I libri migliori

Figure della conoscenza in “Horcynus Orca”

D'Arrigo

Stefano D’Arrigo

di Ignazio Licata

 Né si deve trascurare quest’altro, cioè che la Sfinge fu vinta da un uomo dai piedi bucati, infatti gli uomini in genere procedono troppo velocemente e con troppa furia a risolvere gli enigmi della Sfinge; onde avviene che,avendo la Sfinge la meglio su di loro, essi si lacerino l’animo e l’ingegno in dispute, invece di dominare sulle opere e sugli effetti.
Francis Bacon – De Sapientia veterum (1609).La discussione di una curiosa anomalia è una premessa necessaria per trattare i temi epistemologici di quello che è forse, per natura e destino, uno dei più complessi e singolari testi della letteratura contemporanea, “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo (1919-1992), libro il cui mito aumenta in proporzione misteriosamente inversa al numero di lettori che ne accettano davvero la sfida. L’anomalia rilevata in questa premessa, la sottovalutazione dei complessi rapporti tra letteratura e conoscenza, potrebbe contenere un indizio di spiegazione della proporzione inversa.
Si può discutere all’infinito (e lo si è fatto!), sul rapporto tra il cosiddetto “crollo delle ideologie” ed i mille rivoli di quella che ormai il mercato identifica come “letteratura contemporanea”, ma è innegabile che la trasformazione del sospetto in critica e poi della critica in processo ermeneutico illimitato, hanno favorito una convergenza asintotica tra “filologia” e furbizia mercantile, processo analizzato ad esempio dalle argute pagine di H. Bloom (Harold Bloom, Il Canone Occidentale, Rizzoli, Milano 2008). Nel sistema contemporaneo autore e testo sono una palestra d’addestramento per l’esercito di “note a margine” che ha sostituito il confronto tra autore e lettore. Il “critico” non è più il mediatore culturale i cui strumenti favoriscono l’incontro tra il testo e il tempo, ma è piuttosto il funzionario che ammanta di pre-testi  ( in senso letterale!) la definizione dell’opera, del suo lettore e le precise modalità d’incontro tra i due. E’ un gioco delle “perle di vetro”, un sapere la cui apparente pervasività è scambiata per ricerca di connessioni ed aspirazione all’onnicomprensività, situazione lucidamente analizzata da Hesse nella sua migliore ( e dunque meno conosciuta) opera. Pagine troppo “attuali” per non essere tentati di citarle brevemente qui. Nella “cultura della terza pagina (…) alimento principale dei lettori bisognosi di cultura”, saggi e libri vengono prodotti “su scala industriale” (…) gli autori di quei futili giochetti (…) spesso avevano persino nome di poeti, ma pare che molti di loro fossero anche scienziati e addirittura professori universitari di gran fama. Gli articoli trattavano di preferenza aneddoti tratti dalla vita di uomini e donne celebri e i loro carteggi ; s’intitolavano per esempio ‘Friedrich Nietzsche e la moda femminile intorno al 1870’ o ‘I cibi preferiti dal musicista Rossini’(…) Erano pure ricercate le considerazioni storiche su argomenti attuali nella converazione dei benestanti (…) ci si meraviglia non tanto che esistessero uomini i quali le trangugiavano come lettura quotidiana, quanto piuttosto che autori di grido, di alta levatura e di buona preparazione culturale contribuissero a  fare ‘servizi’ (…) per sopperire al gigantesco consumo di quelle interessanti futilità:il termine, del resto, indicava anche il rapporto fra l’uomo e la macchina.(…) la grande massa che a quel tempo sembra sia stata avida di letture accoglieva senza dubbio tutte queste cose grottesche con serietà e in buona fede”(H. Hesse, Il Giuoco delle perle di vetro, trad. E.Pocar, Mondadori, 1955).
