Filosofia/Saggi

Lo specchio di Lichtenberg

di Giuseppe Savarino

«E’ molto raccomandabile il metodo di prendere appunti in un libretto. Non bisogna disperdere nessuna frase e nessuna espressione. La ricchezza si acquista anche con il risparmio delle verità da due soldi» (Lichtenberg, Lo scandaglio dell’anima, F 1219, pag. 399).

Il gobbo di Gottinga, Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799), mezzo scienziato e mezzo letterato, non compare quasi mai nei libri di filosofia, mentre in quelli di scienza a volte è citato per le (famose) “figure” causate da scariche elettriche su materiale isolante. Gobbo sì ma particolarmente brillante e attivo intellettualmente e fisicamente, anche con le donne (a giudicare da diversi episodi che emergono dai suoi scritti). Il suo valore letterario è indubbio: chiunque lo legge, anche oggi, ne rimane affascinato.


Difficile inquadrarlo in un sistema di critica accademica o letteraria, difficile farne una lettura critica “classica”: è un pensatore libero, sciolto, magmatico, proprio come le sue osservazioni. Poliedrico, prismatico, imprevedibile, capace di alternare l’ironia al sarcasmo, alla profondità del pensiero: «dove egli scherza si nasconde un problema» diceva Goethe. Un moralista senza morale, un La Rochefoucauld «senza amarezza e più brioso»; un illuminista senza il culto della Ragione. Montaigne, Chamfort, Valéry mi sembrano gli esempi più vicini, e basterebbe questa ideale “compagnia” per rendersi conto della raffinatezza dell’autore. Non a caso molto amato da Nietzsche – che lo considerava tra i primi cinque autori tedeschi degni di essere letti (anche lui molto critico verso il popolo tedesco) – ma anche da Schopenhauer, da Karl Kraus e da tanti altri.

Il suo libro principale – tradotto e curato in Italia da Anacleto Verrecchia, recentemente scomparso in un silenzio che oserei definire imbarazzante – è Lo scandaglio dell’anima. Aforismi e lettere, Rizzoli, 2002. Un libro di aforismi, osservazioni, semplici constatazioni. L’immagine che Lichtenberg stesso prediligeva per i suoi scritti è quella dello specchio: «Un libro è uno specchio: se vi sbircia dentro una scimmia, esso non può certo riflettere un apostolo. Non abbiamo parole per parlare di saggezza con un imbecille. E’ già saggio chi capisce il saggio» (E 215, pag. 361).

«Vi consegno questo libriccino affinché possiate servirvene come uno specchio per rimirarvi e non come un occhialino per osservare gli altri» (D 617, pag. 349).

Lichtenberg non li chiama mai aforismi, anzi ne fa un paragone contabile (cosa piuttosto insolita in ambito letterario o filosofico): definisce il suo libro come un Sudelbuch (in inglese Waste book) cioè quello che corrisponderebbe oggi, più o meno, alla “Prima nota” dove i dati sono ancora disposti in maniera confusa, senza alcun ordine (possiamo anche definirlo come “brogliaccio”). I dati, continuando nell’esempio contabile, si riportano nel “Libro mastro” in doppia registrazione e soprattutto nel “Libro giornale” in maniera ordinata. In realtà molti appunti di Lichtenberg sono ancora a livello di brogliaccio; tutti contrassegnati da una lettera e da un numero (solo il libro F è definito Sudelbuch) danno a volte l’idea di qualcosa di incompiuto. E’ abbastanza probabile che l’autore intendesse scrivere delle idee da sviluppare in seguito; ipotesi comunque che è stata scartata da alcuni critici che vedono in alcuni suoi “aforismi” o “definizioni” uno stile consapevole e completo. Lichtenberg, sostiene Verrecchia, scrive e pensa prima di tutto per se stesso, da vero Selbstdenker (auto-filosofo): cercare di farlo rientrare in schemi, anche procedurali, è pura illusione; inopportuno, come voler essere seri con un buffone. Un filosofo senza sistema, sciolto e frammentato come la vita, e convinto «da lungo tempo» che «la filosofia finirà per divorare se stessa. La metafisica, in parte, l’ha già fatto» (J 620, pag. 423).

