Saggi

Albert Camus e Valeria Turra: lo specchio dell’assurdo

di Luca Ormelli

«Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L’incendio avanza, Nietzsche è superato. L’Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone. Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni» [Albert Camus, L’estate] (1).

Un lezzo inconfondibile di putredine si leva dagli ormai smembrati dipartimenti di Filosofia degli atenei italiani impregnati dell’odore nauseabondo peculiare del pensiero preconfezionato. E ciò senza timor di smentita laddove gli sparuti, autentici maestri, coloro che furono filosofi non per vocazione ma per costituzione, o sono deceduti, come Franco Volpi ed Anacleto Verrecchia, o sono da lungo corso rimbambiti o, ancora, ossificati in una dimensione iconica di culto in vita, come Severino. Quanto ai restanti, non sono che macinato da festival, sciacquatura di pensiero colluso col capitale patrocinante. E’ repellente osservare come quegli àmbiti che avrebbero dovuto, per statuto fondativo, essere aperti alla libera circolazione speculativa e permeati di ossigenante teoresi si siano isteriliti nei medesimi processi didattici che infestano le facoltà scientifiche. Ma la filosofia non può e non deve essere ingabbiata in moduli accademici; la filosofia o è scevra da condizionamenti o non è filosofia ma un suo succedaneo figlio di dèi minori. E mi sia attestato quanto dico: che persino le menti più brillanti tra i giovani audaci che ancor si baloccano del pensare ultimo si contentano di sbocconcellare quanto il gran Professore lascia loro in pasto estenuandoli, glossa dopo glossa pure degli autori più insignificanti e sino al parossismo del culto di Nietzsche, di un pensatore cioè che tutto avrebbe voluto fuorché di essere sminuzzato come un qualsiasi Padre della Chiesa e di generare nuovi accoliti e diaconi “ufficiali”.

