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Nascita, crescita e morte della Signorina Parola (parte I)

paroleLa Signorina Parola è una Signorina molto strana. Probabilmente la stranezza della Signorina Parola deriva dalla sua nascita, che è una nascita a dir poco singolare. Lei, infatti, una volta – tanto, tanto tempo fa – nacque.

Questo, per ogni altra signorina sarebbe stato di per sé un evento prodigioso ed esauriente. Per lei, no. Lei non si accontentò di nascere una volta soltanto, voleva nascere continuamente: una volta per ogni ora, poi una volta per ogni quarto d’ora, poi una volta per ogni minuto e per ogni minuto secondo.

“Va bene”, le fu detto, “è un piccolo capriccio, ma dal momento che tu sei la Signorina Parola, te lo voglio concedere”.

 

Così le fu detto, e lei andò.

Andò per le strade del mondo, e rinasceva sempre sopra la sua prima nascita. Faceva un passo, e rinasceva. Si grattava un ginocchio, e rinasceva. Guardava un albero, e rinasceva. Friniva una cicala, cinguettava un usignolo, abbaiava un cane, e lei rinasceva rinasceva rinasceva.

Era abbastanza contenta. Abbastanza, ma non del tutto.

“Com’è possibile”, si disse, “che la cicala sia nata prima di me?”

“E com’è possibile”, continuò “che l’usignolo possa gioire con quella cosa che ho chiamato cinguettare, senza che io l’abbia fatta nascere con me?”

“E il cane, poi”, considerò veramente stizzita, “ma come si permette di esprimersi così bene, quando non sa nemmeno come si chiama ciò che sta facendo?”

E siccome la Signorina Parola, oltre che strana era anche molto esigente, volle imparare a rinascere non solo ogni volta che una cosa si presentava ai suoi occhi, ma perfino quando sotto i suoi occhi non c’era nulla.

“Non mi basta”, si disse ora, “ rinascere quando il tempo manda avanti di uno scatto il suo mistero e non mi basta rinascere ogni volta che il pensiero formula un pensiero nuovo. Voglio rinascere anche quando non c’è nulla da dire, perché chi l’ha detto che il nulla non si possa dire?”

“Nulla, no? Nulla, nulla, nulla…lo sto dicendo sì o no? Lo sto facendo nascere, sì o no? Sono finalmente rinata anche in lui, sì o no?”

E qui il ragionamento non faceva una grinza, per una Signorina strana come lei.

Non sapeva, la nostra cara Signorina Parola, che il diritto concessole aveva come indissolubile compagno di viaggio il dovere di morire in continuazione. Morire ogni volta che il pensiero avrebbe formulato un pensiero nuovo, morire ogni volta che il tempo avrebbe mandato avanti di uno scatto il suo mistero, morire addirittura davanti al nulla, cioè una cosa dinanzi alla quale, tutto sommato, c’è ben poco da morire.

FU DETTO

Fu detto che nell’acqua

vi era una pietra  ed un cerchio

e sopra l’acqua una parola

che dispone il cerchio attorno alla pietra.

Paul Celan, Fu detto

PARLA ANCHE TU

Parla anche tu,

parla per ultimo,

dì il tuo pensiero.

Parla – Ma non dividere

Il sì dal no.

Dà anche senso al tuo pensiero:

dagli ombra.

Paul Celan, Parla anche tu

La parola è ciò che dispone il cerchio attorno alla pietra, ciò che dà ordine, o restituisce ordine, o tenta un ordine, seppure destinato al fallimento. È lo strumento di comprensione del mondo e di racconto del mondo. La parola discende dall’occhio e dalla lingua, che ne sono propulsione e motore, ed è un sentiero faticoso verso esattezza e precisione, è difesa contro la mancanza di senso (molto utile nel nostro Paese, in questo lungo e buio periodo), appropriazione e scardinamento del mistero, candela, piccola luce nella notte, fortino contro il silenzio infruttuoso, il silenzio della non comprensione; la parola è non resa, non abbandono, caparbietà di chi sempre tenta.

«Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti», scrive Edmond Jabès ne Il libro della condivisione (Raffaello Cortina Editore, 1992).

La parola, per questo, è potente e buona. Si dovrebbe credere nella bontà della parola come si dovrebbe credere nella bontà delle cose.

«Venne, venne./Venne una parola, venne,/ venne attraverso la notte,/ voleva luccicare, luccicare.» (Paul Celan, Stretta, Poesie, Mondadori, 1998).

Si dovrebbe credere nella dolcezza della parola.

«Niente è perfetto. Tutto è da perfezionare» scrive ancora Edmond Jabès.

La parola non è perfetta come noi non siamo perfetti e come le cose non sono perfette. Ma la parola è oggetto e, in eguale misura, arma di perfezionamento.

Scrivendo tentiamo con tenacia di rendere le nostre parole perfette (umanamente perfette) e, scrivendo, tentiamo, attraverso le parole, di dare ordine a ciò che ci circonda, di trovare per ciò che ci circonda un luogo giusto e un tempo giusto(molto difficile nel nostro Paese, in questo lungo e buio periodo).

L’uomo è tale perché parla e attribuisce nomi. Il processo di nominazione è un processo inesauribile. Certo, la mela è la mela, la barca è la barca, l’universo è l’universo, ma sempre affiorano cose ancora sprovviste di nome. Partiti politici, nuovi prodotti, nuove medicine, monumenti, palazzi, fenomeni economici, gruppi musicali.

«La civiltà moderna ha più che in passato il compito pressante di inventare nomi sempre nuovi» (Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo, Einaudi, 2000).

Tutto questo lavorio contro il silenzio e l’ignoto è davvero affascinante.

“Parola” viene da lontano: ha a che fare con il latino parabola, che deriva direttamente dal greco parabolé (avvicinamento,giustapposizione, paragone) il quale deriva, a sua volta, dal verbo parabàllein (mettere vicino, confrontare). Avvicinamento.

“Parlare”, dunque, è avvicinarsi all’uomo (e sempre Paul Celan faceva coincidere la forma della poesia alla sostanza di una stretta di mano), tutto sommato una verità banale, potrebbe dire qualcuno.

Provate a sostenerne l’ovvietà, di questi nostri tempi, nel nostro Paese…

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