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Elogio della prostituzione futurista: Sebastiano Vassalli e il processo a “Lacerba”

di Luca Ormelli

Curioso il destino di questo libro di Sebastiano Vassalli. Chiamato a parlare di un processo, quello intentato per violazione dell’articolo 339 C.P. – oltraggio del pudore insomma – a cavallo tra il 1913 e il 1914 dal Sostituto Procuratore del Re d’Italia per Grazia di Dio e Volontà della Nazione Vittorio Emanuele III nonché Pubblico Ministero Enrico Albino (e che si celebrerà a porte chiuse per non dar di fomite alle polveri facilmente incendiabili della pubblica ancorché pelosa indignazione) contro la quindicinale rivista Lacerba, rea di aver ospitato sui propri fogli l’articolo/manifesto intitolato Elogio della prostituzione redatto da Italo Tavolato, il volume del genovese volante venne pubblicato nel 1986 per i tipi di Einaudi per finire dappoi vittima dell’ostracismo editoriale che tutto consuma e niente digerisce. L’alcova elettrica (occhiello – 1913: il Futurismo processato per oltraggio al pudore – Calypso, Milano, 2009) andò – come rammentano le note di quarta di copertina di codesta edizione: «subito esaurito e non più ristampato».
Quasi a voler partecipare delle coglionerie così pepatamente, fiorentinamente raccontate nel testo, uno spaccato documentatissimo – che non lesina sulla trascrizione degli stessi atti processuali – della Firenze che gravita attorno al caffè “Le Giubbe Rosse” non meno che dell’Italia socio-politico-editorial-letteraria d’anteguerra. La Prima.

Personaggi principali:

Tavolato Italo, nato a Trieste nel 1889 e perciò alla data ancora irredento, nietzscheano ed emulo del Weininger nonché arruolato a pieno titolo futurista. Spiantato in carriera, papiniano e pubblicista de Lacerba sulla quale rivista era di già comparso il suo – ben più irriverente – articolo/programma Contro la morale sessuale [«Si va in cerca d’una cortigiana lussuriosa e si trova una puttanella tutta maternità. Perciò l’immoralista molte volte è casto»], chissà perché passato incensurato.


Papini Giovanni, nato a Firenze nel 1881, ideologo, letterato, psicopompo, insomma nume tutelare e gran bischero della neonata rivista Lacerba ove «non cantando al mondo della rane si celebrano il superuomo e l’anarchico esaltato». Autore a trent’anni della propria autobiografia (Un uomo finito) e di altri assortiti deliri. D’Annunzio in sedicesima.


Marinetti Filippo Tommaso, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876, giramondo e provocatore di professione, gran viveur, agitatore culturale diremmo oggidì, e propagandista senza pari di se medesimo e del movimento alla cui ebbrezza elettrica tutto deve piegarsi, il Futurismo. Celebre e celebrato nonché prototipico martire sugli altari impolverati della libertà d’espressione in ragione della condanna ricevuta per oltraggio al pudore quale autore del romanzo Mafarka il futurista (1909), condanna non divenuta esecutiva causa assoluzione del Marinetti Filippo Tommaso stesso. D’Annunzio in ottava.

A vario titolo figurano come personaggi secondari:

Soffici Ardengo, Boccioni Umberto, Palazzeschi Aldo, Campana Dino, Vallecchi Attilio, Prezzolini Giuseppe ed i “Vociani”, Tozzi Federigo, Mussolini Benito.

Dall’Elogio della prostituzione di Italo Tavolato, pubblicato su Lacerba del 1° maggio 1913 (e ripubblicato integralmente nel corpo del testo vassalliano «perché è il corpo del reato» dice infatti il ligure):

« […] 2) Suon di campane. Io so: più della chiesa vale il bordello.

4) Tutte le morali variano, mutano, decadono, spariscono; la prostituzione resta. Perciò, se durata è indice di valore, la prostituzione è superiore all’etica.

5) Tizio, ebreo, fondatore della religione cristiana, vi permette rapimenti mistici e quartieri non suoi, in cielo; quale ricompensa piegherete sotto la sua legge il vostro sentimento e il vostro pensiero. Caio, tedesco, filosofo, tipo vanitoso, epigone di Cristo, inventore dell’imperativo categorico (= trasfigurazione della sacra colomba cristiana), vi promette vera pace della coscienza e autentica umanità; quale ricompensa immolerete sul suo altare le possibilità della vostra vita. Zazà, puttana, non promette nulla e mantiene. Ricompensa: dieci franchi.