Albert Camus era intimamente filosofo, non faceva della filosofia una professione [dal latino PROFESSIÒNEM e questi da PROFÈSSUS participio passato di PROFITÈRI: confessare pubblicamente, confessarsi per tale, insegnare]. Ad arringare ex cathedra di già suppliva l’ottimate Sartre. No, Camus apparteneva a quella genìa di pensatori che – come direbbe Ceronetti del quasi omonimo Cioran: «Il suo viso è buono, la sua parola parlata ha il movimento nobilmente affannato degli spiriti che la verità tafaneggia sempre, togliendogli il sonno e quasi il respiro» [http://tuttocioran.wordpress.com/2012/02/07/articolo_ceronetti/]. Camus pativa il pensiero di cui era capace. Se ne faceva carico [«E tuttavia cos’è un dio, perché io debba desiderare di rendermi uguale a lui? Quello che desidero con tutte le mie forze, oggi, è al di sopra degli dèi. Io mi prendo carico di un regno in cui l’impossibile è re» – A. Camus, Caligola - (2)]. Dell’archetipo o di quelle che Valeria Turra, in questo suo sofferto esordio editoriale, più circostanziatamente chiama “figure”. La giovane filologa scaligera compie una articolata ricognizione, una appassionata prospezione dell’intero corpus bibliografico camusiano, teatrale e narrativo, non omettendone le pieghe più recondite né trascurando le pagine più celebri. Lo scandaglio dell’anima non deve sottrarsi alla più pericolosa delle osservazioni: quella che passando per lo specchio ci induce a rifletterci [guardiamoci infatti dallo specchio: potrebbe farci riflettere]. I meccanismi soggiacenti alla partitura di Camus vengono sezionati con amorevole competenza da Turra la quale non si perita – tutt’altro – di evidenziare le ascendenze – talvolta esplicite, più spesso sotterranee – “classiche” della scrittura camusiana: da Sofocle a Dostoevskij a Nietzsche l’officina creativa dell’autore franco-algerino ri-percorre l’essenza più propria dell’uomo, quella che il Mandel’štam dei Tristia – opportunamente citato dall’Autrice in esergo al paragrafo secondo dell’Introduzione – a questo modo esprimeva: «Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;/solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento» [e mi sia qui permesso un richiamo a Celan che di Mandel’štam fece un “maggior suo”, affratellate anime nella tempesta che perde e smarrisce, l’esistenza che sferza, laddove “Es ist alles anders”, lì: « […] il nome Osip ti viene incontro, tu gli racconti/quel che sa già, lo prende, te lo prende, con mani/tu gli stacchi il braccio dalla spalla, il destro, il sinistro,/attacchi i tuoi al posto loro, con mani, con dita, con linee…»] (3). Il senso è qui, il riconoscimento. Che presuppone la nudità, l’oscenità dell’uomo che si pre-senta, la sua agnizione. Scrive Turra: «Per Camus ritornare ai Greci non è né un’operazione antiquaria, né una ripresa, come da un serbatoio virtualmente infinito a cui poter attingere, di questo o quel mito da attualizzare in mancanza di idee originali. E’ molto di più, configurandosi piuttosto come il tentativo di rintracciare in quella specifica cultura e in alcune figure-chiave di quel vasto complesso mitico un antidoto potente, l’unico possibile, a un nichilismo che egli vedeva preponderante nel proprio tempo e per il quale non rintracciava cure efficaci né nel cristianesimo né nello storicismo di derivazione hegeliana. Agli occhi di Camus, i Greci avevano saputo affrontare i temi cruciali dell’esistenza senza sottrarsi mai all’accettazione – forse anche all’amore – del molteplice, e così facendo erano riusciti ad approdare alla sola unità possibile all’umano, che è quella formatasi nel plurale di necessarie compresenze: la ragione e il mito, la natura e la storia». (4) E, più oltre: « […] le riprese camusiane non sono mai una ripetizione, bensì una dialettica variazione sul tema e quasi l’instaurarsi di un dialogo» (5). L’unità attraverso il molteplice, nel molteplice; proprio quel che fece naufragare Michelstaedter alla cerca impossibile, più propriamente inattuabile del consustanziare in sé medesimo a prescindere dall’Altro-da-sé. E dove altrimenti che nell’Altro-da-sé si costituisce quell’assurdo di cui Camus è stato tra i maggiori cantori del Novecento: «In fin dei conti non ho poi tante occasioni di mostrare che sono libero. Si è sempre liberi a spese di qualcuno. E’ assurdo, ma è così» [A. Camus, Caligola] (6)? La prosa di Turra è potente e ineccepibile non meno che suggestiva e pregnante – direi lucreziana – come attesta il passo seguente laddove, a proposito dell’imperatore romano, scrive: « […] perché qualche spettatore non pensi, magari, all’uscita di teatro, che qualcosa dello smisurato desiderio di impossibile di Caligola possa avere un senso rispetto alla propria esperienza di sé, dei propri sogni che la vita presto spegne e tuttavia bruciano ancora sempre, solo a ricordarli, e di quel sogno più grande di tutti gli altri, quel sogno di cui nessuno sa vedere precisi i contorni, e che per questo Caligola chiama, semplicemente, l’impossibile: e che è, in sostanza, l’espressione massima anche se indefinita del malessere profondo che nasce nell’individuo dall’impossibilità di essere, insieme, tutto il resto» (7). Originale è quel peccato che estromette la carne, il corpo dalla vita, lo marchia d’infamia e condanna l’innocenza all’abominio del sapersi mortale e incompiuto, un povero Cristo atteso che, con afflato quinziano, Turra afferma: «Cristo non ha nulla di divino, ma è invece “l’uomo-perfetto”; la sua perfezione gli deriverebbe dall’essersi spinto più avanti di chiunque altro nell’esperienza dell’assurdo, su quella croce oltre la quale non c’era nulla» (8); scrive in merito un Camus quasi francescano, citando nei suoi Taccuini Giraudoux: «”L’innocenza di un essere è il suo adattamento assoluto all’universo in cui vive”. Es.: l’innocenza del lupo. L’innocente è colui che non spiega» [A. Camus, Taccuini I] (9). E, in altro luogo e tempo della sua opera: «Si scoprì la facoltà di oblio che hanno solo i bambini, i geni e gli innocenti» [A. Camus, La morte felice] (10).

Nessuna fanciullezza dovrebbe sopravvivere alla propria innocenza. Scrive con soffocata violenza Turra: «Perché non credere a nessuna verità assoluta e morire per la verità è un po’ come essere crocifissi per un dio inesistente» (11) cui con-sento accostando alcune considerazioni di Manlio Sgalambro: «Il presupposto che non ci sia verità è ciò su cui si basa la politica. In altri termini, se ci fosse verità non ci sarebbe politica. Il concetto di libertà di pensiero è una astuzia con cui la politica aggira il concetto di verità» [Manlio Sgalambro, Dell’indifferenza in materia di società, Adelphi, Milano, 1994, pp. 46-47]. La nozione di progresso, l’idea stessa che possa esservi un progresso è la più contagiosa delle malattie. Non esiste felicità al presente e niente lascia supporre che ve ne sarà in futuro. Ad eccezione della politica che contro ogni logica, inadeguata come è ad accordarsi sul bene presente, non perde giorno a dimostrare la propria abilità nel tracciare scenari di idillio futuro. Ma ben più nefaste sono quelle politiche che si presentano ammantate delle insegne che un tempo erano appannaggio della religione, imbrogliando verità e libertà, ammorbando ancor più l’intelletto degli imbecilli con le loro apparentemente legittime ansie di “miglioramento”, di “perfezionamento”, in una folle escatologia che si traduce in un cianciare per folle che promuova a verità quanto non è che opinione. Colui che delinque attenta all’unità sociale ma nessun criminale minaccia maggiormente la stolidità del benessere di colui che fomenta falsa speranza: «Perché la speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi» [A. Camus, Nozze] (12). Alla conoscenza l’umanità in cui inciampo ogni giorno avrebbe saputo ben sopravvivere: rinunciandovi. Quanto alla vita: «Non mi piace parlare seriamente. Perché, altrimenti, c’è solo una cosa di cui si possa parlare: la giustificazione che si dà alla propria vita» [A. Camus, La morte felice] (13).