Anche come “illuminista” Lichtenberg si distingue abbastanza nettamente (tanto che molti libri specializzati su questo periodo storico neanche lo nominano; uno degli ultimi esempi è il libro di Jonathan Israel, Una rivoluzione della mente del 2011). Distaccato, quasi riservato, causticamente dubbioso verso la rivoluzione francese (che definirà «politica sperimentale», L 322, pag. 462), da un lato propone come simbolo dell’Illuminismo quello ben noto del fuoco ( ∆ ) perché «il fuoco dispensa luce e calore, ed è indispensabile per la crescita e il progredire di tutto ciò che conta», dall’altro avviserà perentoriamente: «Solo che, se lo si usa sconsideratamente [il fuoco, s’intende], brucia e distrugge» (J 971, pag. 435).

Il periodo del Terrore confermerà poi i suoi dubbi e sarcasticamente scriverà: «Nella libera Francia, dove ora si può far impiccare chi si vuole» (J 935, pag. 433)  e ancora: «Di solito si cerca di cambiare le idee senza cambiare la testa. In Francia, ora, si fa più in fretta: si toglie l’idea insieme con la testa» (K 155, pag. 518).

Per Lichtenberg il problema, molto più incisivamente, non era desiderare più “luce” ma creare i presupposti necessari per una vera libertà:

«A che cosa serve tutta questa luce, se la gente non ha gli occhi, mentre quelli che li hanno li chiudono deliberatamente?» (L 472, pag. 467).

Un autore dunque visceralmente scettico che invoglia a dubitare di tutto «almeno una volta, fosse anche del 2×2=4» (K303, pag. 527), anche se questo libero indagare dovesse comportare il pagamento di un costo (J 1857, pag. 510).

Avvertendo anche dei pericoli insiti nel dubbio stesso:

«Il dubbio non dev’essere altro che vigilanza, altrimenti può diventare pericoloso» (F 447, pag. 384).

«E’ quasi impossibile portare in mezzo alla folla la fiamma della verità, senza bruciare la barba a qualcuno» (G 13, pag. 481).

Non credente o molto critico verso la religione, ricorda per molti versi il barone d’Holbach, in particolare quando parla della superstizione. Nel celebre passo dedicato a se stesso e intitolato ambiguamente “Carattere di una persona a me nota” scriverà: «Già da ragazzo la pensava assai liberamente in fatto di religione; ma non ha mai ritenuto un onore l’essere uno spirito libero, così come non lo è credere a tutto senza eccezione».

E coerentemente non farà sconti alla propria coscienza, in un periodo (non dimentichiamolo) in cui certe affermazioni mettevano a rischio la propria vita:

«Dio creò l’uomo a sua immagine, il che probabilmente significa che l’uomo creò Dio secondo la propria immagine» (D 201, pag. 322).

«C’è da chiedersi se la sola ragione, senza il cuore, sarebbe arrivata a concepire un dio. Da quando è stato ammesso dal cuore (dalla paura), anche la ragione si è messa a cercarlo, così come la gente cerca i fantasmi» (L 276, pag. 461).

Per Lichtenberg (in questo molto illuminista) le religioni sfruttano abitualmente «la tendenza dell’uomo alla superstizione» (H 42, pag. 498), e si stupisce come «su oscure idee di causa si sia potuta costruire la credenza in un dio di cui non sappiamo e non possiamo sapere nulla» (J 944, pag. 433), così come si stupisce della «profusione di tempo e di fatica» dedicate alla spiegazione della Bibbia: «Alla fine quale sarà, dopo secoli e millenni, il frutto di queste fatiche? Nient’altro che questo: la Bibbia è un libro scritto dagli uomini, come tutti i libri.[…] Insomma si tratta di un libro in cui c’è qualcosa di vero e qualcosa di falso, qualcosa di buono e qualcosa di cattivo» (J 17, pag. 401). A suo modo di vedere «non sarà mai possibile dimostrare che noi siamo l’opera di un essere supremo e che non siamo stati, piuttosto, messi insieme per passatempo da un essere molto imperfetto» (D 412, pag. 335). La religione cattolica non ha fatto altro che sfruttare la «più crassa ignoranza» degli uomini (GH 33, pag.506) ma si dichiara convinto che «un giorno il nostro mondo diventerà così raffinato che credere in Dio sarà così ridicolo come oggi è ridicolo credere negli spiriti» (D 329, pag. 329).