Che tipo di bisogno soddisfa questa “letteratura”? Sicuramente quello  di gratificare l’ “io” costruendo intorno ad ogni sua scelta operata per gusto, condizione sociale ed economica, vezzo, pigrizia, noia, paura, una rete di consensi tale da poter essere barattata con un “noi” abbastanza omogeneo da offrire una sensazione di appartenenza, ed insieme sufficientemente “significativo” da individuare una “collocazione” culturale “importante”. E tutto questo indipendentemente da ciò che si legge: il lettore deve avere l’illusione che ogni testo scelto nell’universo ipersferico del mercato contemporaneo sia “qualificante” ed attesti una perspicacia intellettuale rara. Una “notte” hegeliana illuminata al neon dove tutti i libri sono buoni, almeno per una stagione.
In questo panorama si inscrive lo sviluppo impetuoso della divulgazione scientifica come genere culturale autonomo, dove l’accezione di “autonomo” va intesa nella maggioranza dei casi come narrazione promozionale intorno ad un piccolo nucleo di scienza. Anche in questo caso, “scrivere di scienza” non ha nulla a che fare con quello che effettivamente fanno gli scienziati e con la complessità artigianale del loro lavoro, ma è piuttosto il veicolo per passare al pubblico un “messaggio” esiziale di conoscenza  “oggettiva”, l’evocazione della dimensione lontana ed un po’ infantile del “codice cosmico” decifrato, immagine rassicurante in un mondo di certezze vaghe ed identità “liquide”. (una bella descrizione delle false immagini della scienza è contenuta in Alessandro Giuliani, Joseph P. Zbilut, L’Ordine della Complessità, Jaca Book, Milano 2009).
Inevitabile che i contatti tra arte, letteratura e scienza diventano occasionali e contingenti, legati più ad incroci puntuali di “contenuti” o mimesi di forme simboliche che feconde inseminazioni di strategie cognitive e visioni del mondo. A vegliare sull’assegnazione dei ruoli il luogo comune, dunque efficace, che la creazione artistica è espressione della più radicale soggettività, mentre la scienza è applicazione di un metodo indifferente all’osservatore ed all’osservato.
La cosa non è strana soltanto per il paese di Leopardi, – ossia, uno dei pensieri più raffinati sull’immagine meccanica della scienza del ‘700, che riconosce in Galileo uno dei padri della lingua italiana-, ma lo è ancora di più se la si considera dal punto di vista di quelli che una volta si chiamavano classici, quei testi insomma che resistono alla riduzione a capriccio interpretativo generazionale. Ci si accorgerà allora che a ben guardare la grande letteratura ha sempre riconosciuto il problema della conoscenza come un suo elemento costitutivo fondamentale, ed una parte considerevole di intere opere non tratta soltanto degli eventi emozionali di X o di Y al più in un periodo storico specifico, ma sviluppa l’analisi di queste vicende all’interno di una visione della conoscenza, spesso con temi epistemologicamente espliciti e rilevanti. Un’analisi accurata uscirebbe fuori dalle nostre intenzioni , ma per non andar troppo lontano è impossibile non accostare, se si accetta questa prospettiva, Proust ed Husserl in un comune recupero di quella fenomenologia che era stata tagliata in due dalla dicotomia cartesiana, oppure non riconoscere nel periodo d’oro che va da T.Mann a R. Musil la parabola culturale borghese del neo-positivismo fino alla sua crisi in bilico tra “l’anima e l’esattezza”. E per venire a tempi più recenti, la filosofia quantistica della Trilogia di Beckett che liquida con l’indistinguibilità di  Molloy dall’uomo che ne segue le tracce, o  con gli stati di sovrapposizione tra vita e morte, prima e dopo, qui e là dell’Innominabile, gli ultimi residui di un’immagine ingenuamente realistica del mondo. Sono cronaca dei nostri giorni, poi, le mirabolanti ed immaginifiche pagine di David Forster Wallace, figlio dell’entropia di Pyncon e delle perizie di Gaddis, soprattutto in Infinite Jest, ultimo ritratto di un tempo in cui anche la scienza è solo una delle tante narrazioni e metafore possibili in un universo singolarmente ricorsivo.