Valeria Turra > Albert Camus, figure dell’antico. Il mito di fronte all’assurdo, Edizioni Fiorini, Verona, 2010.

(1): ibidem, p. 101.

(2): ibidem, p. 41.

(3): ibidem, p. 5.

(4): ibidem, p. 2.

(5): ibidem, p. 98.

(6): ibidem, p. 35.

(7): ibidem, p. 47 – corsivo dell’Autrice.

(8): ibidem, p. 85.

(9): ibidem, p. 65.

(10): ibidem, p. 66.

(11): ibidem, p. 86.

(12): ibidem, p. 74 – corsivo di chi scrive.

(13): ibidem, p. 56.

Per una intervista all’Autrice inerente al libro in oggetto rinvio a: http://www.chiesacattolica.it/comunicazione/ucs___ufficio_nazionale_per_le_comunicazioni_sociali/rubriche/00021852_Camus__una_guida_nel_Cortile_dei_Gentili.html

About these ads

25 thoughts on “Albert Camus e Valeria Turra: lo specchio dell’assurdo

  1. Caro Luca, ho letto il tuo pezzo con il medesimo impeto con il quale accostai Nietzsche la prima volta. Inchiodati all’assurdo, non c’è che dire: la chiusura dei dipartimenti di filosofia, o meglio, il loro annacquamento, rende ancora più dolce l’attaccamento a una causa persa. E pensare che c’è chi guardava con sufficienza a Camus, al suo essere un “dilettante” della filosofia.

    Andrea.

    • Caro Andrea, ti ringrazio del commento che è fin troppo generoso. E, seppure un mio merito vi fosse, deve condividersi in parti diseguali con Camus e l’autrice del testo.
      Ad maiora, L.

  2. “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”.
    Con questo problema shakespeariano (il celebre “essere o non essere”) inizia uno dei “livres des idées” più profondi e lucidi di Albert Camus, “Il mito di Sisifo”, dove si avverte l’essenza limpidamente filosofica di questo pied-noir dell’esistenza umana.
    Viviamo tutti la pena e la fatica cosciente (“questo mito è tragico perché il suo eroe è cosciente”) del dover continuamente portare il nostro macigno in cima per vederlo rotolare giù subito dopo, ricominciando il tutto assurdamente ma senza rassegnazione (“vivere non è rassegnarsi”…già citato nell’articolo di Luca).
    Camus vuole superare il limite dell’umano (e l’angoscia che ne deriva) richiedendo un andare oltre, una sorta di “volontà di potenza” nicciana minore, un “adattamento assoluto all’universo in cui si vive”, una rivolta del non-senso che ci circonda, un “rispetto dell’altro”.
    In Nietzsche tutto si esaurisce nell’individuo, in Camus invece c’è una deriva disperata nell’uomo e nel suo essere sociale.
    Pochi hanno notato come la sua morte – in uno stupido incidente stradale – è stata la sconfitta di questa via d’uscita, la terribile verità che tutto, in fondo, si riduce a vacua illusione.

    • Scrive Giuseppe che «pochi hanno notato come la sua morte – in uno stupido incidente stradale – è stata la sconfitta di questa via d’uscita, la terribile verità che tutto, in fondo, si riduce a vacua illusione». Ogni illusione si frantuma contro la realtà della morte. In fondo. Non c’è null’altro. In fondo.

      • Concordo sostanzialmente con l’assurdità dell’esistenza umana che accomuna, sia pure con diverse sfumature, Camus e Nietzsche.
        Tuttavia ritengo l’assurdità un concetto ancora “troppo umano”: ci rapportiamo ad essa solo perché ci ostiniamo a voler dare un senso al nostro esistere.
        Indirettamente ammettiamo l’intuizione di un “senso” opposto all’assurdo; ricerchiamo ancora Dio in noi.
        In verità, tutto fluisce attorno a noi, ma indipendentemente da noi: la realtà non ha alcun bisogno di noi.
        Se ci fosse un Dio sarebbe condannabile per la colpa, gravissima, di aver abbandonato le proprie creature: un delitto imperdonabile.
        La nostra angoscia di essere umani nasce dalla ribellione a questa indifferenza.
        La nostra sopravvivenza è legata al verificarsi, in maniera del tutto casuale, di momenti di sufficiente appagamento.
        Momenti che, per il solo fatto di esistere, rilasciano il pericoloso veleno-elisir della probabilità di una ripetizione.
        Non siamo fatti per gioire ma nemmeno per essere infelici.
        Siamo e basta: ogni giudizio non solo è superfluo, è deleterio.
        Tutto si infrange nell’illusione del continuo contrasto tra ciò che scorre e ciò che vogliamo cogliere.
        In questo quadro non esiste un assurdo, non ho colpe da espiare (come Sisifo), non ho nulla contro cui rivoltarmi.
        La mia dialettica (leggi illusione) è pensare che l’uomo possa essere ancora migliorabile ovvero che la volontà di essere possa ancora illuminare e scardinare la nostra condizione terrena: in questo senso sono più nicciano, trovo in Nietzsche un’illusione più vigorosa, legata all’individuo e alla sua forza creatrice.

