Poesia/Porto sepolto

Patrick Kavanagh: conosceremo l’amore poco a poco, sguardo dopo sguardo

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di Adriana Gloria Marigo

Patrick Kavanagh è stato un poeta e romanziere irlandese (Inniskeen, Monaghan, 1904 – Dublino 1967). Nato in un ambiente rurale – da padre calzolaio e contadino e madre casalinga – aperto alla cultura,  frequenta le scuole sino all”età di quattordici anni, per contribuire alla gestione del podere di famiglia. Diventa tuttavia un lettore onnivoro di  riviste e giornali sportivi, come di antologie popolari e testi scolastici. Nel 1929 perde il padre che lo aveva sempre sostenuto nell’assecondare l’attitudine  alla poesia, anche in un ambiente piuttosto refrattario all’esercizio del talento creativo. L’anno successivo è un anno importante per Kavanagh: intraprende un viaggio a piedi a Dublino dove conosce George Russell, detto “Ae”, grande amico di Yeats e fautore del “rinascimento irlandese”; l’incontro sarà decisivo per il giovane Patrick, poiché Russell leggerà con entusiasmo i suoi primi lavori, lo aiuterà a pubblicarne alcuni, gli sarà mentore. Nel 1936 pubblica la sua prima raccolta ufficiale Ploughman and other Poems: è l’esordio sulla scena irlandese di una voce poetica pastorale di grande raffinatezza sia dal punto lessicale che stilistico, per cui di Patrick Kavanagh possiamo dire, con le parole di Andrea Galgano: “I particolari della sua poesia risplendono nel sole che li abita, nel manto dei declivi che ricopre gli occhi di stupore e meraviglia, persino gli anfratti remoti e bui”.[1]
Nel 1939 si trasferisce a Dublino dove inizia l’attività di giornalista, critico letterario e cinematografico, recensore; ha frequentazioni con gli ambienti letterari, coltivando alcune significative amicizie, ma rimanendo piuttosto defilato dai salotti importanti, poiché ritenuto uomo ruvido, trasandato e non urbano. Questo limite gli consente, come in una compensazione doverosa, di perfezionare la sua poetica, di divenire il cantore della terra, di scrivere liriche che implementano la poesia della natura, dei campi, del lavoro dell’uomo, dello stupore che si manifesta ogni volta che lo sguardo umano si lascia attraversare dalla natura pulsante: “O le viole all’ombra dei terrapieni di acetosella. / Le campanule del boschetto verranno solo / Come digressione nel nostro segreto contemplare”, assurgendo a una dimensione virgiliana prossima alle Georgiche: “Ora lascia che si allentino le redini / I semi oggi volano lontano –/ I semi come stelle contro la nera/ Eternità del fango d”aprile”.
Gli anni Cinquanta, che lo vedono gravemente ammalato, sono un periodo di nuova creatività poetica: sorgono dal dramma, dal buio della disperazione, versi di grande bellezza mistica attraversati dal senso della fiducia che, come una risorgiva, appare alla luce dal cardias profondo della natura: “O aura dorata di foglie, tu crei per me / Un mondo che era e resta ancora oggi al di sopra del tempo.”
La poesia di Patrick Kavanagh ci accompagna in uno spazio meditativo in cui la campagna, il lavoro dell’uomo, le stagioni che nascono e sfioriscono, la vita stessa, che si manifesta nella gioia e nel dolore come accettazione di una dualità che si compensa nello slancio del sentimento permeato di logos sacrale, esprimono il senso dell’ineluttabile e dell’aderenza ai valori profondi della poesia: c’è nei versi  del poeta irlandese il lirismo metafisico della poesia degli antichi, la contemplazione, il senso di devozione e appartenenza che s’incontra nelle Georgiche di Virgilio.

______________________

[1] Andrea Galgano,  Il cielo di Patrick Kavanagh in Mosaico, Roma, Aracne, 2013, pp. 289-292.

***

da Patrick Kavanagh, Andremo a rubare in cielo, Milano, Ancora, 2009, cura e traduzione di Saverio Simonelli

 

All’uomo dietro l’erpice

Ora lascia che si allentino le redini
I semi oggi volano lontano –
I semi come stelle contro la nera.
Eternità del fango d’aprile

Questo è un seme potente come il seme
Della conoscenza nel libro degli Ebrei.
Così guida i tuoi cavalli nel credo
Di Dio padre come un fascio di grano.