11) SALVE sincera puttana! Sei tipo. Sfotti l’opinione pubblica e l’approvazione della società. Non metti in compromesso i tuoi caratteri con cristallizzazioni ideali. Oh tu, fiore di verità!
eroica puttana! Tra gli scherni e i dileggi aspetti coraggiosa il tuo maschio. Osi l’esperimento. Finché un giorno egli arriva, e selvaggio, irrompe in te, per darti gioie tali, come la madre non le conosce.
formosissima puttana! tu lo sai quanto le carni del mestiere siano più belle delle maritate polpettone. Le vedi? — come, con sudata affettazione, si trascinano dietro i loro tafanari, onesti sì, ma grandi come case. E, sorgi tu laggiù, “quella vedova finestra, quell’eclissato sole, quello schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febbre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura”, quella virtuosa zitella, insomma? Ha una funzione: d’incorare te, puttana, a persistere nel peccato. Quante più ti sprofondi nel vizio, tanto più bella risorgi.
comoda puttana! Ci risparmi la grande svergognatezza della dichiarazione d’amore. Con te, le nostre labbra non sfiorano l’amaro calice delle convenzionali finzioni amorose. Con te finisce la tragicommedia dell’amore galante e cavalleresco, tutto lezi e sdolcinature, indegno dell’uomo. Non ci fai perder tempo e non ci leghi. Intensifichi la nostra vita, cara puttana!
impudica puttana! Non hai mangiato la mela della morale, non temi, perciocché sei ignuda. Mostri tutto, anche le parolacce. Dai capelli alle piante dei piedi, non c’è zona del tuo corpo ove tu abbia localizzato la vergogna. Da te è sloggiato il pudore, la paura del corpo. Perciò ami la pulizia, perciò sei ricca di gesti e di colori.
lontana puttana! Sogna, sogna l’impossibile, il tuo perfetto complemento! Lo sappiamo: quando parliamo a te, parliamo a noi. Puttana, la tua assenza ci arricchisce: aumenta la coscienza di noi stessi. A che valgono le barriere moralità, religione, nobiltà d’animo, dignità, contegno, entro cui si chiudono le donne perbene? Invitano la libidine a salti acrobatici. La tua costante infedeltà, invece, ci dimostra l’inesistenza dell’amor idillico. È la tua monumentale assenza, muta puttana, che ci insegna la via verso casa nostra: verso il mondo delle idee.
stupida puttana! Come son dolci le tue carezze! Puttana, abisso d’incoscienza, caos d’illogicità, ti preferiamo alla donna saputina. Noi non ci cerchiamo in te. Ti avviciniamo per allontanarci, per essere maggiormente noi. — Come sai baciare! Fecondi l’uomo. Gli dai gioia! Quella gioia che è creatrice al pari del dolore.
artificiosa puttana! Certi tristi scocciatori ti rimproverano il disonesto belletto, lo specchio, i pizzi, la seta, il taglio e il colore dell’abito. Sei innaturale e voluta. — E cosi sia. Anche il genio è voluto. — La natura manda peste e terremoti. Il perbenismo zoppica su piedi sudati, le unghie nere e i capelli appiccicaticci. Non è più rispettabile la puttana, lo “strumento del diavolo”, come dicevano i luminari della chiesa?
Spengetevi, lumicini. Sia anche la notte. E trionfi anche il diavolo, per il trionfo della vita. Salve, diavolo! Ave puttana!

12) E la prostituzione non è altro che istinto, impulso naturale. Vivono i ritmi del loro sangue, le puttane; sono quello che sentono. Materia, negazione, caos, mondo avanti la creazione, aspettano il loro formatore. Chiamano dio e la bestia – questi deserti di umanità. L’uomo che sente e che pensa si specchia nella puttana; in tutta l’enorme sua estensione psichica; e riconosce in sé il superuomo e l’inferuomo. […] ».

La vicenda, così riccamente ricostruita, ebbe all’epoca una tale vasta eco da divenire specchio e diaframma del conflitto in atto su più ampia scala tra i clericalisti-giolittiani da una parte e tutte quelle forze che alla rinfusa ed alla spicciolata verranno battezzate nel bagno di sangue a ritmo di shrapnel. Socialisti turatiani spazzati via dal socialismo testosteronico del neodirettore de L’Avanti! Mussolini, il primo ministro di lungo corso Giolitti divelto dal proprio incistato attaccamento allo scranno, liberali conservatori in trincea contro l’avanzata pungente e caustica del nazionalismo Zang Tumb Tumb, corruttori e corrotti, concussi e concussori che danno vita ad una catena del vassallaggio criminale dalle strane ascendenze feudali. Una Italia che festeggerà il proprio 50esimo anniversario ab natione condita con il suffragio universale sì ma lacerata come mai prima e come assai sovente dappoi. Ecco il senso della ripubblicazione del romanzo che Vassalli non si sottrae dall’evidenziare nelle sue “Note di ri-lettura (dopo ventitre’ anni)” e che qui riporto estesamente:

«Quasi un secolo fa, nel 1914, i giornali italiani parlarono del processo alla rivista Lacerba come del processo ai “futuristi”, o addirittura “al Futurismo”. In realtà, i fondatori del movimento vi erano coinvolti solo superficialmente, e Marinetti ne uscì benissimo. […] in questa vicenda, partecipò un campione abbastanza rappresentativo della cultura italiana dell’epoca, e in cui intervennero anche esponenti di rilievo della politica, della religione, del giornalismo. […] E’ piuttosto una fotografia, anzi: una radiografia dell’Italia di cento anni fa, alla vigilia della Grande Guerra e prima della caduta nella dittatura. Quell’Italia assomiglia molto, troppo all’Italia di oggi, con gli intellettuali che cercano le scorciatoie al successo attraverso gli scandali; con i politici di Sinistra impegnati a scannarsi tra loro, e quelli di Destra impegnati a spadroneggiare nell’informazione e ad avere sempre ragione. […] L’Italia di questo processo, e di queste carte, dopo la bufera della guerra approderà al Fascismo. Il principale imputato, Italo Tavolato, diventerà un agente della polizia segreta fascista (l’OVRA), con il nome in codice “Tiberio”. Papini, Soffici, Marinetti e… Mussolini faranno ognuno carriera a modo proprio, e seguiranno i loro destini. Ma tutto era già pronto nel 1913. Le riflessioni in parallelo con l’Italia di oggi, le lascio al lettore».

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