  3. Leggo appena adesso una frase che aggiunge un’ulteriore riflessione a quanto scritto sopra:
    “Ciò che è misteriosa è questa vitalità che vi spinge a fare qualche cosa. E forse è proprio questa la vita, senza bisogno di usare grandi parole. Si fanno delle cose alle quali si aderisce senza credervi” (Emil Cioran)

    • Il demiurgo è funesto in ciò che ha di allettante la vita. Come ti scrissi in altro luogo l’interrogativo non è «perché il dolore?» bensì «perché la gioia?». Se la volontà di vita (Schopenhauer, Nietzsche o Freud scegli tu) si traveste di piacere (e cos’altro è la sessualità se non la più piacevole ma non necessariamente la più efficiente delle modalità riproduttive?) l’uomo, differentemente dall’animale, è gabbato due volte: la prima – egualmente all’animale – nel riprodursi e nella appercezione di piacere che la sessualità reca con sé, la seconda nel riconoscimento – simultaneo ma per lo più a posteriori del coito [grottesco come nella medesima parola sia adombrata, per ascendenza etimologica, la volontà medesima – e che in ciò che si rivela dimidiata, zoppa – di accoppiamento] – della propria insufficienza e manchevolezza, cosa sì quest’ultima tipicamente umana. Che poi alcuni ancora s’illudano di ritenere questa imperfezione causa d’amore – celeste o meno – ciò non toglie che sempre di illusioni stiamo parlando.

  4. Esatto…illusioni, cinicamente illusioni.
    La consapevolezza di ciò, infine, è paralizzante.
    Ecco perché la vita rimane “misteriosa”: conoscere eppur agire, una contraddizione tragica.
    Non comunque una ricerca del piacere fine a se stesso: già Epicuro rilevava il pericolo del riversamento del piacere nella smoderatezza.

    “La vita rimane intatta quando ci sia la forza d’immaginare, di sentire e di amare: che è appunto il vivere. Dice l’intelletto: l’amore è illusione, sola verità è la morte. E io amo e vivo e voglio vivere. Il cuore rifà la vita che l’intelletto distrugge” (Giacomo Leopardi)

  5. Pur non affine al tema, leggere la nota di Luca e scorrere i commenti, significa entrare nell’oscurità senza toccare i margini del vuoto, nella percezione di aleggiare liberi, quando invece non lo siamo affatto.
    Nonostante il buio possiamo immaginare -la luce- poiché la conosciamo e quindi avvertire il pulsare della materia -spazio- così come del sangue in vena -vita-.
    La ricerca della logica si pone, forse, come soluzione di comprensione, il pensiero si fa strada (sappiamo bene che ne basta solo uno per “fare a pezzi l’universo (Cioran)” inducendo alla riflessione e questa non può che renderci l’immagine di tedio e miseria delle cose.
    Nella vita possono coesistere gioia e dolore, riso e pianto. Sorridere pubblicamente conoscendo quella forma di tristezza assoluta che portiamo dentro ci fa palpare il suicidio come forma di estremo dolore e soluzione al tempo stesso, ma subito si fa strada la consapevolezza che vivere è forse una delle sfide più appaganti e interessanti della vita stessa.
    Valeria inizia con una frase di Nietzsche “Non dobbiamo volere una sola condizione […]: diventare cioè uguali all’esistenza”; l’accettazione quindi “del nostro inferno” come sottolinea Francesco Donadi nel suo inizio di prefazione?
    Non mi è ancora chiaro, ancora non riesco a capire e temo che non ci arriverò mai, o sarà, forse, questa sottile e profonda ignoranza a preservarmi dal gettare il mio corpo dentro un fiume o giù da una rupe? Sarà questo cercare la presunta verità sulla vita che ci tiene tutti legati ad essa? Di certo è bene fuggire alla rassegnazione, è bene cercare sino a rompersi le unghie e sfilare i polpastrelli dalla carne, perché la vita è, e rimane a mio avviso, ancora la via più audace e audace o imprudente è restare a sfidarla.

    Lascio una poesia di Bachmann che scrisse dopo il suicidio di Celan, suicidio che fatico a comprendere ma che perdono (assurdo controsenso)

    CORRENTE
    .
    Già così innanzi nella vita e prossima
    alla morte, da non poterne disputare con nessuno,
    strappo alla terra la mia parte:
    .
    trafiggo dritto al cuore il tacito oceano
    col verde cuneo, e tutta mi inondo.
    .
    Si levano uccelli di stagno e odor di cannella!
    Col mio assassino, il Tempo, io sono sola.
    Ebbrezza e azzurro ci imbozzolano insieme.

