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Nascita, crescita e morte della Signorina Parola (parte II)

personaE infatti non pensava certo a morire, la Signorina Parola, con tutto quel daffare che le davano le sue continue rinascite. Il lavoro era tanto, le cose da battezzare infinite. Per tacere dei pensieri.

Se ne andava dunque a spasso per il mondo finalmente contenta.

Il mondo era una meraviglia e lei pensava che al suo passaggio le cose diventassero ancora più belle.

“Ciao tu, ti chiamerò Fiore”, diceva, “anzi no, cioè, sì, tu da ora sei Fiore, però sarai anche Dono, Sentimento, Simbolo”, e sorrideva contenta perché in un solo istante era riuscita a rinascere tre volte.

Ci prese gusto e continuò.

“Tu sei un Tulipano ,e  tu sei un Ippocampo, e tu un Martin Pescatore”.

Pensò al tulipano e le venne in mente una bambina che si rotolava in un prato di un paese del Nord. Poi pensò alla bambina che, non si sa come, era finita improvvisamente in fondo al mare. E poi pensò alla stessa bambina che sbadigliava con il naso per aria.

Ecco, le cose sono quelle che sono, hanno il loro nome, ma poi diventano altro. E dietro a ogni nome c’è una storia, e un mare, e una bambina, e una terra molto grande in cui perdersi. La Signorina Parola chiamò questa terra Senso e Significato.  

Voleva dire, la Signorina Parola, che dietro alle cose nominate c’è sempre un senso, e che questo senso dice la cosa per quella che è, e poi dice altro.

Se ne accorse presto, e se ne rallegrò.

“Il dettaglio, l’immensità del dettaglio, la forza del dettaglio, il peso del dettaglio: la ricca sconfinatezza del dettaglio che ti circonda nella tua giovane vita come i due metri di terra che saranno pressati sulla tua tomba quando sarai morto”.

Philip Roth, Pastorale americana

Rallegrarsi basta, se si è da soli.

Sì, perché la Signorina Parola era finalmente riuscita a costruire un ordine logico e conseguente tra ciò che vedeva, come lo chiamava e dove il nome portava la cosa. E tutto questo le bastava perché, oltre che strana ed esigente, era anche un po’ egocentrica.

Non aveva fatto i conti con gli altri.

Ma un giorno incontrò gli esseri umani. Da subito li snobbò, perché comprese che loro non potevano rinascere a piacimento e fare nascere le cose come lei: per questi esseri imperfetti le cose spesso assumevano significati che lei proprio non comprendeva.

“Questo Fiore non è una bambina felice di un paese lontano”, diceva uno,” questo Fiore è la tomba che ho curato stamattina, è mia madre, questo Fiore”.

“È mia moglie”, disse un altro.

“È il mio bisnonno morto in guerra”, corresse un terzo.

“Questo Fiore è un fiore e basta”, disse ancora uno.

La Signorina Parola stette zitta, per la prima volta nelle sue innumerevoli vite, e ci pensò su.

“C’è qualcosa che non funziona”.

“Io la penso in un modo. Ma io sono sola. E gli esseri umani sono tanti. Ho dato ad ogni cosa un pensiero e un nome, ma non è bastato. Quaggiù ognuno vuole dire la sua, vuole pensare la sua”.

La Signorina Parola capì, senza nemmeno arrabbiarsi.

“Forse sono diventata grande”, si disse.

Il mondo è un tessuto di cose e parole, è costituito da cose e parole, racchiuso da cose e parole. Le parole sono buone e fruttuose quanto il silenzio. Sono semplici, e insieme così tanto stratificate da essere inebrianti. Troppo antiche. Troppo dense. Piene di responsabilità. Tutte un nido di responsabilità. Mimetismo, messaggio, messa, messinscena, messo, belvedere, benda, bestemmia, gergo, germe, germoglio, geroglifico, pianeta, pianta, piaga, pialla, titolo, titubanza, timore, tirocinio.

Gli unici atteggiamenti possibili nei riguardi delle parole sono il rispetto assoluto e l’esattezza più feroce (provate ad attivarli nel nostro Paese, in questo lungo e buio periodo).

Il problema quotidiano è il divario tra parola parlata e parola scritta.