Tutto questo, come si vede dai riferimenti, l’ha scritto in diversi frammenti, ma senza perdere mai di vista l’aspetto leggero, quasi ludico (direi assolutamente moderno) che lo rende piacevole alla lettura ancora oggi e che si ritrova in diverse osservazioni. Per esempio sull’aspetto religioso scriverà, oltre a quanto indicato sopra:

«Che nelle chiese si predichi non rende inutili i parafulmini su di esse» (L 72, pag. 454).

«La religione: una faccenda domenicale» (L 368, pag.464).

Oppure sulla genialità, altro argomento che sembra interessare a Lichtenberg, da una parte scriverà:

«Gente che ha letto moltissimo raramente fa delle grandi scoperte» (E 467, pag. 366) oppure:

«Ha una straordinaria importanza il come si dice qualcosa; e io credo che le cose più comuni si possano dire in modo da far pensare che siano state ispirate dal diavolo» (J 1011, pag. 436).

O ancora:

«Ogni volta che muore un uomo di talento provo dolore, perché il mondo ne ha più bisogno del cielo» (J 539, pag. 420).

«Un grande genio raramente farà le sue scoperte sulla via tracciata da altri. Se scopre delle cose, di solito scopre anche la via per arrivarci» (G. 88, pag. 486).

Ma improvvisamente qua e là riappare la sua ironia, anche su questo argomento:

«Oggigiorno ci sono tanti geni che si può essere ben lieti se il cielo, qualche volta, ci manda un bambino che non lo sia» (K 231, pag. 523).

In diverse parti del libro ci sono molte frecciate rivolte alla critica letteraria:

«Tra le più grandi scoperte fatte dalla mente umana negli ultimi tempi c’è, secondo me, l’arte di giudicare i libri senza averli letti» (G 173, pag. 490), pur frammezzati da qualche acuto consiglio:

«Si legga poco e solo il meglio, ma lentamente; e ci si chieda ad ogni passo: perché leggo questo?» (B285, pag. 284).

«Amo più chi scrive in un modo che possa diventare una moda che non chi scrive secondo la moda» (G 134, pag. 487).

«In un’opera, specialmente se letteraria, non si deve vedere la fatica che è costata» (D 313, pag.328).

«Questo libro andrebbe anzitutto trebbiato» (J 185, pag. 408).

«Non lasciarti dominare dalle tue letture, ma dominale» (G 210, pag. 492).

«Dire molto con poche parole non significa scrivere prima un saggio e poi accorciare i periodi, ma piuttosto pensare una cosa e dire il meglio di quel che si è pensato, in modo che il lettore assennato noti ciò che si è scartato. Insomma, far capire con il minimo di parole che si è pensato molto» (G 215, pag. 493).

«Scrivere di getto non è nella natura umana: bisogna lavare e pulire un pensiero come si fa con il proprio corpo affinché sia veramente puro» (J 282, pag. 412).

«Nella lettura bisogna sempre avere davanti agli occhi due scopi, se si vuole che essa sia razionale. Primo, ritenere le cose e collegarle con il proprio sistema; e poi la cosa principale, ossia fare propria la maniera con cui l’autore ha considerato le cose» (D 506, pag. 342).

«E’ quasi impossibile scrivere qualcosa di buono se non si pensa a qualcuno o anche a un certo numero di persone cui idealmente ci si rivolge. Quanto meno ciò, in mille casi contro uno, facilita l’esposizione» (L626, pag. 471).

Alcune volte ricorda Seneca, per esempio quando parla del tempo: «La gente che non ha mai tempo fa pochissimo» (K 125, pag. 517) o anche su altri argomenti:

«Si è troppo inclini a credere che, se si ha un po’ di talento, il lavoro debba riuscire facile. Impegnati sempre, uomo, se vuoi fare qualche cosa di grande» (D 47, pag.312).

«Bisogna fare qualcosa di nuovo per vedere qualcosa di nuovo» (J 1770, pag. 510).

Altre volte l’ironia si fa bizzarra; qui di seguito un po’ di esempi, anche divertenti:

«Lo trovai nella sua camera con i calzoni calati alle ginocchia e con un coltello nella mano destra. Chiunque lo avesse visto avrebbe creduto che volesse castrarsi. Ma stava solo tagliando il lungo spago con cui aveva legato i calzoni stracciati» (B 340, pag.287).