    Ingeborg Bachmann

    Un caro saluto a Luca e Valeria e agli ospiti presenti, Tiziana

    • Non credo che il tuo intervento non sia affine al tema: si parla dell’assurdità della vita, del nulla, del suicidio come gesto supremo di affermazione o di negazione.
      Tutti temi cari a Camus e che, a parte questo, dovrebbero essere il solo argomento presentabile di una filosofia, poesia, letteratura vissuta visceralmente e non per mero senso estetico, per snobismo pseudo intellettuale.
      “Vivere”, dici, “è una delle sfide più appaganti e interessanti”: sta proprio qui l’assurdità che la ragione impone di considerare.
      La vita non appaga nulla (non sempre), la vita non è interessante (non sempre).
      Lo stesso concetto di “interesse” richiede un “essere in mezzo” a qualcosa, a qualcuno o all’essere stesso e quindi un coinvolgimento “soggettivo” imposto dal “sentimento”, né razionale né oggettivo.
      Voler dare a tutti i costi un senso alla vita non è ridicolo ma tragico.
      “Sfidarla” è sì “audace o imprudente” ma significa riconoscere l’ineluttabilità della “volontà di vivere” schopenhaueriana: impulso che ci spinge (o costringe) ad agire ma che produce una continua tensione che porterà l’insoddisfazione, l’inquietudine, il dolore.
      E’ chiaro che una “volontà che cessa di volere non è volontà”, ma proprio per questo il nostro destino (nei limiti in cui possa essere formulabile un “destino”) è tragico.
      Un pensiero eccessivo, crudele ma in buona parte vero.

  6. Ho scoperto con vari giorni di ritardo di essere stata recensita e di aver suscitato così, indirettamente, un interessante dibattito. Colgo l’occasione per ringraziare Luca del suo pezzo inatteso quanto gradito, e tutti (Andrea Giuseppe Tiziana) per le loro osservazioni. Nutro forti dubbi che il recensito debba intervenire nel dibattito scaturito dal suo libro. E tuttavia, sentendomi in certo modo interpellata da Tiziana, ho deciso di allegare qualche osservazione sparsa: fermo restando che non c’è niente che io possa dire diversamente da quanto già detto, nel mio libro. Chi voglia un’interpretazione diversa delle questioni messe in campo, quindi, dovrà necessariamente rivolgersi altrove.
    1) Sisifo NON si suicida. Anzi, per Camus Sisifo scopre la felicità. Spesso si dimentica che “Il mito di Sisifo” è un trattato CONTRO il suicidio. Ripeto: CONTRO il suicidio.
    2) L’assurdo non è “troppo umano”: è semplicemente il sentimento che l’individuo ha del rapporto fra se stesso e il mondo. Questo interessava a Camus, non le povere astrazioni di un universo concepito (da un uomo) senza l’uomo.
    3) Il Camus della maturità non voleva essere considerato “profeta dell’assurdo” (cfr. “L’enigma”), perché concepiva la propria opera strutturata in tre fasi: l’assurdo (sotto l’insegna di Sisifo); la rivolta (Prometeo); la misura (Nemesi). Per questo ha avuto senso per me occuparmi del mito in Camus. Un mito che è ‘di fronte’ all’assurdo perché lo osserva ma anche lo argina. Purtroppo nella cultura italiana contemporanea il Camus della rivolta metafisica è totalmente obliterato (e credo che i motivi siano abbastanza evidenti).
    4) Riguardo al tema generale del suicidio, e uscendo quindi dall’ambito esplorato dal mio libro: non credo che il diritto al suicidio possa essere messo in discussione. Non parlerei quindi di ‘perdono’. Resta il fatto che le persone che sono in qualche modo legate a chi si suicida possano avere la vita a loro volta distrutta da chi ha deciso di andarsene. Loro sì, certo, avranno forse in certi casi qualche motivo per non perdonarlo –ma si tratta di un fatto intimo, del tutto personale, slegato dalla morale collettiva. Senza dire che, proprio per non addolorare in modo soverchio le persone che hanno accanto, ci sono molti che suicidano piano piano la propria anima, in modo inavvertito agli altri. Finché morte naturale non giunga. Li perdoneresti, questi, (Tiziana)?
    5) Concludo parlando di mala voglia dell’università: di mala voglia, perché il tema non c’entra proprio nulla con il mio libro, e tuttavia è stato messo in campo nella recensione e nel dibattito. L’università soffre di molti mali, ma non può essere accusata quando fa il suo lavoro, cioè CONSERVARE il pensiero. Credo che tre siano i pilastri del lavoro di un dipartimento universitario: creazione di pensiero; conservazione di una tradizione culturale; trasmissione del sapere. Va da sé che la creazione non può esserci sempre e comunque.
    Un carissimo saluto a tutti
    Valeria Turra

    • E’ un privilegio poter dialogare con te Valeria. La tua competenza non è da meno della tua passione. Grazie della tua presenza. Quanto all’università, come ben sai, è un mio vecchio refrain. Una battaglia dice Andrea. Sì. E come la gran parte delle mie battaglie una battaglia persa. Un caro saluto. L.