La sfida più ardua di D’Arrigo, oggi, non è certamente né quella della lunghezza -che sembra diventata piuttosto il viatico esteriore del libro-mondo e dell’intrattenimento “infinito”-, né quella del magma linguistico della prima versione (I Fatti della Fera: FF, spianato poi in sintesi mirabile nella stesura definitiva Horcynus Orca: HO) dove le arcaiche sonorità di ciò che fu il “dialetto” diventano il seme sapienziale e musicale di una lingua antichissima e totalmente nuova, a riprova che ogni autentica acquisizione di conoscenza si rivela nella forma della descrizione del mondo, non troppo diversamente da ciò che avviene con i linguaggi scientifici. In molti si sono abbeverati segretamente alla fonte di D’Arrigo per poterlo accusare di difficile leggibilità (per le origini e la struttura dell’opera vedi l’ottima introduzione di S. Sgavicchia,Il folle Volo, Ponte Sisto, Roma, 2005).
Uno dei nodi concettuali più complessi, che in questa sede possiamo soltanto indicare, è l’intento del D’arrigo-a nostro parere esplicito-, di recuperare il senso primigenio della filosofia naturale identificando i suoi esiti estremi, in ogni tempo, con i confini della vita e della morte di ogni uomo, che in quanto tale è soggetto e portatore di conoscenza. Non soltanto dunque “arcaico” come ispirazione di una tensione al conoscere che trova in un modello presocratico la sua affinità più naturale, ma come ricerca di un legame tra passioni, desideri e conoscenza, tentativo di coniugare ciò che sappiamo del mondo “esterno” con i riti “magici” di svelare/ingannare il destino ultimo ed inevitabile di ognuno.
All’inizio del romanzo, il 4 ottobre del 1943, ‘Ndria Cambrìa , nocchiero semplice della fu Regia Marina, ha un problema assai pratico ed urgente quanto le misurazioni della terra da cui si sviluppò la geometria prima delle astrazioni greche : attraversare lo stretto di Messina, incrocio di due mari, prosciugato dalla guerra di ogni traccia di navigazione “normale”. Non sa ancora ‘Ndria, come non lo sa nessun uomo, che il destino, nella scrittura del suo demiurgo-puparo, ha in serbo per lui ben altro, e sulle sue spalle duramente provate pesa già l’eredità di Gilgamesh, di Ulisse, della coppia Achab-Ismaele, di Prometeo e di Edipo. I 4 giorni di tempo reale in cui si svolge l’intera vicenda di impianto neorealista nascondono un tempo avviluppato estremamente  dilatato che corrisponde al tempo non dei “fatti” – che della visione del mondo sono gli inconsapevoli puntelli-, ma della  memoria e della conoscenza,  quel viaggio interiore sin nelle profondità dell’esistenza, quella sua e dunque di tutti, che sfuma ogni residuo realista in  respiro epico. Il modo per attraversare lo stretto è riuscire ad entrare nelle grazie delle femminote, indomite contrabbandiere che in questo commercio hanno reinventato il loro essere donne di mare, non appartenenti a nessuna terra ed a nessun uomo. L’irriducibilità incomprensibile del femminile è una delle chiavi epistemologiche forti dell’opera: le figure femminili sono infatti emanazioni della Natura.
La “Mezzogiornara”, la feretta che compariva con il sole alto, dolce amica dei giorni lunghissimi della prima giovinezza del padre di ’Ndria, Caitanello, è il rapporto felice ed utopico con i fenomeni e le creature, che viene spezzato nel momento in cui il richiamo del bambino la conduce inconsapevolmente alla morte. Ciccina Circè,  capa di fatto delle femminote,  mezza puttana e sciamana,  è descritta non attraverso una sua inaccessibile “vita interiore” ma per l’impatto formidabile e possente che ha sul mondo: può amare non soltanto torme di marinai come ape regina, ma cavalcare letteralmente bastimenti interi ricordandoli affettuosamente poi per nome e disposizioni erotiche, mentre la tenera Marosa, innamorata di ‘Ndria è donna “civilizzata”, tenera e di terra, unica donna che non  dà al nostro eroe lo smarrimento  dell’incommensurabilità, e che infatti lui  ricambia  con  affetto, senza alcun richiamo irredimibile.