«Epitaffio per il signor B. Realizzò la più saggia idea che avesse mai avuto: morì» (B 400, pag. 291).

«I sottufficiali più piccoli di statura sono anche i più spocchiosi» (C 186, pag. 299)

«Quando videro che non potevano mettergli una testa cattolica, vollero almeno tagliargli la testa protestante» (D 581, pag. 347).

«Proposta di bruciare libri in un freddo inverno» (E 309, pag. 363).

«Se la faccia è cosparsa di piccoli vulcani, ne deduco che ci sia stato un incendio» ( F 863, pag. 392).

«Se hanno una buona e forte costituzione interna, le persone piccole sono di solito più vivaci della altre, perché a parità di ematopoiesi la massa da rifornire è inferiore. I nani e i giganti sono in genere ugualmente stupidi, perché nei primi le energie mancano e nei secondi devono sostenere troppo» (J 41, pag. 402).

«La mosca che non vuole essere schiacciata si mette al sicuro sullo stesso ammazza mosche» (J 415, pag. 416).

«Non bisognerebbe sputare mai, tranne che non capiti in bocca qualcosa di impuro» (J 1009, pag. 436).

«Uno scoiattolo che nel giorno della sua morte conduce una vita da ostrica non è più infelice dell’ostrica» (L 483, pag. 468).

«Peccato che non possano esaminare i dotti intestini degli scrittori e vedere quello che hanno mangiato!» (G 34, pag. 483).

«Se un libro e una testa, scontrandosi, emettono un suono fesso, non è detto che sia colpa del libro» (D 399, pag.334).

Spesso ci sono anche giochi di parole o neologismi (amava le parole che non compaiono nei vocabolari, rif. H 90, pag. 500). Dell’ultima parte del libro curato da Verrecchia, formata da alcune lettere scritte ad amici o conoscenti, c’è soltanto da evidenziare l’amore per l’Italia (mi si passi questo piccolo orgoglio nazionalistico) che definisce più volte «magnifico paese, dove la fisica sembra fiorire come e forse più dell’Inghilterra» che desiderò (e sognò letteralmente) di visitare assieme a un amico (che poi ebbe qualche problema burocratico che gli fece rimandare il viaggio) definendo la visita dell’Italia «un tonico per il corpo e per l’anima».

Da segnalare infine l’incontro con Alessandro Volta, definito «un vero pensatore» che (curiosità) «bestemmia con animazione quando non gli riescono gli esperimenti», entusiasticamente rapito dalla sua passione scientifica e visto da Lichtenberg in parte con ammirazione e in parte (mi sembra) quasi con distacco, incapace com’era lui, di prendersi sul serio e di prendere sul serio la vita. Pur avendo la convinzione tipica dei liberi pensatori:

«Se c’è libertà di pensare, ci si muove con facilità nel proprio cerchio; ma se c’è costrizione, anche i pensieri liberi affiorano con espressione intimidita» (B 143, pag. 275).

Un’ottima lettura, dunque, che dà la piacevole sensazione di respirare in ampi spazi ubertosi. Dall’effetto corroborante, brillante, appagante. Direbbe Lichtenberg che «[...] ciò ebbe l’effetto che di solito hanno buoni libri: rese più stupidi gli stupidi, più assennati gli assennati e tutti quanti gli altri, a migliaia, rimasero invariati» (E 129, pag. 356).

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4 thoughts on “Lo specchio di Lichtenberg

  1. Questo libro lo correrò a prendere. Conoscevo Lichtenberg per le continue citazioni di pensieri e idee in altri libri ma questo libro del 2002 proprio me lo ero perso……favoloso.

  2. Soldi (pochi) e tempo ben spesi.
    Mi permetto di consigliare anche la prefazione di Anacleto Verrecchia, appassionato studioso non solo del Nostro, ma anche di Schopenhauer, Nietzsche e Giordano Bruno.

