Poesia e traduzione/Recensioni

Marco Vitale “Diversorium” letto da Barbara Carle

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Marco Vitale, Diversorium, Roma, Edizioni Il Labirinto, 2016, pp. 98.

 

di Barbara Carle

 

Questo libro (la sesta raccolta dell’autore) è diviso in sei parti e contiene 62 poesie. Le sei sezioni sono:

Nessun farmaco (1)
Come da lungo sonno (2)
Lunario calabro (3)
L’anonimo pittore (sequenza retica) (4)
Se volge la stagione (5)
Quaderno romanzo (6)

Devo precisare che sono io ad aggiungere i numeri. Non ci sono nel libro. Lo faccio per poter entrare nell’architettura di Diversorium. Potrei assomigliare quest’opera a una discesa negli inferi, una catabasi virgiliana o odissea. Forse più virgiliana perché la voce narrante “scende” attraverso il sogno dove compare l’ombra del padre da poco scomparso. Si apre sulla scia dell’amore e del dolore per la perdita, per la quale non esiste “nessun farmaco.” Cito la poesia liminale che stabilisce il tema principale:

Oh sopravvivi cuore
nell’ora che qui sbianca
d’immaginaria neve
e rivedi la data e il tempo
sulle patine
Così, discreto lume
ai nostri passi adombri
e già dirada umanissima
foschia

Oh sopravvivi, non partire cuore
convieni presto a un altro sonno d’alba
dopo agitato dormiveglia.

Chi ha letto i libri precedenti (penso in modo particolare a Il sonno del maggiore, Bulino, 2003) di Marco Vitale riconosce tale dimensione. Alla fine di Canone semplice (Jaca Book, 2007), leggiamo una poesia (a pagina 126) che si sposa perfettamente con quella liminale appena citata:

Pure distrae la perfezione delle ombre
il gioco non voluto e il calcolo
rischiato fino all’orlo

Deve tutto accadere
e gli occhi ciechi non sanno
la controra il silenzioso
lascito

Deve tutto accadere

Le elaborazioni dei temi del sogno, del sonno e dell’ombra si ritrovano in ogni parte di Diversorium, non solo alla fine. Nella terza sezione Lunario calabro si comincia con uno “scendere” mentre nella quarta Se volge la stagione, la bellissima poesia Quando sarà come mi dico ora che l’ombra svolge meravigliosamente il caratteristico ritornello tematico vitaliano. Nella parte finale Quaderno romanzo o provenzale ci si allontana un poco dalle ombre verso la luce le feste le pale le abbazie della Provenza e di Lione per poi ritornare e concludere con la memoria di un ombra chiamata Marcus Vitalis.
E fa piacere osservare che l’amore perduto della poesia liminale e la prima parte viene trasformata in epitalamio nella seconda parte che contiene tre poesie con acrostici a pagine 27, 28 e 29, tutti lo stesso nome: Caterina. In questa sezione i temi del sonno, del segno, si trasfigurano in motivi amorosi: Chi può dirtelo amore tutto il segno / a te nascosto che governa e / tocca anche le redini del giorno?

Non trascuro la quarta sezione distinta perché composta da una lunga poesia sull’antico affresco, mi riferisco a L’anonimo pittore (sequenza retica). L’affresco in questione si troverebbe in una chiesetta della Valtellina e ritrarrebbe “quel Padre […] sporto sul legno della Croce” con i santi Gervasio e Protasio.
Dal titolo e dal contenuto ekphrasis, potrebbe non sembrare, però tutti i temi sono svolti a fondo in questa poesia. Per di più essa si collega a quella intitolata Per il presepe fiore di Enrico Pulsoni, sul Diversorium perché tutte e due sviluppano il concetto del Natale in modi diversi.
Insieme a quel “Padre sulla Croce […] doloroso/corrimano del mondo” L’anonimo pittore evoca i sogni di quell’altro padre scomparso e riapparso nel “sonno d’alba”. In questa notevolissima poesia l’ombra dei padri anima “il cuore di un ogiva, il fiore moribondo del gotico.” Pensiamo al cuore della poesia liminale, al fiore scarlatto della copertina di Enrico Pulsoni. Al padre San Vitalis di Gervasio e Protasio morto anche lui sulla strada del ritorno a Milano? Cito la seconda stanza:

Ecco, il suo segno, deciso ancora denso
lo scarlatto ne pulsa, scende esatto
tutto il verde del manto
Ecco le spade di Gervasio e di Protasio
– mano forse più tarda –
ne proteggono il dramma contro i venti
e il mistero che altre menti
forzeranno, altri inquieti
amorosi del pensiero e dei sogni
Che poi nell’aria tramontana
se rischiara il Natale
pensi che aver salito questo labile
sentiero dove annotta
così presto, e quel ponteggio
quelle scale sul fronte e nella dura
penombra del vivere
sia stato anch’esso un sogno
e la pietra ne parla in questa luce
Un sogno come vedi ogni frammento
luminoso se incunea nell’incerto
nel rimanere indietro con parole
come pane raffermo*
*(Le sottolineature sono mie)