E poi, naturalmente e sempre, la fera, presenza costante che attraversa lo stretto e la vita di ‘Ndria, figlio di pescatori, che dunque la vede con gli occhi di questi. La fera è preda, pericolo, viscere e carogna di impossibile fetore, guerra aperta di sopravvivenza. Come le balene per i marinai del Pequod e per il secondo in comando Starbuck, la fera non ha alcuna valenza oltre le categorie della caccia e delle sue necessità economiche. La conoscenza è tutta rivolta a risolvere i problemi pratici del vivere in mare e con il mare, e non è mai staccata dal suo contesto e da quelli che sono i modelli cognitivi dell’osservatore. ‘Ndria se ne accorgerà proprio servendo la patria in marina, quando l’ufficiale fascista e vagamente d’annunziano Broggini darà del delfino una descrizione che il nocchiero faticherà a far coincidere con la fera dell’esperienza di casa sua. Non gli sfuggirà invece l’analogia tra lo “sparare” con l’obiettivo della macchina fotografica e lo scoccare delle fiocine: in entrambi i casi lo strumento cattura un aspetto della “cosa” che è quello che si ritiene importante, a ricordarci non soltanto che la natura non è “lì”, con una forma definita una volta per tutte, ma dipende criticamente dai nostri filtri osservativi e dunque dal nostro bagaglio culturale e storico (Ignazio Licata, La Logica Aperta della Mente, Codice Edizioni Torino 2008).
Qual’è l’elemento primario di una scienza che vuole indagare il mondo? In H.O. D’Arrigo si rifà ad un modello empedoclino, fondato sulla forza primordiale del ‘perché?’, così evocata dal vecchio professore che indaga sul mistero delle uova d’anguilla:
Non ci sono misteri nella vita, sembrano misteri.Dove e quando abbiamo l’impressione d’un mistero basta fare un piccolo sforzo e domandarsi: perché? e il cosiddetto mistero subito si risente,non è più tanto fitto e impenetrabile, la visiera, in altre parole, gli comincia a tremolare sulla faccia, al signor mistero. Eh, il perché… Il perché è parola magica, è specie d‘Apriti ,sesamo e non c‘è porta di mistero che gli può resistere. Il perché se li mangia vivi, i misteri, e quando a una data cosa, a un dato fenomeno, voi gli levate l‘apparenza strana, enimmatica, quello che resta è la natura, tutta semplice e chiara e spiegata davanti agli occhi, tale che pure un muccusello la intende e signoreggia. Basta fare quel piccolo sforzo,e  domandarsi perché. Ma quello è niente, amici miei, quello di domandarselo con le labbra. Lo sforzo grande è difficile, amici miei, è che bisogna domandarselo sempre, ogni volta come fosse sempre la prima volta.
Il professore è la fede nell’ordine “oggettivo” del mondo e nella sua fondamentale decifrabilità, l’operatività fattiva della scienza, la stratificazione costitutiva del suo metodo per accrescimento ordinato dei risultati in catena teorica che si pensa amplissima ma finita. Vedremo che il “positivismo” del vecchio professore, che pure ha una eccezionale forza etica, trova il suo limite nel significato della ricerca e nelle trasformazioni che essa opera in chi la persegue.
Diverso sarà invece il modello di scienza che compare nel successivo Cima delle nobildonne, dove la purezza del “perché” di sapore ottocentesco diventa invece l’incubo scintillante ed ipertecnologico della scienza  contemporanea, che trasforma in intervento sulla natura la conoscenza, a dispetto di ogni ordine tradizionale, con il carico di speranze e rischi connessi ad operazioni di questo genere. Ci limitiamo qui soltanto a ricordare la profetica sequenza d’inizio al luccicare di bisturi  della trasformazione sessuale del bellissimo ermafrodita in donna  nella clinica ipermoderna di Stoccolma, in quegli anni -il romanzo è del 1985-  ancora città-modello di socialdemocrazia e scienza all’avanguardia, contrapposizione della Messina di HO.