  3. Caro Giuseppe,
    il tuo pezzo su Lichtenberg è molto illuminante e ‘illuministico’: attraversare con te questi frammenti è come indagare le scosse elettriche degli esperimenti di Volta, e forse, come hai deciso di fare, è necessario dare un’idea di questo autore squadernandolo, citando a mani basse come farina da un setaccio–in fin dei conti, Lichtenberg condusse esperimenti scrittorii sulla grafia dei bambini, un po’ come Pestalozzi, e discusse il ruolo della dettatura nella formazione del pensiero filosofico. Mi rimane tuttavia un dubbio: percorrendo gli aforismi di L. senza lo spago si rischia forse di pensare a lui come alla mano di un vecchio Casanova che si allunga sulla parola come su di un frutto inzuccherato, senza considerare che la vocazione al frammento divenne poi un’opposizione al Romanticismo tedesco. Se leggi Walter Benjamin, profondo conoscitore di L. e autore di un radiodramma su di lui (lo cita anche per schegge e scintille nell’opera sui Passages parigini), risulta chiaro che L. è un simbolo dell’homo scribens che pensa per sé, mentre la forma preferita dai romantici è il circolo ermeneutico, il cenacolo, la sympatheia. A me, in questo senso, pare che L. dovrebbe essere visto anche come una fonte narrativa alternativa e sotterranea, come il russo Leskov o lo svizzero Keller. Saluti da New York, Stefano

    • Caro Stefano,
      ti ringrazio per l’uso dell’aggettivo “illuminante” che giro, con modestia non ipocrita, a Lichtenberg, autore -come ho scritto e come tu stesso confermi- dai mille interessi (anche nel campo dell’educazione e della grafia).
      Per quanto riguarda quello che chiami “squadernamento” ti confermo che è stata una precisa e consapevole scelta di stile, che ho ritenuto necessaria e quasi naturale per un autore così difficilmente riducibile a sistemi o simili.

      Nel libro “Teoria e pratica dell’aforisma” a cura di Ruozzi, Giulia Cantarutti ha scritto un bell’articolo intitolato “Letture di Lichtenberg” dove precisa che esistono circa 900 “testimonianze di letture ad opera dei contemporanei dell’illuminista tedesco.”
      E innumerevoli sono gli studiosi che si sono occupati o semplicemente hanno citato Lichtenberg, tanto che in uno dei primi convegni (anzi credo il primo) nel 1974, dedicato a questo autore, si sottolineava che “la tenace sottovalutazione dell’illuminista di Gottingen si limitava alla filosofia e alla critica letteraria come discipline accademiche”.
      Detto in altri termini, se Lichtenberg è rimasto sconosciuto al mondo accademico, non sembra lo sia stato nel mondo culturale, inteso in senso più vasto. Non lo è stato sicuramente nei grandi e liberi pensatori, mai legati a vincoli strutturali, per cui un autore debba essere per forza “costretto” cioè delimitato.
      Che non sia sfuggito quindi a Walter Benjamin mi sembra logica conseguenza e quindi ti ringrazio di averlo evidenziato.

      Per quanto riguarda il tuo dubbio, in parte è giustificato proprio dall’utilizzo del frammento come strumento scelto consapevolmente per esprimere la propria concezione di vita.
      In questo è molto vicino ai moralisti francesi (La Bruyère e Chamfort in particolare).
      E’ scientemente, diceva Canetti, “uno spirito brulicante” (ricordando anche che “nel brulichio c’è sempre spazio”) e quindi per nostra fortuna non ha voluto rendere nulla “compiuto”.
      Questo però non significa che dobbiamo ritenerlo solo ed esclusivamente come un “homo scribens che pensa per sé” ovvero come dici, riprendendo Benjamin, come “fonte narrativa alternativa e sotterranea”: Leskov aveva rielaborato uno stile proprio, lo skaz (cioè l’utilizzo di discorsi diretti popolari e grossolani), mentre Keller (che conosco meno in verità) mi sembra si sia espresso in forma poetica.
      Lichtenberg è senz’altro un illuminista (condivideva molto di Kant, Hume e Voltaire) ma entro certi limiti, anticipandone la fine (“il tanto leggere ci ha procurato una barbarie colta”) ma lontano dal romanticismo o dallo Sturm und Drang.

      La sua modernità sta nella leggerezza apparente, nella ricchezza dei temi, nella critica stessa all’illuminismo, che fece sempre in maniera sarcastica.
      Dubitando (più che degli ideali) degli uomini in generale e di chi stava vivendo quell’”epoca di sfinimento” (come la definisce Ulrich Im Hof nel libro “L’Europa dell’Illuminismo”), mantenendo quindi il distacco tipico del vero scettico.

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