    • Un caro benvenuto a Valeria; rinnovo i ringraziamenti già fatti da Luca per la sua presenza in questo blog e per gli spunti di riflessione elargiti.
      Ciò che hai attribuito molto concretamente al “dipartimento universitario” si può senz’altro applicare in maniera più estesa alla cultura o alla didattica. Credo tuttavia che la questione sia più che altro da valutare non tanto sui componenti ma sul rapporto tra essi, sul peso specifico di ognuno di questi tre temi “essenziali”.
      Fossilizzarsi in uno soltanto (non necessariamente sulla “conservazione”) fa correre il rischio di una cultura percepita come polverosa e “accademica” (non a caso sinonimi di questo aggettivo sono “astratto” o “retorico”).
      Su Camus il suicidio è senz’altro il tema fondamentale, almeno ne “Il mito di Sisifo” e credo nessuno di noi dubiti su questo, così come della conclusione dello stesso:
      bisogna immaginare Sisifo felice”.
      Camus pone un problema esistenziale e ne da’ una via d’uscita (come farà anche con altre sue opere) ma l’idea che emerge è che si tratti di una soluzione forzata.
      Un assurdo che ho definito “troppo umano” nel senso che è “dentro” il problema posto dall’uomo per l’uomo – un problema ontologico – , per questa nostra umana caratteristica di considerarci centrali a tutto e per l’incapacità di considerare l’esistenza come qualcosa di esterno a noi, la condanna eterna del divino che è in noi (“la volontà di vivere” secondo Schopenhauer).
      Questo non implica che non bisogna agire “per” l’uomo ma bisogna farlo con l’umiltà tipica di chi vive in un universo sterminato, di cui si è piccoli frammenti insignificanti: “chi non ha mai invidiato il vegetale ha solo sfiorato il dramma umano” (Cioran, La caduta nel tempo).
      Concordo pienamente invece sul fatto che Camus non si è voluto limitare all’assurdo, ma ha sempre cercato una concretezza d’azione, il superamento di un pessimismo paralizzante, non solo con “La rivolta” ma anche con “La peste”.
      Scusate per la lunghezza del commento.
      Un caro saluto a tutti

  7. brava valeria, non ce n’era bisogno, se vogliamo, ma questa irruzione critica di tanti avveduti lettori, così serrata e sgombra, nel tuo libro ne ha ribadito la fertilità e l’attualità – … quel camus, a cominciare da quello “narrativo”, che è stato, come forse in famiglia ti avranno qualche volta suggerito, ispiratore della mia generazione. addirittura, detto en passant ma non tanto “alla lontana”, nel versante politico (nel nostro engagement) nobilitato dal luxemburghiano, appunto, Sisiphusarbeit. che bello, poi, leggere quel rimando al conte giacomo, che rimane citazione ineludibile e ultimativa, oltre la quale cessa ogni diluvio della letteratura e della filosofia, e che acquieta finalmente nelle parole atone delle sacre mummie di Federico Ruysch.
    un abbraccio,
    alberto t.

  8. Bel pezzo “denso” di Luca e belle riflessioni e puntualizzazioni susseguenti. E’ bello scoprire percorsi e imparare sempre qualcosa su come far muovere i neuroni e anche lo spirito. Grazie.

  9. Premetto che se la filosofia è la pretesa della verità, io mi avvicino ad essa con estrema cautela perché sulla verità, sulla verità della vita nutro ancora molti dubbi.
    @Giuseppe, il mio -non essere affine- intendeva sottolineare la mia ignoranza e difficoltà ad addentrarmi in una tematica così importante. E’ sempre un vero piacere leggerti.
    @Valeria, il suicidio è per me una forma libera di pensiero di cui ognuno ha pieno diritto e quel -perdono- che non senza audacia cito, altro non è che la mia consapevolezza di impotenza, è il mio egoismo difronte a -Il Poeta- (Celan) che decide di lasciarmi-ci senza altri suoi possibili versi futuri. Dopo queste affermazioni si potrebbe discutere a lungo sull’argomento perché il pensiero si estende, ne sono consapevole.
    Mi chiedi, Valeria, se perdonerei il suicidio dell’anima, lento, ineluttabile sfinimento, ultimo quasi respiro. Com’è difficile potersi far carico di una simile responsabilità e la filosofia -è responsabilità- forse anche troppo grande, così com’è immensa la ricerca della verità
    Io plaudo al tuo lavoro, brava Valeria che aggiungi pensiero al pensiero e questo diviene dono da raccogliere, grazie.
    Un caro saluto Tiziana