Il perché passa attraverso tre fasi essenziali, il compito di descriverle è affidato invece allo spiaggiatore con cui ‘Ndria fa un pezzo del suo cammino e che gli rivelerà l’esistenza delle femminote. Questo personaggio ha come il Professore un ruolo epistemologicamente significativo nell‘opera, ma diversamente da quello il suo parlare rivela nelle allusioni erotiche sempre più esplicite  una singolare e tutt’altro che casuale contiguità tra il satiro ed il ricercatore, facendo emergere quello che a nostro parere è l’aspetto decisivo del romanzo, l’affinità tra le dimensioni del desiderio e della conoscenza, l’impossibilità esistenziale di tenere sempre netta la distinzione tra oggetto e  soggetto, in un eros della scienza che trova ad esempio nell’astrologia di Keplero o nell’alchimia di Newton un segno rivelatore (Peter Pesic Labirinto – Alla ricerca del significato nascosto della scienza, Bollati Boringhieri, Torino 2006).
Le tre fasi sono il “sentitodire“, il “vistocoglioocchi” e il più raffinato “vistocogliocchidella mente”. La doxa è il raccogliere dati in modo disordinato, senza separarli e classificarli, fase necessaria ma ingannevole del conoscere, dove i frutti genuini del perché sono mischiati ancora ad interessi e paure, distorsioni e credenze, immersi nel gioco sociale dell’intendere ed usare i frammenti della conoscenza. E venendo a noi, al vero gioco della scienza al tempo del suo appiattimento mediatico, anche la “narrazione” di intere teorie come strumento che pilota le relazioni sociali ed il consenso.
Il visto cogli occhi è più onesto, e chiaro, e naturalmente la sua natura è “maschia”:
Voi sapete la differenza che passa fra il sentitodire e il vistocogliocchi? E la stessa che passa, figuratevi, fra la notte e il giorno. E la notte, non so se lo sapete, è femmina e fa chiacchiere, mentre il giorno è maschio, piscia al muro e porta il fatto…
Einstein sarebbe stato d’accordo con lo spiaggiatore: il visto con gli occhi “porta il fatto”, ma di per sé il fatto non è scienza, perché una teoria è sotto-determinata dai dati, ed è piuttosto una libera creazione della mente umana, essa è “vista con gli occhi della mente”, mai regalata dai semplici e nudi “fatti di natura”.
E’ ormai leggendaria la cura meticolosa della documentazione di D’Arrigo nella costruzione del suo edificio letterario: cartine dettagliate ed annotate su terre di Calabria e Sicilia, latitudini e longitudini marine, documenti storici, riviste naturalistiche, di quelle che si potevano trovare durante la lunga fase di lavorazione, quando ancora la fantasia del disegnatore e del fotografo supplivano alle manchevolezze di un’autentica documentazione scientifica in diagrammi ed immagini “trattate” da complesse griglie interpretative. Non stupisce perciò che il problema che fa da sottodominante al libro, quello delle uova d’anguilla, è un problema che attraversa il mito ed arriva in qualche modo fino alla ricerca contemporanea, quello che si definisce dunque un “problema esemplare”.
La questione è inseguita da anni, senza successo, dal professore di Messina, che non riesce a trovare l’ anello di congiunzione che lo porterebbe dalle uova d’anguilla ai piccoli sciami di cicirella familiari ad ogni pescatore.  L’immagine dell’embrione d’anguilla è forse la forma più poetica che sia mai stata data al problema delle origini del Tutto, metafora marina di quell’Uovo Cosmico la cui natura ed evoluzione vengono oggi sondate con acceleratori potentissimi e formidabili sequenze di equazioni.
