti con l’immenso portato di negativo che c’è in noi, nella nostra contemporaneità, nel nostro vivere insieme. E la mente insegue “la beltà scandalosa / di un emistichio” (pag. 26) e conserva “la flessibile / luce lungo la pietra / grigia d’Eleusi a salvare / la parola che non s’addomestica” (pag. 27) – la mente cerca la bellezza e ne ha cura (“poiché lo sperpero è tanto / infinito il danno” scriverà l’autrice alcune pagine dopo – DELL’AZIONE VANA, pag. 39), in poesia lo fa tramite la parola “sorta dall’era vertiginosa // magnete ultimo d’intima fibra / pregio di perpetuo rischio” (ibidem) e in tal modo la poetessa ribadisce il proprio legame con l’antichità greca, continuandone nel suo presente la natura di calamita capace di fondare l’azione dell’arte e preziosa anche perché rischiosa, stando a significare che il risultato dell’arte non è mai garantito a priori, mai conquistato in maniera definitiva, mai disgiunto dall’essere l’umano stesso sfida e rischio.

E infatti:

Qui non si sappia che la notte
genera il tormento dei mostri
è fatto grave e insano

che non si ascolti lo sfrigolio
sabbiale della clessidra
non preserva dalla pugna di Saturno

chi da Delfi – quando arsero l’alloro
tornò folle di sacre sibille (pag. 28)

e invito a leggere e rileggere il testo, anche per goderne la bellezza ritmica e lessicale; poi mi permetto di mettere in guardia chi eventualmente pensasse si tratti di un neoclassicismo superato e fuori tempo massimo: il neoclassicismo tende a essere pago di sé e a raffigurarsi l’antichità classica secondo canoni che non corrispondono alla realtà antropologica, culturale e storica di quell’epoca; Adriana Gloria Marigo esprime invece la tensione, come ho già scritto sopra, la problematicità, il notevole lato d’ombra, infero quindi, che costituiscono il nostro essere moderni e la cui comprensione affonda anche nella rimeditazione contemporanea di Eleusi e Delfi, dell’Acropoli.

“Infeudarmi di luce” (pag. 29), “una matrice di stella / al giro del vento” (pag. 31), “la chiara incidenza del nome” (pag. 32) dicono via via anche la bellezza linguistica di questo libro, la pervicace ricerca linguistica che l’autrice persegue, riuscendo a portare il proprio linguaggio a un livello di bellezza ancora superiore a quello dei precedenti libri i quali, pure, avevano già raggiunto un’altezza notevolissima e già ponevano Marigo in netta contrapposizione alla tendenza verso la colloquialità e il sermo cotidianus meno sorvegliato e spesso pedissequamente accettato di tanti autori in attività.

Per ritornare poi sul tema del mito, la composizione che a pagina 36 fa esplicito riferimento alla Morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt conferma, a mio parere, come l’accenno frequente al mito da parte di Gloria nulla abbia a che vedere con un passatista e inutile neoclassicismo, ma, invece, sia consapevole scelta e prospettiva sia culturale che storico-antropologica (consideriamo il fatto che l’opera dürrenmattiana non sia tanto un ironizzare sul e uno “s-mitizzare” il mito, ma, invece, un riproporre e riaffermare l’enigma come centrale nella cultura greca antica e delfica in particolare –  ricordate l’esergo di Senza il mio nome?) – per Marigo la morte della Pizia è anche un venir meno al senso più autentico della sapienzialità, cioè della capacità (tenendo conto della porzione di buio e d’enigma) di guardare nell’abisso dell’animo umano: “spersa l’origine della parola” (verso conclusivo di SE SI OSCURA LA STORIA, pag. 38). E alle “creature che nei frammenti / del tempo si diressero / in lume di ragione” (da EMERSA LA TERRA ALLA LUCE, pag. 41), cioè gli esseri umani, si addice un’espressione che la poetessa impiega due volte: “essersi”, “essermi” (pagg. 43 e 45), quasi che il verbo essere conosca una diatesi media (“ essere per sé, essere per me”) e questo accade perché la dialettica tra luce e tenebra, tra esigenza di chiarificazione e insidia del disordine è uno degli assi portanti del libro il quale, in questo suo punto, è enucleato pure di alcuni luoghi geografici (Piano D’Arta, Caorle, Luino e Colmegna) che, legati alla biografia di Marigo, rivestono la funzione di rendere visibile anche nel paesaggio una tale dialettica: e lo sguardo è sempre lì, a cercare la luce o l’azzurro, che ne è una delle forme, ma non basta, perché si può anche, sinesteticamente, udire “il grido della luce stamani ” (pag. 48) cui proprio di fronte (e lo scrivo anche in senso tipografico, trattandosi del testo di pagina 49) si staglia un magnifico notturno:

E S’AVVERA L’AZZURRO TESO

Stando in maestà la luna
di notte viene un vento raro
ad avvolgersi selvatico
sugli alberi spersi nella brughiera
a sconfinare stelle fino in terra.

E s’avvera l’azzurro teso,
la sua pagina infinita.

Addentrandosi poi nella terza e ultima sezione (non casuale la struttura tripartita del libro, sostenuta, in più,  dalla presenza di 14 componimenti nella prima sezione, 15 nella seconda e 11 nella conclusiva, secondo un criterio, a mio avviso, di equilibrio e parsimonia) s’incontra un “tu” cui è rivolta la maggior parte dei testi; separazione, allontanamento, congedo innervano queste pagine: “Avviene che ci salutiamo / per un tempo a noi non più / misurabile”, pag. 53 e “Appare alle volte / il tuo sguardo erbaceo / e trema nelle mani / il biancospino all’aria zefira”, pag. 54 secondo modalità vagamente quasimodiane – o anche “Di fiorescenza memorante / qualcosa più di te cara avanza” a pag. 56 e “Perfezionavi l’essermi differente / discorde alla matrice d’inizio” di pag. 59 con una messe di riferimenti alle varie stagioni e ad alcuni mesi dell’anno. Sono testi più raccolti e intimi rispetto ai precedenti, pieni di pudore, ma che non possono non svelare un dolore personale provocato dalla morte di persona all’autrice molto cara. In tal senso la memoria ne riceverebbe un ruolo preponderante e invece mi sembra che nell’equilibrio dei tempi verbali presenti e passati  la vicenda acquisti la prospettiva di accadimento in fieri e sia anch’essa un movimento dialettico in atto; ben oltre la vulgata della cosiddetta “elaborazione del lutto” siamo qui di fronte alla presa di coscienza e alla verbalizzazione di una separazione la quale, infine, è definitiva e irreparabile.

Fragile al talento del mio nome
dall’asperità della soglia
infrangi il riguardo della distanza
il desiderio passato in giudicato.

Il suono che deponi non allerta
la parola smentita
l’assenso ad altro vivere –

io, remigante in volo (pag. 60).

Chiave di volta di questo luogo del libro sono i versi a pagina 63, conclusivi, riportati anche in quarta di copertina:

Perdimi, lasciami
ove più non s’intessono
fronda e nido –
indietro, alla morgana

mangia i semi di Persefone
dimentica la specie che sono
la cucitura eccellente
sulla veste di festa –

vivere ti è consentito
senza il mio nome.

Un dialogo: un ininterrotto dialogo è la terza sezione del libro che si conclude con un atto di radicale privazione, ponendo la poesia sulla faglia (per richiamare un termine importante per Gloria) tra il nominare e l’allontanarsi del nome (detto altrimenti: tra l’andare verso l’origine e il perdere l’origine, tra il cercare la fonte e lo smarrirla – leggasi, per esempio, Hölderlin), tra il dire e il silenzio totalizzante. Si ribadisce in via definitiva, così, proprio la tensione (si pensi alla tensione elettrica o a quella che si genera tra due forze che agiscono in direzioni opposte) tra forma espressiva elegante e sorvegliatissima e condizione esistenziale, per cui sotto la forma perfetta guizza l’inquietudine (viene in mente la pantera di Rilke), i nomi del mito famoso rivelano spalancandolo l’abisso della psiche umana.

Una “sorella in poesia” (Flaminia Cruciani) e un “fratello in poesia” (Geo Vasile) firmano rispettivamente una nota e una prefazione illuminanti e sapienti.

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