La prima sembra vivere nella dinamica dell’approssimazione, in una imprecisione commovente quando si è ben disposti verso se stessi e verso gli altri, nell’inadeguatezza più terribile e frustrante nelle giornate buie e sfavorevoli.

La parola scritta gode del privilegio (non onore ma onere) del ripensamento, della rivisitazione continua, della continua riscrittura che muove verso l’individuazione dell’unico termine possibile per dire o per descrivere cose, sentimenti, situazioni.

Parlando andiamo allontanandoci. Una sorta di cammino all’indietro, o cammino laterale di granchio. Le parole parlate soffrono, non riescono a inabissarsi, vivono in superficie, si confondono, perdendo contorni precisi, sfumano.

Scrivendo partiamo da lontano ma andiamo avvicinandoci. Come sosteneva Italo Calvino “La letteratura è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere” (Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988).

La parola aggiusta, sistema con precisione, muove verso l’esattezza, o forse semplicemente consola – un’illusione? – con la sua misura, che il mondo possa essere o diventare regno dell’esattezza e della corrispondenza. Fa sì che ogni cosa corrisponda pienamente a se stessa.

Le poesie di Marianne Moore, in cui le parole diventano strumenti d’un orefice, bilancini di estrema precisione, lenti microscopiche, pinzette. Una parola per ciascuna piuma sull’ala di un uccello tropicale, una parola per ciascun petalo di un fiore rarissimo. 

Solo l’esattezza e l’ordine rendono vivo un oggetto, lo animano dinanzi agli occhi e alla mente, lo restituiscono in tutta la sua specificità.

La parola esatta vivifica e non confonde, restituisce bellezza, movimento, colore, carattere. Ciascun oggetto può diventare commovente e decisivo attraverso la parola.

Ancora Calvino:

“Allora Marco Polo parlò:- La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere… Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido d’una larva; non d’un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie e fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto… Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente… – La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre… “ (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi).

Ed ecco Marianne Moore:

SILENZIO

Mio padre usava dire:

“Un uomo superiore non fa visite lunghe,

né ha bisogno di farsi mostrare la tomba di Longfellow

o i fiori di vetro di Harvard.

Indipendente come il gatto –

che trascina la preda in un cantuccio,

la coda mozza del topo, pendula come una stringa dalla bocca –

gode talvolta della solitudine,

e può restare senza più parole

per parole che l’abbiano incantato.

Il sentire più profondo si manifesta sempre nel silenzio;

non nel silenzio, nella discrezione”.

E non era insincero se diceva: “Fate della mia casa il vostro albergo”.

Ma gli alberghi non sono residenze.

E così la Signorina Parola, cresciuta e un po’  consumata, un giorno, mentre passeggiava, incontrò il Signor Silenzio. Era  un giovanotto alto e affusolato.

“Chi sei tu, che mi guardi con quell’aria di sfida?”

E quello, niente.

“Io sono la Signorina Parola, quella che ha dato un nome a tutto ciò che vedi e pensi. Potresti almeno dirmi il tuo nome”.

E quello, niente.

“Sei un Principe forse? un re? un dio?”

E quello, niente.

“Guarda che se fossi una qualsiasi di queste tre persone ti avrei fatto io”.

E quello, niente.  

“Se non sai neanche parlare, a che cosa servi?”

Il Signor Silenzio la guardò per un attimo, poi se ne andò.

La Signorina Parola non capì. E dire che era già grande e aveva visto molte cose.

Non sapeva, la nostra cara Signorina Parola, che il diritto di rinascita concessole aveva come indissolubile compagno di viaggio il dovere di morire in continuazione. Morire ogni volta che il pensiero avrebbe formulato un pensiero nuovo, morire ogni volta che il tempo avrebbe mandato avanti di uno scatto il suo mistero, morire addirittura davanti al nulla, cioè una cosa dinnanzi alla quale, tutto sommato, c’è ben poco da morire. Morire davanti al Silenzio.

Affidiamolo al cinema:

MARIANNA  D’accordo! Ora so.

GIOVANNI  Che cosa sai? 

MARIANNA  So perché Pietro e Catarina vivono in un inferno.

GIOVANNI  Ah, sì!