E’ noto infatti che le anguille hanno dato non pochi problemi ai naturalisti: dalla convinzione di Aristotele che fossero asessuate come i lombrichi, alla credenza diffusa che si accoppiassero come i serpenti dei vari fiumi e laghi locali per spiegarne poi l’intero ciclo migratorio. La forma contemporanea di questi enigmi antichi sono le domande ancora aperte sulla variabilità genetica delle popolazioni di leptocefali.
Mistero dunque di vita e non di morte, come l’altro tema che percorre il romanzo e che riguarda il destino ultimo delle fere: Ora, il fatto di scomparire era forse morire matematico?Che ne potevano sapere loro se scomparivano perché morivano o solo perché partivano, partivano epoca fissa come anguilla e pescispada? L’avevano mai vista con gli occhi loro una carogna o una carcassa di trentenaria?Questo era, e l’ultimo enimma di quella faccia smorfiosa di sfinge, ultimo eppure primo.
I due motivi dell’anguilla e della fera si fondono per assumere la consistenza dell’Inconoscibile, quella estrema resistenza del mondo ad ogni sforzo conoscitivo che pure è il fondamento della conoscenza e la sua spinta.
L’apparizione dell’Orcaferonte, -“l’animalone, il ferone, l’espressione estrema delle potenze naturali-, attaccata, scodata,  dilaniata dalle fere e ridotta ad un “subbuglio di schiuma e sangue”, ha in H.O. un ruolo simile a quello dell’apparizione del biancore finale di Moby Dick; anzi persino più radicale: mentre la Balena bianca sopravvive alla sfida di Achab e degli uomini del Pequod lasciando Ismaele testimone della sconfitta umana e dell’immortalità di Moby Dick, in D’Arrigo è la stessa morte dell’Orcaferonte attaccata dalle altre creature marine a testimoniare davanti agli occhi increduli dei pescatori l’immutabilità eraclitea del ciclo  che tutto comprende e supera, e sfugge persino al visto con gli occhi della mente. Più la Natura si rivela più si nasconde al perché dell’uomo. Wittgenstein ha concentrato la questione nella sua scrittura lapidaria e sottilmente emozionale: il perché dell’uomo non si limita a chiedersi com’è fatto il mondo, ma tende inevitabilmente a interrogarsi sul perché il mondo è, a sancire definitivamente uno scacco perenne tra le forme parziali della scienza e le più radicate ed intime tensioni della conoscenza umana. Sarà infatti il sogno di ‘Ndrja sulla spiaggia di carcasse e cenere a dargli una paradossale visione dell’Inconoscibile, di ciò che sta nelle terre estreme della sua vita di figlio del mare: le fere anziane muoiono gettandosi nel vulcano, tornando in un magma primordiale precluso ad ogni vista umana.Come a dire che ogni conoscenza non ha un termine ultimo, ma è sempre lo spostamento ultimo di un termine, qualunque sia il suo oggetto.
L’inesauribilità del mondo rimanda inevitabilmente al tempo limitato in cui il singolo uomo può contribuire a questo processo. L’unica reale possibilità che ci è offerta non è quella di Faust né quella di Prometeo, ma piuttosto la magra consolazione del destino di ‘Ndrja, che ci appare all’inizio della narrazione opaco per acquistare progressivamente una dolorosa e cristallina chiarezza. Come ogni vero cercatore non resiste agli eventi, se ne lascia attraversare ed impregnare; alla fine passerà lo stretto e sarà arricchito da mille esperienze, ma l’unico uso inconsapevole che ne farà sarà quello di andare verso la sua morte, futile ed inevitabile come alla fin dei conti è ogni morte, senza essere indifferente alla vita.
Il resto è un segno a parabola, simbolico e reale, indecifrabile e intimorente.
Si narra che la curiosità spinse Empedocle a gettarsi nel vulcano. Ma, puntualmente, il vulcano ne sputò il sandalo.

[Questo articolo, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, è apparso sulla rivista L’Illuminista, Rivista di Cultura Contemporanea diretta da Walter Pedullà, n 25/26, anno IX, Speciale Stefano D’Arrigo,pp.189-197 ]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...