  10. Scusate la mia intrusione, sicuramente meno titolata dei Vostri interventi. Ma avendo appena concluso un lavoro di tesi su Albert Camus, ci tengo a entrare, sebbene in punta di piedi, nel dibattito, contribuendo come posso.
    Come ha detto Turra, Camus parla de l’énigme come «un sens qu’on déchiffre mal parce qu’il éblouit». A mio avviso più dell’assurdità della vita, dunque, la sua speculazione si concentra sulla impossibilità della parola di descrivere ciò che in certi momenti rivelatori l’uomo, corpo e anima, intuisce. Le nozze col mondo di Noces à Tipasa e la natura che svela la sua verità di morte ne Le vent à Djémila sono un esempio.
    L’autore si rende conto che l’uomo talvolta può arrivare vicino alla scoperta di questo senso ma non riesce a codificarlo e a trasmetterlo alla propria coscienza e agli altri.
    A mio avviso è una sorta di ammissione dell’inadeguatezza della parola di fronte all’enigma, che può essere soltanto vissuto.
    Il messaggio finale come qualcuno di Voi aveva sottolineato non è il nichilismo puro. Se mi è consentito la differenza tra la fortuna di Sartre e la sottovalutazione di un grande filosofo come Camus, a mio avviso, sta proprio in questo. Camus scrive che «l’absurde ne peut être considéré que comme une position de départ» e da questo inizio bisogna trovare una strada che sia improntata alla misura, al limite, alla coesistenza degli opposti. Sartre invece pone l’assurdo alla fine del percorso speculativo, come punto di arrivo. È dunque più rassicurante la posizione di Sartre, che affronta il tema dell’assurdo arrivando al nichilismo (e chiudendo così la pratica), di quella camusiana, che mette in gioco tutte le pseudo-certezze dell’uomo e richiede una ricerca permanente, fatta di rivelazioni, ripensamenti e continue riconsiderazioni («Je ne sais pas ce que je cherche, je le nomme avec prudence, je me dédis, je me répète, j’avance et je recule»).
    Quello che penso è che per la nostra società è più comoda la posizione di Sartre, che di fatto esaurisce la questione dell’assurdo (essendo l’assurdo un punto di arrivo, l’uomo vive la vita a prescindere da esso e con una sorta di sgravo della coscienza rappresentato dall’avvenuta disquisizione sull’assurdità dell’esistenza). La posizione di Camus è invece destabilizzante, in quanto propone una vita a stretto contatto con l’enigma e un’accettazione del mondo e della natura così com’è, con i limiti che essa stessa pone all’uomo.
    Sartre risulta più rassicurante di Camus perché affronta la questione e mette un punto; Camus invece è figlio della Grecia e fa suo il panta rei eracliteo, invitando ognuno a partecipare attivamente a questa ricerca. Paradossalmente il primo dà più certezze del secondo e questo, per la nostra società, è fondamentale.

  11. Carissimi, nei giorni scorsi ho interpretato l’intervento del ‘padrone di casa’ Simone Battig (che ringrazio di cuore per l’ospitalità) come un garbato “Signori, si chiude…”: quindi non ho più replicato, ma ora rimedio seppur brevemente, vista l’importanza degli interventi che si sono succeduti. @ Alberto: bellissimo ritrovarti qui! quello di cui tu parli con intelligente finezza è per l’appunto il ‘quid’ che mi ha nutrito l’infanzia, e che mi ha resa quella che sono…il rimando luxemburghiano è quindi graditissimo, come quello al Leopardi ‘morale’ ineguagliabile maestro di scrittura (l’operetta da te richiamata, fra l’altro, è la mia prediletta). @ Giuseppe: no, non è forzato quel “bisogna [IL FAUT] immaginare Sisifo felice”. Per capirlo appieno occorre inserire il Sisifo camusiano in una rete di contesti. Un contesto apparentemente esterno all’opera di Camus, e che io chiamo semplicemente la tradizione letteraria cui Camus si ispira e di cui viene così a far parte: che è quello costituito dai personaggi su cui Camus lavora per costruire il suo Sisifo, ovvero il Sisifo di Omero, L’Edipo dell’Edipo a Colono di Sofocle e il Kirillov dei Demoni di Dostoevskij. Me ne sono occupata a lungo nel mio libro. Come mi sono occupata a lungo dell’altro contesto cui bisogna riferire il tema della felicità, che è quello dei personaggi di alcune opere come La morte felice e Lo Straniero…perché non bisogna dimenticare che, più ancora che il suicida, è ‘il condannato a morte’ di matrice dostoevskiana il personaggio-chiave del Camus giovane. @ Tiziana: il tuo rimando alla Bachmann mi commuove profondamente. Ho imparato ad amare molto questa scrittrice così sottovalutata in Italia, in particolare per il suo ciclo romanzesco Todesarten: Cause di morte: vertice inarrivabile di una scrittura musiliana che vira però ‘dalla parte delle vittime’, moralmente feconda di infinite variazioni sul tema. @Nino. Il tuo intervento mi ha fatto molto piacere, anche per l’intelligente lettura del presente che essa sottende. Anche se un mio imperativo metodologico sempre mi forza a evitare in giudizi sintetici una comparazione fra autori che voglia a priori andare a detrimento di uno (Sartre in questo caso), concordo con te che lo sforzo antinichilistico di Camus lo rende un filosofo attualmente scomodo. L’uomo in rivolta è opera ormai pochissimo letta, e non certo per le presunte ingenuità di alcune sue parti! Se letto seriamente credo sia uno dei libri più ‘rivoluzionari’ della storia del pensiero: per cui scomodo, ingestibile, molesto. Ringrazio di nuovo voi tutti, di cuore, per la felicità che mi ha dato conversare su questi temi. Valeria Turra

