I libri migliori

La felicità lontana

Fabio Troncarelli - La felicità lontana

di Ivano Mugnaini


 

 

Il libro di Fabio Troncarelli, La felicità lontana (Lepisma 2007), si muove sulla linea di confine che unisce e separa la letteratura e la vita. Un autore poco abile, poco sincero, poco autentico, avrebbe rischiato di rendere meno vivide le due dimensioni, sovrapponendole in modo posticcio, artificiale. Non è accaduto a Troncarelli: anche in questo caso l’autore romano ha saputo trovare quel punto d’incontro genuino tra le due sponde della vita vissuta e di quella rispecchiata nella pagine dei libri. Ne sono scaturiti versi ispirati, scritti per amore e per rabbia, per dolore e per necessità. Non c’è una sola espressione casuale, scritta per fare sfoggio o semplicemente per lasciare che le sillabe generino qualche gioco fonosintattico tanto gradevole quanto vano. L’impressione che si ricava leggendo questo libro di Troncarelli è che ogni verso rappresenti un istante di un’esistenza a cui, tramite la parola scritta, l’autore prova a dare senso, o, almeno, una dimensione, fosse pure nell’assurdità inesplicabile della pena di vivere.
Le Sezioni del volume, “Orizzonte perduto”, “Il diavolo in corpo”,  “Accadde una notte”, “Il lungo addio”, “Il prestanome”, “I racconti della luna pallida d’agosto”, sono suddivise con logica e con cura, come tappe di un cammino, un giornale di bordo che esplora i sentieri del tempo e dello spazio, e, nell’atto di percorrerli, li forgia, dà loro una forma interiore che si rispecchia all’esterno, così come accade anche l’esatto opposto.
Come opportunamente osserva Giorgio Linguaglossa nella prefazione, “la metafora narrativa è quella procedura tipica del discorso poetico di Fabio Troncarelli”. Tutto ciò è vero, il tempo e lo spazio nutrono in modo spontaneo un racconto. Ma quella di Troncarelli è in modo netto, assoluto, poesia, per quella capacità esclusiva di condurre non solo a recepire una sequenza di luoghi ed eventi, ma anche e soprattutto un senso ulteriore, una sensazione indefinita che tuttavia, per un attimo, consente una visione globale, capace di cancellare i confini, riscrivendoli.

Uno dei meccanismi con cui in questo libro si giunge alle profondità della poesia, è l’accostamento tra il dettaglio e la prospettiva, la minuzia e lo sfondo. Nella lirica che apre il libro, si parla di “gelati di porpora”, per poi aggiungere l’aggettivo “bizantina”. Un tocco che, con una carrellata mentale, ci trasporta dall’attimo descritto ai secoli passati. Il tocco di colore locale diventa geografia della storia e della memoria, un dislocamento temporale che ci conduce davanti a quel bar orientale, e, insieme, in un tempo sfumato, onnicomprensivo.
Lo stesso meccanismo è presente ed attivo nella poesia “Sulmona”, dove si elencano tra gli altri oggetti “becchi di gallina per i gatti” e “aranci verdi di muffa”, per poi esprimere il meccanismo, riferendosi agli aranci, con una frase esplicita, emblematica: “rovinati/ dal tempo, dove è impossibile la rima/ con un suono diverso da quello degli anni”.
La vita è osservata con cura ed occhi attenti, così come attraverso una lettura appassionata si percorrono le strade di altri secoli e di altre condizioni esistenziali, in cui, tuttavia, è possibile individuare riflessi e assonanze vicine al proprio mondo e al proprio modo di sentire: seduto al tavolo di Louise Alcott, autrice di Piccole donne, l’autore osserva “ero felice […] di sentire fisicamente che cosa si prova/ a scrivere di giorni felici che non ci sono più”. Una chiave, forse; anche per comprendere il titolo del libro e la struttura stessa del progetto che è alla base della scrittura. E tutto si fa ancora più complesso, ricco, e suggestivo, quando, poco più avanti, a pagina 33, l’autore ci rivela che osservava i bambini “come li avrebbe guardati il povero Thoreau che cercava pace./ Cercava l’allegria degli alberi di cristallo, la/ felicità/ lontana”. E non è un caso che il vocabolo “felicità” e l’aggettivo “lontana” occupino ciascuno un verso autonomo, separato dall’altro.
Torno a sottolineare la sincerità autentica, non di facciata, con cui è stato pensato e scritto questo libro. Sarebbe interessante ad esempio contare quante volte appare il sostantivo “paura”, nella varie forme, anche verbali, “impaurito” ad esempio, o tramite i sinonimi correlati. La paura è una componente essenziale di ciò che qui viene raccontato; e forse anche la felicità stessa è oggetto, oltre che soggetto, di paura. L’autore scrive: “ho paura per l’angelo severo e desidero che l’angelo gentile ritorni”. Due dimensioni forse di uno stesso, ambivalente modo di percepire l’amore, per il mondo, per una donna, per la vita stessa, che attrae ed esclude. La paura spesso è associata alla sensazione di freddo. E ancora una volta fisicità e dimensione interiore trovano nella parola un punto d’incontro.
E’ un libro questo che dimostra un rispetto ed un amore assoluto per la parola che tuttavia non acceca, non rende la mente incapace di percepire le distanze, tra il sogno e il vero, tra il reale e l’ideale. Significativa in tal senso è l’attenzione rivolta al cartellino in un roseto comunale che riporta la scritta “Rosa impazzita”: il nome ufficiale di un fiore che non mantiene le promesse, cambia colore all’improvviso. Un po’ come la vita, un po’ come il destino, come la ricerca della felicità. Ma, con versi molti intensi l’autore osserva: “Eppure solo se una rosa perde/ la ragione, la terra arida sboccia”. Quasi una sprazzo di speranza. Anche se, dopo il colore ed il profumo di un attimo, gli occhi tornano a valutare i percorsi e le mete ancora da raggiungere, ed ancora, nella lirica conclusiva, Troncarelli torna a dichiarare: “in segreto tremo, se il segreto/ mi esilia, odio la mia pena/ per la felicità lontana./ Solo il poeta è solo quando è solo”.

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One thought on “La felicità lontana

  1. L’idea di Troncarelli è molto interessante (spero di avere capito bene): i testi del passato, la biblioteca che sottostà alle poesie, invece che essere nascosta, è esibita. Le fonti o i testi ispiratori sono portati in superficie e il poeta dialoga con essi divenuti termini di paragone o occasioni per indagare, interrogare e capire la propria realtà emotiva e di vita. Mi piacerebbe anche delineare la genealogia di questo libro, se cioè altri prima hanno provato a scrivere qualcosa di simile.
    Comunque mi procurerò “La felicità lontana”. Conoscevo Trocarelli come studioso di letteratura e fine critico, ma non come poeta ed è una piacevole e stimolante sorpresa. Grazie!

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