Notiamo la paronomasia tra segno e sogno che appare due volte nella stanza. Le paronomasie sono numerose. Ce ne sono altre come: deciso denso, manto, menti, padre, pane. Ci sono anche le paronomasie suggerite come lo scarlatto ne pulsa, scende esatto. Il secondo termine è suggerito dall’immagine dipinta sulla copertina da Enrico Pulsoni. Essa raffigura il cerchio con una parte scarlatta incisa di un fiore nella parte inferiore.
Si distingue in questo libro onirico e suggestivo un filo che gioca sul nome dell’autore come sostantivo determinativo per indicare chi è destinato a scrivere. Tale filo è ben presente nella stanza appena citata che comincia: “Ecco il suo segno.” Si comincia citando un sogno interpretato come un segno. Il nome dell’autore Marco che deriva dal latino Marcus, potrebbe suggerire il segno o la marca, la traccia (anche della poesia finale), cioè l’espressione scritta o visiva. Il poeta si muove tra il segno e il sogno, in un sonno agitato, che pulsa tra le ombre amate nei campi elisi del ricordo. La poesia crea una serie di echi alle altre del libro, ma in modo testuale, sempre a quella liminale.
I ghiacci e il gelo della terza stanza e della quinta rammemorano e suggeriscono quella prima ora che “[…] sbianca/d’immaginaria neve”. Così si opera una specie di ritorno attraverso i pigmenti sull’affresco che “bruciano/come tu dici in questo gelo/ mattutino e tornano/ se tu torni.”
Alla fine di Diversorium la voce narrante percepisce il proprio futuro passato nella singolare poesia finale: La collina di Fourvière. In questo modo raggiunge l’ombra iniziale della poesia liminale. Vorrei concludere citando questa poesia finale (a pagina 91) che ci conferma in modo distinto quell’altro tema fondamentale del libro, cioè la storia e i luoghi della storia della poesia e le sue “tracce.”

Non ricordo in che punto dell’ellisse
che dispone con cura le raccolte
dei primi secoli dell’età volgare
si conservi una stele col mio nome
un manufatto scabro, ma inciso
in capitali di una certa schiettezza
Parla di un Marcus Vitalis
che nell’antica Lugdunum
divenuta romana – ora la limpida
elegante Lione –
tenne una mescita di vino
e fu una specie di console
di sindaco della corporazione degli osti
Visse grazie a quel timido arbusto
solo da poco conosciuto e lì giunto
con i calzari di Cesare: un segno
certo di conquista, un bene
a troppo caro prezzo? Un lembo
grato di destino come l’uso
liturgico – di lì a poco –
lascerebbe supporre?
Se ne può discutere a lungo
anche a partire
da questa semplice traccia

 
_______________________

429-barbara-carleBarbara Carle è  poeta, traduttore, e critico. La sua tesi di dottorato alla Columbia University esplorava i rapporti intertestuali tra Ungaretti e Valéry (1988). Autrice di tre libri di poesia bilingue: Don’t Waste My Beauty, Non guastare la mia bellezza, Caramanica, 2006,  New Life Nuova vita,  Gradiva, 2006 e Tangible Remains Toccare quello che resta,  Ghenomena, 2009, e di un nuovo libro di prose e poesie, Sulle orme di Circe, Ghenomena, 2016, ha tradotto anche vari autori italiani contemporanei, Domenico Adriano (Bambina mattina, in inglese e francese Ghenomena 2013), Domenico Cipriano (November, Gradiva 2015),  Rodolfo Di Biasio, Other Contingencies Caramanica/Gradiva 2002 e Patmos in inglese e francese, Ghenomena 2013),  Tommaso Lisi (Liturgia familiare, Family Liturgy, Edizioni Il Labirinto, 2015) Gianfranco Palmery (Garden of Delights, Gradiva,  2010). Ha tradotto vari poeti contemporanei e classici per diverse riviste, Dante, Petrarca, Stampa, Scotto, Valesio, Zinna ed altri. Traduce anche dall’inglese all’italiano (Marianne Moore, Rachel Hadas, T.S. Eliot) e ha scritto numerosi interventi su poeti italiani contemporanei e sulla traduzione. Le sue poesie sono apparse su varie antologie in italiano e inglese. È docente d’italianistica alla California State University di Sacramento ed attualmente sta lavorando su un’antologia trilingue con Curtis Dean Smith dal cinese classico all’inglese e  all’italiano per La vita felice di Milano.
 

marco-vitaleMarco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. È autore dei seguenti libri di poesia: Monte Cavo, Edizione del Giano 1993, L’invocazione del cammello, Amadeus 1998, Il sonno del maggiore, Il Bulino 2003 (poi in Bona Vox, Jaca Book 2010), Canone semplice, Jaca Book 2007, Come da un lungo sonno, Il Bulino 2009. Un suo racconto, intitolato Port’Alba, è uscito a Mendrisio nel 2011 per i tipi di Josef Weiss. Ha pubblicato la monografia Parigi nell’occhio di Maigret, Unicopli 2000 (nuova edizione 2013) e curato, per la stessa casa editrice, il volume intervista a Evaldo Violo Ah, la vecchia BUR!: storie di libri e di editori, 2011. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011.

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