  12. Ciao Valeria,
    mi spiace tu abbia interpretato male, come chiusura, il mio breve ringraziamento…era una cosa molto spontanea scritta al volo…non era mia intenzione e non mi pareva di aver scritto nulla di assimilabile a questa idea…tra l’altro qui su Samgha siamo tutti padroni di casa o se non altro non sono io di certo l’unico padrone di casa e il web è difficile da chiudere per fortuna :D
    Come dicevo avevo invece trovato molto interessante l’articolo di Luca ma ancor di più forse la sua continuazione con il dialogo susseguente che si era innescato (e dal quale mi sono tenuto alla larga come interventi perché mi pareva che ci fossero persone che sui temi ne sapevano più di me, più adatte a continuare il dialogo e fornire spunti..). Tutto qui, continuo a leggere con piacere gli interventi di tutti e anzi mi auguro che si continui vista l’importanza di taluni pensieri e problematiche. Magari da questi dialoghi nei commenti salterà fuori da qualcuno anche la volontà di un ulteriore approfondimento correlato, magari da poter inserire sotto forma di nuovo post su Samgha..chissà…materiale mi pare ce ne sia in abbondanza su cui continuare a ragionare.
    Un saluto a tutti.

  13. @Tiziana, grazie mille. Anche per me è un piacere leggerti
    @Simone, grazie anche a te della puntualizzazione, probabilmente necessaria. Contrariamente a quanto si possa pensare, guardando per esempio la tv, la discussione e il dialogo sono ancora possibili oggi in forme accettabili e non solo ridicolarmente insulse: potenza del web.
    @Nino, la tua intrusione è sicuramente titolata e ben accetta. Solo due osservazioni. Scrivi che l’argomento principale di Camus è “l’inadeguatezza della parola di fronte all’enigma”, l’impossibilità di esprimere a parole ciò che l’uomo intuisce.
    Questo tuttavia è il senso dell’assurdo di Camus: ciò che l’uomo intuisce e non sa come esprimere è esattamente l’assurdità della vita!
    L’altro punto riguarda Sartre. Anche io penso che l’assurdo per quest’ultimo è un punto di arrivo ma non per questo “rassicurante” o “comodo”; non si spiegherebbe altrimenti l’attivismo politico di Sartre.
    @Valeria, il “bisogna immaginare Sisifo felice” è una forzatura nel senso che se l’assurdità della vita per Camus non era un semplice concetto lettarario ma un problema esistenziale, allora “l’andar oltre” è la ricerca di un illusione, un modo per non rimanere imprigionati nelle sabbie mobili del Nulla. Un “comunque” che richiede un’energia (una “forza” appunto) aggiuntiva ed autentica.
    Saluti a tutti

    • Ringrazio tutti voi per questo confronto costruttivo e per darmi retta pur essendo il meno titolato tra voi.
      @Giuseppe: intendevo proprio quello che hai (mi permetti il “tu”?) detto riguardo all’assurdo. Per quanto riguarda Sartre hai ragione, infatti non intendevo più comoda per Sartre ma più comoda per il pubblico che la recepisce.
      Un saluto a tutti e grazie ancora!

      • @Giuseppe: mi permetta solo un parere su quello che lei ha scritto a Valeria: Camus non amava affatto le illusioni, le menzogne esistenziali. A mio avviso più che un’illusione è la ricerca della lucidità necessaria (nell’accezione camusiana) per accettare di continuare a vivere nonostante e di fronte all’assurdo. E tutto questo per quella natura, quel sole e quel Mediterraneo che anche nei momenti bui non lo hanno fatto disperare. Il Mediterraneo con la sua luce che rischiara le tenebre, senza per questo cancellarle, è la strada che porta l’uomo a le consentement à la terre, all’accettazione della natura e della condizione umana che essa gli ha assegnato e che ha la finitudine come carattere distintivo e non come limite.Da non sottovalutare poi la solidarietà con i compagni di sventura/avventura che dà un senso alla vita perché si ha un po’ vergogna a cercare la felicità da soli (vd la Peste).
        Camus è sorprendente perché se ne potrebbe parlare per ore e ore e tornare sempre al punto di partenza con lo stesso entusiasmo.

  14. Condivido con tutti voi il grande valore dell’uomo
    uomo che Camus è stato capace di esprimere nelle sue opere
    è vero parlare di lui potrebbe essere all’infinito.
    Ma io suggerisco di agire,ognuno nel nostro lavoro quotidiano,
    lottiamo insieme per la verità ed un mondo migliore,che da dentro può essere portato fuori,e da fuori può farci ancora crescere,e lo sforzo di Sisifo non è inutile!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...