MARIANNA  Non parlano la stessa lingua. Per capire quel che intendono dire dovrebbero tradurlo in una terza lingua, comprensibile.

GIOVANNI  Per me la cosa è ancora più semplice.

MARIANNA  Guarda il caso nostro. Noi discorriamo di tutto e ci comprendiamo immediatamente. Parliamo la stessa lingua. Perciò ci troviamo tanto bene insieme.

GIOVANNI  Secondo me è questione di denaro.

MARIANNA  Se avessero parlato la stessa lingua, se avessero avuto fiducia l’uno nell’altro, come facciamo noi, allora i quattrini non avrebbero costituito alcun problema.

GIOVANNI  O piantala con le tue lingue!

Ingmar Bergman, Scene di vita coniugale 

La Signorina Parola, sconsolata, passò molti anni in solitudine. Continuò il suo cammino per il mondo,  un po’ intimidita. Finché un giorno, seduta nella stanza di un uomo che teneva una penna in mano e con la penna scriveva, un pensiero le passò per la testa, e pensò a tutti i tulipani, i martin pescatori e gli ippocampi del mondo, e pensò a tutti gli esseri umani, e tutti gli esseri umani avevano un nome, e quel nome, anche quello, era suo.

“Il Silenzio è una parola!” si disse.

Guardò l’uomo  che teneva la penna in mano e con la penna scriveva, e gli sorrise.

In “Persona” di Ingmar Bergman, un’attrice di teatro rifiuta di pronunciare la battuta cruciale del dramma che sta rappresentando. Rimane sospesa in proscenio, fino a quando la recita s’interrompe e gli spettatori se ne vanno. L’attrice, da quel momento, non parlerà più. Viene ricoverata e, successivamente, mandata su un’isola per un’improbabile guarigione. Ad accompagnarla c’è una giovane e inesperta infermiera, scelta dalla direttrice della clinica proprio per la sua ingenuità. L’infermiera e la paziente sono sole. L’infermiera le si rivolge continuamente. Le racconta i suoi segreti. Si confessa. L’attrice sorride, pare ascoltare, forse s’intenerisce. Ma non parla. Una sera, aiutata dall’alcol, l’infermiera svela il suo terribile segreto, un incontro unico e casuale che provoca un aborto. La sua confessione è quasi un urlo primordiale gettato in faccia al silenzio dell’attrice. Nell’istante in cui, completamente ubriaca, l’infermiera abbandona la testa tra le braccia, voltandosi verso un muro, una frase – fuori campo – giunge.

“È meglio che vai a letto, se no ti addormenti sul tavolo”. 

È appena un sussurro. L’infermiera ripete le stesse parole a bassa voce, come se lei stessa le avesse pensate e formulate nella mente.

Sono trascorsi trentaquattro minuti dall’inizio del film.

Trentaquattro minuti di primi piani dell’attrice e dell’infermiera.

Mancano quarantasei minuti alla fine del film. Quarantasei minuti di primi piani dell’attrice e dell’infermiera.

L’attrice non parlerà più.

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2 thoughts on “Nascita, crescita e morte della Signorina Parola (parte II)

  1. Ho letto tutto! Ma mi son bloccata, e quindi son passata direttamente al commento! La Signorina Parola è un’illusa….è una che ragiona a senso unico…è una che…..basta dire che ha sperato,che solo con la “sua presenza” avrebbe “salvato” il mondo dai politici, dall’amico, dal marito, dalla moglie dall’Altro! E si è …illusa; a volte forse spesso o forse ancora quasi sempre, la Parola uccide, condanna,combina guai, distrugge il genere umano con le guerre…L’unico “Essere”che potrebbe fare “carriera” è il suo acerrimo nemico: “IL SILENZIO”! Il silenzio è sincero, è leale, non mente…..

  2. be ke dire mi ha lasciato a bocca aperta leggere questa piccola storia con un grande significato sinceramente nn avrei mai detto ke la parola ha avuto origine grazie agli uomini e no grazie alla signorina parola ke cm ha detto ogni uomo la pensa diversamente x me il fiore significa amore profona amicizia x te il fiore è solo un fiore insomma tutti la pensiamo diversamente ed è propio da questo ke nasce la parola =D

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