Dimentica gli uomini sulla collina di Brady.
Dimentica ciò che il garzone di Brady potrà mai dire
Perché il destino non si compierà
finché non lasci che l”erpice vada.

Dimentica anche il parere del verme
riguado agli zoccoli e ai denti appuntiti dell”erpice,
perché stai guidando i tuoi cavalli attraverso
la nebbia dove la Genesi ha inizio.

***

Nel giorno dei defunti

Ogni anziano che vedo
Mi ricorda mio padre
Quando si innamorò della morte
Al tempo in cui si raccoglieva il grano.
Ne vidi uno a Gardiner Street
mentre inciampava sul marciapiede,
mi diede una mezza occhiata:
avrei potuto essere suo figlio
E mi ricordo del musicista
Esitante sul suo violino
A Bayswater, Londra,
lui pure mi ha posto quell’enigma.
Ogni anziano che vedo
Nel tempo che ha i colori di ottobre
Sembra dirmi:
una volta fui tuo padre

***

Aprile

Adesso è l’ora di ammucchiare le ceneri
dei fuochi fatui accesi dall’inverno.
Questo vecchio tempio deve cadere,
non oseremo lasciarlo in piedi
buio, disadorno, deserto.
Al suolo! Radetelo al suolo!
Qui stiamo costruendo una città nuova e luminosa.

E’ morta quella vecchia zitella malaticcia
che ci sfamò di carne cruda,
e nei campi verdi la Vergine della Primavera è incinta
per opera dello Spirito Santo.

***

Campanule d’amore

Ci saranno campanule che crescono sotto i grandi alberi
E tu sarai lì ed io sarò lì in maggio;
Per qualche altro motivo dovremo ambedue far tardi
La sera a Dunshaughlin – per accontentare
Qualche immaginaria relazione,
Così tutti e due avremo da camminare in quel boschetto.

Ci interesserà l’erba
E il cerchio di un vecchio secchio e l’edera che intesse
Verdi incongruenza tra foglie morte.
Fingeremo di sorprenderci al passare dei carri –

Guardando di lato solo di tanto in tanto le campanule nel
boschetto,
Senza spaventarle mai con esclamazioni troppo concitate.

Saremo cauti e non gli faremo capire
Che le stiamo guardando, altrimenti assumeranno
Una posa di mera apparenza come ragazzi
Colti alla sprovvista in una castità naturale.
Non esigeremo dalle campanule del boschetto
Un’adulazione eccessiva dei nostri desideri.

Avremo altri amori – o così penseranno;
Le primule oppure le felci o le rose canine,
O anche i reticolati arrugginiti,
O le viole all’ombra dei terrapieni di acetosella.
Le campanule del boschetto verranno solo
Come digressione nel nostro segreto contemplare.

Conosceremo l’amore poco a poco, sguardo dopo sguardo.
Ah, la terra sotto queste radici è così bruna!
Andremo a rubare in cielo mentre Dio è in città –
Per puro caso ho scoperto un angelo sorridente
Che sbirciava tra i tronchi del boschetto
Mentre tu ed io camminavamo verso la stazione.

***

Aratore

In questi campicelli
Ho provato la gran gioia
Di rinascere la mattina
E morire la sera.
E posso dire
Che non sono crudeli
Nascita e morte,
Come dice il predicatore.

Se solo un giorno dura la vita
Stanno grembo e tomba
Teneri a labbra giunte
Come sposo e sposa.

E se un uomo è un aratore
Come lo sono io
Un’età è un solco
E il tempo un aratro,

L’Infinito un campo
Che oltre la gora
O il fossato
Non può andare.

***

Ottobre

O aura dorata di foglie, tu crei per me
Un mondo che era e resta ancora oggi al di sopra del tempo.
Non ho bisogno di decifrare l’Eternità
mentre cammino lungo questa strada arborea ai bordi di un villaggio.
Anche la brezza, perfino la temperatura
E il tipo di movimenti è precisamente lo stesso
Di quando spezzò il mio cuore per la gioventù che passa. Ora sono sicuro
Di qualcosa. Un qualcosa sarà sempre mio dovunque io sia.
Voglio lanciarmi sulla pubblica via senza dar peso
A nulla fuorché al mormorio di preghiera che la terra offre.
E’ ottobre su tutta la mia vita e la luce si impone allo sguardo
come quando mi afferrò in un boschetto vicino alla tana della volpe.
Un uomo sta arando il terreno per la farina dell’inverno.
E i miei diciannove anni pesano come un macigno sui miei piedi.

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